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mercoledì 26 aprile 2017

A GRANDE RICHIESTA L'ARTICOLO DI VALENTINI SU TOMTOMROCK

http://www.tomtomrock.it/review/recensione-the-jesus-and-mary-chain-damage-and-joy/

IL MONDO E' DELLE MULTINAZIONALI E DELLA CHIESA

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Multinazionale del Petrolio chiede i danni all’Italia

DI SOPHIE CHAPELLE

Una multinazionale del petrolio chiede danni all’Italia perché protegge i litorali

E’ la volta dell’ Italia ad essere trascinata in tribunale da una multinazionale del petrolio.
 [1].
La Rockhopper ha ottenuto nel 2015 le autorizzazioni per sfruttare un deposito sottomarino, situato nel mare Adriatico ad una decina di chilometri al largo della costa abruzzese.  Si stima che il deposito contenga 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni di m3 di gas. Dopo che la concessione è stata negata nel mese di febbraio 2016, a seguito del divieto approvato dal Parlamento italiano, ora la Rockhopper sostiene che quella decisione viola il Trattato della Carta europea dell’Energia firmata nel 1998, che recita  “fornire una piattaforma per investimenti stabili nel settore energetico”.  [2]  La multinazionale ha detto che deferirà l’Italia a un tribunale di arbitrato internazionale per aver subito un  “grave danno economico” sulla base dei potenziali utili futuri e non sulla base degli investimenti già effettuati.[3].
Questo tipo di richiesta risarcimento richiesto dalle multinazionali si sta moltiplicando, in particolare nei settori del petrolio, del gas e delle materie minerarie, dove si sta cercando di inquadrare una legislazione ambientale che tuteli l’ambiente e i lavoratori. In Europa, il gigante energetico svedese Vattenfall  sta chiedendo più di 3,7 miliardi di euro alla Germania, a titolo di compensazione per la sua decisione di abbandonare l’energia nucleare.
Anche la società canadese Lone Pine Resources   ha chiesto $ 250 milioni di dollari al Canada, in seguito al blocco imposto alle ricerche con il crack – idraulico, dal Quebec nella Valle del San Lawrence. La società civile è preoccupata che il Ceta, l’accordo di libero scambio tra  Canada e Unione Europea, appoggiato in Francia  da François Hollande, possa, nei prossimi anni, provocare nuove citazioni in giudizio a causa delle norme ambientali .
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IL PARADOSSO DI CONDORCET

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Il paradosso di Condorcet apre le porte dell’Eliseo a Marine Le Pen

DI FEDERICO DEZZANI
Il giorno successivo al primo turno delle presidenziali francesi, mercati finanziari, grandi media ed istituzioni europee hanno brindato: il “rottamatore” Emmanuel Macron, uscito vincente dal primo turno, avrebbe già ipotecato l’Eliseo, blindando così euro ed Unione Europea. Si tratta di un bluff, perché l’accesso al secondo turno di Macron ha aumentato, anziché diminuire, le probabilità di vittoria del FN: come scoprì già nel Settecento il matematico Nicolas de Condorcet, i ballottaggi sortiscono esiti sorprendenti in base ai differenti abbinamenti dei candidati. Se un ipotetico duello tra Marine Le Pen e François Fillon avrebbe ridotto al lumicino le speranze di vittoria dei populisti, l’emergere del “centrista” Macron ha paradossalmente creato il contesto migliore per la vittoria della Le Pen: per il FN è possibile conquistare il 51-52% delle preferenze.

