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mercoledì 18 ottobre 2017

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Il caso Weinstein: le ricattate, il ricattatore e il Fica Power

DI MASSIMO FINI
 ilfattoquotidiano.it 
Quante volte ci ho provato con una ragazza o una donna nella mia vita? Infinite. Quante volte sono andato ‘in bianco’? Moltissime. Quante volte mi è riuscito il colpo? Parecchie. Devo per questo essere considerato un molestatore sessuale seriale? Quante volte ho chiesto a un amico: “senti, mi presenteresti quella ragazza, che mi piace?”. Deve, per questo, costui essere bollato come una sorta di prosseneta, un Lele Mora in miniatura?
Alla radice della questione delle molestie sessuali –tralasciando per il momento il ‘caso Weinstein’ dove centrale è la questione del potere- c’è il fatto che, per ragioni biologiche e antropologiche, poi diventate culturali, è all’uomo che, in linea di massima, spetta l’iniziativa. Perché checché se ne pensi, e lui stesso si vanti, l’uomo non è sempre pronto per il sesso. Nemmeno la donna lo è, ma la sua scarsa predisposizione ha effetti meno drastici della defaillance del maschio che rende tecnicamente impossibile la penetrazione. L’uomo è cacciatore proprio perché non sempre ha il colpo in canna. Ecco perché tocca a lui aprire la partita mentre il compito di lei è di farsi inseguire . C’è perciò sempre un momento in cui lui deve fare necessariamente un atto intrusivo nella sfera personale e latus sensu sessuale di lei: una carezza sui capelli (che, come pensano giustamente i musulmani, non sono affatto innocenti dal punto di vista erotico) tentare di attrarla a sé, cercare di strapparle un bacio. Se ha equivocato sulla disponibilità di lei si beccherà un diniego. Peraltro un tempo le donne, se non volevano starci, sapevano benissimo come fartelo capire. Il linguaggio sessuale, erotico, amoroso ha i suoi codici, anche abbastanza precisi, ma rientrano nell’inespresso, nel non detto, fanno appello alla sensibilità di ciascuno, non possono appartenere all’esplicito e ancor meno al giuridico. Quando ero ragazzo se nel ballo (“il ballo del mattone” come cantava Rita Pavone) lei ti metteva un braccio sul petto voleva dire che era meglio lasciar perdere, se ti poggiava la mano sulla spalla era un segno neutro, se ti metteva le braccia al collo e si lasciava stringere non le dispiacevi, il che non significava ancora nulla se non che eri autorizzato a fare la mossa successiva. A complicare le cose c’è poi l’eterna ambiguità della donna, che è ciò che ci attrae in lei ed è, insieme, l’origine della nostra difficoltà a comprenderla, sia nella schermaglia erotica che in ogni altro campo (peraltro una che si offra spudoratamente, come accade a volte oggi a differenza di un recente ieri, fa cadere ogni libido perché elimina il grande gioco della seduzione). Perché i suoi primi no possono essere di pura parata e nascondere un sostanziale . Una certa insistenza è quindi comprensibile. Insomma capire fino a che punto ci si può spingere è una questione di reciproca sensibilità. Allo stesso modo i  possono capovolgersi improvvisamente in un no. Come è stato nel caso di Mike Tyson e Popi Saracino, entrambi condannati a vari anni di galera perché lei, all’ultimo momento, si era negata.
E veniamo al caso di Harvey Weinstein, importante produttore di Hollywood. Il suo è un caso tipico di abuso di potere, ma una donna maggiorenne, adulta, sa, o dovrebbe sapere, cosa fa quando concede i propri favori sessuali, magari controvoglia, in cambio di promesse, mantenute o no, di carriera: si prostituisce. Non ci sarebbero corruttori, nel sesso come in politica, se non ci fosse chi è disposto a farsi corrompere. E qui si innesta un’altra questione, che è generale e va ben oltre lo strampalato e apparentemente dorato mondo di Hollywood: quella che nel mio Di(zion)ario erotico ho chiamato –e spero che i lettori mi passino la crudezza del termine- il Fica Power. Com’è fuori discussione che ci sono uomini di potere che ne abusano per portarsi a letto delle belle ragazze sostanzialmente, anche se subdolamente, ricattandole, è altrettanto fuori discussione che ci sono parecchie donne che utilizzano il proprio sesso per avere scorciatoie di carriera, all’interno delle aziende e altrove. Invece di indignarsi quando si parla di Fica Power le femministe o comunque i tanti teorici delle pari opportunità dovrebbero prestare a questo aspetto qualche attenzione, perché questo atteggiamento lede innanzitutto i diritti e le aspettative di quelle donne che sul posto di lavoro si comportano con correttezza. E’ la mortificazione della tanto decantata meritocrazia. Ma questo non si può dire. E’ tabù. Viene considerata un’intollerabile offesa all’immagine della donna che è ridiventata, come nell’Ottocento ma per motivi diversi, un essere angelicato, depurato di ogni bruttura morale. Si batte quindi sempre e solo il tasto del potere di ricatto maschile sul luogo di lavoro. Che c’è, naturalmente, ma è più limitato, se non altro perché può essere esercitato solo dall’alto in basso ed è verificabile, mentre il Fica Power è diretto a tutto campo e praticamente indimostrabile.
Inoltre se è vero che l’uomo di potere può facilmente usarlo per ricattare è anche vero che può essere altrettanto facilmente ricattabile e fare la fine dell’incolpevole Strauss-Khan. Un banchiere americano ha confessato che piuttosto che salire in ascensore con una donna sola (in cento piani può accadere di tutto) preferisce aspettare il giro successivo.
L’alternativa è la verbalizzazione. Possibilmente scritta e certificata. Negli Stati Uniti circolano moduli in cui i due mettono nero su bianco la loro intenzione di fare sesso e la donna, a scanso di equivoci, dichiara anche fino a che punto è disposta a spingersi.
Se andiamo avanti di questo passo i rapporti fra i sessi, già difficili in una società solo in apparenza libera, in realtà sessuofobica, puritana, sempre più simile al matriarcato americano, diventeranno impossibili. Se bisogna verbalizzare, certificare, sottoscrivere, beh allora è meglio soddisfarsi da soli dietro una siepe.
Massimo Fini
Fonte:

