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giovedì 30 dicembre 2010

VEGETARIANI: UNA SCELTA FONDAMENTALE

L'ITALIA È IL PAESE UE CON MAGGIORE PRESENZA DI NON CARNIVORI
Vegetariano un italiano su dieci
In aumento nel mondo quelli che rifiutano la carne. Sono soprattutto giovani e donne. Per alcuni scelta part-time
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DAL CORRIERE DELLA SERA

Una manifestazione pro-veg degli Animalisti Italiani (Ansa)I teenager americani lo fanno per gli animali, spinti, qualche volta, dalle crude immagini dei video di YouTube sulle stragi di polli e tacchini, vitelli e agnelli (e anche di altre specie non commestibili). Così, secondo alcune stime del governo, almeno un adolescente su duecento evita di mangiare carne. C'è chi lo fa per spirito animalista (non solo i più giovani, ma anche gli adulti, in Usa e in Europa), chi per rispetto dell'ambiente (i più informati sui temi dell'ecologia sulla scia dell'ex Beatle Paul McCartney), chi per motivi salutistici (i meno giovani che magari hanno qualche problema di colesterolo o di pressione) e intanto l'esercito dei vegetariani si ingrossa in tutto il mondo.
In Italia, secondo l'Eurispes, sono oltre quota sei milioni (circa il 10 per cento della popolazione e l'Italia, secondo le stime dell'Unione vegetariana europea, è al primo posto, seguita dalla Germania con il 9 per cento - GUARDA LA «MAPPA VERDE»), ma nel 2050 gli italiani potrebbero arrivare addirittura a 30 milioni, se anche da noi arriverà la nuova veggie generation. «La sensazione — commenta Luciana Baroni, medico all'ospedale Villa Salus di Mestre-Venezia e presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana — è che, proprio perché fanno una scelta ideologica, i più giovani sono più spesso vegani, escludono cioè dalla loro dieta anche uova e latte. Pensano al benessere globale degli animali e ritengono che il solo non mangiar carne non elimini completamente le loro sofferenze ». Perché i vegetariani non sono tutti uguali: i «classici» non mangiano né carne né pesce, ma accettano latte e uova, i vegani invece escludono anche questi ultimi (e spesso evitano anche tutti gli altri prodotti di origine animale, come pelli o cuoio), mentre i più oltranzisti (come i crudisti o i fruttisti) ammettono soltanto particolari categorie di cibi (rispettivamente solo vegetali crudi o solo frutta e semi).

Ecco il loro identikit: più spesso donne, con un livello di istruzione medio-alto che vivono (in Italia) prevalentemente al Nord o al Centro. «Il crescente interesse per il vegetarianesimo — aggiunge Luciana Baroni — è favorito anche dal fatto che quell'aura di paura nei confronti di queste abitudini alimentari si è piano piano dissolta alla luce delle evidenze scientifiche e in realtà non esiste nessun pericolo concreto nell'abbracciare questo tipo di alimentazione». Non tutti la pensano così, soprattutto quando si parla di adolescenti. «Certo, i giovani vegetariani sono in aumento — conferma Andrea Ghiselli, ricercatore all'Inran, l'Istituto italiano per la ricerca e la nutrizione, ed esperto di un forum sulla nutrizione del Corriere Online — e sono soprattutto ragazze che spesso lo fanno per moda. Ma devono fare attenzione: i maschi in particolare rischiano carenze soprattutto di calcio, le femmine di ferro. Se la dieta è vegetariana ma include prodotti animali ed è variata non ci sono particolari pericoli. Ma un vegano non può fare di testa sua: se decide di esserlo è bene che pianifichi la sua dieta con un nutrizionista». Le linee guida dell'American Dietetic Association dicono che le diete vegetariane e vegane sono appropriate per tutti i periodi della vita, comprese l'infanzia e l'adolescenza, a patto che siano well balanced e che eventuali deficit di vitamina B12, cui vanno incontro soprattutto i vegani, siano prevenuti con supplementi vitaminici. E il numero di febbraio della rivista Women's Health Source della Mayo Clinic, uno dei più famosi ospedali americani che ha sede a Rochester, è rivolto alle donne ed è dedicato ai consigli per pianificare una corretta dieta vegetariana Anche Michele Carruba, direttore del Centro studi e ricerche sull'obesità all'Università di Milano, avverte che quanto più il vegetarianesimo è spinto tanto più richiede conoscenza degli alimenti e aggiunge: «L'importante è mescolare e combinare i cibi il più possibile».

Gli esperti francesi dell'Istituto della nutrizione, per voce del vicepresidente Bernard Guy Grand, ricordano che una serie di studi epidemiologici dimostrano come i vegetariani siano meno soggetti a ipertensioni arteriosa e a problemi cardiaci e abbiano minori rischi di obesità e di diabete di tipo 2. Ecco giustificata la scelta saluti sta, ma in Francia, come in Italia, sta prendendo sempre più piede la motivazione di tipo ecologista quando si decide di seguire la strada verde a tavola, mentre è decisamente in calo, rispetto agli anni passati, quella di tipo filosofico-religioso. «La scelta vegetariana di tipo religioso oggi è legata soprattutto alla presenza di immigrati — commenta Carruba, che è anche presidente della società del Comune di Milano responsabile della ristorazione scolastica — e nelle scuole di Milano teniamo conto delle richieste in questo senso. Per contro si sta facendo strada il concetto di un'alimentazione ecosostenibile, che si svilupperà anche con l'Expo: un'alimentazione troppo sbilanciata sul consumo di carne animale provoca danni ambientali sia per quanto riguarda la deforestazione, sia per quanto riguarda l'inquinamento. Questo però non significa diventare tutti vegetariani ». Qualcuno, soprattutto in America, ha già scelto la strada del vegetarianesimo part-time: si chiamano flexitarian, la loro Bibbia è il libro Flexitarian Diet della dietista Dawn Jackson Blatner, il precetto: mangiare carne o pesce non più di due volte alla settimana. Il sito di riferimento: www.almostvegetarian. blogspot.com. I puristi vegetariani dialogano invece su altri siti: dall'italiano www.vegetariani.it all'inglese www.veggievision.tv, una vera e propria televisione via Internet dedicata ai vegetariani. «Internet rimane il mezzo migliore per far circolare le nostre idee— commenta Luciana Baroni —. C'è infatti ancora un po' di diffidenza nei confronti dei vegetariani. Per esempio: quando un esperto di alimentazione vegetariana viene invitato a un talk show si invoca la par condicio: ci vuole anche chi parla bene della carne». Così i seguaci della dieta verde si sono persino inventati il Veggie pride, il giorno dell'orgoglio vegetariano: l'anno scorso è stato a Roma, quest'anno per la seconda edizione del 16 maggio si mobiliterà Milano, in contemporanea con il nono Veggie pride francese a Lione.


Adriana Bazzi

I MIGLIORI CD DI ROCKISLANDS.IT

Arcade Fire – The Suburbs
Ariel Pink’s Haunted Graffiti – Before Today
Belle & Sebastian – Write About Love
Dead Weather – Sea Of Cowards
Klaxons – Surfing The Void
LCD Soundsystem – This Is Happening
The National – High Violet
No Age – Everything In Between
Vampire Weekend – Contra
The Walkmen – Lisbon

IN ATTESA DELLA NOSTRA HIT PARADE 2

E QUESTI SONO I MIGLIORI 10 PER LA RIVISTA NME:

1 These New Puritans – Hidden
2 Arcade Fire – The Suburbs
3 Beach House – Teen Dream
4 LCD Soundsystem – This Is Happening
5 Laura Marling – I Speak Because I Can
6 Foals – Total Life Forever
7 Zola Jesus – Stridulum II
8 Salem – King Night
9 Liars – Sisterworld
10 The Drums – The Drums

mercoledì 29 dicembre 2010

IN ATTESA DELLA NOSTRA HIT PARADE.....

Aspettando la hit parade, come la chiamava il grande triestino Luttazzi alla Radio negli anni settanta, vediamo un pò quali sono state le scelte degli altri. Partiamo con MOJO e ROLLING STONE le note riviste.

MOJO

1) John Grant - Queen Of Denmark - Bella Union
2) Arcade Fire - The Suburbs - Mercury anche Band Of The Year
3) MGMT - Congratulations - Columbia
4) Edwyn Collins - Losing Sleep - Heavenl
5) The Black Keys - Brothers - V2 Coop
6) Paul Weller - Wake Up The Nation - Island
7) Midlake - The Courage Of Others - Bella Union
8) Phosphorescent - Here's To Taking It Easy - Dead Oceans
9) The Coral - Butterfly House - Deltasonic
10) Doug Paisley - Constant Companion - No Quartet

Blues

Various Artists - Things About Comin' My Way - A Tribute To The Music Of The Mississippi Sheiks - Black Hen

Folk

Eliza Carthy & Norma Waterson - Gift - Topic


Electronica

Walls - Walls - Kompakt

Americana

Willie Nelson - Country Music - Decca


World Music

AfroCubism - AfroCubism - World Circuit/Nonesuch

Underground

Endless Boogie - Full House Head - No Quarter


Reissue Of The Year

Bruce Springsteen - The Promise - The Darkness On The Edge Of Town Story - Columbia


Per Jazz, Reggae Reissues
DVD Of The Year

It Might Get Loud! Sony Pictures Classic (con Jimmy Page, Jack White & The Edge)


Track Of The Year

Janelle Monae - Tightrope - Bad Boy/Atlantic (dall'album The Archandroid). watch?v=pwnefUaKCbc

ROLLING STONE

1 Kanye West – My Beautiful Dark Twisted Fantasy
2 The Black Keys – Brothers
3 Elton John and Leon Russell – The Union
4 Arcade Fire – The Suburbs
5 Jamey Johnson – The Guitar Song
6 Vampire Weekend – Contra
7 Drake – Thank Me Later
8 Robert Plant – Band of Joy
9 Eminem – Recovery
10 LCD Soundsystem – This Is Happening
11 The Dead Weather – Sea of Cowards
12 John Mellencamp – No Better Than This
13 Taylor Swift, Speak Now
14 Robyn – Body Talk
15 The National – High Violet
16 Kid Rock, Born Free
17 Beach House, Teen Dream
18 Kings of Leon, Come Around Sundown
19 M.I.A. – Maya
20 Neil Young – Le Noise
21 Big Boi – Sir Lucious Left Foot: The Son of Chico Dusty
22 Spoon – Transference
23 Elizabeth Cook – Welder
24 Maximum Balloon – Maximum Balloon
25 Superchunk – Majesty Shredding
26 Yeasayer – Odd Blood
27 Peter Wolf – Midnight Souvenirs
28 My Chemical Romance – Danger Days: The True Lives of the Fabulous Killjoys
29 The Roots – How I Got Over
30 Rick Ross – Teflon Don

COREA DEL NORD E COREA DEL SUD: AVVICINAMENTO?



South Korean President Open to Talks With North
By MARK McDONALD
Published: December 29, 2010

NEW YORK TIMES

SEOUL, South Korea — In an unexpected diplomatic overture that could lead to the resumption of negotiations with North Korea, the president of South Korea said Wednesday that he would endorse restarting the six-nation talks aimed at dismantling the North’s nuclear weapons program.

After months of tensions in which the two Koreas exchanged artillery fire and increasingly bellicose threats that seemed to push the peninsula to the brink of war, President Lee Myung-bak said that his government favored multilateral talks in 2011 “to terminate the North Korean nuclear program,” preferably by 2012.