Se l’establishment dimentica gli insegnamenti del marchese Condorcet…

Il 23 aprile le urne francesi hanno parlato, decretando il nome dei due contendenti che si sfideranno il 7 maggio per conquistare l’Eliseo: sarà un duello tra il “rottamatore”, centrista, europeista ed ex-banchiere Rothschild, Emmanuel Macron, e la “populista”, sovranista, anti-euro e presidentessa del Front National (fino alle dimissioni del 25 aprile) Marine Le Pen. I due hanno conquistato rispettivamente il 24% ed il 21% delle preferenze, seguiti dai Repubblicani/UMP di François Fillon (20%), dal populista di sinistra Jean-Luc Mélenchon(19,5%) e dal socialista Benoit Hamon (6%). Il verdetto, accompagnato da un fulmineo sondaggio che assegna la vittoria finale a Emmanuel Macron con ampio margine (62% vs 38%)1, ha scatenato l’indomani l’euforia dei mercati finanziari: CAC40 +4,14%, euro in forte risalita, differenziali tra Bund e titoli periferici in netta discesa. Al brindisi del grande capitale, si sono sommati anche i complimenti delle più alte cariche europee e le rassicurazioni dei maggiori media: il buon risultato del neonato partito centrista “En marche!”, unito all’immediato appello dei partiti sconfitti per la creazione di un “front républicain” contro i populisti, avrebbe definitivamente debellato il pericolo di Marine Le Pen.
È davvero così?
È più lecito dubitarne, leggendo l’euforia dei mercati e le esultanze per la scampata minaccia populista come l’ennesima manovra con cui l’establishment euro-atlantico sta tentando di influenzare le fondamentali elezioni francesi: assegnare la vittoria a tavolino a Emmanuel Macron, quando mancano due settimane del ballottaggio, è una soltanto una variante della spietata guerra psicologica combattuta contro l’opinione francese, reduce già da due anni di strategia della tensione. I giochi in realtà non solo sono aperti, ma lasciano anche presagire che una vittoria di Marine Le Pen sia più concreta che mai,paradossalmente proprio grazie all’affermazione del “centrista” Macron. È il ragionamento che circa tre mesi fa, immaginando un ballottaggio Le Pen-Macron, adducemmo per pronosticare il successo del Front National: concretizzatosi lo scenario di base, è giunto il momento di sviluppare a fondo l’analisi, passando dalla teoria alla pratica, dalla logica alla matematica.
Già, la matematica: una scienza da maneggiare con cura, perché severa ed implacabile. Talvolta anche oscura e sorprendente. Tremendamente reale, considerando che non è confinata alle speculazioni di qualche mente sognatrice, ma ha un impatto in ogni aspetto della vita quotidiana: in tutti i campi, compresa la politica ed i ballottaggi.
Fu proprio il matematico francese Nicolas de Caritat, marchese di Condorcet (1743-1794), tra i primi ad applicare la scienza dei numeri alle votazioni, evidenziandone gli effetti talvolta spiazzanti: il celebre paradosso di Condorcet afferma infatti che nelle votazioni a maggioranza che avvengono in due o più fasi (il ballottaggio), l’ordine con cui avviene la votazione non è neutrale, bensì influenza a sua volta l’esito finale del voto, contribuendo alla vittoria di questo o quel candidato, in virtù della non transitività delle relazioni di preferenza. L’approfondimento teorico non ci interessa e passeremo direttamente alla pratica, calando il paradosso di Condorcet nelle presidenziali francesi e dimostrando come aiuterà Marine Le Pen a conquistare l’Eliseo.
Supponiamo che l’establishment euro-atlantico, anziché tirare la volata all’ex-Rothschild Macron ed accanirsi a colpi di inchieste mediatico-giudiziarie contro François Fillon, avesse lasciato che gli eventi si svolgessero secondo natura: quasi certamente, il ballottaggio del 7 maggio vedrebbe oggi una sfida tra il candidato dei Repubblicani/UMP e Marine Le Pen. Il primo sarebbe stato “preferito” dal centro-destra, dal centro e dai socialisti, lasciando alla seconda solo le preferenze dei populisti di destra e di una fetta di quelli di sinistra: la sconfitta del Front National sarebbe quasi certa, perché le forze anti-sistema non sono ancora la maggioranza assoluta in Francia.