GLOBALIZZAZIONE=POVERTA'

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La Globalizzazione è Povertà

DI RAUL ILARGI MEIJER

I banchieri centrali non hanno mai fatto tanti danni all’economia mondiale quanti ne hanno fatti  in questi ultimi dieci anni. Possiamo anche dire che finora non hanno mai avuto tanto potere per farlo. Se i loro predecessori avessero avuto questo potere … chissà? Comunque, l’economia globale non è mai stata più interconnessa come lo è oggi, soprattutto per effetto dell’avanzamento del globalismo, del neoliberalismo e forse anche della tecnologia.
Ironia della sorte, tutti e tre questi fattori vengono continuamente magnificati come forze del bene. Ma gli standard di vita per molti milioni di persone in Occidente sono scesi – o sono pieni di incertezze – mentre milioni di cinesi ora hanno un livello di vita migliore. Alle persone in occidente hanno detto di guardare a questo come ad uno sviluppo positivo; dopo tutto, permette di comprare prodotti che costano meno di quelli che produrrebbero le industrie nazionali.
Ma insieme al loro posto di lavoro nella produzione, è sparito anche tutto il loro way of life, il loro modello di vita. O, piuttosto, si è nascosto dietro un velo di debiti, tanto da non poter credibilmente negare che circa tre quarti degli americani hanno difficoltà a pagare le bollette. Cosa che sicuramente non succedeva dagli anni ’50 e ’60. In Europa occidentale questo è un po’ meno evidente, o forse è solo in ritardo, ma con il globalismo e il neoliberalismo, che sono ancora le religioni economiche dominanti, non ci sarà via d’uscita.
Che è successo? Beh, NOI non facciamo più le cose. Ecco tutto. Dobbiamo comprare da altri tutte le cose che ci servono. Sempre di più, e di conseguenza non abbiamo nemmeno le competenze per fare altre cose. Siamo diventati dipendenti per la nostra sopravvivenza, da nazioni che stanno dall’altra parte del pianeta. Dipendenti da nazioni che sono interessate solo a venderci le loro cose, se le possiamo pagare. Nazioni che vedono le richieste di salario interno salire e che – dovranno – farci pagare i loro prodotti a prezzi sempre più alti.
E  NOI non avremo altra scelta che pagare. Ma possiamo pagare solo con quello che possiamo prendere in prestito. Come nazioni, come imprese e come individui. Dobbiamo prendere in prestito perché, come nazioni, come società e come individui NOI non facciamo più le cose. È un circolo vizioso con cui la globalizzazione ci ha benedetto. E da cui – ci viene detto – potremo uscire solo se riusciremo a crescere ancora. Cosa che non possiamo fare, perché NOI non facciamo nulla.
Quindi ci affidiamo ai banchieri centrali per gestire la crisi. Perché ci viene detto che LORO sanno come gestirla. Non lo sanno. Ma fingono di saperlo.Però a leggere bene tra le righe, ammettono la loro ignoranza. A Janet Yellen, poche settimane fa, le è scappato di dire che non ha idea del motivo per cui l’inflazione è debole. Mario Draghi ha detto più o meno la stessa cosa. Perché non lo sanno? Perché conoscono solo i modelli attuali, che non vanno più bene, perché non si adattano. E i modelli sono tutti quelli che hanno.
Nel settore bancario centrale i modelli economici sono più importanti del buon senso. La Fed ha almeno un migliaio di Dottorati PhDs sotto contratto. Ma la Yellen, il loro capo, continua a sostenere che “forse” sono sbagliati i modelli che dicono che se cresce l’inflazione aumentano i salari. Non hanno idea del perché i salari non crescano. Perché i modelli dicono che invece dovrebbero crescre. Perché LORO hanno tutti un lavoro – i 1000 dottoroni ben pagati. E questo è tutto quello che hanno da dire. Dicono che il fatto che i salari non aumentano è un mistero.
Io dico che quelli per cui questo è un mistero non sono le persone giuste per fare il lavoro che fanno. Se si esportano milioni di posti di lavoro in Asia, si sposta anche il potere negoziale dei lavoratori e li si spingere a fare dei lavori di merda e senza nessun benefit, e allora c’è solo un risultato possibile. E questo risultato non include né inflazione, né crescita dei salari. L’unico risultato possibile, invece, è una erosione continua delle economie.
Il mantra globalista afferma che riempiremo lo spazio che perdono le nostre economie offrendo  posti di lavoro migliori, nel settore dei servizi e nel settore della conoscenza. Ma la realtà non segue il mantra. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro non sono sicuramente “migliori”. E mentre aspettiamo di vedere questi posti di lavoro migliori, salutiamo i clienti di Wal-Mart, vediamo che i robot cominciano a prendersi cura di quel poco che ci rimane della nostra capacità produttiva e i servizi pronta consegna eliminano dagli scaffali anche quello che restava nei nostri magazzini di mattoni e di calce. Sì, questo significa che stiamo perdendo anche i lavori “di minor qualità”.
Nel frattempo, i cinesi che ora fanno i nostri vecchi lavori, sono stati capaci di farli grazie ad una folle quantità di inquinamento prodotto. E come se non fosse abbastanza, recentemente, solo per mantenere in vita il loro nuovo magico paradiso produttivo, sono stati costretti a prendere in prestito tanto quanto abbiamo preso in prestito noi – a livello statale, a livello di governo locale e ora anche a livello individuale.
