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domenica 22 gennaio 2017

UN PO' DI STATISTICA DI HABLA CON GIAN

SITO DI RICERCA PIU' CLICCATO PER RAGGIUNGERCI: GOOGLE

PAROLA PIU' RICERCATA PER RAGGIUNGERCI: habla con gian

CLICK DI MEDIA AL GIORNO: ANCORA IN AUMENTO. ORA SIAMO A 1.200 CON PICCHI A 2.000

RECORD: DICEMBRE 2016 E GENNAIO 2017 CON OLTRE 2.200 AL GIORNO

4 POST DEL 2016 SONO ENTRATI NEI 10 ARTICOLI PIU' VISTI DEL 2016

ALESSIA RAMUSINO STRALCIA TUTTI I RECORD PER LA MUSICA ITALIANA

TRAFFICO: FINO A META' 2016: 1) RUSSIA 2) USA 3) ITALIA

TRAFFICO:  SECONDA META' 2016: 1) FRANCIA 2) USA 3) ITALIA

TRAFFICO GENERALE 2016: VINCONO GLI USA SEGUITI DA GERMANIA, FRANCIA E RUSSIA. POI ARRIVA L'ITALIA

LA REDAZIONE



@habla_con_Gian

SIAMO SU TWITTER

L'ISIS VUOLE ROMA. CONCENTRATEVI SUL VATICANO, COGLIONI!

Il nuovo proclama dell'Isis: ribadiamo che conquisteremo Roma

Nel video le immagini del Colosseo mentre la voce narrante spiega che la promessa sarà mantenuta
globalist22 gennaio 2017
Lo Stato Islamico perde terreno. E per quanto nei territori che sono sotto il tallone del Califfato sono vietati televisioni e giornali e la gente sa solo quello che l'Isis vuole, nel resto del mondo le notizie delle sconfitte arrivano. E questo rappresenta un problema per una organizzazione che ha bisogno di mostrarsi sempre e assolutamente vincente.
Così, tra gli ultimi video (lo Stato Islamico ne produce molti di meno rispetto al passato e questo è uno dei segni dell'indebolimento) ce ne è uno diffuso l'altro giorno da Halab Wilayah, Centro media del governatoraro di Aleppo che fa vedere come i jihadisti resistano e contrattacchino in Siria.
Il video dura 27,24 minuti ed è fatto da un insieme di differenti "episodi" che vogliono mostrare la compattezza dell'Isis non solo in Siria e Iraq, ma anche in Africa e nei paesi asiatici o caucasici, luoghi di reclutamento di molti foreign fighter.
Un filmato simile a molti altri con un filo conduttore: la battaglia di al-Hazab, la battaglia di Medina, quando il profeta Maometto
riuscì a respingere l'attacco dei Meccani e dei loro alleati pagani (la confederqazione) nettamente superiori come forze, scegliendo di non accettare lo scontro sul terreno aperto, ma di scavare un profondo fossato intorno alla città impedendo gli attacchi e costringendo il nemico ad accamparsi fuori della città da dove, quando cominciarono a scarseggiare i rifornimenti, fu costretto a ritirarsi. Una vittoria strategica per i musulmani.
Evidentemente in questa fase della guerra la propaganda del Califfato ritiene che questo paragone sia il più calzante per descrivere la situazione e ciò che i jihadisti hanno in mente di fare. Forse cambiare tattica o forse dimostrare che in pochi si può battere una coalizione ben più forte e numerosa.
Così al minuto 10,33 compare Roma. Più esattamente il Colosseo, mentre la voce narrante  dice (traduzione non letterale): ci chiedete che fine ha fatto la nostra promessa di conquistare Roma visto che non siamo riusciti a salvare le nostre città? Noi continuiamo a promettere che conquisteremo come ha fatto il profeta Maometto il giorno di al-Hazab.
Poi una immagine del Colosseo circondato dalle bandiere nere islamiche.
Il resto del video poi prosegue con scene di battaglie, la cattura di alcuni mezzi dell'esercito turco e la brutale esecuzione di un militare siriano catturato.
La presenza di Roma nel video, secondo gli esperti di intelligence di Globalist, non significa una minaccia seria e concreta verso Roma e l'Italia in generale, visto che siamo nel campo di una propaganda che si esprime per simboli.
Tuttavia il messaggio che arriva ai potenziali simpatizzanti della causa del Califfato (organizzati o potenziali lupi solitari che siano) è di per sé preoccupante, perché l'Isis implicitamente dice che la promessa di "aprire" (letteralmente) ossia conquistare Roma non può restare solo una chiacchiera. E qualcuno potrebbe sentirsi investito dalla missione di mantenere la parola. Che non significa ovviamente "conquistare", ma dare un segnale.