L’establishment euro-atlantico, diffidando delle simpatie filo-russe di Fillon e volendo insediare a tutti i costi un proprio uomo all’Eliseo, ha però “pasticciato” con la campagna elettorale, adoperandosi per un ballottaggio Macron-Le Pen: a questo punto, il primo sarà “preferito” da tutto il centro e dai socialisti, verso la seconda andranno però non solo le preferenze dei populisti di destra, ma anche di buona parte dell’elettorato di centro-destra e di qualche populista “rosso”. Se Marine Le Pen avrebbe quasi certamente perso contro Fillon, al contrario ha buone probabilità di conquistare l’Eliseo contro Macron, nonostante le forze anti-sistema siano sempre lontane dalla maggioranza assoluta: ecco il paradosso di Condorcet dispiegato nella realtà.
L’ordine delle votazioni è decisivo nelle votazioni in due o più fasi, a causa della non transitività delle relazioni di preferenza: per l’elettore di centro-destra, Fillon è meglio di Le Pen perché conservatore, moderato e pro-euro, Fillon è anche meglio di Macron per le stesse ragioni, ma Le Pen è meglio di Macron benché sia conservatrice, non moderata ed anti-euro! Nell’insieme “Fillon, Macron, Le Pen” è impossibile creare una relazione transitiva per cui se è Macron è preferito a Fillon e Fillon è preferito a Le Pen, allora Macron è preferito a Le Pen.
Compiamo ora il passo successivo, vedendo come il paradosso di Condorcet agirà nel concreto: come base di partenza utilizziamo i dati del 23 aprile, ipotizzando che, in linea con le elezioni presidenziali del 2002 che videro affrontarsi Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen, l’affluenza cali di diversi punti percentuali, passando dal 77% al 70%.
Il nostro assunto è che il “fronte repubblicano” invocato da repubblicani e socialisti a favore di Emmanuel Macron, non regga: la disoccupazione record, la stagnazione economica, la ribellione all’establishment, la crisi d’identità della Francia, l’emergenza migratoria e l’insofferenza verso Bruxelles, prenderanno sopravvento sulle indicazioni dei partiti, inducendo la maggior parte degli elettori a votare secondo coscienza. Procediamo quindi “spalmando” i voti del primo turno sui due candidati del ballottaggio: le percentuali con cui ripartiamo le preferenze sono naturalmente discrezionali, benché “ancorate” alla realtà.
Supponiamo nello specifico che il 75% dei voti dei Repubblicani/UMP vada a Marine Len, e solo il 25% converga verso Emmanuel Macron, ex-ministro dell’economia sotto la presidenza Hollande. Nel caso dei voti conquistati dal populista rosso Jean-Luc Mélenchon, voti cui è già partita la caccia da parte del Front National, ipotizziamo la seguente ripartizione: un 20% di elettori, attirati dalla retorica anti-establishment ed anti-liberista, voterà FN, un 40% per Macron, ed il restante si disperderà in astensione. Tutti i voti del socialista Hamon confluiranno verso il candidato centrista ed i restanti partiti si divideranno tra Front National, “En Marche!” e non voto, in base alla loro natura conservatrice/progressista/populista: in particolare, ipotizziamo che la formazione sovranista “Debout la France” di Nicolas Dupont-Aignan raccolga l’invito del FN a formare una coalizione di “patrioti”2.
Esito finale?
Il Front National vincerebbe col 51-52% delle preferenze.
Asserire che sarà questo l’esito del ballottaggio sarebbe azzardato, ma l’analisi è indispensabile per capire che, contrariamente alla percezione alimentata da media, mercati finanziari e tecnocrati di Bruxelles, la partita del 7 maggio è apertissima, proprio grazie all’intervento in gamba tesa dell’establishment euro-atlantico sulla campagna elettorale: affossando François Fillon per insediare insediare all’Eliseo il proprio pupillo Macron, l’oligarchia ha creato il contesto migliore per una vittoria di Marine Le Pen. Un duello Fillon-Le Pen si sarebbe quasi certamente concluso con la sconfitta del Front National: grazie al paradosso di Condorcet ed agli spazi che si sono aperti a destra e sull’ala sinistra del populismo, Marine Le Pen può invece riuscire nella storica impresa di conquistare l’Eliseo, sconfiggendo lo scialbo candidato della banca Rothschild. Sarebbe la tremenda nemesi contro quei poteri che stuprano con sempre maggiore frequenza le democrazie occidentali.