In Cina, le funzioni del credito sono come gli oppiacei in America. Milioni di persone che non erano mai entrate in contatto con le cose – e avrebbero continuato a viver bene anche se non ci fossero mai entrate in contatto – ora sono state agganciate. Ma sono stati agganciati anche i governi locali, che hanno creato un sistema bancario ombra che minaccerà presto Pechino, ma per i cittadini, questo, è un fenomeno relativamente nuovo.
E si vede gente che dice cose come: “se non compri un appartamento oggi, non te lo potrai mai più permettere” oppure … ” una persona senza un appartamento non ha futuro a Shenzhen”. Sappiamo tutti che è sbagliato, ma i cinesi sono gente che ha visto solo che i prezzi dei beni salgono e che non ha mai pensato che esistono delle città fantasma e che ha pochi altri modi per parcheggiare i soldi che si guadagna, grazie al lavoro importato dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Pensano, senza avere mai dubbi, che i loro salari continueranno a crescere, proprio come il “valore” degli appartamenti. E’ gente che non ha mai visto i prezzi scendere. Ma se NOI dobbiamo prendere soldi in prestito per permetterci di comprare i prodotti che (i cinesi) fanno per ripagare i soldi che hanno preso in prestito per comprare i loro appartamenti, … allora siamo tutti in difficoltà, siamo tutti in mezzo ai guai.
E allora è la stessa globalizzazione ad essere in difficoltà. I beneficiari assoluti, i proprietari della globalizzazione saranno in mezzo ai guai. Anche se lo saranno non prima di essersi pappati la maggior parte dei frutti del nostro lavoro. Che cosa ci farete poi, con tutti i vostri miliardi quando il tipo di società che avevate conosciuto quando siete cresciuti, saranno state sradicate dal processo stesso che vi ha permesso di fare quei miliardi? Da qualche parte però, quei miliardi dovranno andare! 
Se quei 1000 dottoroni vogliono studiare un nuovo modello, potrebbero cominciare da qui.
La globalizzazione provoca molti problemi. Il fatto che il lavoro scompaia dalle società – in modo che i cittadini di queste società possano però acquistare gli stessi prodotti per pochi centesimi di meno, se vengono in Cina – è un grande problema. Ma il problema principale della globalizzazione è quello finanziario: i soldi svaniscono continuamente dalle società, che devono indebitarsi sempre più per non regredire. La globalizzazione, come qualsiasi tipo di centralizzazione, fa questo: chiede soldi lontano, li chiede alle “periferie”.
Il modello di Wal-Mart, McDonald’s, Starbucks ha già portato via lavoro, negozi e soldi incalcolabili dalle nostre società, ma non abbiamo ancora visto nulla. L’avvento di Internet farà prendere gli steroidi a quel modello, ma perché bisogna lasciare che un gruppo di capitalisti- avventurieri di Silicon Valley gestisca certi affari, come Uber o Airbnb, anche nel posto in cui viviamo noi, quando noi potemmo farlo benissimo e utilizzare i profitti di questi affari per migliorare la nostra comunità, invece di lasciarla diventare più povera?
Vedo che nel Regno Unito, Jeremy Corbyn, ci aveva già pensato, e aveva fatto bene. La Gran Bretagna può diventare la prima grande vittima del lato oscuro della centralizzazione e, dopo essere uscita dall’organizzazione che l’appoggia – l’Unione europea – l’idea di Corbyn di creare una cooperativa locale per sostituire Uber è proprio il modo di pensare di cui avrà bisogno. Ma perché devi accentrare tanti soldi e tanta capacità produttiva e poi lasciare tutto nel posto in cui si vive? Non si riuscirà mai a correre abbastanza velocemente, e non si deve farlo.
Questo è il succo del dibattito sulla centralizzazione dell’Impero Romano. Anche se i Romani non spingevano mai le loro periferie a smettere di produrre i beni essenziali, però chiedevano di versare a Roma una parte. Il loro problema era che, verso la fine dell’Impero, la quota-parte che richiedevano – con la forza – divenne sempre più grande. Fino a che le periferie non si ribellarono – anche loro con forza -.
Il club delle Banche Centrali del mondo presto avrà delle nuove leadership. La Yellen potrebbe andar via, così come Kuroda in Giappone e Zhou in Cina; la BCE e Mario Draghi – della Goldman – cambieranno un po’ più tardi. Ma non c’è nessun segnale che le religioni economiche a cui aderiscono tutti, saranno sostituite,  così si andrà avanti con la centralizzazione, e se non dovesse funzionare, imporranno ancora più centralizzazione.
Come finiranno i giochi in questo processo è dolorosamente ovvio già dall’inizio. La centralizzazione alimenta forze centrali, siano esse governative, militari o commerciali, pagate con i frutti del lavoro delle popolazioni locali, delle periferie. Questo è un processo che, sempre ed inevitabilmente, andrà a sbattere contro un muro, perché sono troppi i frutti di quel lavoro che vengono tolti. Troppo è il peso di quei frutti che continuano a scorrere verso il centro, sia verso la Silicon Valley, sia verso Wall Street o sia verso Roma Antica. Non c’è nessuna differenza.
Ci sono cose che si possono tranquillamente centralizzare (come le trattative di pace), ma non si possono centralizzare beni essenziali come il cibo, la cassa, i trasporti, l’acqua, l’abbigliamento. Hanno un costo troppo alto a livello locale per essere centralizzati. Oppure tutti e ovunque finiremo per romperci l’osso del collo solo per sopravvivere.
E’ molto facile, forse perché nessuno ci fa caso.