The impoverished North has vowed to become “a strong and prosperous country” by 2012, the 100th anniversary of the birth of Kim Il-sung, North Korea’s founder. To South Korean politicians and foreign leaders, the North’s remarks about this promised transformation are vague, improbable and worrisome.

The participants in the six-nation talks are the two Koreas, China, the United States, Japan and Russia. Hosted in the past by Beijing, the talks broke down in April 2009 when the North withdrew from the process and ejected inspectors from the International Atomic Energy Agency, the United Nations nuclear watchdog.

Mr. Lee’s remarks came before a presentation by the Foreign Ministry about its goals for next year. The Unification Ministry and Defense Ministry also reported to Mr. Lee on Wednesday, during private sessions at the Blue House, the presidential office here.

An artillery exchange between the Koreas on Nov. 23 raised tensions on the peninsula to their highest level since the end of the Korean War in 1953. Shelling by the North killed two marines and two civilians on the South Korean island of Yeonpyeong, eight miles off the North Korean coast in disputed waters of the Yellow Sea.

Many South Koreans feared an outbreak of war, and a nationwide civil defense drill was conducted.

Since the attack, South Korea has also held a series of military exercises, including joint maneuvers with a United States naval force. Tensions eased when the North shrugged off the South’s live-fire artillery exercise on Yeonpyeong on Dec. 20.

Contributing to the frayed relations was North Korea’s revelation of a new and sophisticated uranium-enrichment plant that North Korean nuclear officials said was operational. They also showed visiting American scientists a light-water reactor still under construction.

Against this fractious backdrop, Gov. Bill Richardson of New Mexico, a former American ambassador to the United Nations, made an unofficial visit to Pyongyang, the North’s capital, to try to defuse the inter-Korean tensions.

North Korean officials told him that they would sell 12,000 plutonium rods to South Korea as a gesture of good faith and that they would admit United Nations monitors to the main Yongbyon nuclear complex.

It was unclear whether those offers might have prompted Mr. Lee’s overture on Wednesday.

But a senior administration official in Seoul tempered any expectations for an imminent breakthrough, saying, “North Korea has never been sincere in opening up its nuclear program to the rest of the world, including the six-party members.” The official spoke on the condition of anonymity because he was not authorized to speak publicly on nuclear issues.

If there was a tone of conciliation in Mr. Lee’s comments about new nuclear talks, there also was some tough talk on Wednesday about the government’s more muscular military stance toward North Korea.

The Defense Ministry, in a biennial white paper scheduled to be released Thursday, will officially refer to the North Korean government and military as “an enemy,” officials said. That characterization is stronger than the previous description of the North as a “direct and serious threat.”

It remains to be seen how the United States and Japan will respond to Mr. Lee’s comments about new multilateral discussions.

Officials at the Blue House emphasized Wednesday that the Lee administration had always seen the six-nation talks as the appropriate mechanism for closing down the North’s nuclear programs.

In recent months, the North, China and Russia have called for a resumption of the talks.

But the conservative Lee administration has insisted that the North Koreans change their attitude before it will consider new talks. “Concrete actions” and “sincere behavior” were phrases used by South Korean and American diplomats.

LA FAME E LA CRISI


La fame e i mezzi

DI MARTINE BULARD - LE MONDE DIPLOMATIQUE

«Per la prima volta nella storia, le persone che la sera andranno a dormire a stomaco vuoto saranno più di un miliardo.» Questa la constatazione inattesa e devastante di Robert B. Zoellick, presidente della Banca mondiale. Lo stesso Zoellick precisa poi che l'obiettivo del millennio per lo sviluppo - sradicare la fame entro il 2015 - «non sarà raggiunto (1)». Dopo il netto regresso di quest'ultimo decennio, dal 2008 la povertà e la malnutrizione sono nuovamente in rapido aumento. Secondo le previsioni degli esperti della Banca mondiale, nel solo 2010 altri 64 milioni di persone (l'equivalente dell'intera popolazione francese) andranno raggiungere la massa dei condannati alla povertà estrema. Siamo dunque costretti a rivedere immagini che credevamo relegate una volta per tutte nella soffitta dei (brutti) ricordi, come quella delle rivolte per fame in Mozambico, il 1° e il 2 settembre scorso.
Nel suo bilancio, la Conferenza delle Nazioni unite sul Commercio e lo Sviluppo (Unctad) si è ridotta a ricorrere a una formulazione eufemistica: «In molti paesi in via di sviluppo la sicurezza alimentare rimane un problema pressante (2)».
Ad accentuare questi squilibri intervengono oltre tutto i fenomeni naturali. Il violento monsone in India e le alluvioni in Pakistan hanno devastato i raccolti di riso e di tè, le cui quotazioni si sono impennate in pochi mesi di oltre un terzo. In Russia, gli incendi hanno distrutto vasti campi di grano, riducendo i raccolti e le semine, con conseguenze che vedremo alla prossima stagione.
Ma più che alla natura, i rincari attuali vanno ascritti alla speculazione: le materie prime sono il nuovo campo di gioco degli organismi preposti agli investimenti, che dispongono di enormi liquidità offerte gratuitamente (o quasi) dalle banche centrali. Dopo aver puntato sull'immobiliare, gli apprendisti stregoni della finanza si rivolgono ai prodotti di base (metalli non ferrosi) e alle produzioni agricole. Ad esempio, a metà settembre uno dei celebri hedge funds (fondi speculativi) di Londra, Armajaro, ha acquistato un quarto dello stock europeo di cacao. Pochi giorni dopo la quotazione per tonnellata ha polverizzato tutti i record. Ma lo stesso fenomeno riguarda anche il frumento, il riso, la soja...
Tra i dirigenti europei c'è chi è rimasto colpito, tanto da arrivare persino a parlare della necessità di regole: un ritornello già ascoltato dopo la crisi dei subprime, che però non ha cambiato nulla. A subirne le conseguenze sono i paesi in via di sviluppo, colpiti tanto più gravemente in quanto, su incitamento del Fondo monetario internazionale (Fmi) e della Banca mondiale, hanno abbandonato le colture locali per concentrarsi sui mercati esteri. L'Unctad è ormai costretto a riconoscere, sia pure in punta di penna, che «una di crescita sostenibile esige una maggior attenzione alla domanda interna», e lancia un appello a «rivedere il paradigma dello sviluppo trainato dall'esportazione».
Meglio tardi che mai. Peccato però che siamo ancora ai sortilegi verbali, buoni per nutrire le illusioni, non certo la popolazione del pianeta.


note:

(1) Robert B. Zoellick, ?C'est la croissance qui ?radiquera la pauvret??, Le Monde.fr, 16 settembre 2010.
(2) Questa citazione e quella successiva sono tratte da ?Trade and development report 2010?, Ginevra, 14 settembre 2010.

A PROPOSITO DI POTENTI.....


UNA RIFORMA DEL SISTEMA BANCARIO CHE NON SPAVENTA WALL STREET - LE MONDE DIPLOMATIQUE

In America, i presidenti passano, Goldman Sachs resiste

Il 15 luglio il Senato americano ha adottato quella è che stata definita «la più vasta riforma del settore finanziario mai fatta dopo la Grande depressione». La legge, più modesta rispetto al progetto iniziale, rappresenta un successo politico per Barack Obama. Di fronte a una lobby bancaria indebolita dalla crisi, il presidente ha saputo approfittare delle rivelazioni sulle pratiche poco ortodosse di Goldman Sachs.

I potenti della terra possono fare tutto.....