EMMA BONINO SUI MIGRANTI

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/20/migranti-bonino-rimpatri-e-accordi-bilaterali-ecco-perche-non-funzionano/3330063/

BAMBINI IN CHIESA: OLTRE CHE STUPRATI ORA ANCHE INTOSSICATI

Arezzo, 27 bambini intossicati dal monossido durante festa di compleanno in parrocchia. Non in pericolo di vita

Arezzo, 27 bambini intossicati dal monossido durante festa di compleanno in parrocchia. Non in pericolo di vita
CRONACA
La stanza era riscaldata da stufe a gas. Ventitrè piccoli sono stati ricoverati ad Arezzo e a Firenze e sottoposti a trattamenti in camera iperbarica e ossigenoterapia. Altri quattro hanno avvertito solo sintomi lievi ma saranno comunque sottoposti a controlli
Ventisette bambini sono rimasti intossicati dal monossido di carbonio durante una festa di compleanno a Sant’Andrea a Pigli, frazione del comune di Arezzo, sabato sera. I piccoli, tutti tra i dieci e gli undici anni tranne uno di appena un anno e mezzo, si trovavano in una sala parrocchiale della chiesa, riscaldata da stufe a gas. Ventitrè sono stati ricoverati ad Arezzo e a Firenze e sottoposti a terapia. Gli altri non hanno avuto bisogno di ricovero perché i sintomi erano lievissimi. Nessuno è in pericolo di vita.
Secondo una prima ricostruzione, improvvisamente due undicenni e il piccolo di un anno e mezzo hanno avvertito nausea e mal di testa perdendo per un attimo conoscenza. I genitori hanno chiamato subito il 118 che li ha trasportati al pronto soccorso di Arezzo. Qui i medici della pediatria si sono resi conto che la concentrazione di monossido di carbonio nell’emoglobina era alta e li hanno trasferiti immediatamente all’ospedale fiorentino di Careggi dove sono stati trattati in camera iperbarica.
Altri venti bambini sono stati ricoverati in pediatria ad Arezzo dove sono stati sottoposti ad ossigenoterapia e dimessi in mattinata. Grazie al passaparola tra genitori questa mattina sono arrivati all’ospedale gli altri quattro bambini che avevano partecipato alla festa e che hanno avvertito solo sintomi lievi. Tutti saranno sottoposti comunque ad analisi complete.

MA TRUMP E' DAVVERO NO GLOBAL?

Globalizzazione finita? La Storia ci ha dato ragione ma i pentiti non pagheranno. E Trump ne è la prova