RAUL ILARGI MEIJER
16.10.2017
Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione Bosque Primario

16 ANNI DI VIOLENZA ANALE DAL SUO SACERDOTE

Ceprano, violentato da un prete per sedici anni

Ceprano, succube di un prete per sedici anni. In tribunale la testimonianza della madre della vittima
Ieri in aula a Frosinone la mamma del giovane ha raccontato i continui disagi e come il figlio sarebbe stato plagiato da Don Gianni Bekiaris.
Aveva soltanto otto anni quando don Gianni Bekiaris, un prete  di 55 anni, avrebbe cominciato a molestarlo sessualmente. A dieci anni, subito dopo la sua prima comunione, il primo stupro a cui ne erano seguiti tanti altri. Per tanto tempo la vittima della violenza sessuale, oggi 32enne, avrebbe riferito ai magistrati di  essere stata completamente plagiata da quel parroco che operava nella chiesa di San Rocco a Ceprano.

I disagi nell’integrazione sociale

La storia della violenza sessuale è venuta fuori quando il ragazzo che aveva grossi disagi interiori aveva chiesto aiuto agli operatori di un consultorio. Soltanto allora i genitori avevano appreso quello che aveva vissuto per anni il figlio. A seguito di quella confessione era scattata la denuncia ed il conseguente rinvio a giudizio nei confronti di don Gianni Bekiaris accusato di   aver provocato nel ragazzo danni fisici e psicologici permanenti.

La testimonianza della mamma

Ieri mattina, nel processo che si è tenuto a porte chiuse, sul banco dei testimoni è salita la madre della vittima. La donna avrebbe confermato in aula quanto già dichiarato dal figlio parlando del suo primo stupro, quando a soli dieci anni e subito dopo aver ricevuto il sacramento della comunione, con la scusa di organizzare una gita con tutti i bambini, aveva  abusato del figlio in un  albergo dell’Abruzzo.

Il quadro in regalo con la dedica

La donna ha poi ricordato di quando il prete portò in regalo al ragazzino un quadro raffigurante proprio quell’hotel dove era avvenuta la violenza sessuale. Dietro il quadro addirittura una dedica che ricordava i bei momenti trascorsi insieme. Dopo quel il figlio aveva cominciato a dare segni di grande sofferenza interiore. Sofferenza che si era acuita, quando il parroco, che aveva subìto un processo canonico, era stato condannato a risarcirlo. A detta della testimone, quel denaro che il  figlio   aveva percepito dall’imputato in varie trance, lo aveva fatto sentire ancora più .

A novembre il prete potrà difendersi

Nella prossima udienza fissata per la prima decade di novembre verrà ascoltato un altro prete che avrebbe aiutato il ragazzo nel suo percorso di riabilitazione interiore ed il vescovo che avrebbe saputo delle responsabilità del prete.  Il giovane, che si è costituito parte civile è assistito dall’avvocato Carla Corsetti, mentre l’imputato è rappresentato da Vincenzo Pizzutelli. Quest’ultimo ha tenuto a sottolineare che quello riferito dalla donna in aula è soltanto quanto le ha detto il figlio. Ma lei non ha mai saputo nulla nè visto mai nulla riguardo alla violenza, dunque si tratta di una testimonianza  poco  credibile.

26 anni senza sapere

Com’è possibile che per ben ventisei anni non si sia mai accorta di queste violenze sessuali nei  confronti del figlio? Eppure   – ha continuato il legale –  vivevano sotto lo stesso  tetto.  Il legale è convinto di poter smontare tutte le accuse nei confronti del suo assistito il quale, ha  dichiarato, confida molto nella  giustizia  terrena
http://www.frosinonetoday.it/cronaca/Ceprano-abusi-sessuali-prete-Don-Gianni-Bekiaris.html

CRISTOFORO COLOMBO FECE UNA COSA STUPENDA: CREPARE!

