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domenica 25 febbraio 2018

LA TOP TEN DI GENNAIO E FEBRAIO 2018 DI HABLA CON GIAN:

1. RUINS (FIRST AID KIT)
2. SHADOWPEOPLE (THE LIMINANAS)
3. ALWAYS ASCENDING (FRANZ FERDINAND)
4. RATHER THAN TALKIN' (HOLLYSIZ)
5. MOZART'S MINI-MARKET (GO-KART MOZART)
6. THE OFFICIAL BODY (SHOPPING)
7. DEAR ANNIE (REJJIE SNOWS)
8. ANGST (THE DEAD BROTHERS)
9. REALLY NICE GUYS (RON GALLO)
10. MARBLE SKIES (DJANGO DJANGO)




HIT PARADE BIMENSILE

RINGRAZIAMO TUTTI VOI CHE HANNO CHIESTO UNA HIT PARADE MENSILE O ALMENO BIMENSILE. OK ECCO QUELLA BIMENSILE

LA REDAZIONE

OSCURATI PER 3 GIORNI

2pac feat Dr.Dre - California Love HD

GoldLink - Crew ft. Brent Faiyaz, Shy Glizzy

Simian Mobile Disco - Caught In A Wave (Official Video)

Janelle Monáe – Make Me Feel [Official Music Video]

EELS - Today Is The Day - Official Video

M5S

Home / Attualità / Tra moglie e De Falco non mettere il dito… e poi non l’avrei candidato

Luigi Di Maio e Gregorio De Falco, durante la presentazione dei candidati del M5s nei collegi uninominali, Roma, 29 gennaio 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Tra moglie e De Falco non mettere il dito… e poi non l’avrei candidato

DI MASSIMO FINI
ilfattoquotidiano.it
La polemica che ha coinvolto il comandante di Marina Gregorio De Falco, candidato alle prossime elezioni per i 5Stelle, potrebbe essere definita lunare se non fosse terrestre, molto terrestre aderente non solo alla più avvilente campagna elettorale da quando è nata la Repubblica, ma anche, e peggio, a uno spirito del tempo, puritano, bacchettone, ipocrita.
Dunque, secondo voci provenienti dalla pattumiera del pettegolezzo preelettorale De Falco avrebbe malmenato la moglie nel corso di un litigio sorto a proposito della loro separazione e sarebbe perciò un candidato ‘indegno’. Non risulta che la donna abbia sporto denuncia. Si tratta quindi di un fatto squisitamente privato, familiare in cui nessuno ha diritto di mettere becco. “Fra moglie e marito non mettere il dito” dice un vecchio proverbio popolare, saggio come tutti i proverbi. E male, malissimo, ha fatto il candidato premier dei 5Stelle Di Maio ad annunciare che telefonerà alla moglie di De Falco per accertare la verità dei fatti. Non sono cazzi suoi. Ci mancava ancora che un leader politico si mettesse in cattedra, come un novello Santi Licheri, a sindacare sui rapporti fra marito e moglie (lo ha fatto anche Renzi).
Questa confusione fra ciò che è privato, e tale deve rimanere, e ciò che è pubblico offre il destro all’editorialista del Giornale Francesco Maria Del Vigo per sparare nel mucchio dei 5Stelle, mischiando cose che non stanno insieme, liti familiari e atti penalmente rilevanti, reati colposi e reati dolosi, candidati che hanno trattenuto quattrini in loro legittimo dominio e candidati inquisiti penalmente per essersi impossessati in modo truffaldino di denari dello Stato, cioè nostri (Forza Italia, il partito di riferimento del giornale berlusconiano, ne ha 22, il Pd 29). Faceva una certa specie, faceva pena, faceva ridere, leggere l’altro giorno a tutta pagina il titolo “Ora lo possiamo dire: Grillo è un evasore” su Il Giornale, il quotidiano di proprietà, di fatto, di Silvio Berlusconi, il più grande evasore ed elusore fiscale degli ultimi vent’anni e per questo condannato in via definitiva a quattro anni di detenzione e definito “delinquente naturale” (cioè uno che delinque anche quando non ne ha bisogno). Nel mio Dizionario del Ribelle ho risolto la voce Pudore con una sola parola: “scomparso”. E in questa spudoratezza, che è lo spirito di questi tempi, rientrano anche quelle “vergini dai candidi manti” che a vent’anni di distanza ricordano improvvisamente di essere state ‘molestate’ o vittime di “atti inappropriati” (che cosa significhi questa formula vorrei che qualcuno me lo spiegasse, non vorrei finire nelle sillane liste di proscrizione di ‘Metoo’ o di ‘Time-s Up’).
Se fossi stato nei panni dei 5Stelle Gregorio De Falco non l’avrei candidato. Ma per tutt’altri motivi. Per aver maramaldeggiato su Francesco Schettino intimandoli di risalire a bordo, sapendo benissimo che il comandante della Concordia era ormai fuori di testa e fuori gioco. Quello che avrebbe dovuto fare De Falco, invece di esibirsi da fenomeno davanti all’opinione pubblica, era di mandare un elicottero da Livorno (ci vogliono quindici minuti per arrivare all’Argentario) calando sulla Concordia un paio di ufficiali di Marina che prendessero in mano la situazione. E infatti lo pseudoeroe invece di essere promosso come si aspettava fu trasferito agli uffici amministrativi della Direzione marittima di Livorno. E al momento della tragedia davanti all’Isola del Giglio il comandante di una di queste grandi navi a proposito della muscolare esibizione di De Falco commentò: “In Marina c’è chi va per mare e chi sta più comodamente a terra”. Così come nella politica e nel giornalismo c’è “chi va per mare”, cioè cerca di seguire princìpi, logica, coerenza, magari sbagliando, e chi, avendo la coda di paglia e stando comodamente al coperto della propria spudoratezza, scrive articoli alla Francesco Maria Del Vigo.