DI IBRAHIM WARDE*

Il giorno stesso in cui la legge bancaria «Dodd-Frank» (dal nome dei parlamentari democratici Christopher Dodd e Barney Frank) era adottata dal Senato, si è verificato un altro evento che ha rischiato offuscarne l'importanza: l'accordo fra l'agenzia che dovrebbe controllare la borsa, la Securities and Exchange Commission (Sec) e Goldman Sachs.
In cambio del pagamento di una multa 550 milioni dollari, la banca d'investimento si è liberata di una denuncia per frode relativa a un prodotto finanziario, «Abacus», che le aveva permesso di premunirsi contro la svalutazione delle obbligazioni legate al settore immobiliare nel momento in cui spingeva i suoi clienti a investire su questo mercato. Un accordo che da un lato ha ridato un certo prestigio alla Sec, a lungo criticata per la sua passività; dall'altro ha permesso a Goldman Sachs di dimostrare la sua grande abilità politica: ha riconosciuto i suoi «errori» nella commercializzazione del prodotto, ma senza rimettere in discussione l'équipe dirigente. In altre parole l'accordo permette alla banca d'affari di voltare pagina. A prima vista ingente, la multa è per Goldman Sachs l'equivalente di due sole settimane di profitti, o il 3% dei regali che ha distribuito nel 2009.
Ritocco dei conti greci Tuttavia questa attitudine a trattare con il potere - o chiaramente a infischiarsene - non deve stupire, dai primi anni Novanta tutti i grandi amministratori di Goldman Sachs hanno avuto un incarico politico di primo piano (si legga il box a pagina 5). Le strette relazioni con il mondo politico spiegano il coinvolgimento della banca nelle grandi manovre finanziarie. Questo istituto ha svolto un ruolo tanto centrale quanto ambiguo nel caso dei subprime e nel salvataggio delle banche; ha aiutato la Grecia a truccare i suoi conti, aggravando la crisi dell'euro; avrebbe inoltre, speculando sulle materie prime, provocato un aumento artificiale dei prezzi del petrolio. Al tempo stesso Goldman Sachs ha saputo ottenere, anno più anno meno, profitti considerevoli anche dopo lo scoppio della bolla che ha largamente contribuito a produrre. Questi profitti non stupivano in periodi di espansione economica, ma dopo il crollo del castello di carte e la purga che ne è seguita, questi risultati hanno finito per traumatizzare l'opinione pubblica, che a cominciato a chiedersi se Goldman Sachs non speculava sulla sventura delle (numerose) vittime dello scoppio delle bolle finanziarie.
Fondata nel 1869 da Marcus Goldman, un immigrato ebreo bavarese ben presto associatosi con il genero Samuel Sachs, l'impresa specializzata all'inizio nel mercato di «titoli commerciali» (prestiti a breve termine emessi dalle imprese), è rimasta a lungo lontana da un establishment finanziario quasi interamente wasp (white anglo-saxon protestant).
Duramente colpita dalla crisi del 1929, la banca ha avuto un vero e proprio boom dopo la seconda guerra mondiale. Nel 1956 la banca d'investimento ha svolto un ruolo fondamentale nell'introduzione in borsa del costruttore automobilistico Ford. E progressivamente ha acquisito una reputazione invidiabile, sia per la sua professionalità che per la capacità di lavoro delle sue équipe, molto unite e caratterizzate da una forte cultura d'impresa. Guidata da finanzieri all'antica come Sidney Weinberg o Gus Levy, Goldman Sachs si è imposta progressivamente nei confronti dell'establishment tradizionale, fino a fondersi completamente con quest'ultimo.
Goldman Sachs è rimasta però diversa dai suoi concorrenti. La banca è nota per essere metodica e prudente, e per non partecipare mai a operazioni «ostili». Uno dei suoi motti - «affrettarsi lentamente» - le è valso il soprannome di «tartaruga». Al contrario di alcune rivali, questa banca evita le spese eccessive. E per mostrare che il denaro non deve essere il solo motore delle sue truppe, i suoi dirigenti sono meno pagati della concorrenza. Da ciò le deriva un'immagine di relativa «frugalità». Un altro dei suoi motti «Long-term greedy» («Avida sul lungo termine»), le impone un approccio paziente nell'investimento, che implica la capacità di accettare dei sacrifici finanziari, purché questi ultimi le assicurino la fedeltà dei suo clienti. La sua cultura aziendale si esprime nei celebri «quattordici comandamenti», in cui il settimo afferma: «Da noi non c'è spazio per chi mette i propri interessi avanti a quelli dell'impresa e dei clienti». Nel club molto chiuso delle banche d'affari, i codici deontologici e il rispetto della parola data contano ancora molto (1).
Ma tutti questi bei principi sono venuti meno con la deregolamentazione finanziaria degli anni Ottanta. Il criterio principale diventa la massimizzazione dei profitti, che può essere ottenuta solo attraverso metodi dubbi: un leverage (acquisto speculativo finanziato dall'indebitamento) pericolosamente alto; mancato rispetto delle regole di condotta; innovazioni a ritmo sfrenato (2). A questo periodo risalgono i rapporti sempre più stretti con il potere (anche se il discorso ufficiale continua a celebrare la separazione fra mercato e politica), l'internazionalizzazione e la folle corsa al profitto (3).
Il giocatore che conosce tutte le carte Lentamente ma inesorabilmente la «tartaruga» diventa una «piovra» pronta a riscrivere in suo favore le regole della finanza - che diventano sempre più permissive. All'estero sono reclutati a peso d'oro consulenti presi dall'élite politico-finanziaria per aiutarla a trarre profitto da questo processo internazionale di deregolamentazioni e di privatizzazioni, in Francia ad esempio la scelta di Goldman Sachs ricade su Jacques Mayoux, ispettore delle finanze e in precedenza presidente della Société générale, direttore generale della Caisse nationale de Crédit agricole e presidente di Sacilor. A quest'ultimo succede Charles de Croisset, ispettore delle finanze, ex presidente del Crédit commerciale de France (Ccf), amministratore di Bouygues, di Renault, di Lvmh e di Thales.
Un'altra svolta importante arriva nel 1999. Goldman Sachs diventa un'impresa quotata in borsa (4). In passato società in accomandita - il cui capitale e i profitti appartenevano ai soci, responsabili con i loro beni dei rischi presi dall'impresa, nella quale erano tenuti a reinvestire gran parte dei proventi - l'impresa diventa una «società pubblica» (il cui valore «stabilito dal mercato» era di 3,6 miliardi di dollari). In questo modo i 221 partner di Goldman Sachs, proprietari del 48% del capitale, intascano in media 63 milioni di dollari ciascuno (5). Ormai è la fine della disciplina finanziaria e dell'avidità «sul lungo periodo». Nel momento della finanziarizzazione globale, il successo si giudica in base al numero di dollari generati, bilancio dopo bilancio. Così Goldman Sachs diventa la prima banca di Wall Street per profitti (13,4 miliardi di dollari nel 2009) e non fa segreto dei bonus concessi ai suoi dipendenti.
Nel casinò finanziario, la banca svolge diversi ruoli: quello di croupier che intasca una commissione su tutte le transazioni, quello di consulente che, in cambio di denaro sonante, elabora strategie e fornisce consigli utili ai suoi clienti - governi, investitori istituzionali o speculatori accaniti come gli hedge funds. I suoi analisti e i suoi economisti sono tra i più ascoltati al mondo, e le loro dichiarazioni influiscono in modo determinante sul corso degli eventi. Ma al tavolo da gioco, Goldman Sachs si presenta soprattutto come il giocatore che conosce le carte di tutti gli altri: oltre alle sue, fa anche le loro puntate! La maggior parte dei profitti dell'impresa provengono infatti dal trading su fondi propri. La banca investe i suoi capitali su tutti i mercati finanziari, in quello immobiliare e nelle società ad alto potenziale. Del resto dopo l'acquisizione della J. Aron & Company nel 1981, la banca è diventata un operatore di primo piano nel mercato delle materie prime e influenza, volutamente o meno, le condizioni economiche dei produttori e dei consumatori di tutto il mondo. Non le sfuggono gli affari collegati al mercato petrolifero né quelli connessi al riscaldamento climatico (con la miniera d'oro rappresentata dai «crediti di emissione di anidride carbonica») (6).
I conflitti di interesse sono caratteristici di questo supermercato della finanza, che offre tutta una serie di servizi e cerca continuamente di massimizzare il suo profitto. Il caso Abacus, provocato dalle mail indiscrete del trader francese Fabrice Tourre (si legga l'altro articolo in queste pagine) ne è un esempio. Goldman Sachs è stata accusata dalla Sec di aver ingannato i suoi clienti vendendo loro nel 2007 dei collateralized debt obligations (Cdo), complessi prodotti derivati collegati a crediti immobiliari a rischio (subprime), senza informarli che puntava nello stesso tempo sulla loro svalutazione.
La banca aveva liquidato il suo portafoglio di subprime, una cosa che aveva tutto il diritto di fare, ma al tempo stesso aveva nascosto ai suoi clienti di aver ricevuto dal fondo speculativo Paulson 15 milioni di dollari per effettuare questa operazione. Inoltre Henry Paulson, lui stesso speculatore, avrebbe partecipato accanto a specialisti della banca alla selezione dei crediti più suscettibili di degradarsi.
In altre parole Goldman Sachs, consapevole dell'imminenza di una crisi dei subprime, continuava a incitare i suoi clienti a puntare su un aumento del valore del settore immobiliare, mentre in associazione con un fondo speculativo puntava su una sua riduzione, con l'effetto di affrettare la caduta di questi titoli. In questa avventura gli investitori, che non dubitavano del suo doppio gioco, hanno perso più di un miliardo di dollari (7). Prima di ammettere degli «errori» e di pagare un'ingente multa, la banca ha negato definendo la denuncia «senza fondamento». Il caso della Grecia fornisce un altro esempio: l'istituto newyorchese si è fatto retribuire come consulente bancario del governo di questo paese, mentre nel frattempo speculava sul suo debito.
Tuttavia da un punto di vista legale Goldman Sachs ha forse ragione: quello che è immorale non è necessariamente illegale. Meno di venti anni fa, in occasione dello scandalo delle casse di risparmio, circa 1.500 banchieri avevano scontato delle pene detentive sulla base delle cosiddette leggi anti-racketeering, istituite in passato per combattere la mafia e il crimine organizzato. Oggi però le banche godono di uno statuto completamente diverso, di un nuovo quadro legale e ideologico. Numerose procedure (come l'assicurazione sui debiti nota con il nome di credit default swaps o Cds) sfuggono a qualsiasi disciplina. Ormai prevale il principio del caveat emptor («stia attento il compratore»). E Goldman Sachs ha continuato a ripetere che non ha fatto altro che rispondere alla richiesta dei suoi clienti, investitori esperti che devono esercitare una verifica sistematica (due diligence) sui loro acquisti. Tanto più che tutti i documenti legali contenevano avvertimenti e riserve di vario genere.
Nel mondo dell'alta finanza l'opacità è spesso il frutto di un eccesso di trasparenza. Ogni prodotto infatti è accompagnato da una documentazione di diverse centinaia di pagine spesso illeggibili, che uno dovrebbe leggere e capire - cosa che spiega perché alcuni investitori si fidano delle valutazione delle agenzie di rating, che spesso si sbagliano.
Come osserva Rama Cont, direttore del Centro di ingegneria finanziaria presso la Columbia University, evocando i rischi dei titoli emessi da Goldman Sachs e contrassegnati da una AAA (il voto migliore), «l'informazione è disponibile, ma ogni titolo subprime presenta una documentazione di 50-60 pagine e spesso molto diversa da titolo a titolo. Per analizzare ad esempio le 5.700 pagine del derivato Abacus è stato necessario mobilitare un numero elevato di persone» (8).
Dopo aver suscitato per molto tempo ammirazione, il gruppo soffre ormai di un problema di immagine. Nel bel mezzo della crisi economica mondiale, alla quale ha contribuito con gli altri giganti di Wall Street, la banca si è concessa dei bonus giudicati «osceni» e sono venuti alla luce altri scandali. Tutto ciò ha spinto a chiedersi se la traversata relativamente tranquilla della tempesta finanziaria non sia stata dovuta all'ubiquità (politica e finanziaria) dei suoi dirigenti. Ormai l'istituto è criticato da tutti, anche da chi in passato aveva beneficiato della sua generosità. Barack Obama, Gordon Brown e Angela Merkel hanno avuto parole relativamente dure nei confronti di un'impresa che un giorno potrebbe offrire loro un posto di lavoro.
Il caso Goldman Sachs ha comunque contribuito a rendere possibile la riforma del sistema finanziario degli Stati Uniti. La legge Dodd-Frank è molto chiara sui grandi principi: impedire il crollo delle grandi istituzioni finanziarie e il loro salvataggio a spese dei contribuenti, minimizzare la speculazione delle banche sui loro fondi propri, imporre più trasparenza al mercato dei prodotti derivati e, infine, proteggere i consumatori contro le pratiche predatrici e usurarie. In compenso le sue 2.300 pagine sembrano meno soddisfacenti per quanto riguarda l'applicazione concreta di questo programma. Anche se le cifre della Camera di commercio degli Stati uniti sono probabilmente esagerate, la legge Dodd-Frank comporterà la redazione da parte di dieci diverse agenzie governative di 533 nuovi regolamenti, 60 inchieste e 94 rapporti in un arco di tempo che va da tre mesi a quattro anni.
La lobby bancaria si batterà in questo campo e punta alla scomparsa progressiva del rancore dell'opinione pubblica nei confronti delle istituzioni finanziarie per ritrovare la libertà di un tempo. Anche in questo settore Goldman Sachs saprà giocare la sua partita.


note:
* Professore associato alla Fletcher School of Law and Diplomacy (Medford, Massachusetts). Autore di Propaganda impériale & guerre financière contro le terrorisme, Agone, Le Monde diplomatique, Marsiglia-Parigi, 2007.

(1) Charles D. Ellis, The Partnership: The Making of Goldman Sachs, Penguin Books, New York, 2009.

(2) Cfr. Suzanne McGee, Chasing Goldman Sachs: How the Masters of the University Melted Wall Street Down... and Why They'll Take Us to the Brink Again, Crown Business, New York, 2010.

(3) Si legga «Les assises du système bancaire ébranlées par la déréglementation», Le Monde diplomatique, gennaio, 1991.

(4) Lisa Endlich, Goldman Sachs: The Culture of Success, Simon and Schuster - Touchstone, New York, 2000.

(5) Nomi Prins, It Takes a Pillage: Behind the Bailouts, Bonuses and Backroom Deals from Washington to Wall Street, Wiley, Hoboken, 2009.

(6) Matt Taibbi, «The Great american bubble Machine», Rolling Stone, New York, 5 aprile 2010.

(7) Si legga «I francesi che fanno fortuna», Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2010.

(8) Sylvain Cypel, «Les "conflits d'intérêts" d'Abacus», Le Monde, 4 maggio 2010.
(Traduzione di A. D.R.)

ECCO CHE COSA SARA' "HABLA CON GIAN" - glvart


Sarà un blog che parlerà di cultura, arte, politica, economia, storia, musica, cinema, serie tv, ecc. E lo farà cercando di esser sempre dalla parte dei più deboli. Sempre dal lato opposto e controcorrente, comunque.

I prossimi argomenti?