L’attenzione per gli indigeni «oscura» il Columbus Day – avvenire.it

foto – Un manifesto che invita a un raduno per contestare il Columbus Day
avvenire.it – Stati Uniti. L’attenzione per gli indigeni «oscura» il Columbus Day. Sempre più città celebrano, invece della festa di Colombo, l’«Indigenous Peoples’ Day». La comunità italo-americana è scontenta, ma cresce la sensibilità per la sorte dei popoli nativi  – mariangela mistretta
Negli Stati Uniti si fa sempre più controverso il significato da attribuire al giorno dedicato a Cristoforo Colombo e alla scoperta dell’America: il Columbus Day, che si celebra il secondo lunedì di ottobre, e che quest’anno è coinciso con lunedì 9.
Il navigatore italiano ebbe il merito di scoprire il nuovo continente o diede il via all’oppressione delle popolazioni indigene che la abitavano?
Il presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1937 stabilì che il giorno di Colombo diventasse una festività federale, ma negli ultimi anni un nuovo sentimento si è diffuso nel Paese che ha spostato l’attenzione sulle sofferenze inflitte ai popoli indigeni in seguito a quell’evento.
Così molte città hanno deciso di sostituire il Columbus Day con l’Indigenous Peoples’ Day, per rendere omaggio ai Nativi Americani.
L’ultima città in ordine di tempo a modificare la festività è stata Los Angeles, lo scorso 30 agosto, destinando però il 12 ottobre all’Italian Heritage Day, il giorno dell’eredità culturale italiana.
Una decisione che, tuttavia, scontenta la comunità italo americana che vede messo a repentaglio un suo fondamentale simbolo culturale: «Le celebrazioni di Colombo sono importanti per la comunità Italo americana. L’eredità del navigatore italiano fu essenziale per legittimare la nostra transizione da Italiani ad Americani.
I nostri antenati hanno vissuto fasi molto difficili in questo Paese, affrontando discriminazioni e razzismo, e Colombo rappresenta un ponte tra il vecchio e il nuovo mondo», dichiarano dalla Columbus Citizen Foundation, che ha sede a New York.
Le tribù dei Nativi Americani salutano positivamente questa nuova tendenza, pur considerandola un tardo riconoscimento della loro storia e dei loro diritti civili: «Fornire un resoconto onesto e completo della storia è una responsabilità che abbiamo come società: ricordare il nostro passato ci permette di non continuare a prendere decisioni sbagliate per il futuro».
Parte da questa premessa Shannon Keller O’Loughlin, cittadina della tribù Choctaw Nation dell’Oklahoma e direttore esecutivo dell’AAIA ( The Association on American Indian Affairs), organizzazione non-profit in difesa delle Tribù indiane e dei Nativi Americani nell’ambito dell’istruzione, della salute, dell’infanzia e dell’adolescenza, dell’ambiente, della salvaguardia del patrimonio culturale e della sovranità tribale.
Un resoconto completo dei fatti storici significherebbe integrare la scoperta dell’America con la storia della colonizzazione delle terre abitate degli indigeni, una storia di oppressione, distruzione, morte, espropriazioni, violazioni dei diritti umani.
«Il fatto che sempre più città cancellino il Columbus Day è la dimostrazione che più persone capiscono quale sia la corretta storia della scoperta dell’America – dice Shannon Keller O’Loughlin –. Che è molto più complessa di quella classica e semplicistica dell’impresa coraggiosa di un esploratore con tre caravelle.
Molte genti e culture vivevano già nell’emisfero occidentale da tempo immemore».
Anche su questi basi il City Council di Los Angeles ha approvato la mozione a fine agosto, spiegando che «non c’è alcuna volontà di modificare la storia ma di riconoscere che per secoli le popolazioni indigene sono state oppresse dai nostri antenati».
La prima città americana a introdurre la festività in onore degli Indiani d’America il 12 ottobre del 1992 fu Berkeley, in California, che quest’anno festeggia il 25° anniversario.