Globalizzazione finita? La Storia ci ha dato ragione ma i pentiti non pagheranno. E Trump ne è la prova
Profilo blogger
Medico, professore presso l'Università degli Studi di Milano
“È la fine di un’epoca. La fine dell’utopia della globalizzazione”, dichiara Giulio Tremonti al Corriere della sera che lo intervista sull’elezione di Donald Trump. Una globalizzazione “come progetto di creazione dell’uomo nuovo e di un mondo nuovo. L’uomo nuovo è il consumatore ideale… a cui vanno cancellate radici e tradizioni, in tutto e per tutto conforme allo schema ideale del consumo”. E il mondo nuovo era quello verso il quale “esportare la democrazia come se fosse un hamburger di McDonald’s. E i suoi sacerdoti la celebravano come una religione”. Infine l’ex ministro dell’Economia ammette di essersi sbagliato: “Persino io, che di queste cose mi sono sempre occupato, non ho fatto due più due”.
Da oltre vent’anni tutto l’establishment politico, senza alcuna distinzione tra centrodestra e centrosinistra, tutto il mondo economico/finanziario e tutta (o quasi) la cultura occidentale, esaltano le magnifiche sorti della globalizzazione fondata sul dio mercato. Noi, il movimento altermondalista, nel migliore dei casi eravamo nemici del progresso, nostalgici dell’epoca della pietra, se non addirittura pericolosi delinquenti che volevamo sabotare l’inarrestabile cammino dell’umanità.
Ci dicevano che eravamo pazzi. La Storia, purtroppo, ci ha dato ragione
Eppure noi, fin dal 1999 a Seattle, poi nel 2001 dal Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, ripetevamo i rischi che l’umanità stava correndo: Susan George, presidente di Attac Francia (movimento altermondalista), spiegava che se non si fosse fermata la finanziarizzazione dell’economia una crisi spaventosa, avrebbe travolto l’Europa; Walden Bello, sociologo filippino ammoniva: “La crisi è relativa al capitalismo e alla sua tendenza a trasformare ogni risorsa in un prodotto da vendere, un sistema antitetico all’interesse della biosfera”; dalle discariche di Nairobi, padre Alex Zanotelli prevedeva un continuo ricorso alla guerra per proteggere le ricchezze di pochi in un mondo nel quale, allora, nel 2001, il 20% della popolazione possedeva l’80% delle ricchezze. In quegli stessi mesi noi avevamo raccolto 150.000 firme per la “TobinTax” ma tutti, economisti e politici ci dicevano che eravamo pazzi.
La Storia, purtroppo, ci ha dato ragione.
Oggi, secondo Credit Suisse, l’8,6% della popolazione possiede l’85% della ricchezza del mondo; la terra, il cibo e l’acqua, elementi indispensabili per ogni forma di vita, sono sempre più oggetto di conquista e privatizzate: oltre 45 milioni di ettari principalmente in Africa, ma anche in Asia, in America Latina e perfino in Europa sono nelle mani delle multinazionali; la povertà cresce ovunque, e non risparmia certo l’Ue dove il 23,75% della popolazione è a rischio di povertà e di esclusione sociale.
Negli ultimi anni sono scoppiati almeno 17 conflitti: nove in Africa, tre in Medio Oriente, uno in Europa, tre in Asia. E’ difficile negare che dietro ad ognuno vi sia la lotta per il controllo delle risorse energetiche e di importanti risorse minerarie.
Ma la crescita esponenziale delle differenze sociali anche nei Paesi Ocse, produce un significativo aumento dell’insofferenza verso l’establishment che è in difficoltà nel continuare a garantirsi quel consenso popolare necessario per procedere ulteriormente nella concentrazione delle ricchezze.
E’ in questo contesto che si svolgono le elezioni presidenziali Usa: i poteri che ruotano attorno ad Hillary Clinton sono gli stessi che hanno guidato la globalizzazione degli ultimi vent’anni, anche nel loro stesso Paese sono odiati da grandi masse che non a torto li individuano come i responsabili della loro condizione di miseria.
I mea culpa non comportano per “i pentiti” alcuna espiazione, ma permettono di correre alla corte del nuovo signore
Il miliardario Trump, al contrario, si mostra molto abile nel cavalcare le proteste: ai lavoratori diventati disoccupati a causa delle delocalizzazioni promette quelle stesse politiche protezioniste che Wto e Usa hanno negato ai Paesi Africani; alla classe media, impoverita e privata del proprio ruolo sociale, indica le responsabilità della finanza rapace di Wall Street; ai poveri dà in pasto i migranti, trasformati nella causa delle loro disgrazie. L’immagine sapientemente costruita è quella del guerriero che si oppone al potere globale.
I media fanno a gara nel definire Trump no global e nell’affiancarlo al movimento altermondialista. Nulla di più falso ma l’occasione è troppo ghiotta: da un lato attaccare la credibilità dell’unico movimento che ha cercato di rappresentare un’alternativa possibile al liberismo e che oggi trova importanti alleati quali Sanders e Corbyn; dall’altro diffondere l’idea che il periodo del liberismo finanziario è concluso, con i suoi disastri e le sue ingiustizie, e che oggi comincia una nuova era verso la quale è necessario guardare con speranza.
I mea culpa, se non sono seguiti da atti concreti, non comportano per “i pentiti” alcuna espiazione, ma permettono invece a costoro di correre alla corte del nuovo signore, come il 20 gennaio ha fatto Tremonti partecipando alla cerimonia di Washington. Sono gli apripista, vanno in avanscoperta per studiare come i poteri economici e finanziari possono ricollocarsi a fianco di colui che ha saputo ricostruire un blocco sociale in sostegno di interessi che loro conoscono bene da antiche frequentazioni.
Trump no global? Nulla di più falso ma l’occasione è troppo ghiotta
Il potere politico Usa da un lato cercherà di giocare direttamente un ruolo primario, scavalcando le istituzioni internazionali in favore di accordi commerciali bilaterali fondati sull’antico divide et impera verso i propri interlocutori, Ue compresa; dall’altro, libero da padrini elettorali, risponderà agli interessi economici diretti di Trump e del suo cerchio. Non è un caso che le azioni dell’industria farmaceutica e automobilistica abbiano fatto un enorme balzo in avanti solo poche ore dopo le elezioni.
Trump ha ben compreso che il potere economico per dispiegare al massimo i suoi interessi ha necessità di un sostegno popolare, almeno nel Paese che oggi si pone come il centro dell’impero. Per questo sosterrà per i suoi concittadini politiche protezionistiche, vietate in ogni altro angolo della terra, e cercherà di mostrarsi attento alle urgenze sociali di chi lo ha votato a cominciare dall’aumento dei posti di lavoro.
Ma sui reali interessi che l’amministrazione Trump sosterrà non ci sono dubbi. E’ sufficiente ricordare alcune delle figure che ha nominato nei punti chiave della futura amministrazione: al Tesoro Steve Munchin, ex Goldman Sachs; al Commercio il miliardario Wilbur Ross; segretario di Stato, Rex Wayne Tillersonmin, proveniente dalla Exxon Mobil; al Lavoro Andrew Puzder, amministratore delegato della catena di fast food Hardee’s and Carl’s, solo per citarne alcuni.
Nulla da spartire con le idee del movimento altermondialista e con la critica radicale che rivolge a questa globalizzazione, oggi più che mai dominata dal mercato. Non credo che su questo punto sia necessario spendere altre parole.

GRILLO BENEDICE TRUMP E PUTIN: MILIARDARI COME LUI

M5S, Beppe Grillo benedice Trump e Putin. “Politica internazionale ha bisogno di uomini forti come loro”