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link:  http://federicodezzani.altervista.org/il-paradosso-di-condorcet-apre-le-porte-delleliseo-a-marine-le-pen/
25.04.2017

1https://www.bloomberg.com/politics/articles/2017-04-23/macron-seen-defeating-le-pen-62-38-in-french-runoff-poll-says
2http://www.bfmtv.com/politique/marine-le-pen-lance-un-appel-a-nicolas-dupont-aignan-1150181.html

LA FAME UCCIDE MILIONI DI YEMENITI

A cry for help: Millions facing famine in Yemen | Yemen News | Al Jazeera

aljazeera.com – A cry for help: Millions facing famine in Yemen.
The UN has warned that 17 million Yemenis will be in famine unless the world sends urgent humanitarian help.
Antonio Guterres, the UN chief, issued a call to action on Tuesday at the aid conference held in Geneva where donor countries pledged almost $1.1bn.
But UN says the amount is half of what is needed to combat what it is calling “the world’s largest hunger crisis”.
More than two million children are acutely malnourished in Yemen. Aid workers say almost half a million of them are suffering from severe acute malnutrition which is a life-threatening condition.
Guterres said that on average, one child under the age of five dies of preventable causes every 10 minutes.
“This means 50 children in Yemen will die during today’s conference – and all those deaths could have been prevented,” he said.
Nearly two-thirds of Yemen’s population need emergency support, the UN says [EPA]
“Our financial situation is bad,” said Fatema Ali Yahya, mother of a malnourished child.
“Only sometimes we get enough money to buy food. If any of my seven children fall ill, I can’t take them to the hospital because we do not have money for medication.”
Yemen was already one of the poorest countries in the region, and the ongoing conflict between the government forces and Houthi fighters has made matters worse.
“As a result for the war, my husband isn’t working any more,” said Um Salem, resident of Yemen’s Hodeida.
“He can’t go to sea for fishing. All men are jobless. We are suffering from a shortage of food.”
Elderly suffer too
Malnutrition is affecting all vulnerable parts of the Yemeni society, including the disabled and the elderly.
“It’s been a year and a half since we’re facing difficulties to get enough food for ourselves and our families. We are getting a little bit of food just to survive and sometimes we just stay hungry,” said Taha al-Nahari, a malnourished Hodeidah resident.
People are also dying of preventable diseases because health services, which used to provide diagnosis and treatment, have collapsed in most parts.
Speaking to Al Jazeera from Sanaa, Shabia Mantoo, a spokesperson for the UN’s refugee agency UNHCR, said there will be no end to the humanitarian crisis without a political solution in Yemen.
“The fault and the cause of suffering is the conflict,” she said.
“That is what is needed to be resolved in order to stop the humanitarian crisis.”
Source: Al Jazeera News
reported by : 

LOS COLECTIVOS DE VENEZUELA

Los colectivos siembran el terror en Venezuela | Internacional | EL PAÍS

internacional.elpais.com – Venezuela. Los colectivos siembran el terror en Venezuela. Las pandillas armadas del chavismo han mutado en auténticas fuerzas parapoliciales muy activas contra las protestas de opositores al Gobierno – 
Caracas – Muchos de los crímenes que han sucedido en las protestas opositoras de Venezuela son atribuidos a los colectivos, los grupos parapoliciales del chavismo. Según datos de la fiscalía, 26 personas habían muerto hasta el martes en esta oleada de protestas, que arrancó hace un mes.
Paola Ramírez presenció una salvaje intervención de motociclistasarmados contra manifestantes en un barrio de San Cristóbal, la capital del Estado andino de Táchira, minutos antes de ser asesinada a balazos. “Ella me dijo: ‘¡Mamá, están disparando los colectivos!’. Me lo dijo por teléfono, asustada”, relató su madre, Darcy Gómez.
Ramírez murió el miércoles pasado, el día que las marchas callejeras contra el Gobierno de Nicolás Maduro arreciaron, y en muchos vídeos quedó registrada su agonía. Antes habían disparado en la cabeza a Carlos Moreno Barón, de 17 años, en Caracas. Los testigos reconocieron a pandillas seguidoras del chavismo como autores.
Pocos son los militantes de los colectivos encarcelados. “Cuatro muertes ocurridas en las protestas del mes de abril son achacadas a estos grupos, pero hasta ahora no hay detenciones”, afirma Lexys Rendón, directora de la ONG Laboratorio de Paz
Por la muerte de Ramírez fue arrestado Iván Pernía, un hombre de 31 años, a quien el Gobierno vinculó en un principio con el partido político de María Corina Machado, Vente Venezuela.
“¡Quiero que se haga justicia, pero una verdadera justicia! No creo que sea él (el hombre detenido por el delito), porque ella me dijo: ‘¡Mamá, están disparando los colectivos!”, insistió Gómez en el funeral de su hija.
Hace tres años que estas bandas salieron de sus trincheras, en el barrio 23 de Enero de Caracas, para colonizar otros territorios. Sus intervenciones armadas en las protestas de la oposición coincidieron con el declive de la popularidad de Maduro.
En 2014, el vicealmirante Pedro Manuel Pérez, entonces comandante de la Infantería Marina, había advertido en varios comunicados a la ministra de Defensa, Carmen Meléndez, y al resto del alto mando militar sobre la presunta coordinación de un colectivo caraqueño con la policía venezolana para reprimir manifestaciones contra el Gobierno de Nicolás Maduro.
Su denuncia se había basado en los testimonios de un teniente y las investigaciones propias dentro de la Fuerza Armada Bolivariana (FANB) de Venezuela.
“Los colectivos mantienen no solo un control absoluto del territorio de su sector, sino que también poseen el monopolio de los recursos que el Estado entrega a las comunidades, lo cual les da un poder de influencia que le permite dominar a todos los miembros de la comunidad”, se afirma en el expediente.
Pero las acusaciones fueron desestimadas. El 5 de mayo de 2014, la ministra de Defensa ordenó el retiro del vicealmirante Pérez de la FANB y tres años después, la semana pasada, fue detenido en su casa en Caracas por agentes de la Dirección de Inteligencia Militar (DIM) por un presunto intento de derrocamiento de Maduro.
Los colectivos se autoproclaman organizaciones pacíficas y promotores de la revolución. Pero esta casta chavista ha mutado de agitadores en auténticos grupos parapoliciales.
Estos civiles armados actúan ahora de manera concertada con la policía en la represión de las manifestaciones opositoras. Rocío San Miguel, abogada de la ONG Control Ciudadano, condena que el Gobierno auspicie estas operaciones.
“Permitir, amparar, propiciar las actividades de colectivos armados es delito, y esto viene ocurriendo de manera continuada, bajo la mirada complaciente de órganos del Estado que tienen el deber legal de actuar”, afirma.