Poi dal 2014 ben più di 50 città hanno modificato il loro calendario.
Si sta diffondendo una nuova consapevolezza? «Lo spero, ma è difficile da dire – spiega la O’Loughlin –. La ricorrenza ci fa piacere, ma la consapevolezza della nostra storia e il riconoscimento dei diritti dei nostri popoli non si deve limitare a una celebrazione annuale. Riteniamo che sia responsabilità degli Stati Uniti sostenere la nostra sovranità, l’autodeterminazione e l’autosufficienza».
Un riconoscimento importante giunse già nel 1994 dalle Nazioni Unite quando proclamarono la ‘Giornata mondiale dei popoli indigeni’, che si festeggia il 9 agosto, mentre il 13 settembre del 2007 adottarono la Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni.
Negli Usa molti Stati introdussero nel calendario un giorno dedicato ai popoli indigeni, ma la crescente adesione al movimento contro il Columbus Day, a cui assistiamo, si spinge oltre e vede molte istituzioni schierarsi dalla parte della storia delle minoranze oppresse, e fare ammenda rispetto agli errori commessi nel passato.
Una presa di coscienza che ci riporta alle parole del Papa che in più di un’occasione ha rivolto le sue scuse ai popoli nativi d’America per gli errori commessi dalla Chiesa durante la colonizzazione del ‘nuovo continente’, facendosi portavoce della loro causa.
«Le scuse rivolte dal Papa e il suo impegno in difesa dei nostri diritti sono passi meravigliosi nella direzione del riconoscimento delle sofferenze patite – dice la O’Loughlin –.
Speriamo che si arrivi ad annullare la Dottrina della Scoperta (una serie di bolle del XV secolo che giustificavano la colonizzazione delle terre dei nativi)».
«Io credo – continua – che sempre più voci si levino a sostegno della nostra causa ed è un segnale positivo, ma allo stesso tempo assistiamo anche a una forte perdita di compassione in questo Paese per le nostre differenze come società, e alcune voci si fanno estreme e violente».
Aveva suscitato grande clamore l’anno scorso la solidarietà mostrata a Standing Rock nel North Dakota, quando in migliaia sono accorsi a sostegno delle tribù dei nativi per impedire la costruzione del Dakota Access Oil Pipeline, un oleodotto destinato ad attraversare la riserva indiana della Tribù Sioux.
«Credo che l’attivismo a cui abbiamo assistito abbia fatto luce su atti di discriminazione e razzismo che sono ancora presenti verso le tribù», dice la O’Loughlin, che aggiunge: «Oggi come oggi scusarsi significa attuare cambiamenti in quelle politiche e nelle procedure istituzionali e di governo che continuano a danneggiarci.
Per esempio non ci sono leggi che ci tutelino contro l’esportazione illegale di oggetti sacri e culturali dei nativi fuori dagli Stati Uniti. O che impediscano ai privati e alle industrie di distruggere i nostri siti sacri e di sepoltura.
A livello scolastico è vero che la storia dei Nativi Americani si insegna nelle scuole spiegando usi e costumi delle tribù – continua la O’Loughlin – ma non c’è alcun collegamento con l’intera storia dei popoli indigeni, inclusa quella attuale.
Si dovrebbe insegnare il nostro contributo significativo verso questo Paese e che questa un tempo era la nostra terra».
La conclusione è che «le nazioni tribali hanno una relazione politica speciale con gli Stati Uniti affermata nei trattati e in leggi nazionali e tribali. Questa relazione deve essere costantemente garantita e protetta tanto dalle tribù quanto dagli Stati Uniti.
Questa è la parte più importante per una reciproca relazione di fiducia». Relazione che, in qualche modo, si vuol far prevalere rispetto a quella con il grande navigatore e scopritore italiano Cristoforo Colombo.
5 milioni di italiani fuori dall'Italia. E i giovani continuano a partire