Un pò di rassegna stampa, la hit parade del 2010 coi migliori cd, film, serie tv, libri eecc.dell'anno che sta per finire (sarà linkato su Facebook di Inchiesta Edizioni Dedalo e sul mio FB Gianluca Valentini e sul FB di "Senza perdere mai un giorno" Spmug), la bomba atomica e il nucleare, un pò di articoli che ho pubblicato sulla rivista INCHIESTA, dove scrivo da circa tre anni, e poi interviste, scritti di amici e di chi vuol parlare e non può.......

A presto, allora e felice e prospero 2011 a tutti (in realtà non proprio a tutti).....

il ritorno di gian luca valentini a glvart



Ho deciso di tornare e riaprire il blog perché in un momento come questo, triste e marcio, internet sembra essere un mondo ancora parzialmente incontaminato. Non ch'io creda alla totale purezza della rete, ovvio, ma almeno uno spicchio di umanità lì c'è rimasta. Lo dice sempre il mio caro amico Sandro che internet è un mondo davvero straordinario sebbene la merda circoli velocemente anche lì.
Ho deciso di tornare chè la realizzazione della puntata pilota della serie tv "Senza perdere mai un giorno" sul mondo del lavoro mi ha fatto riflettere e mi ha dato la forza di tornare a dire la mia, la nostra, di dare voce ai meno potenti, a coloro che sono fuori dalla potente schiera di eletti, a coloro che sono stati dimenticati per distrazione ovvero volutamente o, ancora, per scelta.
Vorrei da oggi che questo blog riprendesse vita, desse spazio ad altre voci oltre la mia, desse spazio a chi semplicemente ne senta o ne abbia il bisogno.

La spina nel fianco è qui nuovamente.

Chi volesse scrivere mi contatti a glv2005@libero.it

ciao
gian luca

SENZA PERDERE MAI UN GIORNO



Il mondo del lavoro è in crisi. Su questo non ci sono dubbi. Del resto, una società malata, governata da criminali distrugge posti di lavoro, distrugge la scuola, i giovani, la cultura, l'arte, l'economia. E questa nostra classe politica, corrotta fino al midollo, divora l'Italia come una preda spolpa la propria vittima.
Ho scelto questa immagine giocosa per contrasto, per ribellione, per dire basta a questa merda di mondo. Un mondo alla totale mercé dei potenti, contro il popolo, contro le persone; un mondo che ha stravolto la parola democrazia (che oggi ha solo un significato subdolo, usato per riempirsi la bocca, un senso opposto a quello che aveva dato ad essa Marx o Robespierre o lo stesso Gesù che portava in giro per il mondo il suo vero significato), che ha ucciso i valori, i pilastri. Un mondo fatto di soldi e sfruttamento, governato da magnati che schiavizzano le persone. Il lavoro? A che punto siamo? Stiamo ultimando la puntata pilota di "Senza perdere mai un giorno", la serie tv che speriamo di vedere presto in televisione. Ci hanno aiutato Margherita Hack, Enrique Balbontin, Don Andrea Gallo, Manuela Parodi, Max Malagugini, Angelo Calvisi, Francesca Faiella, Beppe Bozzano, Angelo Di Grumo, Massi Caretta e decine e decine di attori ed attrici, di tecnici, di comparse, di gente meravigliosa, insomma.
Qui si parla di lavoro, di che cosa succede a Benevento, Brancaleone (RC), La Spezia, Genova, Casale Monferrato, Trieste, Trento, ecc. In giro per l'Italia per capire che cos'è il lavoro in Italia. Con drammaticità e con ironia, con gioia e dolore.
Raccontiamolo, quindi, questo mondo.
Permetteteci di raccontarlo.

Gian Luca Valentini
Foto: Nicolò Custo (regista e fotografo di scena)

mercoledì 27 gennaio 2010

LHASA DE SELA: 27 SETT 1972 - 01 GENN 2010


Addio cara amica dai modi educati e dal sorriso gentile, addio grande amica che mi hai accompagnato nel mondo avverso, addio uccellino selvaggio, umanità assoluta, maestra di vita, speranza dei deboli. Addio luce nella notte, gioia di vita.

Ora si spengono le luci, ritorna la tua voce....per sempre.

Gian Luca

Lhasa De Sela ci ha lasciati il 1° gennaio scorso. Con lei se ne è andata una delle migliori voci degli ultimi 30 anni, una delle artiste più significative della musica moderna, una delle persone più umane di sempre. Ho intervistato Lhasa l'anno scorso e la "nostre" pagine sono state fra le più lette in assoluto della rivista.

Qui un ricordo.
Pubblicherò a breve anche l'intervista che abbiamo fatto insieme.

Adios pajarillo
hasta lluego

http://www.youtube.com/watch?v=4hTpR-TYTZ0

martedì 12 gennaio 2010

E SE SUCCEDESSE IN ITALIA?

Google Threatens Pullout From China After E-Mail Accounts Are Hacked

Google threatened to end its operations in China after it
discovered that the e-mail accounts of human rights activists
had been breached.

The company said it had detected a "highly sophisticated and
targeted attack on our corporate infrastructure originating
from China." Google says further investigation revealed that
"a primary goal of the attackers was accessing the Gmail
accounts of Chinese human rights activists." Google did not
specifically accuse the Chinese government. But the company
added that it is "no longer willing to continue censoring our
results" on its Chinese search engine, as the government
requires. Google says the decision could force it to shut
down its Chinese site and its offices in the country.

LA RISPOSTA

Chinese Internet Activists Applaud Google, See No Backdown

BEIJING (Reuters) - Google's announcement that it may quit China over censorship and hacking drew applause, warnings and bouquets from dissidents and Internet activists on Wednesday, with few seeing much chance of the wary government giving ground.

Google, the world's top search engine, said it might shut its Chinese-language google.cn website after China-based cyber attacks on dissidents using its Gmail service.

At the company's China headquarters in Beijing's university district, a dozen locals laid a bouquet of red roses and white lilies on Google's sign at the company entrance.

They praised the company, shouting some salty Beijing slang.

"We want to express outrage, but not at Google. Coming here is a type of support for Google," said IT worker Zhao Gang, 30.

"Google faces very strict and adverse conditions in China. Something we knew in our hearts is now out in the open. I believe it's a watershed moment for the Internet in China this year."

Chinese activists have long complained that China's Communist Party has tightened its grip on the Internet, stifling the spread of information and ideas in the name of public safety and morals.

Their complaints have now been echoed by the world's biggest Internet firm and by Washington, where Hillary Clinton said the Chinese government should explain the attacks.

With such volleys aimed at China, Internet control is sure to climb the pile of frictions between Washington and Beijing, joining economic disputes, arms sales to Taiwan and Tibet.

"The surprise isn't the hacking or censorship. That's everywhere here," said Liu Ning, a writer and blogger in Beijing. "The surprise is such a big company breaking the silence about all these problems ... Until now, they've kept quiet."

Yet even Chinese dissidents who welcomed Google's stance saw little chance of Beijing bowing to the renewed pressure, worried the country's 360 million Internet users could be exposed to banned news and ideas, especially challenges to one-Party rule.

"Our space for expression on the Internet has been narrowing, because government control has become increasingly detailed and pervasive. I don't see that relaxing," said Xu Youyu, a Beijing academic who has campaigned for broader human rights.

Google did not say whether it believed the Chinese government was behind the hacker attacks.

The Chinese Foreign Ministry has repeatedly denied the government sponsors hacking. Foreign experts say some of the attacks bear signs of sophisticated organization.

Several Chinese rights campaigners said their email accounts, including Gmail, had often been targeted by "phishing" attacks, deceptive emails gain access to the user's information.

"China uses a lot of tools to target dissidents, and tries to break into their private thoughts and actions," said artist Ai Weiwei, who has mobilized Internet users on a range of sensitive causes. "Most dissidents aren't all that careful" about security.

If Google shuts google.cn, the government may tighten curbs on access to the company's search engine's based overseas, which can also support Chinese-language searches, said Wang Junxiu, a businessman who has campaigned against Internet censorship.

Many ordinary Chinese, however, use the local Baidu search engine to roam the Internet, and many of the Internet companies and users may not join the uproar over censorship.

"I sent around the message to my colleagues, but they didn't care," said Ma Jie, 28, a researcher who joined the small protest at Google's Beijing office. "They thought Google is stupid, when there's so much money to be made in China."

(Editing by Benjamin Kang Lim)
DA NEW YORK TIMES DI OGGI, 13/01/2010

sabato 9 gennaio 2010

MUCHO GUSTO: BILINGUE: IL VIDEO

http://www.youtube.com/watch?v=HVdXT52IWSM
se non lo vedi click su http://www.musiczone.it/etno-folk/bilingue-en-el-medio-de-to-recensione.html

Ho girato il video dei Bilingue un'estate fa a Genova con l'aiuto del grande regista Gianfranco Miglio, autore di grandi capolavori come "Il Treno della Memoria" con Dario Fo, Franca Rame e Don Andrea Gallo e "Grrr" vincitori di numerosi festival.
I Bilingue sono un gruppo ispano-teutonico di notevole successo in Spagna, Germania, Francia ed in Italia dove hanno aperto il concerto di Tonino Carotone.

Da Piazza de Ferrari al Bar Ca Du Dria in Vico Neve, dai Giardini di Plastica a piazza Lavagna, dai Truogoli di Santa Brigida alla Sardegna a Genova con un ospite d'eccezione che compare per 2 secondi (Tonino Carotone).

Youtube accosta il video al gruppo Ojos de Brujo a ragione.

A breve uscirà il secondo cd dei Bilingue. Intanto, non perdetevi il primo cd e il nostro video, col montaggio di Susanna.

Gian Luca Valentini

Senza lavoro 22 milioni di persone in Europa



DA RAINEWS 24

La Commissione europea lancia nuovamente l'allarme occupazione tra i Ventisette, dove i disoccupati sfiorano i 22 milioni. Nel Bollettino mensile sulla situazione del lavoro in Europa senza mezzi termini si afferma che "il mercato del lavoro continua a deteriorarsi, con le societa' che continuano ad annunciare piu' riduzioni dei posti di lavoro che nuove assunzioni".

Secondo la Commissione Ue, dunque, "le prospettive per il mercato del lavoro nei prossimi mesi continuano ad essere sfavorevoli". I dati. "Nel primo trimestre di quest'anno l'occupazione ha avuto una contrazione dello 0,8%, ed uno 0,6% si e' registrato nel secondo trimestre - ricorda la Commissione -.L'andamento del mercato del lavoro continua a deteriorarsi in quasi tutti gli Stati membri, in particolare nei Paesi Baltici e in Spagna".

I piu' colpiti, dice l'esecutivo Ue, "sono i giovani (disoccupati al 19,8%) ed i migranti". In termini assoluti i disoccupati nell'Unione a luglio erano 21,8 milioni, con un aumento di 5,1 milioni (il 30%) rispetto a luglio 2008". Anche se i consumatori e le aziende sembrano essere "meno pessimisti" sulle prospettive dell'occupazione, secondo la Commissione, benche' la crisi economica si sia alleggerita nelle ultime settimane, ci si aspetta "un nuovo deterioramento del mercato del lavoro nei prossimi mesi". "I segnali negativi persistono - insiste la Commissione - e la disoccupazione continua a crescere in linea con le peggiori previsioni, con l'aumento del rischio di disoccupazione a lungo termine".

A novembre oltre 2 milioni di disoccupati

Il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto l'8,3%, il dato piu' alto da aprile 2004. Lo comunica l'Istat, ricordando che a novembre 2008 il tasso di disoccupazione si era attestato al 7,1%. Le persone in cerca di occupazione nel mese erano 2.079.000, cioe' 313.000 in piu' rispetto ad un anno prima e 30.000 in piu' rispetto ad ottobre.