M5S, Beppe Grillo benedice Trump e Putin. “Politica internazionale ha bisogno di uomini forti come loro”
POLITICA
Il fondatore e leader del M5S rilascia una lunga intervista al quotidiano francese Journal du Dimanche. "La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti come loro", dice di Trum e di Putin. Sul presidente-magnate: "Sta facendo bene ma la sua immagine è distorta dai media". L'Europa? "All'apice del suo fallimento, voglio Eurobond, svalutazione della moneta del 20% per i paesi del Sud, tutela dei prodotti, revisione del disavanzo del 3%"
“La politica internazionale ha bisogno di uomini di Stato forti comeDonald Trump e Vladimir Putin”. Parole di Beppe Grillo che in un’intervista esclusiva al settimanale francese Journal du Dimanchesi dice “abbastanza ottimista” sul presidente degli Stati Uniti e spiega di vedere Trump e Putin come “un beneficio per l’umanità”. Per Grillo “il sogno del mondo intero” è che due “giganti” come Stati Uniti e Russia dialoghino. “Trump sembra moderato, i media hanno deformato il suo punto di vista”, insiste il leader del Movimento che il giornale francese definisce “iconoclasta non classificabile”. Per contro liquida come un disastro la politica estera dell’amministrazione Obama mentre bolla come “un fallimento assoluto” il bilancio dell’Ue.
L’indomani della grande manifestazione anti-Trump negli Usa le sue parole suonano benevole verso il magnate-presidente. “Deve prima andare dal parrucchiere, cambiare il tuo look!”, scherza ma poi si dice “abbastanza ottimista”:  “Ho letto uno dei suoi libri in cui scrive cose molto sensate, la necessità, per esempio, di riportare l’attività economica negli Stati Uniti. Ha detto ciò che era necessario sul protezionismo cinese. Trump sembra moderato, i media hanno distorto le sue opinioni. La percezione che abbiamo di lui è distorta”. Il leader M5S dichiara di apprezzare le sue prime mosse approvando come un fatto positivo la pressione esercitata perché le grandi aziende non vadano in Messico, ma rimangono negli Stati Uniti, esentandole da pesanti tasse. “Sostiene la piccola impresa e il ritiro dei militari americani di stanza in tutto il mondo. Sono d’accordo con tutto questo”.
Dagli Usa all’Europa. Si sente europeo? Chiede il giornalista. “Sì, ma il suo record è un fallimento totale. Questa è una macchina enorme, con due parlamenti a Bruxelles e Strasburgo, per soddisfare i francesi. L’Europa è nata con Jean Monnet, poi cambiò in Ceca, Euratom, CEE. Mi piaceva la parola “comunità”. E poi è stata chiamata “unione” per la moneta, che dovrebbe essere in comune e non unica. Io sono per un’Europa diversa, dove ogni Stato può adottare il suo sistema fiscale e monetario. Vorrei gli Eurobond, un euro svalutato del 20% per i paesi dell’Europa meridionale, la tutela dei nostri prodotti rispetto a quelli provenienti dall’estero, una revisione del disavanzo del 3% budget. Non riesco a trovare lo spirito dell’Europa”.Non mancano, nell’intervista, le critiche alla gestione dell’emergenza migranti: “i profughi che arrivano in Italia sono obbligati dalle regole europee a chiedere asilo nel primo Paese di ingresso, mentre loro vorrebbero andare via”.

MILIONI IN PIAZZA PER LA MARCIA DELLE DONNE

Marcia delle donne, milioni in piazza contro Trump. Gli slogan: “Bullo e razzista, siamo più forti della paura”