9 TRUCCHI PER GOOGLE MAPS

Google Maps, 9 comodi trucchi che pochi conoscono


Quasi tutti usano Google Mpas per gli spostamenti in auto, ma ci sono tutta una serie di funzioni nascoste che possono rendere più facili i nostri viaggi

Google Maps è un servizio quasi indispensabile al giorno d’oggi. Ci permette di spostarci attraverso città sconosciute oppure di sapere la situazione del traffico in tempo reale. E questo sul nostro smartphone o tablet. Eppure su Google Maps ci sono una serie di trucchi che non tutti conoscono.
Partiamo dalla funzione più comoda di tutte: salvare il nostro indirizzo di casa o di lavoro per le future navigazioni. Cosa c’è di più comodo di vedere come rientrare dall’ufficio senza dover reinserire ogni volta la via della nostra abitazione? Con questa funzione sapremo subito quale strada prendere per evitare il traffico, ma anche che mezzi usare per centrare le coincidenze e arrivare più velocemente a casa. Riuscire a impostare i nostri indirizzi più usati è facilissimo. Una volta lanciata l’app ci viene chiesto Aggiungi l’indirizzo di Casa o Aggiungi l’indirizzo dell’ufficio. Basta regolare queste sezioni con le relative vie e il gioco è fatto. E potremo anche attaccare degli adesivi sulla mappa per i nostri luoghi di riferimento.

Condizioni del traffico

Abbiamo parlato del traffico. Chi vive in una grande città per ogni spostamento ha il grande incubo di restare inchiodato in lunghe file. E dopo una stressante giornata di lavoro non è l’opzione più desiderabile. Per fortuna Google Maps da diverso tempo ha integrato anche una funzione che ci segnala, attraverso l’uso di colori speciali la situazione del traffico sulla strada prescelta. Verde significa scorrevole, giallo significa traffico di media intensità, mentre rosso significa lunghe attese in coda. Non tutti gli account hanno questa funzione attivata di default. Per farlo basta andare nel menu (le tre linee orizzontali) presente in alto a sinistra e qui premere sulla voce Traffico.