L'occupazione a novembre e' diminuita di 389.000 unita' rispetto allo stesso mese del 2008 e di 44.000 rispetto ad ottobre. Lo rileva l'Istat sulla base dei dati destagionalizzati precisando che il calo tendenziale e' dell'1,7% mentre quello congiunturale e' dello 0,2%.

Rispetto a ottobre i disoccupati nell'eurozona sono aumentati di 185mila, nella Ue di 102mila. Tra novembre 2008 e novembre 2009 il tasso di disoccupazione maschile è passato dal 7,5% al 9,9% nell'eurozona; quello femminile dall'8,6% al 10%.

Torna positivo il Pil nella zona euro

Il Pil della zona dell'euro e' tornato positivo attestandosi nel terzo trimestre del 2009 a +0,4%. Lo rileva Eurostat nella sua seconda stima che conferma quella del dicembre scorso. Nel secondo trimestre il tasso di crescita era stato invece negativo, -0,1%.
Anche nell'Ue-27 il tasso e' tornato positivo attestandosi
nel terzo trimestre 2009 a +0,3% contro il -0,3% del secondo trimestre.
Su base annua, invece, il Pil della zona dell'euro ha fatto
registrare, sempre nel terzo trimestre, una caduta del 4,1%e nell'Ue-27 del 4,3%.

COPENHAGEN CLIMA II


The Copenhagen Disaccord By Mark Hertsgaard

DA THE NATION
7 GENNAIO 2010

We have entered the post-Copenhagen era of climate politics--but just what that means is still very much undecided. The summit was widely regarded as humanity's last good chance to prevent catastrophic climate change. It plainly fell short of that goal, but giving up is not an option, not for anyone who cares about preserving a livable planet for our children. Instead, we need the most unfettered, open-minded discussion possible of the terrain confronting us post-Copenhagen and how best to traverse it. Which actions and strategies make sense now? What should governments be pressed to do, and what role should activists, media and civil society play?

Unfortunate as Copenhagen's outcome was, all is not lost. Bear in mind, the goal was to reach an agreement to take effect in 2012, when key provisions of the Kyoto Protocol expire; that timetable might still be met if governments make sufficient progress at meetings this June in Germany and this December in Mexico.
One clear sign of hope was the emergence of a mass movement on behalf of climate action. Of course, this movement did not achieve all it wanted at the summit--mass movements rarely succeed right away--but its massive presence signaled to power brokers that civil society was watching and would not be satisfied with a weak agreement. Indeed, one important achievement of civil society, including the news media, at Copenhagen was that it prevented governments from spinning the summit's outcome as a success. Witness, for example, the about-face by President Obama. On the summit's closing night, he labeled the side deal he brokered with China and other large greenhouse gas emitters an "unprecedented breakthrough." A few days later, after activists and journalists had made clear the so-called Copenhagen Accord's sharp limitations, the president acknowledged in a PBS interview that people "are justified in being disappointed" about Copenhagen.
As civil society decides what to do next, it's important to recognize how much it has already accomplished. US activists have brought about a de facto moratorium on building new coal-fired power plants, notes Lester Brown of the Earth Policy Institute. Brown argues that such grassroots pressure, both here and around the world, may prove more important to halting climate change than international negotiations like Copenhagen, with their glacial pace and lowest-common-denominator results. Hundreds of local and regional governments have also implemented ambitious green energy programs ahead of federal policy. A pioneer of this effort, California Governor Arnold Schwarzenegger announced in Copenhagen the formation of the R-20 Group--twenty regions around the world that will "set high standards for cutting carbon and creating green economies, then invite others to join them," in the words of Terry Tamminen, the governor's former environment adviser. Tamminen argues that the work of the R-20, along with improvements in national government policies, will end up putting a price on carbon by 2012. That would be transformational, leading corporations, governments and citizens to shift their economic behavior in climate-friendly ways.

But there is no getting around the central role the governments of China and the United States, the two climate superpowers, play in the drama. Differences between the two appear to be the main reason for the outcome in Copenhagen, though again it is crucial to remember how far both nations moved in the lead-up to the summit. At their November Beijing meeting, Obama and Chinese President Hu Jintao broke decisively from the past by pledging for the first time that each nation would limit its future greenhouse gas emissions. Although the emissions cuts announced a few days later fell well short of what science says is necessary, the shift in direction was profound. Now the task is to get the superpowers to extend and honor their promises of better climate behavior.
In this regard, one of the most fascinating post-Copenhagen commentaries came from Mark Lynas, a British writer and activist who has written one of the essential books on climate change, Six Degrees. Lynas serves as an unpaid science adviser to the Maldives, the Indian Ocean island nation that led the fight in Copenhagen to reduce the amount of carbon dioxide in the atmosphere to 350 parts per million. Writing in the Guardian, Lynas charged that it was above all China that wrecked the summit. Lynas was in the room during the final hours of negotiations between Obama, Chinese Premier Wen Jiabao and other world leaders--talks that, he argued, could have produced an agreement that would have had environmentalists "popping champagne corks." But China repeatedly blocked progress, according to Lynas, including by demanding the removal of all specific targets for emissions reductions, even the 80 percent reductions by 2050 that the United States and other rich industrial nations were proposing for themselves.

Such accusations are "totally unjust and irresponsible," responded Yunliang Zhou, chief of the political and press office at the Chinese consulate in San Francisco. Referring to China's pledge before Copenhagen to reduce its economy's carbon intensity by 40 to 45 percent by 2020, Zhou added, "Our voluntary target has no conditions attached, nor [is] it linked to any other country's goals. Given the performance of some countries at the conference and their long failed commitments, they have no right or qualification to blame China and other developing countries." Zhou declined to address China's alleged veto of the 80 percent emissions cuts by 2050 by developed countries.
But the United States cannot easily stand in judgment of such foot-dragging. Citing domestic constraints, the Obama administration has pledged to cut US emissions by a mere 4 percent from 1990 levels by 2020, well short of the 25 to 40 percent cuts the Intergovernmental Panel on Climate Change says are required to (perhaps) limit global temperature rise to 2 degrees Celsius over pre-industrial levels. China offers its own domestic justifications: with 150 million Chinese living in poverty, economic development must be the top priority, and that for now means more fossil fuels. Some independent experts also refute Lynas's claim that China's commitment to reduce its carbon intensity is a mere PR move. "[That commitment] is a very big deal," says Mark Levine of the China Energy Group at the University of California, Berkeley, who has collaborated with China for the past twenty years to improve energy efficiency. "If other emerging economies were to do likewise, it would cut projected global emissions by 2050 in half."
One root of the US-China disagreement concerns the historical responsibility for climate change. Developing countries have long argued that it is not fair to expect them to slash their emissions when millions of their people live in poverty. After all, it is the historic emissions of rich industrial nations that caused global warming in the first place. The planet has only so much "atmospheric space"--the capacity to absorb carbon dioxide and other greenhouse gases. With global temperatures having risen 0.8 degrees Celsius above pre-industrial levels, and with another 0.6 "in the pipeline" because of the long life span of carbon dioxide, much of the atmospheric space has already been occupied.
This distribution of atmospheric space is the apparent basis of China's objection to the 80 percent target for developed countries and to a related proposal for 50 percent reductions in global emissions by 2050. "If you agree to 2C and a global 50 percent reduction and then accept [the developed countries' 80 percent reductions by 2050], it has the effect of locking in your own future emissions," says a China expert who requested anonymity for fear of jeopardizing professional relationships. "That would allow China much lower per capita emissions than those of the US and other developed countries." Lynas rejects such arguments as a recipe for disaster. "The historical responsibility argument makes sense in one way only: as an argument for adaptation financing," he wrote in an e-mail. (One of the few bright spots in the Copenhagen Accord was a pledge to mobilize $100 billion a year by 2020 to help poor countries cope with climate change, though it is unclear whether the money will materialize.) But such historical responsibility, insists Lynas, "is not an argument for others to pollute just as much....That is the logic of 'mutually assured destruction'--where human concepts of equity triumph over the necessity for planetary survival."

The world's leverage over China would doubtless increase if the other climate superpower was moving more aggressively. The Obama administration, Congressional Democrats and many mainstream environmental groups are pinning their hopes on the climate legislation that passed the House last summer and, in somewhat different form, awaits Senate action this spring. More radical environmental groups, such as Greenpeace and Friends of the Earth, have criticized the bill as woefully weak--not just on its emissions targets but because it would cancel the Environmental Protection Agency's authority to regulate greenhouse gases. Instead, the bill would rely on a cap-and-trade system, which critics complain is fatally compromised by its giveaways of the vast majority of pollution permits.

The most persuasive defense of the climate bill comes from Joe Romm, an assistant secretary of energy in the Clinton administration who blogs at ClimateProgress.org. Romm points out that the legislation's "lame" 2020 targets get much tougher after 2020 and hit 80 percent by 2050. "If you put in place a shrinking cap on emissions, that will inevitably raise the price of carbon, and that will be transformational," says Romm. He sees legislation as superior to EPA regulation, in part because he suspects that industry lawsuits would cripple EPA action, at least regarding existing power plants and other pollution sources. "I would love to keep EPA authority," Romm says, "but it makes no sense for progressives to take down this bill [on those grounds]. Once you've set up the economy-wide shrinking cap, the only thing you get from EPA authority is easy regulation of new--though not existing--coal-fired
plants. But if the climate bill passes, no one is going to build those plants anyway."

"Contrary to what we keep hearing, Obama's hands are not tied by the tragically weak cap-and-trade bills," says Kassie Siegel, senior counsel at the Center for Biological Diversity, whose report "Yes, He Can" outlines the case for unleashing the EPA. "Extremely deep emissions reductions are feasible with today's on-the-shelf technology.... Moreover, the Clean Air Act is a 'technology forcing' statute, so the EPA is supposed to do what's necessary to protect the public health, even if [that] appears impossible with current technology." As for potential lawsuits thwarting the EPA's effectiveness, Siegel replies, "Sure, industry can bring lawsuits, but that doesn't mean they will win, and there is nothing to stop them from suing over a cap and trade system either. Of course we want climate legislation too. But that legislation must build on the foundation of highly successful environmental law we already have, not roll it back."
Romm responds that canceling EPA authority is the price Republicans and wavering Democrats demand for backing climate legislation. "That's a price I'm willing to pay," he adds.

So, tough choices, tough challenges, tough timetables. As we grapple with them, we must above all reject the temptation of despair, which only warps thought and paralyzes action. The fight against climate change has reached a decisive moment. We must seize it with all our hearts.

DISOCCUPAZIONE



In Europa ci sono 22 milioni di disoccupati. Un dato che riporta ai momenti peggiori del continente malato. In America le cose vanno sempre peggio come dimostra l'articolo del New York Times dell'8 gennaio 2010 che riporto di seguito
Gian Luca Valentini

U.S. Job Losses in December Dim Hopes for Quick Upswing

Published: January 8, 2010
by Peter S. Goodman

The nation lost 85,000 jobs from the economy in December, the Labor Department reported Friday, as hopes for a vigorous recovery ran headlong into the prospect that paychecks could remain painfully scarce into next year.
“We’re still losing jobs,” said Dean Baker, co-director of the Center for Economic and Policy Research in Washington. “It’s nothing like we had in the free fall of last winter, but we’re not about to turn around. We’re still looking at a really weak economy.”

The disappointing snapshot of the job market intensified pressure on the Obama administration to show results for the $787 billion spending bill it championed last year to stimulate the economy.