Massimo Fini
Fonte: www.ilfattoquotidiano.it
22.02.2018

STATO FASCISTA

Home / Attualità / Dietro lo spauracchio del “fascismo” il timore dello Stato
21/05/2016, Roma. Manifestazione di Casa Pound per le vie dell'Esquilino

Dietro lo spauracchio del “fascismo” il timore dello Stato

DI FEDERICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
La campagna elettorale che volge al termine è stata dominata dal tema della “minaccia fascista”, spauracchio agitato dalla sinistra liberal e dai suoi media di riferimento. C’è di dice che il pericolo del fas
La campagna elettorale che volge al termine è stata dominata dal tema della “minaccia fascista”, spauracchio agitato dalla sinistra liberal e dai suoi media di riferimento. C’è di dice che il pericolo del fascismo sia stato resuscitato per soccorre una sinistra in profonda crisi, senza idee e destinata ad una storica sconfitta alle elezioni del 4 marzo: in realtà, è probabile che lo spauracchio fascista sia tornato per restare ed occupi la scena politica italiana ed europea anche nei prossimi anni. Demolito lo Stato a vantaggio dei poteri euro-atlantici, in economia come nella sicurezza, qualsiasi tentativo di restaurarlo sarà infatti bollato come “fascismo” dall’élite liberal. Lo Stato è l’ultimo baluardo contro la globalizzazione e la dissoluzione delle nazioni nella società cosmopolita.
Stato e globalizzazione: ne rimarrà soltanto uno
Uno spettro si aggira nella campagna elettorale che sta per chiudersi: è lo spettro del “fascismo”. All’orizzonte, però, non si vedono né camice nere, né balilla, né dopolavoro, né partito unico, né l’IRI, né l’OVRA, né culti della personalità: c’è chi dice, quindi, che la minaccia del fascismo sia stata resuscita in vista delle elezioni del 4 marzo. Scopo dell’operazione sarebbe soccorre la sinistra uscita letteralmente a pezzi dall’esperienza Letta-Renzi-Gentiloni, cercando di infonderle nuova vita grazie al suo storico cavallo di battaglia: l’antifascismo, appunto.
Se così fosse, lo spauracchio del fascismo dovrebbe dissolversi dopo il voto: chiuse le urne, contate le schede, iniziato l’iter per l’incerta formazione del prossimo governo, anche la minaccia del totalitarismo dovrebbe scomparire, senza peraltro aver rinvigorito la sinistra che si avvia ad una storica disfatta. Ma è davvero così?
L’antifascismo è soltanto un comodo tema da campagna elettorale per la sinistra in crisi di idee e d’identità? No, “la minaccia del fascismo” è tornata per restare e caratterizzerà, nei prossimi anni, non soltanto la vita politica italiana: ma anche quella tedesca, francese, americana, etc. Senza considerare, poi, quegli Stati che già mostrano evidenti tratti di “fascismo” secondo i canoni squisitamente liberali: la Russia di Vladimir Putin.
L’élite liberale, infatti, quella che sostiene da sempre il processo d’integrazione europea, quella che controlla l’ONU e le banche centrali, quella che ha impresso un’enorme accelerazione al commercio mondiale negli anni ‘90 cooptando la Cina, quella che supervisiona i flussi migratori che stanno investendo l’Europa, ha un’idea piuttosto allargata di “fascismo”. Il termine, dai connotati fortemente dispregiativi, è affibbiato a qualsiasi politica economica/interna/sociale che intralci i piani dell’establishment euro-atlantico: frenare l’immigrazione incontrollata è fascismo, attentare all’indipendenza della banca centrale (si veda il caso ungherese) è fascismo, sostenere la natalità contro i piani neo-malthusiani è fascismo, porre dazi o stimolare la domanda interna col varo di grandi opere è fascismo.
Ma chi frena l’immigrazione, ripristinando la difesa dei propri confini? Lo Stato.
Chi avanza pretese di controllo sull’emissione di moneta? Lo Stato.
Chi incentiva la natalità con piani ad hoc? Lo Stato.
Chi pone dazi a salvaguardia delle imprese nazionali o sostiene la domanda aggregata con opere infrastrutturali? Lo Stato.