Limiti di velocità

Arrivare in tempo a casa non significa superare i limiti consentiti dalla Legge. Anche perché il rischio incidente o multa sono sempre dietro l’angolo. Google offre un servizio su Maps per sapere sempre il limite massimo di velocità della strada che stiamo percorrendo. Per avere questa funzione però dovremo scaricare un’app di terze parti che si chiama Velociraptor (nome esaustivo). Questa ci mostrerà il limite da rispettare e ci dirà anche quanto tempo manca a destinazione seguendo i cartelli che troveremo lungo la strada.

Misurare la distanza

Se stiamo programmando un lungo spostamento Maps può essere comodo anche per misurare la distanza complessiva tra due o più punti che toccheremo durante il nostro viaggio. Sia che questo avvenga con i mezzi o con la nostra auto privata. Per avere queste informazioni basta selezionare il percorso da un punto A ad uno B. Sulla versione Desktop è possibile farlo cliccando con il tasto destro del mouse e selezionando prima la voce “Indicazioni stradali da qui” e poi quella “indicazioni stradali a qui”. Cliccando sulla voce Aggiungi un’altra destinazione sarà possibile anche verificare la distanza tra tre punti. E così via fino ad organizzare un percorso molto complesso.

Ricevere informazioni

Google Maps non è solo un’applicazione utile per la navigazione su mappe. Il servizio di casa Google dà anche diverse informazioni sui luoghi presenti nei nostri itinerari. Come orari di apertura di parchi, monumenti o locali commerciali. Ma anche recensioni, numeri di telefono e siti internet. Ma non solo. Maps permette anche di visualizzare le informazioni per raggiungere un determinato luogo con bus, treni o altri mezzi (come la bicicletta). E in molte città l’app indica anche gli orari della metropolitana.

Opzioni di viaggio

Quando impostiamo una navigazione su Google Maps il servizio di default calcola la nostra partenza come imminente. Spesso però molti di noi controllano qualche ora prima dell’effettivo inizio del trasferimento le strade da prendere o i mezzi da usare. Le migliori scelte però sull’app possono cambiare in base all’orario. Per questo motivo se stiamo guardando un itinerario per il futuro dobbiamo cliccare sulla voce Opzioni presente sotto le due destinazioni selezionate e qui inserire la data e l’orario preciso della nostra partenza. Se per esempio usiamo i mezzi è possibile che quelli facciano orari diversi il giorno del nostro viaggio rispetto a quanto visualizzato in tempo reale dall’applicazione.

Condividere le indicazioni per la navigazione

Alle volte può capitare di dover suggerire a un amico come arrivare in un luogo. Spiegarsi a voce non è mai semplice. A questo punto la mossa migliore da compiere è quella di impostare la navigazione su Maps e poi condividere le indicazioni di navigazione con il nostro amico. Come? Semplice, basta usare l’opzione Condividi Indicazioni Stradali. Una volta impostato un tragitto basta cliccare sul menu con tre pallini verticali e scegliere la voce Condividi Indicazioni Stradali, e il gioco è fatto.

Registri di navigazione

Stiamo riguardando i chilometri fatti nell’ultimo mese per lavoro ma non ci ricordiamo bene dove siamo andati in un giorno particolare? Nessun problema, Google Maps tiene un registro dei nostri spostamenti suddivisi per data e ora. Attenzione però, di default la funzione Timeline è disattivata. Per attivarla basta andare nel menu di Google Maps (sempre le tre linee orizzontali) e quindi cliccare su Cronologia.

Mappe offline

Chiudiamo con una funzione che si dimostra tra le più utili per chi va a fare trekkingo per chi dovrà viaggiare a breve in una città stranierà. È vero ormai il roaming europeo è stato abolito ma usare sempre la connessione dati per spostarsi implica un consumo dei dati dell’abbonamento telefonico e della batteria non indifferente. Per questo è meglio scaricare la mappa di una città o di un luogo che ci interessa per visualizzarla offline. Come riuscirci? Facile, andiamo nel Menu e selezioniamo la voce Aree Offline. Qui possiamo selezionare la mappa di un posto a nostro piacimento, oppure scaricare la mappa dei luoghi più frequentati di recente (che Google ci suggerirà in base alla nostra cronologia).