At a news conference, Mr. Obama acknowledged the December data as a setback, while outlining plans to deliver $2.3 billion in tax credits to spur manufacturing jobs in clean energy.

“We have to continue to explore every avenue to accelerate the return to hiring,” the president told reporters.

Most economists assume the unemployment rate — which held steady at 10 percent in December — will worsen in coming months. The nation would then confront the highest jobless rate in a generation on the eve of November elections that will determine the balance of power in Congress.

Mark Zandi, chief economist at Moody’s Economy.com, forecasts that the unemployment rate will reach 10.8 percent by October. The so-called underemployment rate — which counts people who have given up looking for work and those who are working part time for lack of full-time positions — now sits at 17.3 percent.

Mr. Zandi argues that the economy requires an additional $125 billion jolt of stimulus spending on construction projects and aid to state and local governments — a proposal that confronts enormous political challenges.

Republicans assert the first dose of stimulus spending has been squandered on dubious projects. The Obama administration, increasingly concerned by the size of federal deficits, is loath to spend more.

Mr. Zandi argues that a failure to spend now to spur growth could leave the United States in a bigger hole.

“If we don’t do it and we slide back into recession,” he said, “that’s going to exacerbate the deficit even more.”

The December jobs report included one encouraging milestone: Data for November was revised to show the economy gained 4,000 jobs that month, compared with initial reports showing a net loss of 11,000 jobs. That was the first monthly improvement since the recession began two years ago.

But the December data failed to repeat the trend, disappointing economists, who had generally expected a decline of 10,000 jobs. The report showed continued slowing in the pace of job losses, but it also underscored that companies were reluctant to hire.

For a fifth consecutive month, temporary help services expanded, adding 47,000 positions in December. That buttressed the notion that companies required more labor, even as they held off hiring full-time workers.

“We’re going in the right direction,” said Michael T. Darda, chief economist at MKM Partners, a research and trading firm. “If we just have a little bit of patience, we’ll start to see monthly increases of 200,000 to 300,000 jobs within six months.”

But millions of people still grappling with the bite of the worst downturn since the Great Depression have exhausted their patience — along with their savings and confidence.

In Charlotte, N.C., Kumar G. Navile, 33, says he has applied for 500 jobs in the year since he lost his position as an engineer.

“You get up every day and say today will be different, but it is mentally challenging,” Mr. Navile said. “I performed well in school. I got a job the day I graduated. It’s been a struggle.”

For those out of work, the market is bleaker than ever. The average duration of unemployment reached 29 weeks in December, the longest since the government began tracking such data in 1948.

“There is almost no hiring going on outside the temporary help sector,” said Andrew Stettner, deputy director of the National Employment Law Project.

Despite the parsing of data and contrasting economic forecasts, no complexity cloaked the basic facts of the report: job openings remain scarce.

“Most people, they’re not looking at the data,” Mr. Baker said. “They’re just asking, ‘Can I get a job?’ And that’s not getting any easier.”

The government’s monthly jobs report, while always important, now stands as the crucial indicator of economic health.

For years, households spent in excess of incomes by borrowing against the value of homes, leaning on credit cards and tapping stock portfolios. But home prices have plummeted, stock holdings have diminished and nervous banks have sliced credit even for healthy borrowers, leaving the paycheck as the primary source of household finance.

Economists are divided over the nation’s economic prospects. Some argue that recent expansion on the factory floor presages broader economic improvement that will soon deliver job growth.

Not yet. Manufacturing lost 27,000 jobs in December. Construction jobs declined by 53,000. Government shed 21,000 jobs. Despite a surprisingly strong holiday shopping season, retailing lost 10,000 jobs.

Health care remained a bright spot, expanding by 22,000 jobs.

Skeptics argue that the factory expansion merely reflects a rebuilding of inventories after businesses slashed stocks during the panic. Expansion has been aided by stimulus spending and tax credits for homebuyers.

Once these factors fade in coming months, skeptics argue, the economy will confront stubborn challenges — cash-tight households curtailing spending, banks reluctant to lend and businesses unwilling to hire.

Those with the gloomiest outlooks envision a “double dip” recession, in which the economy resumes contracting. Others fear years of stagnation, like Japan’s Lost Decade in the 1990s.

One point of agreement among economists is that the nation cannot recover without millions of new jobs. The economy needs about 100,000 new jobs a month just to keep pace with people entering the work force. When workers gain wages, they spend them at other businesses, creating jobs for other workers — a virtuous cycle, in the parlance of economists.

Recent months have produced tentative signs that such a cycle might be unfolding, even as economists debate its sustainability. The December jobs report added to the ambiguity.

On the one hand, job losses undermined hopes for a quick turnaround. Yet the losses were a far cry from the roughly 700,000 monthly job losses seen a year ago.

“Standing still feels good when you’ve been used to falling backwards,” said Stuart G. Hoffman, chief economist at the PNC Financial Services Group. “But we want to move forward.”

mercoledì 6 gennaio 2010

RIFLETTIAMO SUL NOSTRO FUTURO: IL CLIMA


La Conferenza di Copenhagen non ha effettivamente risolto nulla. Invece, faremmo bene a riflettere su tante cose che la nostra pigrizia ci porta a rimandare a domani. Domani potrebbe essere un giorno diverso.
Gian Luca Valentini

DA: THE NATION
JAMES HANSEN, 30/12/09

We have finally arrived at the main story: what we need to do to solve the climate problem, and how we can save a future for our grandchildren.
The problem demands a solution with a clear framework and a strong backbone. Yes, I know that halting and reversing the growth of carbon dioxide in the air requires an "all hands on deck" approach-- there is no "silver bullet" solution for world energy requirements.

People need to make basic changes in the way the live. Countries need to cooperate. Matters as seemingly intractable as population must be addressed. And the required changes must be economically efficient. Such a pathway exists and is achievable.

Let's define what a workable backbone and framework should look like. The essential backbone is a rising price on carbon applied at the source (the mine, wellhead, or port of entry), such that it would affect all activities that use fossil fuels, directly or indirectly.

Our goal is a global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions. We have shown, quantitatively, that the only practical way to achieve an acceptable carbon dioxide level is to disallow the use of coal and unconventional fossil fuels (such as tar sands and oil shale) unless the resulting carbon is captured and stored. We realize that remaining, readily available pools of oil and gas will be used during the transition to a post-fossil-fuel world. But a rising carbon price surely will make it economically senseless to go after every last drop of oil and gas--even though use of those fuels with carbon capture and storage may be technically feasible and permissible.

Global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions is a stringent requirement. Proposed government policies, consisting of an improved Kyoto Protocol approach with more ambitious targets, do not have a prayer of achieving that result. Our governments are deceiving us, and perhaps conveniently deceiving themselves, when they say that it is possible to reduce emissions 80 percent by 2050 with such an approach.

A successful new policy cannot include any offsets. We specified the carbon limit based on the geophysics. The physics does not compromise--it is what it is. And planting additional trees cannot be factored into the fossil fuel limitations. The plan for getting back to 350 ppm assumes major reforestation, but that is in addition to the fossil fuel limit, not instead of. Forest preservation and reforestation should be handled separately from fossil fuels in a sound approach to solve the climate problem.

The public must be firm and unwavering in demanding "no offsets," because this sort of monkey business is exactly the type of thing that politicians love and will try to keep. Offsets are like the indulgences that were sold by the church in the Middle Ages. People of means loved indulgences, because they could practice any hanky-panky or worse, then simply purchase an indulgence to avoid punishment for their sins. Bishops loved them too, because they brought in lots of moola. Anybody who argues for offsets today is either a sinner who wants to pretend he or she has done adequate penance or a bishop collecting moola.

Be prepared for energy experts telling you that a kazillion units of energy will be needed in 2050 or 2100. They will calculate how many square miles of solar power plants must be built every day or how many nuclear power plants must be built every year, and then they will wring their hands and perhaps try to sell you something. Yes, energy use is going to increase--mainly because parts of the world are developing rapidly and raising their standards of living and energy use. But energy growth need not be exceedingly rapid--energy use hardly grew during rapid economic growth in the world's largest economy, even though the great potential of energy efficiency was barely tapped.

Also remember that the solution to the climate problem requires a phasedown of carbon emissions, not necessarily a phasedown of energy use. We will need to slow the energy growth rate and decarbonizes our energy sources to solve the problem.

Why do fossil fuels continue to provide most of our energy? The reason is simple. Fossil fuels are the cheapest energy. This is in part due to their marvelous energy density and the intricate energy-use infrastructure that has grown up around fossil fuels. But there is another reason: Fossil fuels are cheapest because we do not take into account their true cost to society. Effects of air and water pollution on human health are borne by the public. Damages from climate change are also falling on the public, but they will be borne especially by our children and grandchildren.

How can we fix the problem? The solution necessarily will increase the price of fossil fuel energy. We must admit that. In the end, energy efficiency and carbon-free energy can surely be made less expensive than fossil fuels, if fossil fuels' cost to society is included. The difficult part is that we must make the transition with extraordinary speed if we are to avert climate disaster. Rather than immediately defining a proposed framework for a solution, which may appear to be arbitrary without further information, we need to first explore the problem and its practical difficulties.

Two alternative legislative actions have been proposed in the United States: "fee-and-dividend" and "cap-and-trade." Let's begin by looking at the simpler approach, fee-and-dividend. In this method, a fee is collected at the mine or port of entry for each fossil fuel (coal, oil and gas), i.e., at its first sale in the country. The fee is uniform, a single number, in dollars per ton of carbon dioxide in the fuel. The public does not directly pay any fee or tax, but the price of the goods they buy increases in proportion to how much fossil fuel is used in their production. Fuels such as gasoline or heating oil, along with electricity made from coal, oil or gas, are affected directly by the carbon fee, which is set to increase over time. The carbon fee will rise gradually so that the public will have time to adjust their lifestyle, choice of vehicle, home insulation, etc., so as to minimize their carbon footprint.

Under fee-and-dividend, 100 percent of the money collected from the fossil fuel companies at the mine or well is distributed uniformly to the public. Thus those who do better than average in reducing their carbon footprint will receive more in the dividend than they will pay in the added costs of the products they buy.

The fee-and-dividend approach is straightforward. It does not require a large bureaucracy. The total amount collected each month is divided equally among all legal adult residents of the country, with half shares for children, up to two children per family. This dividend is sent electronically to bank accounts, or for people without a bank account, to their debit card.

A rising carbon price does not eliminate the need for efficiency regulations, but it makes them work much better. The best enforcement is carbon price--as the fuel price rises, people pay attention to waste.

Let's discuss cap-and-trade explicitly. Then I will provide a bottom-line proof that it cannot work.

In cap-and-trade, the amount of a fossil fuel for sale is supposedly "capped." A nominal cap is defined by selling a limited number of certificates that allow a business or speculator to buy the fuel. So the fuel costs more because you must pay for the certificate and the fuel. Congress thinks this will reduce the amount of fuel you buy--which may be true, because it will cost you more. Congress likes cap-and-trade because it thinks the public will not figure out that a cap is a tax. How does the "trade" part factor in? Well, you don't have to use the certificate; you can trade it or sell it to somebody else. There will be markets for these certificates on Wall Street and such places. And markets for derivatives. The biggest player is expected to be Goldman Sachs. What is the advantage of cap-and-trade over fee-and-dividend, with the fee distributed to the public in equal shares? There is an advantage to cap-and-trade only for energy companies with strong lobbyists and for Congress, which would get to dole out the money collected in certificate selling, or just give away some certificates to special interests.