Uno Stato forte ed efficiente, sicuro di sé, geloso delle proprie prerogative ed attento ai propri interessi è, agli occhi dell’élite cosmopolita che predica la globalizzazione, “fascismo”. Ne consegue che qualsiasi azione tesa a restaurare lo Stato sarà automaticamente etichettata come “fascismo” da chi individua nello Stato il maggiore ostacolo ai suoi piani di globalizzazione sfrenata e cancellazione delle nazioni: ecco perché lo spauracchio del “fascismo” non è transitorio ed accompagnerà l’intero Occidente nei prossimi anni.
Entrata in una fase di deflusso la globalizzazione, cresciute a livello allarmante le diseguaglianze all’interno della società, falliti i sogni di diluirli in aggregati sovranazionali (gli Stati Uniti d’Europa) o di cannibalizzarli (Siria, Iraq e Spagna), gli Stati stanno rialzando la china. L’establishment liberal schiuma di rabbia e grida: “torna il fascismo!”.
Lo Stato, aggregato di più famiglie (l’unita base che si sta in ogni cercando di cancellare) è una volontà indipendente, un’autorità a sé stante: un individuo che, erigendosi nel mondo, impedisce quel livellamento universale, “il Grande e Santo Impero Universale massonico”, che dovrebbe cancellare lingue, culture e razze. La difesa dello Stato è, agli occhi dell’oligarchia euro-atlantica, l’azione più esecrabile e abbietta: è apostasia. È fascismo.
In vista delle elezioni, Stefano Feltri, firma di diversi giornali liberal e attualmente vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, ha pubblicato per Einaudi “Populismo Sovrano. I populismi si alimentano di un’illusione, che può essere pericolosa: il recupero della sovranità. Ma si tratta di una promessa che non si può mantenere, perché le leve del potere sono, ormai, inesorabilmente altrove.”
Non agitatevi, consiglia Feltri, perché le leve del potere sono ormai “inesorabilmente altrove”. Non è, però, un “altrove” metafisico: sono le stanze ovattate della BCE e della FED, le riunione segrete della Trilaterale e del Gruppo Bilderberg, il palazzo di vetro delle Nazioni Unite, i vari organismi che propugnano “più Europa, più mercato, più globalizzazione, più immigrazione”. Sapendo dove si trova il potere, è anche possibile riappropriarsene e c’è un solo strumento per farlo: lo Stato.
Forte, coeso e sovrano.
Se l’élite liberal, la cuspide ai vertici della globalizzazione, l’esigua minoranza che supervisiona questa grande dittatura economica e sociale, ritiene che sia “fascista” difendere e restaurare lo Stato, ebbene, non possiamo che dirci fascisti.cismo sia stato resuscitato per soccorre una sinistra in profonda crisi, senza idee e destinata ad una storica sconfitta alle elezioni del 4 marzo: in realtà, è probabile che lo spauracchio fascista sia tornato per restare ed occupi la scena politica italiana ed europea anche nei prossimi anni. Demolito lo Stato a vantaggio dei poteri euro-atlantici, in economia come nella sicurezza, qualsiasi tentativo di restaurarlo sarà infatti bollato come “fascismo” dall’élite liberal. Lo Stato è l’ultimo baluardo contro la globalizzazione e la dissoluzione delle nazioni nella società cosmopolita.
Stato e globalizzazione: ne rimarrà soltanto uno
Uno spettro si aggira nella campagna elettorale che sta per chiudersi: è lo spettro del “fascismo”. All’orizzonte, però, non si vedono né camice nere, né balilla, né dopolavoro, né partito unico, né l’IRI, né l’OVRA, né culti della personalità: c’è chi dice, quindi, che la minaccia del fascismo sia stata resuscita in vista delle elezioni del 4 marzo. Scopo dell’operazione sarebbe soccorre la sinistra uscita letteralmente a pezzi dall’esperienza Letta-Renzi-Gentiloni, cercando di infonderle nuova vita grazie al suo storico cavallo di battaglia: l’antifascismo, appunto.
Se così fosse, lo spauracchio del fascismo dovrebbe dissolversi dopo il voto: chiuse le urne, contate le schede, iniziato l’iter per l’incerta formazione del prossimo governo, anche la minaccia del totalitarismo dovrebbe scomparire, senza peraltro aver rinvigorito la sinistra che si avvia ad una storica disfatta. Ma è davvero così?