Consignas

La ferocidad de estas organizaciones es extrema. San Miguel ha identificado los patrones de conducta de los grupos parapoliciales, que, además, revelan la “permisividad” del Estado venezolano. De estas bandas destaca su capacidad para imponer el terror en las comunidades. Los hombres de los colectivos exhiben su arsenal, circulan en motocicletas y, en ocasiones, cubren sus rostros para evitar ser identificados; siempre gritan consignas a favor del chavismo.
“Actúan coordinadamente bajo mandos jerárquicos que imparten y reciben instrucciones. Usan métodos y medios violentos para atacar y dispersar manifestaciones de la oposición, vigilar comunidades, extorsionar pequeños comerciantes, agredir periodistas y líderes opositores. Se movilizan a sus anchas en la seguridad de no ser capturados y procesados legalmente por sus delitos”.

ARRIVA LA LEGGE INGROIA SUI CORROTTI: S'INIZI DAL VATICANO (HCG)

«I corrotti sono come i mafiosi», arriva la legge-Ingroia – Il Dubbio

ildubbio.news – «I corrotti sono come i mafiosi», arriva la legge-Ingroia. A sostegno dell’ex collega scende in campo anche il pm Nino Di Matteo. Legislazione speciale contro i politici ispirata dalla coppia della “trattativa Stato-Mafia” – 
I pm non vogliono far politica. Davigo meno di tutti. Eppure qualcosa che potrebbe mettere insieme espressioni della magistratura e cinquestelle sul fronte del giustizialismo comincia a muoversi.
A offrirne un esempio sono un ex pm che ha già tentato di mettere su un movimento politico, Antonio Ingroia, e una figura tuttora a pieno titolo in magistratura ma spesso indicata come candidato ideale del M5s, Nino Di Matteo.
Dopodomani presenteranno insieme, in un’aula del municipio di Palermo, la proposta di legge anticorruzione intitolata “La Torre bis”. È un tentativo di estendere a presunti corrotti e corruttori il doppio binario normativo della legislazione antimafia.
Vi si prevede di applicare ai reati contro la pubblica amministrazione ( corruzione e concussione) il “sequestro preventivo” dei beni predisposto per chi è anche solo indiziato di associazione mafiosa. Sequestro preventivo e eventuale successiva confisca possibili sia per i politici e i pubblici ufficiali che si fanno corrompere, sia per i corruttori “abituali”.
Come per chi è sospettato di mafia, le misure patrimoniali scatterebbero già nella fase delle indagini, sulla base di semplici indizi e con la sola ulteriore condizione che l’indagato abbia a disposizione beni che non si giustifichino con le sue fonti di reddito lecite.
Ciliegina sulla torta, sempre analoga al doppio binario antimafia: sul sequestro si instaura un processo parallelo a quello per corruzione, in cui al presunto malfattore si applica il meccanismo dell’inversione della prova, cioè è lui a dover dimostrare che i beni non sono frutto dell’attività illecita.
L’iniziativa di venerdì ha anche valore simbolico: due giorni dopo, domenica prossima, ricorre il 35esimo anniversario dell’assassinio di Pio La Torre, il parlamentare e sindacalista che contribuì a promuovere sia la legge sul 416 bis sia il “doppio binario” sui sequestri ai mafiosi.
Sono diversi anni che Ingroia si batte perché il Parlamento recepisca questo tipo di proposte. E infatti più che sul piano tecnico– giuridico, la “presentazione” di venerdì è rilevante dal punto di vista politico.