Okay, I will try to be more specific about why cap-and-trade will be necessarily ineffectual. Most of these arguments are relevant to other nations as well as the United States.

First, Congress is pretending that the cap is not a tax, so it must try to keep the cap's impact on fuel costs small. Therefore, the impact of cap-and-trade on people's spending decisions will be small, so necessarily it will have little effect on carbon emissions. Of course that defeats the whole purpose, which is to drive out fossil fuels by raising their price, replacing them with efficiency and carbon-free energy. The impact of cap-and-trade is made even smaller by the fact that the cap is usually not across the board at the mine. In the fee-and-dividend system, a single number, dollars per ton of carbon dioxide, is applied at the mine or port of entry. No exceptions, no freebies for anyone, all fossil fuels covered for everybody. In cap-and-trade, things are usually done in a more complicated way, which allows lobbyists and special interests to get their fingers in the pie. If the cap is not applied across the board, covering everything equally, any sector not covered will be able to lower its price. Sectors not covered then increase their fuel use.

The following is excerpted from James Hansen's "Storms of My Grandchildren," the climate scientist's new book about what is needed to stop global warming.

In contrast, the fee-and-dividend approach puts a rising and substantial price on carbon. I believe that the public, if honestly informed, will accept a rise in the carbon fee rate because their monthly dividend will increase correspondingly. The cap-and-trade target level for emissions (defined by the number of permits) sets a floor on emissions. Emissions cannot go lower than this floor, because the price of permits on the market would crash, bringing down fossil fuel prices and again making it more economical for profit-maximizing businesses to burn fossil fuels than to employ energy-efficiency measures and renewable energy technology.
With fee-and-dividend, in contrast, we will reach a series of points at which various carbon-free energies and carbon-saving technologies are cheaper than fossil fuels plus their fee. As time goes on, fossil fuel use will collapse, remaining coal supplies will be left in the ground, and we will have arrived at a clean energy future. And that is our objective.

A perverse effect of the cap-and-trade floor is that altruistic actions become meaningless. Say that you are concerned about your grandchildren, so you decide to buy a high-efficiency little car. That will reduce your emissions but not the country's or the world's; instead it will just allow somebody else to drive a bigger SUV. Emissions will be set by the cap, not by your actions.

Fourth, Wall Street trading of emission permits and their derivatives in the anticipated multitrillion-dollar carbon market, along with the demonstrated volatility of carbon markets, creates the danger of Wall Street failures and taxpayer-funded bailouts. In the best case, if market failures are avoided, there is the added cost of the Wall Street trading operation and the profits of insider trading.

In contrast, a simple flat fee at the mine or well, with simple long division to determine the size of the monthly dividend to all legal residents, provides no role for Wall Street. Could that be the main reason that Washington so adamantly prefers cap-and-trade? Fee-and-dividend is revenue neutral to the public, on average. Cap-and-trade is not, because we, the public, provide the profits to Wall Street and any special interests that have managed to get written into the legislation. Of course Congress will say, "We will keep the cost very low, so you will hardly notice it." The problem is, if it's too small for you to notice, then it is not having an effect. But maybe Congress doesn't really care about your grandchildren.

Hold on! Or so you must be thinking. If cap-and-trade is so bad, why do environmental organizations such as the Environmental Defense Fund and the National Resources Defense Council support it? And what about Waxman and Markey, two of the strongest supporters of the environment among all members of the House of Representatives?

I don't doubt the motives of these people and organizations, but they have been around Washington a long time. They think they can handle this problem the way they always have, by wheeling and dealing. Environmental organizations "help" Congress in the legislative process, just as the coal and oil lobbyists do. So there are lots of "good" items in the 1,400 pages of the Waxman-Markey bill, such as support for specific renewable energies. There may be more good items than bad ones--but unfortunately the net result is ineffectual change. Indeed, the bill throws money to the polluters, propping up the coal industry with tens of billions of taxpayer dollars and locking in coal emissions for decades at great expense.

Yet these organizations say, "It is a start. We will get better legislation in the future." It would surely require continued efforts for many decades, but we do not have many decades to straighten out the mess.

The beauty of the fee-and-dividend approach is that the carbon fee helps any carbon-free energy source, but it does not specify these sources; it lets the consumer choose. It does not cost the government anything. Whether it costs citizens, and how much, depends on how well they reduce their carbon footprint.

A final comment on cap-and-trade versus fee-and-dividend. Say an exogenous development occurs, for example, someone invents an inexpensive solar cell or an algae biofuel that works wonders. Any such invention will add to the 28 percent emissions reduction in the fee- and- dividend approach. But the 17 percent reduction under cap-and-trade will be unaffected, because the cap is a floor. Permit prices would fall, so energy prices would fall, but emission reductions would not go below the floor. Cap-and-trade is not a smart approach.

Contrary to the assertion by proponents of a Kyoto-style cap-and-trade agreement, cap-and-trade is not the fastest way to an international agreement. That assertion is another case of calling black "white," apparently under the assumption that the listener will accept it without thinking. A cap-and-trade agreement will be just as hard to achieve as was the Kyoto Protocol. Indeed, why should China, India, and the rest of the developing world accept a cap when their per-capita emissions are an order of magnitude less than America's or Europe's? Leaders of developing countries are making that argument more and more vocally. Even if differences are papered over to achieve a cap-and-trade agreement at upcoming international talks, the agreement is guaranteed to be ineffectual. So eventually (quickly, I hope!) it must be replaced with a more meaningful approach. Let's define one.
The key requirement is that the United States and China agree to apply across-the-board fees to carbon-based fuels. Why would China do that? Lots of reasons. China is developing rapidly and it does not want to be saddled with the fossil fuel addiction that plagues the United States. Besides, China would be hit at least as hard as the United States by climate change. The most economically efficient way for China to limit its fossil fuel dependence, to encourage energy efficiency and carbon-free energies, is via a uniform carbon fee.
The same is true for the United States. Indeed, if the United States does not take such an approach but rather continues to throw lifelines to special interests, its economic power and standard of living will deteriorate, because such actions make the United States economy less and less efficient relative to the rest of the world.

Agreement between the United States and China comes down to negotiating the ratio of their respective carbon tax rates. In this negotiation the question of fairness will come up--the United States being more responsible for the excess carbon dioxide in the air today despite its smaller population. That negotiation will not be easy, but once both countries realize they are on the same boat and will sink or survive together, an agreement should be possible. Europe, Japan and most developed countries would likely agree to a similar status to that of the United States. It would not be difficult to deal with any country that refuses to levy a comparable across-the-board carbon fee. An import duty could be collected by countries importing products from any nation that does not levy such a carbon fee. The World Trade Organization already has rules permitting such duties. The duty would be based on standard estimates of the amount of fossil fuels that go into producing the imported product, with the exporting company allowed the option of demonstrating that its product is made without fossil fuels, or with a lesser amount of them. In fact, exporting countries would have a strong incentive to impose their own carbon fee, so that they could keep the revenue themselves.

As for developing nations, and the poorest nations in the world, how can they be treated fairly? They also must have a fee on their fossil fuel use or a duty applied to the products that they export. That is the only way that fossil fuels can be phased out. If these countries do not have a tax on fossil fuels, then industry will move there, as it has moved already from the West to China and India, with carbon pollution moving along with it. Fairness can be achieved by using the funds from export duties, which are likely to greatly exceed foreign aid, to improve the economic and social well-being of the developing nations.

In summary, the backbone of a solution to the climate problem is a flat carbon emissions price applied across all fossil fuels at the source. This carbon price (fee, tax) must rise continually, at a rate that is economically sound. The funds must be distributed back to the citizens (not to special interests)--otherwise the tax rate will never be high enough to lead to a clean energy future. If your government comes back and tells you that it is going to have a "goal" or "target" for carbon emission reductions, even a "mandatory" one, you know that it is lying to you, and that it doesn't give a damn about your children or grandchildren. For the moment, let's assume that our governments will see the light.

Once the necessity of a backbone flat carbon price across all fossil fuel sources is recognized, the required elements for a framework agreement become clear. The principal requirement will be to define how this tax rate will vary between nations. Recalcitrance of any nations to agree to the carbon price can be handled via import duties, which are permissible under existing international agreements. The framework must also define how proceeds of carbon duties will be used to assure fairness, encourage practices that improve women's rights and education, and help control population. A procedure should be defined for a regular adjustment of funds' distribution for fairness and to reward best performance. Well, what happens if, instead of accepting the need for a rising carbon price, our governments continue to deceive us, setting goals and targets for carbon emissions reductions?

In that case we had better start thinking about the Venus syndrome.

ISRAELE E LE CONTAMINAZIONI...NON ETNICHE



DA INTERNAZIONALE DEL 6 GENNAIO 2010

Dall’Italia un’accusa a Israele

“Il gruppo italiano New weapons committee, composto da ricercatori, professori universitari e comunicatori che studiano l’uso delle nuove armi nei conflitti, ha accusato Israele di aver contaminato i terreni di Gaza attraverso i bombardamenti”, racconta Haaretz. “Dopo l’esame del suolo di quattro grandi crateri creati durante l’ultima guerra, i ricercatori avvertono che la popolazione di Gaza è in pericolo”

IL CARTELLO DEI PASTAI: UNA NUOVA VERGOGNA?


da: INTERNAZIONALE - DAILY TELEGRAPH


Il cartello dei pastai
“Negli ultimi due anni il prezzo della pasta in Italia è aumentato di più del 50 per cento nonostante il prezzo del grano duro sia diminuito per effetto della crisi economica globale. La guardia di finanza sospetta che cinque grandi aziende – Amato, Barilla, De Cecco, Divella e Garofalo – abbiano dato vita a un cartello per mantenere alti i prezzi della pasta”, racconta il Daily Telegraph. “E il garante per la sorveglianza dei prezzi, Roberto Sambuco, ha convocato per il 19 gennaio i rappresentanti delle organizzazioni di settore dei pastai per indagare sulla questione”.