L’antifascismo è soltanto un comodo tema da campagna elettorale per la sinistra in crisi di idee e d’identità? No, “la minaccia del fascismo” è tornata per restare e caratterizzerà, nei prossimi anni, non soltanto la vita politica italiana: ma anche quella tedesca, francese, americana, etc. Senza considerare, poi, quegli Stati che già mostrano evidenti tratti di “fascismo” secondo i canoni squisitamente liberali: la Russia di Vladimir Putin.
L’élite liberale, infatti, quella che sostiene da sempre il processo d’integrazione europea, quella che controlla l’ONU e le banche centrali, quella che ha impresso un’enorme accelerazione al commercio mondiale negli anni ‘90 cooptando la Cina, quella che supervisiona i flussi migratori che stanno investendo l’Europa, ha un’idea piuttosto allargata di “fascismo”. Il termine, dai connotati fortemente dispregiativi, è affibbiato a qualsiasi politica economica/interna/sociale che intralci i piani dell’establishment euro-atlantico: frenare l’immigrazione incontrollata è fascismo, attentare all’indipendenza della banca centrale (si veda il caso ungherese) è fascismo, sostenere la natalità contro i piani neo-malthusiani è fascismo, porre dazi o stimolare la domanda interna col varo di grandi opere è fascismo.
Ma chi frena l’immigrazione, ripristinando la difesa dei propri confini? Lo Stato.
Chi avanza pretese di controllo sull’emissione di moneta? Lo Stato.
Chi incentiva la natalità con piani ad hoc? Lo Stato.
Chi pone dazi a salvaguardia delle imprese nazionali o sostiene la domanda aggregata con opere infrastrutturali? Lo Stato.
Uno Stato forte ed efficiente, sicuro di sé, geloso delle proprie prerogative ed attento ai propri interessi è, agli occhi dell’élite cosmopolita che predica la globalizzazione, “fascismo”. Ne consegue che qualsiasi azione tesa a restaurare lo Stato sarà automaticamente etichettata come “fascismo” da chi individua nello Stato il maggiore ostacolo ai suoi piani di globalizzazione sfrenata e cancellazione delle nazioni: ecco perché lo spauracchio del “fascismo” non è transitorio ed accompagnerà l’intero Occidente nei prossimi anni.
Entrata in una fase di deflusso la globalizzazione, cresciute a livello allarmante le diseguaglianze all’interno della società, falliti i sogni di diluirli in aggregati sovranazionali (gli Stati Uniti d’Europa) o di cannibalizzarli (Siria, Iraq e Spagna), gli Stati stanno rialzando la china. L’establishment liberal schiuma di rabbia e grida: “torna il fascismo!”.
Lo Stato, aggregato di più famiglie (l’unita base che si sta in ogni cercando di cancellare) è una volontà indipendente, un’autorità a sé stante: un individuo che, erigendosi nel mondo, impedisce quel livellamento universale, “il Grande e Santo Impero Universale massonico”, che dovrebbe cancellare lingue, culture e razze. La difesa dello Stato è, agli occhi dell’oligarchia euro-atlantica, l’azione più esecrabile e abbietta: è apostasia. È fascismo.
In vista delle elezioni, Stefano Feltri, firma di diversi giornali liberal e attualmente vicedirettore de Il Fatto Quotidiano, ha pubblicato per Einaudi “Populismo Sovrano. I populismi si alimentano di un’illusione, che può essere pericolosa: il recupero della sovranità. Ma si tratta di una promessa che non si può mantenere, perché le leve del potere sono, ormai, inesorabilmente altrove.”
Non agitatevi, consiglia Feltri, perché le leve del potere sono ormai “inesorabilmente altrove”. Non è, però, un “altrove” metafisico: sono le stanze ovattate della BCE e della FED, le riunione segrete della Trilaterale e del Gruppo Bilderberg, il palazzo di vetro delle Nazioni Unite, i vari organismi che propugnano “più Europa, più mercato, più globalizzazione, più immigrazione”. Sapendo dove si trova il potere, è anche possibile riappropriarsene e c’è un solo strumento per farlo: lo Stato.
Forte, coeso e sovrano.
Se l’élite liberal, la cuspide ai vertici della globalizzazione, l’esigua minoranza che supervisiona questa grande dittatura economica e sociale, ritiene che sia “fascista” difendere e restaurare lo Stato, ebbene, non possiamo che dirci fascisti.

Federico Dezzani
Fonte:
Link: http://federicodezzani.altervista.org/dietro-la-spauracchio-del-fascismo-timore-dello/
23.02.2018