Ad affiancare l’ex collega dell’inchiesta sulla presunta “trattativa” sarà infatti un pm “impegnato” come Di Matteo – e con loro, ci saranno il figlio di Pio La Torre, Franco, e il docente di Economia Vincenzo Provenzano, con il giornalista del Fatto Giuseppe Lo Bianco a fare da moderatore.
È l’anteprima di una nuova “discesa in campo” di Ingroia, con la sua Azione civile, in vista delle Politiche? Interpellato dal Dubbio, l’interessato spiega: «Non penso a una proposta politica autonoma in vista delle elezioni. Credo però che alcune nostre battaglie possano essere da stimolo e anche da fattore aggregante per un nuovo polo».
Di cui dovrebbero far parte i cinquestelle? Ingroia risponde: «Io penso che il Movimento di Grillo dovrebbe cominciare a guardarsi attorno. Se non vogliono lasciarsi rinchiudere ancora in una sterile opposizione devono guardare ad altre forze con cui sarebbero possibili convergenze».
Azione civile potrebbe far par- te insomma di un fronte di sinistra attivo innanzitutto sul piano dell’elaborazione programmatica, e magari anche della proposta elettorale, con cui i grillini, secondo Ingroia, potrebbero allearsi.
È prematuro, eppure dall’iniziativa sul “ddl La Torre bis” pare intravedersi l’idea di un campo giustizialista, ultralegalitario di sinistra, in cui nella prossima campagna elettorale potrebbe trovarsi anche qualche magistrato.
Nel ricordare che la sua proposta sui sequestri ai corrotti finora non è stata veicolata in Palamento, Ingroia dice un’altra cosa interessante: «Le norme che presenteremo venerdì erano comunque state considerate in una più ampia proposta di legge da un gruppo di senatori di cui facevano parte un fuoriuscito dai cinquestelle, Francesco Campanella, altri di Sel e alcuni della minoranza Pd come Laura Puppato». Qualcosa di molto vicino all’ensemble che Ingroia vede come alleato ideale dei grillini.
In tutto questo, potrebbe mai Di Matteo, appena assegnato alla Dna, essere della partita? Ingroia in proposito non può pronunciarsi. In ogni caso sembra difficile. Eppure iniziative come quella di venerdì confermano che una magistratura su posizioni molto restrittive nel campo delle riforme processuali è attivissima. E ha testimonial autorevoli come lui.
Conferma che idee come quella del “ddl La Torre bis” costituiscono una batteria a disposizione dei cinquestelle. «La nostra proposta è una mediazione, in fondo, rispetto a ipotesi avanzate proprio dal Movimento di Grillo, più restrittive perché estese anche a reati come l’abuso d’ufficio».
Che è tutto dire. L’armata giustizialista c’è. Di Matteo potrebbe anche non farne parte in prima persona. Ma come nel caso di Davigo, offrirebbe un supporto di idee non da poco a un progetto politico che, almeno sulla giustizia, fa venire i brividi.

MORTO IL GRANDE REGISTA JONATHAN DEMME

Jonathan Demme è morto. Fu il regista de Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia


Jonathan Demme è morto. Fu il regista de Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia
Jonathan Demme è morto. Fu il regista de Il Silenzio degli Innocenti e Philadelphia
NEW YORK – Lutto nel mondo del cinema. E’ morto a 73 anni Jonathan Demme, regista diventato celebre in particolare per Il silenzio degli InnocentiPhiladelphia. Secondo Variety, Demme era affetto da un cancro all’esofago ed è morto a New York per complicazioni legate sia al tumore che al cuore.
Il regista deve appunto la sua fama soprattutto al celebre film con Jodie Foster e Anthony Hopkins, per il quale vinse il premio Oscar per la miglior regia, ma anche per avere toccato un tema come l’Aids in Philadelphia, con Tom Hanks.