Marcia delle donne, milioni in piazza contro Trump. Gli slogan: “Bullo e razzista, siamo più forti della paura”
MONDO
Circa 500mila persone hanno intasato la capitale, altri due milioni stimati in altre città, dagli Usa all'Europa. La manifestazione ideata da una pensionata delle Hawaii diventa un modo per contarsi il giorno dopo l'insediamento del più controverso presidente degli Stati Uniti negli ultimi anni. Dalle limitazioni all'aborto, all'immigrazione, alla controriforma sanitaria, la protesta ha abbracciato tutti i temi dell'opposizione. Intervengono anche Michael Moore e Scarlett Johansson. Madonna "tagliata" dai network causa volgarità
E’ stata la contro-inaugurazione. O meglio, è stata la vera inaugurazione di quattro anni che per l’America si presentano difficili, conflittuali, pieni di incognite. Migliaia di persone – almeno 500 mila secondo le prime stime – si sono riversate per le strade di Washington D.C. Altre migliaia hanno manifestato in decine di città americane – la folla più numerosa a BostonNew York, Chicago e Los Angeles – e in molte capitali del mondo: SidneyBerlino, Londra, Parigi, Cape Town, Nairobi; in Italia RomaMilano e Firenze. La “Women’s March on Washington” è stata, alla fine, qualcosa di più di una semplice espressione di protesta verso il nuovo presidente. E’ stato un modo per contarsi, per far sapere alla Casa Bianca e alla politica che una buona parte di questo Paese – la maggioranza – non approva e non accetta il corso che stanno prendendo le cose.
Washington è apparsa bloccata già al mattino presto. La metropolitana non ha retto all’impatto della folla arrivata un po’ da tutti gli Stati Uniti: dalla Florida e dall’Alaska, dalla California e dal Tennessee, dalle Hawaii e dal Texas; anche dal Messico e dal Canada. Diverse fermate della metro sono state chiuse; in migliaia hanno camminato, per chilometri, nelle strade attorno al Campidoglio, al Washington Monument, al National Mall e alla Casa Bianca. Il concentramento della manifestazione doveva essere all’incrocio tra Independence Avenue e la Third Street, ma ben presto ogni riferimento è saltato e la folla si è allargata a macchia d’olio per tutto il centro, cantando, ballando, urlando slogan.
Molti, donne e uomini, indossavano il pussy hat, berretto rosa simbolo dei diritti delle donne. Quasi tutti innalzavano cartelli con un’incredibile varietà di slogan e sigle. Tra questi: “Il mio corpo. La Mia scelta. Il mio Paese”. “Love is Power”. “Non mi faccio afferrare per la vagina”. “Combatti come una ragazza”. “La mia volontà è più forte del tuo odio”. “Trump, ti sopravviveremo”. “Attenzione agli uomini che fanno di se stessi un monumento”. “Siamo più forti della paura”.”Bullo. Razzista. Ignorante. Egomaniaco. Misogino. Pallone gonfiato. Trump non è il mio presidente”. “La sanità è un diritto, non un privilegio”. “Un’America grande non è razzista, sessista, xenofobica”. “Rispetto. Dignità. Giustizia per tutti”. “Putin ha vinto. L’America ha perso”.
L’idea della manifestazione è partita da un’avvocatessa in pensione delle Hawaii, ma è presto diventata qualcosa di più vasto e complesso. Se il tema dei diritti riproduttivi e delle donne è rimasto il cuore della protesta – Trump ha detto di essere personalmente contrario all’aborto e in campagna elettorale ha chiesto di abolire la Roe v Wade, in modo che l’interruzione di gravidanza torni di competenza degli Stati -, la marcia delle donne ha finito per allargarsi a tante sigle, gruppi, settori della società e della politica americana. Hanno sfilato gruppi ambientalisti, anti-razzisti, omosessuali e transgender, i sindacati, le associazioni che si battono per la riforma giudiziaria, contro la povertà, per l’istruzione pubblica, per la libertà di stampa. Soprattutto, hanno sfilato migliaia di persone senza sigle e senza un passato o un presente di militanza politica: famiglie, scolaresche, migranti, coppie omosessuali, neri, ispanici, uomini e donne che hanno mostrato la propria cartella sanitaria e chiesto che la loro assistanza sanitaria non venga cancellata.
Sul palco, prima della partenza del corteo, si sono succeduti una serie di speaker. Ha parlato Michael Moore, che ha chiesto ai manifestanti di “telefonare al Congresso ogni giorno. Ogni giorno. Ed ecco il numero: 202-225-3121”, ha scandito, con la folla che ripeteva i numeri. Moore, riprendendo una frase del discorso dell’Inaugurazione di Trump, ha detto: “Noi siamo qui per mettere fine alla carneficina di Trump”. Hanno parlato attrici come Scarlett Johansson (che si è lanciata in una difesa appassionata di Planned Parenthood, l’associazione che difende i diritti riproduttivi delle donne) e Ashley Judd, che ha intonato una sorta di rap che ha infiammato la folla: “Percepisco Hitler tra queste strade. Dei baffi scambiati per un toupé, un nazista rinominato… ma io non sono così nasty, cattiva, come il razzismo, la supremazia bianca, la misoginia, l’ignoranza”. Nasty è stato l’epiteto lanciato da Donald Trump contro Hillary Clinton durante un dibattito televisivo.
I network collegati in diretta hanno invece tagliato il collegamento con Madonna, che si è lanciata in volgarità dopo aver affermato: “E’ l’inizio della nostra storia: la rivoluzione parte da qui. Noi non abbiamo paura”.
Hanno parlato politici come la senatrice della California Kamala Harris, che ha detto: “Siamo in un momento fondamentale della nostra storia, come quando i miei genitori si incontrarono a Berkeley negli anni Sessanta”. Ha parlato una femminista come Gloria Steinem, che ha raccontato di aver parlato con chi ha marciato a Berlino: “Ci hanno mandato un messaggio: i muri non sono mai una buona cosa”, aggiungendo poi: “Trump dice di essere a favore del popolo… Io ho conosciuto il popolo e tu, presidente, non fai parte di loro”. Ha parlato anche una senatrice dell’Illinois, Tammy Duckworth, che ha perso entrambe la gambe in Iraq. “Non ho versato il mio sangue per questo Paese, non ho dato parti del mio corpo perché la Costituzione venga fatta a pezzi”.
Alla fine la folla è stata così numerosa, così difficile da controllare nel suo snodarsi, che il corteo si è rotto in tanti rivoli diversi attorno a Constitution Avenue. In molti si sono comunque diretti verso la Casa Bianca. Altri hanno riempito caffè, alberghi, si sono seduti sui marciapiedi, nei parchi, guardando il fiume di persone sfilare e continuando a urlare slogan e a cantare. E’ sembrato, alla fine, come se la rabbia e lo sdegno accumulati da una parte considente d’America verso il presidente eletto siano improvvisamente esplosi in una sorta di grido collettivo e liberatorio. Tra l’altro, proprio nelle ore in cui la gente sfilava, Trump prendeva le sue prime decisioni: in particolare, un ordine esecutivo che mira a “sollevare le agenzie federali del peso dell’Obamacare”.
In migliaia gli hanno dunque risposto che questa politica non è gradita. Mentre su Washington scendeva la sera, mentre si concludeva il secondo giorno di presidenza di Donald Trump, una cosa è risultata chiara. Siamo soltanto all’inizio di quattro anni tra i più duri e combattivi della storia americana.