Il quotidiano spagnolo La Vanguardia si occupa, invece, della pubblicazione di un libro sui clandestini italiani che all’inizio del novecento s’imbarcavano per l’America senza documenti. “In Italia il dibattito sull’accoglienza degli stranieri accende gli animi e obbliga il Vaticano a far sentire la sua potente voce. Due mesi fa, per contestualizzare il presente nella storia, la Fondazione Corriere della Sera ha pubblicato un libro che raccoglie le cronache di Eugenio Balzan, il giornalista che nel 1901 si mise in viaggio con gli emigranti italiani diretti in Canada e negli Stati Uniti per descrivere le esperienze e le condizioni durissime in cui vivevano. Il libro vuole incrinare la credenza, molto diffusa tra gli xenofobi, che l’emigrazione italiana sia sempre stata legale e diretta verso paesi che presentavano grandi opportunità di lavoro e accoglievano gli stranieri a braccia aperte”.

lunedì 4 gennaio 2010

ARTICOLO CONTRO QUELLE CANAGLIE CHE PENSANO CHE NON ESISTA PIU' LA CRISI O LA FAME NEL MONDO

DUE MILIARDI DI VITTIME

Improvvisamente riapparve la fame

DA LE MONDE DIPLOMATIQUE NOVEMBRE 2009


«Il problema della fame era già grave quando i prezzi del cibo erano ragionevoli e il mondo viveva in un periodo di prosperità. Ma la crisi alimentare mondiale (2006-2008), seguita dalla recessione economica, ha creato una situazione catastrofica», afferma David Gustafson, direttore dell'agenzia delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao). Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha visto il suo budget passare da 6 a 3 miliardi di dollari tra il 2007 ed il 2008. Secondo la Fao, 30 miliardi di dollari all'anno sarebbero sufficienti per ridurre della metà il numero di persone sofferenti la fame entro il 2015. Sarebbe meno di un decimo delle sovvenzioni accordate all'agricoltura dei paesi ricchi. Al momento del vertice mondiale per la sicurezza alimentare che si svolgerà dal 16 al 18 novembre a Roma, resta da affrontare un problema fondamentale: quale modello agricolo sarà in grado di nutrire i nove miliardi di esseri umani che abiteranno il pianeta nel 2050?


di Stéphane Parmentier*

«La fame non è una catastrofe naturale», sottolinea Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni unite per il diritto all'alimentazione (1). Essa è essenzialmente il prodotto di scelte politiche inadeguate.
La constatazione appare, al tempo stesso, terribile e salutare. Terribile per la sua ampiezza: nel 2009 secondo la Fao, un miliardo di persone sarebbero sottoalimentate (2); due miliardi sarebbero colpiti da malnutrizione; nove milioni ne morirebbero ogni anno (3). Salutare perché si potrebbe evitare la crisi alimentare effettuando altre scelte di società. Le soluzioni alternative, tecnicamente realistiche ed efficaci, costitutive di un altro modello di sviluppo, non mancano.
Tuttavia la loro individuazione non può prescindere dal riconoscimento delle cause del crollo.
C'è innanzitutto il recente aggravarsi della crisi: sono state censite in un anno cento di milioni di vittime supplementari della fame.
Questa catastrofe è stata provocata dal rialzo dei prezzi agricoli internazionali del 2007 e 2008, con diverse ripercussioni sui mercati interni dei paesi coinvolti (4). Il livello storicamente basso di scorte ha svolto un ruolo strutturale di fondamentale importanza in questa impennata dei prezzi. Secondo l'ingegnere agronomo Marcel Mazoyer, «la ragione della caduta degli stocks è il calo dei prezzi avvenuto negli ultimi venticinque anni. Succede così ogni venticinque o trenta anni, da due secoli. Dal 1975 al 2005-2006, i prezzi delle materie prime agricole sul mercato internazionale sono stati ridotti di un sesto. I magazzini si svuotavano poco a poco. Per quanto riguarda i cereali, erano caduti a meno del 16% della produzione e del consumo mondiali. Giunti a questo punto, basta un nonnulla perché i prezzi esplodano».
È possibile individuare facilmente la scintilla che ha dato fuoco alle polveri: la crescita rapida della domanda di agrocarburanti negli Stati uniti (2004-2005) e in Europa. Esercitandosi su scorte già molto deboli, essa ha provocato un aumento sensibile dei prezzi mondiali di numerosi prodotti di base, tra cui il mais e gli oli vegetali (palma, soia, colza), utilizzati rispettivamente nella produzione di etanolo e di biodiesel. Sui mercati a termine di Chicago, New York, Kansas City e Minneapolis, l'intervento massiccio di fondi speculativi (5) ha accelerato ed amplificato la crescita dei costi delle materie prime, e quindi dei prezzi. Fattore aggravante: il rincaro del petrolio, che ha provocato quello dei materiali chimici, dei trasporti e dell'energia.
Ma la crescita del numero di nuove vittime della fame non si può spiegare unicamente attraverso questi fattori. È il risultato innanzitutto dell'estrema povertà che caratterizza la loro quotidianità- a maggior ragione nel momento in cui i prezzi alimentari aumentano. Attualmente l'80% delle persone colpite da questo fenomeno sono contadini: il 50% è infatti costituito da piccoli coltivatori, il 10% da allevatori e il 20% da agricoltori senza terra (6). Quanto al restante 20% di vittime della fame, tra gli abitanti delle zone urbane, si tratta in parte di individui che, dalle aree rurali, sono emigrati verso le città sperando in una vita migliore. La domanda dunque è: perché tanti lavoratori della terra vivono nella povertà?
La risposta appare amaramente semplice: nelle istanze internazionali, nazionali e regionali competenti in materia di politiche agricole, commerciali e di altra natura, le decisioni sono generalmente prese senza tenere conto dei contadini. Ne sono prova le misure preannunciate nel quadro dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), delle politiche di aggiustamento strutturale della Banca mondiale (Bm) e del Fondo monetario internazionale (Fmi), degli accordi di libero scambio e delle politiche agroesportatrici di alcuni stati e regioni del mondo come gli Stati uniti, l'Unione europea, il Brasile... Queste misure comprendono l'apertura delle frontiere, l'abbandono della gestione dell'offerta (e quindi il suo adeguamento alla domanda), lo smantellamento dei meccanismi di stoccaggio delle eccedenze e degli enti di commercializzazione. La loro attuazione va contro gli interessi e i diritti fondamentali dei contadini. Allineando progressivamente i prezzi interni a quelli internazionali, tali misure rendono instabili e incerti i loro redditi. Mettendo brutalmente in concorrenza agricoltori con divari di competitività enormi, esse incoraggiano la generalizzazione di scambi non durevoli di prodotti agricoli, di cui le brusche spinte di importazioni costituiscono un buon esempio.
Su scala di un singolo paese, un tale aumento si traduce in una crescita anomala del volume del prodotto interessato combinata a un forte calo dei prezzi. Esercitando una concorrenza insostenibile sulle derrate locali, ciò provoca lo sprofondamento dei prezzi interni e dei redditi agricoli. Così facendo, essa impoverisce i contadini, distrugge i modelli tradizionali di vita dei coltivatori e genera una disoccupazione rurale di massa. Il fenomeno non ha nulla di aneddotico.
Tra il 1984 e il 2000, settecentosessantasette afflussi improvvisi di importazioni sono stati registrati in diciassette paesi in via di sviluppo (Pvs). Tali importazioni, conducendo alla crisi di produzione dei paesi coinvolti, aumentano il loro deficit alimentare. Ne consegue una dipendenza accresciuta dalle importazioni e dai corsi internazionali per assicurare la sicurezza delle popolazioni (7). Si intuisce allora quanto la recente impennata dei prezzi abbia potuto rivelarsi catastrofica per i paesi importatori di prodotti alimentari.
Lo squilibrio di forze nelle catene agroalimentari contribuisce ulteriormente alla povertà rurale. La capacità degli attori di incidere nella negoziazione delle condizioni di approvvigionamento varia in funzione del grado di concentrazione del settore. Allo stato attuale, quello della produzione è infinitamente meno concentrato di altri. Si stima a due miliardi e seicento milioni di persone la popolazione coinvolta e a quattrocentocinquanta milioni il numero di operai agricoli. Allo stesso tempo, dieci imprese controllano la metà dell'offerta di sementi e tre o quattro società la maggior parte degli scambi mondiali di ciascun prodotto. Per quanto riguarda la distribuzione, essa si riduce a quattro o cinque catene di supermercati che si spartiscono il mercato in ogni paese sviluppato.
E il loro potere cresce anche nei paesi del Sud.
Posti di fronte ad autentici colli di bottiglia sia a monte che a valle, i contadini hanno una sola opzione: piegarsi alle esigenze degli altri anelli della catena. Ancora una volta, lo squilibrio di forze è carico di conseguenze: esso permette ai distributori di approvvigionarsi a costi contenuti, impone ai contadini prezzi cronicamente inferiori ai loro costi di produzione ed erode i già deboli salari dei lavoratori delle grandi coltivazioni industriali.
I fattori di impoverimento dei contadini sono numerosi: mancato accesso alla terra, distribuzione ineguale degli aumenti di produttività determinati dalla «rivoluzione verde» (8), o ancora riduzione dell'aiuto pubblico allo sviluppo. Tutti presentano tuttavia un denominatore comune: la rinuncia della politica a garantire lo sviluppo di agricolture contadine sostenibili.
Porre un termine alla fame presupporrebbe un radicale cambiamento di rotta volto a garantire questo sviluppo nel quadro della sovranità alimentare (si legga l'articolo sopra). Un tale approccio implica prezzi stabili e remunerativi per tutti i contadini del mondo. Sarebbe necessario disporre di sistemi efficaci di gestione dell'offerta a livello sia internazionale che nazionale e regionale, fondati sull'adattamento costante delle produzioni ed una protezione flessibile delle frontiere.
Di conseguenza, appare cruciale riequilibrare le relazioni tra gli attori, sia rafforzando il potere delle organizzazioni contadine sia riducendo quello dell'industria agroalimentare e della grande distribuzione. Investire di più è fondamentale- ma non a qualunque condizione. I decenni di sostegno a un modello di agricoltura industriale intensiva hanno mostrato i loro limiti. L'agroecologia offre delle soluzioni che permettono di aumentare la produttività contribuendo a salvaguardare il pianeta e limitando, in particolare, l'impatto sul cambiamento climatico.
Nell'aprile 2008, circa sessanta governi firmarono il rapporto sulla «Valutazione internazionale delle conoscenze, delle scienze e delle tecnologie agricole per lo sviluppo (Iaastd)». Realizzato da quattrocento ricercatori di tutto il mondo, questo rapporto pluridisciplinare sollecita un riorientamento ed un aumento dei finanziamenti per una rivoluzione agricola ecologica. Chiede l'attuazione di politiche che garantiscano l'accesso alla terra, alle semenze ed all'acqua potabile. L'aumento inedito del numero di vittime della fame nel 2009 esorta infatti a porre la questione di fondo: che modello agricolo e alimentare vogliamo?


note:
* Consulente e ricercatore indipendente (www.agriculture-viable.net), consigliere di politica agricola presso la Federazione unita dei gruppi di allevatori e agricoltori (Fugea), sindacato vallone membro di Via Campesina.

(1) T. Nagant, «"La faim n'est pas une fatalité", pour Olivier De Schutter», Programma Alimentare mondiale, http://one.wfp.org
(2) «L'état de l'insécurité alimentaire dans le monde 2008», Fao, Roma, 2009.

(3) «L'origine de la crise alimentaire mondiale», Science actualités, primavera 2008, www.cite-sciences.fr
(4) Si legga Dominique Baillard, «Come si è inceppato il mercato mondiale dei cereali», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2008.

(5) Daniel G. De La Torre Ugarte e Sophia Murphy, «The global food crisis : Creating an opportunity for fairer and more sustainable food and agriculture systems worldwide», Heinrich Böll Foundation, Berlino, 2008.

(6) Paula Cusí Echaniz, «Risques alimentaires et économiques en Méditerranée», Centre international de hautes études agronomiques méditerranéenne (Cilheam), Parigi, 2009.

(7) Il Wto autorizza temporaneamente gli stati vittime di afflussi improvvisi di importazioni ad aumentare le tasse o ad imporre delle quote. Ma le condizioni poste rendono queste misure di protezione impraticabili o inefficaci.

(8) Negli anni '60 e '70, la «rivoluzione verde» ha trasformato l'agricoltura dei paesi del Sud, in particolare in America latina e in Asia, attraverso l'intensificazione delle tecniche e l'utilizzo di cereali ad alto rendimento potenziale.

(9) Pubblicato il 15 aprile 2008, questa valutazione è stata condotta sotto gli auspici di trenta governi e di trenta associazioni della «società civile». Cinque agenzie dell'Onu sono state coinvolte: l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), il Programma delle Nazioni unite per l'ambiente (Unep), l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, la scienza e la cultura (Unesco) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Per una sintesi del rapporto: www.agassessment.org (Traduzione di A. M.)