HYBRIS

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Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio
Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio

Hybris in terra

DI PANAGIOTIS GRIGORIOU
greekcrisis.fr
L’inverno e la neve permettono alla stampa greca di non parlare dei negoziati (per modo di dire) in corso sulla soluzione del dilemma di Cipro, al cui tavolo non siede la Grecia, ma la UE, ed il “mediatore” è un ultrà dell’elite euro-fanatica globalizzatrice. Intanto, l’economista no-euro Lapavitsas pubblica l’ennesimo dettagliato piano che spiega come un’uscita dall’euro sia possibile ed esistano tutte le esperienze e le conoscenze necessarie. Ma l’hybris dei governanti non conosce redenzione e nel dibattito pubblico, i politici fantasticano di improbabili “Grexit di velluto”.
[NDT: DEFINIZIONE DI HYBRIS: DA WIKIPEDIA Hybris (ˈhyːbris, in greco antico: ὕβϱις, Ýbris) è un topos (tema ricorrente) della tragedia greca (…) letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”. Si riferisce in generale a un’azione ingiusta o empia avvenuta nel passato, che produce conseguenze negative su persone ed eventi del presente. È un antefatto che vale come causa a monte che condurrà alla catastrofe della tragedia.]
L’inverno insiste, l’hybris, l’arroganza domina. Ad Atene, la mattina del giorno 11 gennaio gli abitanti sono stati anche sollevati dal ritorno di semplice pioggia … in questo mondo così complicato. Questa settimana difficile, mio cugino Kostas, il vicino di casa Christos, l’amico Leonida, tutti parlavano in modo molto specifico, della loro impotenza, così comune, di fronte all’ormai leggendaria impossibilità di riscaldare gli appartamenti, nel paese di Efesto e di Prometeo.


Atene sotto la neve. 10 Gennaio 2017 (foto stampa greca)
Atene sotto la neve. 10 Gennaio 2017 (foto stampa greca)

Essendo divenuti un’oasi di calore, ben riscaldata va detto, i caffè sono pieni di gente, l’atmosfera … è tanto di stagione. In un bistrot del centro, frequentato dai nostri vecchi, l’alcol e la crisi hanno finito per creare una certa familiarità, un cocktail esplosivo … che porta alcuni avventori alla lotta. “Basta ragazzi, qui non è un caffè, è un vero e proprio circo, solo che io sono il capo, quindi basta stronzate o vi butto nella neve” intervento del padrone, devo dire efficace.

Quotidianità continuamente masticata, situazionismo sobrio, quello degli umani. Quelli vulnerabili, così come quelli coraggiosi ed energici, si impegnano in un vagabondaggio spirituale e fisico, camminando per le strade con loro amarezza tenuta al guinzaglio, come anche nei caffè. E quanto agli altri, idioti finalizzati, occupano le loro posizioni come previsto … fino al prossimo ribaltone, quello del loro “governo”.

La neve cadeva, e noi vediamo il mondo attraverso le finestre dei bar. All’esterno, i nostri instancabili animali adespoti si fermano giusto il tempo di una fotografia, ultimo strato di epidermide a protezione di un mondo ormai finito, in questi tempi ondivaghi, in cui regnano le mostruosità, e gli artifici più prodigiosi. E comunque siamo lucidi, alla fine, quindi speriamo! 


Nel vecchio pub. Atene, gennaio 2017
Nel vecchio pub. Atene, gennaio 2017

Vista dal di fuori, dal bistrot. Atene, gennaio 2017
Vista dal di fuori, dal bistrot. Atene, gennaio 2017

animale adespota fotografato. Atene, gennaio 2017
animale adespota fotografato. Atene, gennaio 2017

Il maltempo è tempestivo. I media si concentrano più sui fiocchi effimeri, che sulla presunta soluzione che va assumendo il problema di Cipro (si vedano i miei precedenti articoli su questo blog), impotenti e paralizzati (una volta ancora), ci aspettiamo i “risultati” delle “trattative” che continueranno il Giovedi 12 gennaio a Ginevra.[ndt: l’articolo è dell’11/1]

Il “socialdemocratico” lussemburghese Jean-Claude Juncker – che ha guidato per 18 anni il paradiso fiscale dove, tra l’altro, ha sede Clearstream – oggi Presidente della Commissione europea, rappresenterà in quella sede la cosiddetta Unione. Il metodo è noto: nella cosiddetta “UE” “Non ci può essere alcuna scelta democratica che vada contro i trattati europei” (Jean-Claude Juncker, “Le Figaro”, 2015/01/28).

Come ha scritto in modo più ampio il mio amico storico, politologo e scrittore Olivier Delorme, ma purtroppo il suo pensiero si applica al menu … ben preparato anche per “la soluzione a Cipro” attualmente, “l’Ue, fin dall’origine e come voleva Monnet, non poteva essere immaginata se non come un sottoinsieme dell’integrazione euro-atlantica (…) “. 

Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio
Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio

Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio
Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio

Neve sulle isole greche (Creta). Stampa greca, il 10 Gennaio
Neve sulle isole greche (Creta). Stampa greca, il 10 Gennaio

Queste “trattative” … “made in Victoria Nuland”, arrivano proprio in questi giorni, durante il periodo della neve su Atene e sulle isole greche, e sono paragonabili a “questa stessa grande tradizione di Monnet, e dell’Unione europea “che circonda se stessa” con uno spreco di precauzioni al fine di proteggere la riservatezza delle riunioni segrete e mantenere la gente nell’ignoranza più a lungo possibile. Poi, una volta completato il pacchetto, la casta politica locale sarà impegnata nel compito di imporlo in ogni paese – sotto la spinta dell’emergenza, a di colpi pressioni e minacce (…) “, Olivier Delorme,” 30 buoni motivi per uscire Europe “(H & O Editions, Francia 2017).

Come ha detto la sera del 11 gennaio 2017 il norvegese inviato delle Nazioni Unite Espen Barth Eide, “Non c’è bisogno di lasciare Ginevra con la data precisa di un referendum” (stampa greca il 11 gennaio). Il pacchetto di Cipro è pronto, e la casta politica locale, a partire dal Presidente cipriota Anastasiadis le cui dipendenze etiliche ed euroatlantiche sono note (il che ricorda, mutatis mutandis, il funesto precedente di Boris Eltsin in Russia) sarà impegnata nel compito di imporre a Cipro … la propria dissoluzione. Una prima assoluta.

Quello di cui i giornali greci (e non solo) evitano sempre di parlare nella loro puntuale cronaca è che, in questo caso, come in altri casi analoghi, il norvegese inviato delle Nazioni Unite Espen Barth Eide non è una figura politica neutrale, nella migliore delle ipotesi, né, nella peggiore, incompetente, ma un agente attivo della casta di globalisti europei. Nel 1994, egli gestì la campagna del Movimento ‘europei per la Norvegia’(un’organizzazione ombrello, associata ai movimenti in favore dell’integrazione al totalitarismo-europeista) a favore del ‘sì ‘al referendum sull’adesione del suo paese verso l’Unione europea. 


Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio
Neve sulle isole greche. Stampa greca 10 gennaio

Un senzatetto su una spiaggia vicino ad Atene. Stampa greca il giorno 10 Gennaio
Un senzatetto su una spiaggia vicino ad Atene. Stampa greca il giorno 10 Gennaio
Atene sotto la neve. Il 10 gennaio, (foto stampa greca)
Atene sotto la neve. Il 10 gennaio, (foto stampa greca)

Il 52,4% dei voti norvegesi andò al ‘no’, espressione di sentimenti profondamente anti-UE … il che ha fatto cambiare alcuni … piani. Tranne che gli epigoni postmoderna di Vidkun Quisling che trovano comunque il modo di … mettere a profitto come lui … l’invasione tedesca (europeista e atlantista) prendendo il potere attraverso un colpo di stato senza sostegno popolare o istituzionale, restano di gran lunga … i dipendenti migliori e più versatili. Non dimentichiamolo, l’Unione europea, come la globalizzazione, incarna il colpo di Stato permanente.

Se insisto sul caso-cipriota … e crudeltà a parte, è perché colpisce tutti noi, sì, tutti i cittadini dei paesi (ancora) parte della cosiddetta UE. Perchè la nostra inqualificabile classe metapolitica, imbevuto e accecato dal suo attivismo ordo-liberale, europeista e atlantista, finirà per dilapidare le ultime risorse del patrimonio delle persone a favore dei GO (Globalizzatori Oligarchi). Il caso greco e poi anche, a suo modo, quello cipriota, sono le espressioni estreme di ciò che accade quando i principali partiti politici, il magma dei media, e il terrario universitario (eurotrofico ed euròtropo) etc diventano i principali strumenti di neutralizzazione oligarchica della (già debole) democrazia nel 21 ° secolo … degno erede dei due precedenti.

La neve cade ancora in Grecia, la Tessaglia occidentale è paralizzata, alcune isole dell’Egeo subiscono significative interruzioni di corrente, tre persone sono morte nel paese e anche i migranti a Lesbo ci sono andati vicini. Una nave della Marina è arrivata sul posto per aiutarli, alcuni sono stati trasferiti in alberghi, giusto per ricordare che queste persone sono anche corpi … ed anime. Nel frattempo, alcuni dipendenti comunali si sono … dimenticati di aprire i locali riscaldati, destinati a salvare la vita dei nostri senza tetto … l’inverno sta anche nelle teste! 


Atene, 10 gennaio durante la nevicata
Atene, 10 gennaio
Peloponneso nevoso barca a vela. Al 10 gennaio 2017
Peloponneso nevoso barca a vela. Al 10 gennaio 2017


In questo contesto, il freddo persiste … e il progressivo affondamento diviene più chiaro. Non senza ragione, Kostas Lapavitsas, economista ed ex deputato SYRIZA che ha lasciato la nave pirata della sinistra greca, ritorna a parlare (sul suo blog) delle modalità di uscita dalla zona euro, presentando anche un piano realistico per metterla in atto, in diverse tappe. Il suo articolo è intitolato “Il paese in un vicolo cieco.”

“Ancora una volta il dibattito sull’uscita dalla zona euro, non si svolge solo tra le classi più povere, dove, a dire il vero, non è mai cessato, ma sembra apparire anche nei circoli dei potenti. Alcuni esponenti del potere in Grecia hanno cominciato a rendersi conto che il percorso obbligato di decadenza al quale hanno costretto il paese avrà un impatto negativo, anche sui loro stessi interessi. Sembra si stia aprendo un dibattito sulla cosiddetta “Grexit di velluto”.

“Allora, desidero precisare che era stato subito chiaro che questa cosiddetta ‘Grexit di velluto’ o ‘uscita prudente’ come l’avevamo già definita nel 2010, una volta realizzata, non sarebbe stata nell’interesse né del popolo né del paese. Tale uscita presuppone, infatti, una continuazione delle politiche della Troika da parte delle forze politiche del paese, senza alcuna riduzione del debito reale e lascia l’impatto della svalutazione solo sulle classi lavoratrici. La cosiddetta ‘Grexit di velluto’ è la scelta degli strati dominanti che, dopo aver smontato il paese con gli assurdi tentativi di “salvataggio’, cercano di trovare una via d’uscita che permetta loro di mantenere privilegi e potere.”


Stampa Greca, 2016
Stampa Greca, 2016

“Voglio anche dire che nel corso degli ultimi sette anni, e in particolare dopo l’affaristico governo Tsipras, è stato dimostrato che c’è un’altra versione dei … possibili sviluppi, che potremmo chiamare ‘Grexit caotico’. Sarebbe una Grexit realizzata sotto la pressione di avvenimenti economici e sociali disastrosi così da perdere il controllo della situazione, in cui, tramite alcune mosse tattiche, i politici cercherebbero di aggrapparsi ai rimasugli del potere. Questo potrebbe essere lo scenario peggiore.

“La Grecia ha bisogno di un Grexit ordinato e progressista. Questo piano e la sua preparazione richiederanno la rottura con i creditori e nei confronti dell’UE, e ciò avverrà in vista del recupero della sovranità popolare e nazionale. Un Grexit che rimetterà in moto l’economia greca, cambiando l’equilibrio sociale a favore dei più bisognosi, ripristinando la dignità nazionale nel paese. Questa uscita è perfettamente possibile, ma può essere raggiunta solo se le classi popolari rivestiranno un ruolo di primo piano”.

“Il programma economico al centro di tale Grexit è noto. Esso comprende il blocco dei pagamenti sul debito pubblico, e l’inizio di trattative per una successiva soluzione. Esso comprende anche il recupero diretto della sovranità monetaria, sotto il controllo pubblico, e la nazionalizzazione delle banche, per creare una politica di stimolo della domanda attraverso gli investimenti pubblici e la riduzione delle imposte. Su questa base, il paese sarà in grado di adottare una politica agricola e industriale a medio termine per la riorganizzazione della sua economia. Il programma si basa su azioni che sono state sperimentate in altri paesi. Ma ci vuole un minimo di preparazione e di aggregazione sociale.” 


La Grecia,Poros, 2016
La Grecia,Poros, 2016

Nel 2016 è arrivata la fine delle illusioni. All’interno dei memoranda (cioè della politica della troika) non ci sarà nessun ‘programma parallelo’ di Alexis Tsipras né alcuna ‘riforma parallela’ di Kyriakos Mitsotakis (capo della destra). Sotto la Troika c’è solo la inesorabile realtà di Wolfgang Schäuble. Ma in questo momento, vi è anche la fine di un’intera epoca della globalizzazione, l’elezione Trump, la Brexit, il totale fallimento dell’euro e la disintegrazione dell’Unione europea. Per sopravvivere in mezzo alla tettonica della geopolitica, il nostro paese ha bisogno con assoluta urgenza un cambiamento di politica nel suo complesso. Dobbiamo anche liberarci da uomini politici chiaramente insufficienti, quelli che hanno portato a questo punto morto, compresa la direzione di SYRIZA.”

Mi ricordo quando Kostas Lapavitsas ed io, intervenimmo nel quadro di una conferenza a Roma, organizzata da Alberto Bagnai sui … problemi generati dall’euro. Era il 2013! Un’altra era? Tuttavia, in modo più deciso di quanto faccia Kostas (come fa, ad esempio, il mio amico Olivier Delorme), preferisco parlare di uscita radicale e definitiva dalla disastrosa UE.

Altrimenti, l’inverno non passerà, e l’hybris dominerà ancora a lungo. Ad Atene, in questo gennaio decisivo, gli abitanti (compresi gli animali adespoti) sono stati sollevati dal ritorno alla semplice pioggia … in questo mondo così complicato, in attesa della rimozione di tutta la nostra classe politica … sulla faccia della terra. Che però ci mette del tempo, a morire. Fine del mondo. 


Le persone (compresi gli animali) sollevati dal ritorno della pioggia. Atene, gennaio 2017
Le persone (compresi gli animali) sollevati dal ritorno della pioggia. Atene, gennaio 2017

Panagiotis Grigoriou
Fonte: www.greekcrisis.fr/
Link: http://www.greekcrisis.fr/2017/01/Fr0573.html#deb
11.01.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANZ