IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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mercoledì 27 gennaio 2010

LHASA DE SELA: 27 SETT 1972 - 01 GENN 2010


Addio cara amica dai modi educati e dal sorriso gentile, addio grande amica che mi hai accompagnato nel mondo avverso, addio uccellino selvaggio, umanità assoluta, maestra di vita, speranza dei deboli. Addio luce nella notte, gioia di vita.

Ora si spengono le luci, ritorna la tua voce....per sempre.

Gian Luca

Lhasa De Sela ci ha lasciati il 1° gennaio scorso. Con lei se ne è andata una delle migliori voci degli ultimi 30 anni, una delle artiste più significative della musica moderna, una delle persone più umane di sempre. Ho intervistato Lhasa l'anno scorso e la "nostre" pagine sono state fra le più lette in assoluto della rivista.

Qui un ricordo.
Pubblicherò a breve anche l'intervista che abbiamo fatto insieme.

Adios pajarillo
hasta lluego

http://www.youtube.com/watch?v=4hTpR-TYTZ0

martedì 12 gennaio 2010

E SE SUCCEDESSE IN ITALIA?

Google Threatens Pullout From China After E-Mail Accounts Are Hacked

Google threatened to end its operations in China after it
discovered that the e-mail accounts of human rights activists
had been breached.

The company said it had detected a "highly sophisticated and
targeted attack on our corporate infrastructure originating
from China." Google says further investigation revealed that
"a primary goal of the attackers was accessing the Gmail
accounts of Chinese human rights activists." Google did not
specifically accuse the Chinese government. But the company
added that it is "no longer willing to continue censoring our
results" on its Chinese search engine, as the government
requires. Google says the decision could force it to shut
down its Chinese site and its offices in the country.

LA RISPOSTA

Chinese Internet Activists Applaud Google, See No Backdown

BEIJING (Reuters) - Google's announcement that it may quit China over censorship and hacking drew applause, warnings and bouquets from dissidents and Internet activists on Wednesday, with few seeing much chance of the wary government giving ground.

Google, the world's top search engine, said it might shut its Chinese-language google.cn website after China-based cyber attacks on dissidents using its Gmail service.

At the company's China headquarters in Beijing's university district, a dozen locals laid a bouquet of red roses and white lilies on Google's sign at the company entrance.

They praised the company, shouting some salty Beijing slang.

"We want to express outrage, but not at Google. Coming here is a type of support for Google," said IT worker Zhao Gang, 30.

"Google faces very strict and adverse conditions in China. Something we knew in our hearts is now out in the open. I believe it's a watershed moment for the Internet in China this year."

Chinese activists have long complained that China's Communist Party has tightened its grip on the Internet, stifling the spread of information and ideas in the name of public safety and morals.

Their complaints have now been echoed by the world's biggest Internet firm and by Washington, where Hillary Clinton said the Chinese government should explain the attacks.

With such volleys aimed at China, Internet control is sure to climb the pile of frictions between Washington and Beijing, joining economic disputes, arms sales to Taiwan and Tibet.

"The surprise isn't the hacking or censorship. That's everywhere here," said Liu Ning, a writer and blogger in Beijing. "The surprise is such a big company breaking the silence about all these problems ... Until now, they've kept quiet."

Yet even Chinese dissidents who welcomed Google's stance saw little chance of Beijing bowing to the renewed pressure, worried the country's 360 million Internet users could be exposed to banned news and ideas, especially challenges to one-Party rule.

"Our space for expression on the Internet has been narrowing, because government control has become increasingly detailed and pervasive. I don't see that relaxing," said Xu Youyu, a Beijing academic who has campaigned for broader human rights.

Google did not say whether it believed the Chinese government was behind the hacker attacks.

The Chinese Foreign Ministry has repeatedly denied the government sponsors hacking. Foreign experts say some of the attacks bear signs of sophisticated organization.

Several Chinese rights campaigners said their email accounts, including Gmail, had often been targeted by "phishing" attacks, deceptive emails gain access to the user's information.

"China uses a lot of tools to target dissidents, and tries to break into their private thoughts and actions," said artist Ai Weiwei, who has mobilized Internet users on a range of sensitive causes. "Most dissidents aren't all that careful" about security.

If Google shuts google.cn, the government may tighten curbs on access to the company's search engine's based overseas, which can also support Chinese-language searches, said Wang Junxiu, a businessman who has campaigned against Internet censorship.

Many ordinary Chinese, however, use the local Baidu search engine to roam the Internet, and many of the Internet companies and users may not join the uproar over censorship.

"I sent around the message to my colleagues, but they didn't care," said Ma Jie, 28, a researcher who joined the small protest at Google's Beijing office. "They thought Google is stupid, when there's so much money to be made in China."

(Editing by Benjamin Kang Lim)
DA NEW YORK TIMES DI OGGI, 13/01/2010

sabato 9 gennaio 2010

MUCHO GUSTO: BILINGUE: IL VIDEO

http://www.youtube.com/watch?v=HVdXT52IWSM
se non lo vedi click su http://www.musiczone.it/etno-folk/bilingue-en-el-medio-de-to-recensione.html

Ho girato il video dei Bilingue un'estate fa a Genova con l'aiuto del grande regista Gianfranco Miglio, autore di grandi capolavori come "Il Treno della Memoria" con Dario Fo, Franca Rame e Don Andrea Gallo e "Grrr" vincitori di numerosi festival.
I Bilingue sono un gruppo ispano-teutonico di notevole successo in Spagna, Germania, Francia ed in Italia dove hanno aperto il concerto di Tonino Carotone.

Da Piazza de Ferrari al Bar Ca Du Dria in Vico Neve, dai Giardini di Plastica a piazza Lavagna, dai Truogoli di Santa Brigida alla Sardegna a Genova con un ospite d'eccezione che compare per 2 secondi (Tonino Carotone).

Youtube accosta il video al gruppo Ojos de Brujo a ragione.

A breve uscirà il secondo cd dei Bilingue. Intanto, non perdetevi il primo cd e il nostro video, col montaggio di Susanna.

Gian Luca Valentini

Senza lavoro 22 milioni di persone in Europa



DA RAINEWS 24

La Commissione europea lancia nuovamente l'allarme occupazione tra i Ventisette, dove i disoccupati sfiorano i 22 milioni. Nel Bollettino mensile sulla situazione del lavoro in Europa senza mezzi termini si afferma che "il mercato del lavoro continua a deteriorarsi, con le societa' che continuano ad annunciare piu' riduzioni dei posti di lavoro che nuove assunzioni".

Secondo la Commissione Ue, dunque, "le prospettive per il mercato del lavoro nei prossimi mesi continuano ad essere sfavorevoli". I dati. "Nel primo trimestre di quest'anno l'occupazione ha avuto una contrazione dello 0,8%, ed uno 0,6% si e' registrato nel secondo trimestre - ricorda la Commissione -.L'andamento del mercato del lavoro continua a deteriorarsi in quasi tutti gli Stati membri, in particolare nei Paesi Baltici e in Spagna".

I piu' colpiti, dice l'esecutivo Ue, "sono i giovani (disoccupati al 19,8%) ed i migranti". In termini assoluti i disoccupati nell'Unione a luglio erano 21,8 milioni, con un aumento di 5,1 milioni (il 30%) rispetto a luglio 2008". Anche se i consumatori e le aziende sembrano essere "meno pessimisti" sulle prospettive dell'occupazione, secondo la Commissione, benche' la crisi economica si sia alleggerita nelle ultime settimane, ci si aspetta "un nuovo deterioramento del mercato del lavoro nei prossimi mesi". "I segnali negativi persistono - insiste la Commissione - e la disoccupazione continua a crescere in linea con le peggiori previsioni, con l'aumento del rischio di disoccupazione a lungo termine".

A novembre oltre 2 milioni di disoccupati

Il tasso di disoccupazione a novembre ha raggiunto l'8,3%, il dato piu' alto da aprile 2004. Lo comunica l'Istat, ricordando che a novembre 2008 il tasso di disoccupazione si era attestato al 7,1%. Le persone in cerca di occupazione nel mese erano 2.079.000, cioe' 313.000 in piu' rispetto ad un anno prima e 30.000 in piu' rispetto ad ottobre.

L'occupazione a novembre e' diminuita di 389.000 unita' rispetto allo stesso mese del 2008 e di 44.000 rispetto ad ottobre. Lo rileva l'Istat sulla base dei dati destagionalizzati precisando che il calo tendenziale e' dell'1,7% mentre quello congiunturale e' dello 0,2%.

Rispetto a ottobre i disoccupati nell'eurozona sono aumentati di 185mila, nella Ue di 102mila. Tra novembre 2008 e novembre 2009 il tasso di disoccupazione maschile è passato dal 7,5% al 9,9% nell'eurozona; quello femminile dall'8,6% al 10%.

Torna positivo il Pil nella zona euro

Il Pil della zona dell'euro e' tornato positivo attestandosi nel terzo trimestre del 2009 a +0,4%. Lo rileva Eurostat nella sua seconda stima che conferma quella del dicembre scorso. Nel secondo trimestre il tasso di crescita era stato invece negativo, -0,1%.
Anche nell'Ue-27 il tasso e' tornato positivo attestandosi
nel terzo trimestre 2009 a +0,3% contro il -0,3% del secondo trimestre.
Su base annua, invece, il Pil della zona dell'euro ha fatto
registrare, sempre nel terzo trimestre, una caduta del 4,1%e nell'Ue-27 del 4,3%.

COPENHAGEN CLIMA II


The Copenhagen Disaccord By Mark Hertsgaard

DA THE NATION
7 GENNAIO 2010

We have entered the post-Copenhagen era of climate politics--but just what that means is still very much undecided. The summit was widely regarded as humanity's last good chance to prevent catastrophic climate change. It plainly fell short of that goal, but giving up is not an option, not for anyone who cares about preserving a livable planet for our children. Instead, we need the most unfettered, open-minded discussion possible of the terrain confronting us post-Copenhagen and how best to traverse it. Which actions and strategies make sense now? What should governments be pressed to do, and what role should activists, media and civil society play?

Unfortunate as Copenhagen's outcome was, all is not lost. Bear in mind, the goal was to reach an agreement to take effect in 2012, when key provisions of the Kyoto Protocol expire; that timetable might still be met if governments make sufficient progress at meetings this June in Germany and this December in Mexico.
One clear sign of hope was the emergence of a mass movement on behalf of climate action. Of course, this movement did not achieve all it wanted at the summit--mass movements rarely succeed right away--but its massive presence signaled to power brokers that civil society was watching and would not be satisfied with a weak agreement. Indeed, one important achievement of civil society, including the news media, at Copenhagen was that it prevented governments from spinning the summit's outcome as a success. Witness, for example, the about-face by President Obama. On the summit's closing night, he labeled the side deal he brokered with China and other large greenhouse gas emitters an "unprecedented breakthrough." A few days later, after activists and journalists had made clear the so-called Copenhagen Accord's sharp limitations, the president acknowledged in a PBS interview that people "are justified in being disappointed" about Copenhagen.
As civil society decides what to do next, it's important to recognize how much it has already accomplished. US activists have brought about a de facto moratorium on building new coal-fired power plants, notes Lester Brown of the Earth Policy Institute. Brown argues that such grassroots pressure, both here and around the world, may prove more important to halting climate change than international negotiations like Copenhagen, with their glacial pace and lowest-common-denominator results. Hundreds of local and regional governments have also implemented ambitious green energy programs ahead of federal policy. A pioneer of this effort, California Governor Arnold Schwarzenegger announced in Copenhagen the formation of the R-20 Group--twenty regions around the world that will "set high standards for cutting carbon and creating green economies, then invite others to join them," in the words of Terry Tamminen, the governor's former environment adviser. Tamminen argues that the work of the R-20, along with improvements in national government policies, will end up putting a price on carbon by 2012. That would be transformational, leading corporations, governments and citizens to shift their economic behavior in climate-friendly ways.

But there is no getting around the central role the governments of China and the United States, the two climate superpowers, play in the drama. Differences between the two appear to be the main reason for the outcome in Copenhagen, though again it is crucial to remember how far both nations moved in the lead-up to the summit. At their November Beijing meeting, Obama and Chinese President Hu Jintao broke decisively from the past by pledging for the first time that each nation would limit its future greenhouse gas emissions. Although the emissions cuts announced a few days later fell well short of what science says is necessary, the shift in direction was profound. Now the task is to get the superpowers to extend and honor their promises of better climate behavior.
In this regard, one of the most fascinating post-Copenhagen commentaries came from Mark Lynas, a British writer and activist who has written one of the essential books on climate change, Six Degrees. Lynas serves as an unpaid science adviser to the Maldives, the Indian Ocean island nation that led the fight in Copenhagen to reduce the amount of carbon dioxide in the atmosphere to 350 parts per million. Writing in the Guardian, Lynas charged that it was above all China that wrecked the summit. Lynas was in the room during the final hours of negotiations between Obama, Chinese Premier Wen Jiabao and other world leaders--talks that, he argued, could have produced an agreement that would have had environmentalists "popping champagne corks." But China repeatedly blocked progress, according to Lynas, including by demanding the removal of all specific targets for emissions reductions, even the 80 percent reductions by 2050 that the United States and other rich industrial nations were proposing for themselves.

Such accusations are "totally unjust and irresponsible," responded Yunliang Zhou, chief of the political and press office at the Chinese consulate in San Francisco. Referring to China's pledge before Copenhagen to reduce its economy's carbon intensity by 40 to 45 percent by 2020, Zhou added, "Our voluntary target has no conditions attached, nor [is] it linked to any other country's goals. Given the performance of some countries at the conference and their long failed commitments, they have no right or qualification to blame China and other developing countries." Zhou declined to address China's alleged veto of the 80 percent emissions cuts by 2050 by developed countries.
But the United States cannot easily stand in judgment of such foot-dragging. Citing domestic constraints, the Obama administration has pledged to cut US emissions by a mere 4 percent from 1990 levels by 2020, well short of the 25 to 40 percent cuts the Intergovernmental Panel on Climate Change says are required to (perhaps) limit global temperature rise to 2 degrees Celsius over pre-industrial levels. China offers its own domestic justifications: with 150 million Chinese living in poverty, economic development must be the top priority, and that for now means more fossil fuels. Some independent experts also refute Lynas's claim that China's commitment to reduce its carbon intensity is a mere PR move. "[That commitment] is a very big deal," says Mark Levine of the China Energy Group at the University of California, Berkeley, who has collaborated with China for the past twenty years to improve energy efficiency. "If other emerging economies were to do likewise, it would cut projected global emissions by 2050 in half."
One root of the US-China disagreement concerns the historical responsibility for climate change. Developing countries have long argued that it is not fair to expect them to slash their emissions when millions of their people live in poverty. After all, it is the historic emissions of rich industrial nations that caused global warming in the first place. The planet has only so much "atmospheric space"--the capacity to absorb carbon dioxide and other greenhouse gases. With global temperatures having risen 0.8 degrees Celsius above pre-industrial levels, and with another 0.6 "in the pipeline" because of the long life span of carbon dioxide, much of the atmospheric space has already been occupied.
This distribution of atmospheric space is the apparent basis of China's objection to the 80 percent target for developed countries and to a related proposal for 50 percent reductions in global emissions by 2050. "If you agree to 2C and a global 50 percent reduction and then accept [the developed countries' 80 percent reductions by 2050], it has the effect of locking in your own future emissions," says a China expert who requested anonymity for fear of jeopardizing professional relationships. "That would allow China much lower per capita emissions than those of the US and other developed countries." Lynas rejects such arguments as a recipe for disaster. "The historical responsibility argument makes sense in one way only: as an argument for adaptation financing," he wrote in an e-mail. (One of the few bright spots in the Copenhagen Accord was a pledge to mobilize $100 billion a year by 2020 to help poor countries cope with climate change, though it is unclear whether the money will materialize.) But such historical responsibility, insists Lynas, "is not an argument for others to pollute just as much....That is the logic of 'mutually assured destruction'--where human concepts of equity triumph over the necessity for planetary survival."

The world's leverage over China would doubtless increase if the other climate superpower was moving more aggressively. The Obama administration, Congressional Democrats and many mainstream environmental groups are pinning their hopes on the climate legislation that passed the House last summer and, in somewhat different form, awaits Senate action this spring. More radical environmental groups, such as Greenpeace and Friends of the Earth, have criticized the bill as woefully weak--not just on its emissions targets but because it would cancel the Environmental Protection Agency's authority to regulate greenhouse gases. Instead, the bill would rely on a cap-and-trade system, which critics complain is fatally compromised by its giveaways of the vast majority of pollution permits.

The most persuasive defense of the climate bill comes from Joe Romm, an assistant secretary of energy in the Clinton administration who blogs at ClimateProgress.org. Romm points out that the legislation's "lame" 2020 targets get much tougher after 2020 and hit 80 percent by 2050. "If you put in place a shrinking cap on emissions, that will inevitably raise the price of carbon, and that will be transformational," says Romm. He sees legislation as superior to EPA regulation, in part because he suspects that industry lawsuits would cripple EPA action, at least regarding existing power plants and other pollution sources. "I would love to keep EPA authority," Romm says, "but it makes no sense for progressives to take down this bill [on those grounds]. Once you've set up the economy-wide shrinking cap, the only thing you get from EPA authority is easy regulation of new--though not existing--coal-fired
plants. But if the climate bill passes, no one is going to build those plants anyway."

"Contrary to what we keep hearing, Obama's hands are not tied by the tragically weak cap-and-trade bills," says Kassie Siegel, senior counsel at the Center for Biological Diversity, whose report "Yes, He Can" outlines the case for unleashing the EPA. "Extremely deep emissions reductions are feasible with today's on-the-shelf technology.... Moreover, the Clean Air Act is a 'technology forcing' statute, so the EPA is supposed to do what's necessary to protect the public health, even if [that] appears impossible with current technology." As for potential lawsuits thwarting the EPA's effectiveness, Siegel replies, "Sure, industry can bring lawsuits, but that doesn't mean they will win, and there is nothing to stop them from suing over a cap and trade system either. Of course we want climate legislation too. But that legislation must build on the foundation of highly successful environmental law we already have, not roll it back."
Romm responds that canceling EPA authority is the price Republicans and wavering Democrats demand for backing climate legislation. "That's a price I'm willing to pay," he adds.

So, tough choices, tough challenges, tough timetables. As we grapple with them, we must above all reject the temptation of despair, which only warps thought and paralyzes action. The fight against climate change has reached a decisive moment. We must seize it with all our hearts.

DISOCCUPAZIONE



In Europa ci sono 22 milioni di disoccupati. Un dato che riporta ai momenti peggiori del continente malato. In America le cose vanno sempre peggio come dimostra l'articolo del New York Times dell'8 gennaio 2010 che riporto di seguito
Gian Luca Valentini

U.S. Job Losses in December Dim Hopes for Quick Upswing

Published: January 8, 2010
by Peter S. Goodman

The nation lost 85,000 jobs from the economy in December, the Labor Department reported Friday, as hopes for a vigorous recovery ran headlong into the prospect that paychecks could remain painfully scarce into next year.
“We’re still losing jobs,” said Dean Baker, co-director of the Center for Economic and Policy Research in Washington. “It’s nothing like we had in the free fall of last winter, but we’re not about to turn around. We’re still looking at a really weak economy.”

The disappointing snapshot of the job market intensified pressure on the Obama administration to show results for the $787 billion spending bill it championed last year to stimulate the economy.

At a news conference, Mr. Obama acknowledged the December data as a setback, while outlining plans to deliver $2.3 billion in tax credits to spur manufacturing jobs in clean energy.

“We have to continue to explore every avenue to accelerate the return to hiring,” the president told reporters.

Most economists assume the unemployment rate — which held steady at 10 percent in December — will worsen in coming months. The nation would then confront the highest jobless rate in a generation on the eve of November elections that will determine the balance of power in Congress.

Mark Zandi, chief economist at Moody’s Economy.com, forecasts that the unemployment rate will reach 10.8 percent by October. The so-called underemployment rate — which counts people who have given up looking for work and those who are working part time for lack of full-time positions — now sits at 17.3 percent.

Mr. Zandi argues that the economy requires an additional $125 billion jolt of stimulus spending on construction projects and aid to state and local governments — a proposal that confronts enormous political challenges.

Republicans assert the first dose of stimulus spending has been squandered on dubious projects. The Obama administration, increasingly concerned by the size of federal deficits, is loath to spend more.

Mr. Zandi argues that a failure to spend now to spur growth could leave the United States in a bigger hole.

“If we don’t do it and we slide back into recession,” he said, “that’s going to exacerbate the deficit even more.”

The December jobs report included one encouraging milestone: Data for November was revised to show the economy gained 4,000 jobs that month, compared with initial reports showing a net loss of 11,000 jobs. That was the first monthly improvement since the recession began two years ago.

But the December data failed to repeat the trend, disappointing economists, who had generally expected a decline of 10,000 jobs. The report showed continued slowing in the pace of job losses, but it also underscored that companies were reluctant to hire.

For a fifth consecutive month, temporary help services expanded, adding 47,000 positions in December. That buttressed the notion that companies required more labor, even as they held off hiring full-time workers.

“We’re going in the right direction,” said Michael T. Darda, chief economist at MKM Partners, a research and trading firm. “If we just have a little bit of patience, we’ll start to see monthly increases of 200,000 to 300,000 jobs within six months.”

But millions of people still grappling with the bite of the worst downturn since the Great Depression have exhausted their patience — along with their savings and confidence.

In Charlotte, N.C., Kumar G. Navile, 33, says he has applied for 500 jobs in the year since he lost his position as an engineer.

“You get up every day and say today will be different, but it is mentally challenging,” Mr. Navile said. “I performed well in school. I got a job the day I graduated. It’s been a struggle.”

For those out of work, the market is bleaker than ever. The average duration of unemployment reached 29 weeks in December, the longest since the government began tracking such data in 1948.

“There is almost no hiring going on outside the temporary help sector,” said Andrew Stettner, deputy director of the National Employment Law Project.

Despite the parsing of data and contrasting economic forecasts, no complexity cloaked the basic facts of the report: job openings remain scarce.

“Most people, they’re not looking at the data,” Mr. Baker said. “They’re just asking, ‘Can I get a job?’ And that’s not getting any easier.”

The government’s monthly jobs report, while always important, now stands as the crucial indicator of economic health.

For years, households spent in excess of incomes by borrowing against the value of homes, leaning on credit cards and tapping stock portfolios. But home prices have plummeted, stock holdings have diminished and nervous banks have sliced credit even for healthy borrowers, leaving the paycheck as the primary source of household finance.

Economists are divided over the nation’s economic prospects. Some argue that recent expansion on the factory floor presages broader economic improvement that will soon deliver job growth.

Not yet. Manufacturing lost 27,000 jobs in December. Construction jobs declined by 53,000. Government shed 21,000 jobs. Despite a surprisingly strong holiday shopping season, retailing lost 10,000 jobs.

Health care remained a bright spot, expanding by 22,000 jobs.

Skeptics argue that the factory expansion merely reflects a rebuilding of inventories after businesses slashed stocks during the panic. Expansion has been aided by stimulus spending and tax credits for homebuyers.

Once these factors fade in coming months, skeptics argue, the economy will confront stubborn challenges — cash-tight households curtailing spending, banks reluctant to lend and businesses unwilling to hire.

Those with the gloomiest outlooks envision a “double dip” recession, in which the economy resumes contracting. Others fear years of stagnation, like Japan’s Lost Decade in the 1990s.

One point of agreement among economists is that the nation cannot recover without millions of new jobs. The economy needs about 100,000 new jobs a month just to keep pace with people entering the work force. When workers gain wages, they spend them at other businesses, creating jobs for other workers — a virtuous cycle, in the parlance of economists.

Recent months have produced tentative signs that such a cycle might be unfolding, even as economists debate its sustainability. The December jobs report added to the ambiguity.

On the one hand, job losses undermined hopes for a quick turnaround. Yet the losses were a far cry from the roughly 700,000 monthly job losses seen a year ago.

“Standing still feels good when you’ve been used to falling backwards,” said Stuart G. Hoffman, chief economist at the PNC Financial Services Group. “But we want to move forward.”

mercoledì 6 gennaio 2010

RIFLETTIAMO SUL NOSTRO FUTURO: IL CLIMA


La Conferenza di Copenhagen non ha effettivamente risolto nulla. Invece, faremmo bene a riflettere su tante cose che la nostra pigrizia ci porta a rimandare a domani. Domani potrebbe essere un giorno diverso.
Gian Luca Valentini

DA: THE NATION
JAMES HANSEN, 30/12/09

We have finally arrived at the main story: what we need to do to solve the climate problem, and how we can save a future for our grandchildren.
The problem demands a solution with a clear framework and a strong backbone. Yes, I know that halting and reversing the growth of carbon dioxide in the air requires an "all hands on deck" approach-- there is no "silver bullet" solution for world energy requirements.

People need to make basic changes in the way the live. Countries need to cooperate. Matters as seemingly intractable as population must be addressed. And the required changes must be economically efficient. Such a pathway exists and is achievable.

Let's define what a workable backbone and framework should look like. The essential backbone is a rising price on carbon applied at the source (the mine, wellhead, or port of entry), such that it would affect all activities that use fossil fuels, directly or indirectly.

Our goal is a global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions. We have shown, quantitatively, that the only practical way to achieve an acceptable carbon dioxide level is to disallow the use of coal and unconventional fossil fuels (such as tar sands and oil shale) unless the resulting carbon is captured and stored. We realize that remaining, readily available pools of oil and gas will be used during the transition to a post-fossil-fuel world. But a rising carbon price surely will make it economically senseless to go after every last drop of oil and gas--even though use of those fuels with carbon capture and storage may be technically feasible and permissible.

Global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions is a stringent requirement. Proposed government policies, consisting of an improved Kyoto Protocol approach with more ambitious targets, do not have a prayer of achieving that result. Our governments are deceiving us, and perhaps conveniently deceiving themselves, when they say that it is possible to reduce emissions 80 percent by 2050 with such an approach.

A successful new policy cannot include any offsets. We specified the carbon limit based on the geophysics. The physics does not compromise--it is what it is. And planting additional trees cannot be factored into the fossil fuel limitations. The plan for getting back to 350 ppm assumes major reforestation, but that is in addition to the fossil fuel limit, not instead of. Forest preservation and reforestation should be handled separately from fossil fuels in a sound approach to solve the climate problem.

The public must be firm and unwavering in demanding "no offsets," because this sort of monkey business is exactly the type of thing that politicians love and will try to keep. Offsets are like the indulgences that were sold by the church in the Middle Ages. People of means loved indulgences, because they could practice any hanky-panky or worse, then simply purchase an indulgence to avoid punishment for their sins. Bishops loved them too, because they brought in lots of moola. Anybody who argues for offsets today is either a sinner who wants to pretend he or she has done adequate penance or a bishop collecting moola.

Be prepared for energy experts telling you that a kazillion units of energy will be needed in 2050 or 2100. They will calculate how many square miles of solar power plants must be built every day or how many nuclear power plants must be built every year, and then they will wring their hands and perhaps try to sell you something. Yes, energy use is going to increase--mainly because parts of the world are developing rapidly and raising their standards of living and energy use. But energy growth need not be exceedingly rapid--energy use hardly grew during rapid economic growth in the world's largest economy, even though the great potential of energy efficiency was barely tapped.

Also remember that the solution to the climate problem requires a phasedown of carbon emissions, not necessarily a phasedown of energy use. We will need to slow the energy growth rate and decarbonizes our energy sources to solve the problem.

Why do fossil fuels continue to provide most of our energy? The reason is simple. Fossil fuels are the cheapest energy. This is in part due to their marvelous energy density and the intricate energy-use infrastructure that has grown up around fossil fuels. But there is another reason: Fossil fuels are cheapest because we do not take into account their true cost to society. Effects of air and water pollution on human health are borne by the public. Damages from climate change are also falling on the public, but they will be borne especially by our children and grandchildren.

How can we fix the problem? The solution necessarily will increase the price of fossil fuel energy. We must admit that. In the end, energy efficiency and carbon-free energy can surely be made less expensive than fossil fuels, if fossil fuels' cost to society is included. The difficult part is that we must make the transition with extraordinary speed if we are to avert climate disaster. Rather than immediately defining a proposed framework for a solution, which may appear to be arbitrary without further information, we need to first explore the problem and its practical difficulties.

Two alternative legislative actions have been proposed in the United States: "fee-and-dividend" and "cap-and-trade." Let's begin by looking at the simpler approach, fee-and-dividend. In this method, a fee is collected at the mine or port of entry for each fossil fuel (coal, oil and gas), i.e., at its first sale in the country. The fee is uniform, a single number, in dollars per ton of carbon dioxide in the fuel. The public does not directly pay any fee or tax, but the price of the goods they buy increases in proportion to how much fossil fuel is used in their production. Fuels such as gasoline or heating oil, along with electricity made from coal, oil or gas, are affected directly by the carbon fee, which is set to increase over time. The carbon fee will rise gradually so that the public will have time to adjust their lifestyle, choice of vehicle, home insulation, etc., so as to minimize their carbon footprint.

Under fee-and-dividend, 100 percent of the money collected from the fossil fuel companies at the mine or well is distributed uniformly to the public. Thus those who do better than average in reducing their carbon footprint will receive more in the dividend than they will pay in the added costs of the products they buy.

The fee-and-dividend approach is straightforward. It does not require a large bureaucracy. The total amount collected each month is divided equally among all legal adult residents of the country, with half shares for children, up to two children per family. This dividend is sent electronically to bank accounts, or for people without a bank account, to their debit card.

A rising carbon price does not eliminate the need for efficiency regulations, but it makes them work much better. The best enforcement is carbon price--as the fuel price rises, people pay attention to waste.

Let's discuss cap-and-trade explicitly. Then I will provide a bottom-line proof that it cannot work.

In cap-and-trade, the amount of a fossil fuel for sale is supposedly "capped." A nominal cap is defined by selling a limited number of certificates that allow a business or speculator to buy the fuel. So the fuel costs more because you must pay for the certificate and the fuel. Congress thinks this will reduce the amount of fuel you buy--which may be true, because it will cost you more. Congress likes cap-and-trade because it thinks the public will not figure out that a cap is a tax. How does the "trade" part factor in? Well, you don't have to use the certificate; you can trade it or sell it to somebody else. There will be markets for these certificates on Wall Street and such places. And markets for derivatives. The biggest player is expected to be Goldman Sachs. What is the advantage of cap-and-trade over fee-and-dividend, with the fee distributed to the public in equal shares? There is an advantage to cap-and-trade only for energy companies with strong lobbyists and for Congress, which would get to dole out the money collected in certificate selling, or just give away some certificates to special interests.

Okay, I will try to be more specific about why cap-and-trade will be necessarily ineffectual. Most of these arguments are relevant to other nations as well as the United States.

First, Congress is pretending that the cap is not a tax, so it must try to keep the cap's impact on fuel costs small. Therefore, the impact of cap-and-trade on people's spending decisions will be small, so necessarily it will have little effect on carbon emissions. Of course that defeats the whole purpose, which is to drive out fossil fuels by raising their price, replacing them with efficiency and carbon-free energy. The impact of cap-and-trade is made even smaller by the fact that the cap is usually not across the board at the mine. In the fee-and-dividend system, a single number, dollars per ton of carbon dioxide, is applied at the mine or port of entry. No exceptions, no freebies for anyone, all fossil fuels covered for everybody. In cap-and-trade, things are usually done in a more complicated way, which allows lobbyists and special interests to get their fingers in the pie. If the cap is not applied across the board, covering everything equally, any sector not covered will be able to lower its price. Sectors not covered then increase their fuel use.

The following is excerpted from James Hansen's "Storms of My Grandchildren," the climate scientist's new book about what is needed to stop global warming.

In contrast, the fee-and-dividend approach puts a rising and substantial price on carbon. I believe that the public, if honestly informed, will accept a rise in the carbon fee rate because their monthly dividend will increase correspondingly. The cap-and-trade target level for emissions (defined by the number of permits) sets a floor on emissions. Emissions cannot go lower than this floor, because the price of permits on the market would crash, bringing down fossil fuel prices and again making it more economical for profit-maximizing businesses to burn fossil fuels than to employ energy-efficiency measures and renewable energy technology.
With fee-and-dividend, in contrast, we will reach a series of points at which various carbon-free energies and carbon-saving technologies are cheaper than fossil fuels plus their fee. As time goes on, fossil fuel use will collapse, remaining coal supplies will be left in the ground, and we will have arrived at a clean energy future. And that is our objective.

A perverse effect of the cap-and-trade floor is that altruistic actions become meaningless. Say that you are concerned about your grandchildren, so you decide to buy a high-efficiency little car. That will reduce your emissions but not the country's or the world's; instead it will just allow somebody else to drive a bigger SUV. Emissions will be set by the cap, not by your actions.

Fourth, Wall Street trading of emission permits and their derivatives in the anticipated multitrillion-dollar carbon market, along with the demonstrated volatility of carbon markets, creates the danger of Wall Street failures and taxpayer-funded bailouts. In the best case, if market failures are avoided, there is the added cost of the Wall Street trading operation and the profits of insider trading.

In contrast, a simple flat fee at the mine or well, with simple long division to determine the size of the monthly dividend to all legal residents, provides no role for Wall Street. Could that be the main reason that Washington so adamantly prefers cap-and-trade? Fee-and-dividend is revenue neutral to the public, on average. Cap-and-trade is not, because we, the public, provide the profits to Wall Street and any special interests that have managed to get written into the legislation. Of course Congress will say, "We will keep the cost very low, so you will hardly notice it." The problem is, if it's too small for you to notice, then it is not having an effect. But maybe Congress doesn't really care about your grandchildren.

Hold on! Or so you must be thinking. If cap-and-trade is so bad, why do environmental organizations such as the Environmental Defense Fund and the National Resources Defense Council support it? And what about Waxman and Markey, two of the strongest supporters of the environment among all members of the House of Representatives?

I don't doubt the motives of these people and organizations, but they have been around Washington a long time. They think they can handle this problem the way they always have, by wheeling and dealing. Environmental organizations "help" Congress in the legislative process, just as the coal and oil lobbyists do. So there are lots of "good" items in the 1,400 pages of the Waxman-Markey bill, such as support for specific renewable energies. There may be more good items than bad ones--but unfortunately the net result is ineffectual change. Indeed, the bill throws money to the polluters, propping up the coal industry with tens of billions of taxpayer dollars and locking in coal emissions for decades at great expense.

Yet these organizations say, "It is a start. We will get better legislation in the future." It would surely require continued efforts for many decades, but we do not have many decades to straighten out the mess.

The beauty of the fee-and-dividend approach is that the carbon fee helps any carbon-free energy source, but it does not specify these sources; it lets the consumer choose. It does not cost the government anything. Whether it costs citizens, and how much, depends on how well they reduce their carbon footprint.

A final comment on cap-and-trade versus fee-and-dividend. Say an exogenous development occurs, for example, someone invents an inexpensive solar cell or an algae biofuel that works wonders. Any such invention will add to the 28 percent emissions reduction in the fee- and- dividend approach. But the 17 percent reduction under cap-and-trade will be unaffected, because the cap is a floor. Permit prices would fall, so energy prices would fall, but emission reductions would not go below the floor. Cap-and-trade is not a smart approach.

Contrary to the assertion by proponents of a Kyoto-style cap-and-trade agreement, cap-and-trade is not the fastest way to an international agreement. That assertion is another case of calling black "white," apparently under the assumption that the listener will accept it without thinking. A cap-and-trade agreement will be just as hard to achieve as was the Kyoto Protocol. Indeed, why should China, India, and the rest of the developing world accept a cap when their per-capita emissions are an order of magnitude less than America's or Europe's? Leaders of developing countries are making that argument more and more vocally. Even if differences are papered over to achieve a cap-and-trade agreement at upcoming international talks, the agreement is guaranteed to be ineffectual. So eventually (quickly, I hope!) it must be replaced with a more meaningful approach. Let's define one.
The key requirement is that the United States and China agree to apply across-the-board fees to carbon-based fuels. Why would China do that? Lots of reasons. China is developing rapidly and it does not want to be saddled with the fossil fuel addiction that plagues the United States. Besides, China would be hit at least as hard as the United States by climate change. The most economically efficient way for China to limit its fossil fuel dependence, to encourage energy efficiency and carbon-free energies, is via a uniform carbon fee.
The same is true for the United States. Indeed, if the United States does not take such an approach but rather continues to throw lifelines to special interests, its economic power and standard of living will deteriorate, because such actions make the United States economy less and less efficient relative to the rest of the world.

Agreement between the United States and China comes down to negotiating the ratio of their respective carbon tax rates. In this negotiation the question of fairness will come up--the United States being more responsible for the excess carbon dioxide in the air today despite its smaller population. That negotiation will not be easy, but once both countries realize they are on the same boat and will sink or survive together, an agreement should be possible. Europe, Japan and most developed countries would likely agree to a similar status to that of the United States. It would not be difficult to deal with any country that refuses to levy a comparable across-the-board carbon fee. An import duty could be collected by countries importing products from any nation that does not levy such a carbon fee. The World Trade Organization already has rules permitting such duties. The duty would be based on standard estimates of the amount of fossil fuels that go into producing the imported product, with the exporting company allowed the option of demonstrating that its product is made without fossil fuels, or with a lesser amount of them. In fact, exporting countries would have a strong incentive to impose their own carbon fee, so that they could keep the revenue themselves.

As for developing nations, and the poorest nations in the world, how can they be treated fairly? They also must have a fee on their fossil fuel use or a duty applied to the products that they export. That is the only way that fossil fuels can be phased out. If these countries do not have a tax on fossil fuels, then industry will move there, as it has moved already from the West to China and India, with carbon pollution moving along with it. Fairness can be achieved by using the funds from export duties, which are likely to greatly exceed foreign aid, to improve the economic and social well-being of the developing nations.

In summary, the backbone of a solution to the climate problem is a flat carbon emissions price applied across all fossil fuels at the source. This carbon price (fee, tax) must rise continually, at a rate that is economically sound. The funds must be distributed back to the citizens (not to special interests)--otherwise the tax rate will never be high enough to lead to a clean energy future. If your government comes back and tells you that it is going to have a "goal" or "target" for carbon emission reductions, even a "mandatory" one, you know that it is lying to you, and that it doesn't give a damn about your children or grandchildren. For the moment, let's assume that our governments will see the light.

Once the necessity of a backbone flat carbon price across all fossil fuel sources is recognized, the required elements for a framework agreement become clear. The principal requirement will be to define how this tax rate will vary between nations. Recalcitrance of any nations to agree to the carbon price can be handled via import duties, which are permissible under existing international agreements. The framework must also define how proceeds of carbon duties will be used to assure fairness, encourage practices that improve women's rights and education, and help control population. A procedure should be defined for a regular adjustment of funds' distribution for fairness and to reward best performance. Well, what happens if, instead of accepting the need for a rising carbon price, our governments continue to deceive us, setting goals and targets for carbon emissions reductions?

In that case we had better start thinking about the Venus syndrome.

ISRAELE E LE CONTAMINAZIONI...NON ETNICHE



DA INTERNAZIONALE DEL 6 GENNAIO 2010

Dall’Italia un’accusa a Israele

“Il gruppo italiano New weapons committee, composto da ricercatori, professori universitari e comunicatori che studiano l’uso delle nuove armi nei conflitti, ha accusato Israele di aver contaminato i terreni di Gaza attraverso i bombardamenti”, racconta Haaretz. “Dopo l’esame del suolo di quattro grandi crateri creati durante l’ultima guerra, i ricercatori avvertono che la popolazione di Gaza è in pericolo”

IL CARTELLO DEI PASTAI: UNA NUOVA VERGOGNA?


da: INTERNAZIONALE - DAILY TELEGRAPH


Il cartello dei pastai
“Negli ultimi due anni il prezzo della pasta in Italia è aumentato di più del 50 per cento nonostante il prezzo del grano duro sia diminuito per effetto della crisi economica globale. La guardia di finanza sospetta che cinque grandi aziende – Amato, Barilla, De Cecco, Divella e Garofalo – abbiano dato vita a un cartello per mantenere alti i prezzi della pasta”, racconta il Daily Telegraph. “E il garante per la sorveglianza dei prezzi, Roberto Sambuco, ha convocato per il 19 gennaio i rappresentanti delle organizzazioni di settore dei pastai per indagare sulla questione”.

Il quotidiano spagnolo La Vanguardia si occupa, invece, della pubblicazione di un libro sui clandestini italiani che all’inizio del novecento s’imbarcavano per l’America senza documenti. “In Italia il dibattito sull’accoglienza degli stranieri accende gli animi e obbliga il Vaticano a far sentire la sua potente voce. Due mesi fa, per contestualizzare il presente nella storia, la Fondazione Corriere della Sera ha pubblicato un libro che raccoglie le cronache di Eugenio Balzan, il giornalista che nel 1901 si mise in viaggio con gli emigranti italiani diretti in Canada e negli Stati Uniti per descrivere le esperienze e le condizioni durissime in cui vivevano. Il libro vuole incrinare la credenza, molto diffusa tra gli xenofobi, che l’emigrazione italiana sia sempre stata legale e diretta verso paesi che presentavano grandi opportunità di lavoro e accoglievano gli stranieri a braccia aperte”.

lunedì 4 gennaio 2010

ARTICOLO CONTRO QUELLE CANAGLIE CHE PENSANO CHE NON ESISTA PIU' LA CRISI O LA FAME NEL MONDO

DUE MILIARDI DI VITTIME

Improvvisamente riapparve la fame

DA LE MONDE DIPLOMATIQUE NOVEMBRE 2009


«Il problema della fame era già grave quando i prezzi del cibo erano ragionevoli e il mondo viveva in un periodo di prosperità. Ma la crisi alimentare mondiale (2006-2008), seguita dalla recessione economica, ha creato una situazione catastrofica», afferma David Gustafson, direttore dell'agenzia delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao). Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha visto il suo budget passare da 6 a 3 miliardi di dollari tra il 2007 ed il 2008. Secondo la Fao, 30 miliardi di dollari all'anno sarebbero sufficienti per ridurre della metà il numero di persone sofferenti la fame entro il 2015. Sarebbe meno di un decimo delle sovvenzioni accordate all'agricoltura dei paesi ricchi. Al momento del vertice mondiale per la sicurezza alimentare che si svolgerà dal 16 al 18 novembre a Roma, resta da affrontare un problema fondamentale: quale modello agricolo sarà in grado di nutrire i nove miliardi di esseri umani che abiteranno il pianeta nel 2050?


di Stéphane Parmentier*

«La fame non è una catastrofe naturale», sottolinea Olivier De Schutter, relatore speciale delle Nazioni unite per il diritto all'alimentazione (1). Essa è essenzialmente il prodotto di scelte politiche inadeguate.
La constatazione appare, al tempo stesso, terribile e salutare. Terribile per la sua ampiezza: nel 2009 secondo la Fao, un miliardo di persone sarebbero sottoalimentate (2); due miliardi sarebbero colpiti da malnutrizione; nove milioni ne morirebbero ogni anno (3). Salutare perché si potrebbe evitare la crisi alimentare effettuando altre scelte di società. Le soluzioni alternative, tecnicamente realistiche ed efficaci, costitutive di un altro modello di sviluppo, non mancano.
Tuttavia la loro individuazione non può prescindere dal riconoscimento delle cause del crollo.
C'è innanzitutto il recente aggravarsi della crisi: sono state censite in un anno cento di milioni di vittime supplementari della fame.
Questa catastrofe è stata provocata dal rialzo dei prezzi agricoli internazionali del 2007 e 2008, con diverse ripercussioni sui mercati interni dei paesi coinvolti (4). Il livello storicamente basso di scorte ha svolto un ruolo strutturale di fondamentale importanza in questa impennata dei prezzi. Secondo l'ingegnere agronomo Marcel Mazoyer, «la ragione della caduta degli stocks è il calo dei prezzi avvenuto negli ultimi venticinque anni. Succede così ogni venticinque o trenta anni, da due secoli. Dal 1975 al 2005-2006, i prezzi delle materie prime agricole sul mercato internazionale sono stati ridotti di un sesto. I magazzini si svuotavano poco a poco. Per quanto riguarda i cereali, erano caduti a meno del 16% della produzione e del consumo mondiali. Giunti a questo punto, basta un nonnulla perché i prezzi esplodano».
È possibile individuare facilmente la scintilla che ha dato fuoco alle polveri: la crescita rapida della domanda di agrocarburanti negli Stati uniti (2004-2005) e in Europa. Esercitandosi su scorte già molto deboli, essa ha provocato un aumento sensibile dei prezzi mondiali di numerosi prodotti di base, tra cui il mais e gli oli vegetali (palma, soia, colza), utilizzati rispettivamente nella produzione di etanolo e di biodiesel. Sui mercati a termine di Chicago, New York, Kansas City e Minneapolis, l'intervento massiccio di fondi speculativi (5) ha accelerato ed amplificato la crescita dei costi delle materie prime, e quindi dei prezzi. Fattore aggravante: il rincaro del petrolio, che ha provocato quello dei materiali chimici, dei trasporti e dell'energia.
Ma la crescita del numero di nuove vittime della fame non si può spiegare unicamente attraverso questi fattori. È il risultato innanzitutto dell'estrema povertà che caratterizza la loro quotidianità- a maggior ragione nel momento in cui i prezzi alimentari aumentano. Attualmente l'80% delle persone colpite da questo fenomeno sono contadini: il 50% è infatti costituito da piccoli coltivatori, il 10% da allevatori e il 20% da agricoltori senza terra (6). Quanto al restante 20% di vittime della fame, tra gli abitanti delle zone urbane, si tratta in parte di individui che, dalle aree rurali, sono emigrati verso le città sperando in una vita migliore. La domanda dunque è: perché tanti lavoratori della terra vivono nella povertà?
La risposta appare amaramente semplice: nelle istanze internazionali, nazionali e regionali competenti in materia di politiche agricole, commerciali e di altra natura, le decisioni sono generalmente prese senza tenere conto dei contadini. Ne sono prova le misure preannunciate nel quadro dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), delle politiche di aggiustamento strutturale della Banca mondiale (Bm) e del Fondo monetario internazionale (Fmi), degli accordi di libero scambio e delle politiche agroesportatrici di alcuni stati e regioni del mondo come gli Stati uniti, l'Unione europea, il Brasile... Queste misure comprendono l'apertura delle frontiere, l'abbandono della gestione dell'offerta (e quindi il suo adeguamento alla domanda), lo smantellamento dei meccanismi di stoccaggio delle eccedenze e degli enti di commercializzazione. La loro attuazione va contro gli interessi e i diritti fondamentali dei contadini. Allineando progressivamente i prezzi interni a quelli internazionali, tali misure rendono instabili e incerti i loro redditi. Mettendo brutalmente in concorrenza agricoltori con divari di competitività enormi, esse incoraggiano la generalizzazione di scambi non durevoli di prodotti agricoli, di cui le brusche spinte di importazioni costituiscono un buon esempio.
Su scala di un singolo paese, un tale aumento si traduce in una crescita anomala del volume del prodotto interessato combinata a un forte calo dei prezzi. Esercitando una concorrenza insostenibile sulle derrate locali, ciò provoca lo sprofondamento dei prezzi interni e dei redditi agricoli. Così facendo, essa impoverisce i contadini, distrugge i modelli tradizionali di vita dei coltivatori e genera una disoccupazione rurale di massa. Il fenomeno non ha nulla di aneddotico.
Tra il 1984 e il 2000, settecentosessantasette afflussi improvvisi di importazioni sono stati registrati in diciassette paesi in via di sviluppo (Pvs). Tali importazioni, conducendo alla crisi di produzione dei paesi coinvolti, aumentano il loro deficit alimentare. Ne consegue una dipendenza accresciuta dalle importazioni e dai corsi internazionali per assicurare la sicurezza delle popolazioni (7). Si intuisce allora quanto la recente impennata dei prezzi abbia potuto rivelarsi catastrofica per i paesi importatori di prodotti alimentari.
Lo squilibrio di forze nelle catene agroalimentari contribuisce ulteriormente alla povertà rurale. La capacità degli attori di incidere nella negoziazione delle condizioni di approvvigionamento varia in funzione del grado di concentrazione del settore. Allo stato attuale, quello della produzione è infinitamente meno concentrato di altri. Si stima a due miliardi e seicento milioni di persone la popolazione coinvolta e a quattrocentocinquanta milioni il numero di operai agricoli. Allo stesso tempo, dieci imprese controllano la metà dell'offerta di sementi e tre o quattro società la maggior parte degli scambi mondiali di ciascun prodotto. Per quanto riguarda la distribuzione, essa si riduce a quattro o cinque catene di supermercati che si spartiscono il mercato in ogni paese sviluppato.
E il loro potere cresce anche nei paesi del Sud.
Posti di fronte ad autentici colli di bottiglia sia a monte che a valle, i contadini hanno una sola opzione: piegarsi alle esigenze degli altri anelli della catena. Ancora una volta, lo squilibrio di forze è carico di conseguenze: esso permette ai distributori di approvvigionarsi a costi contenuti, impone ai contadini prezzi cronicamente inferiori ai loro costi di produzione ed erode i già deboli salari dei lavoratori delle grandi coltivazioni industriali.
I fattori di impoverimento dei contadini sono numerosi: mancato accesso alla terra, distribuzione ineguale degli aumenti di produttività determinati dalla «rivoluzione verde» (8), o ancora riduzione dell'aiuto pubblico allo sviluppo. Tutti presentano tuttavia un denominatore comune: la rinuncia della politica a garantire lo sviluppo di agricolture contadine sostenibili.
Porre un termine alla fame presupporrebbe un radicale cambiamento di rotta volto a garantire questo sviluppo nel quadro della sovranità alimentare (si legga l'articolo sopra). Un tale approccio implica prezzi stabili e remunerativi per tutti i contadini del mondo. Sarebbe necessario disporre di sistemi efficaci di gestione dell'offerta a livello sia internazionale che nazionale e regionale, fondati sull'adattamento costante delle produzioni ed una protezione flessibile delle frontiere.
Di conseguenza, appare cruciale riequilibrare le relazioni tra gli attori, sia rafforzando il potere delle organizzazioni contadine sia riducendo quello dell'industria agroalimentare e della grande distribuzione. Investire di più è fondamentale- ma non a qualunque condizione. I decenni di sostegno a un modello di agricoltura industriale intensiva hanno mostrato i loro limiti. L'agroecologia offre delle soluzioni che permettono di aumentare la produttività contribuendo a salvaguardare il pianeta e limitando, in particolare, l'impatto sul cambiamento climatico.
Nell'aprile 2008, circa sessanta governi firmarono il rapporto sulla «Valutazione internazionale delle conoscenze, delle scienze e delle tecnologie agricole per lo sviluppo (Iaastd)». Realizzato da quattrocento ricercatori di tutto il mondo, questo rapporto pluridisciplinare sollecita un riorientamento ed un aumento dei finanziamenti per una rivoluzione agricola ecologica. Chiede l'attuazione di politiche che garantiscano l'accesso alla terra, alle semenze ed all'acqua potabile. L'aumento inedito del numero di vittime della fame nel 2009 esorta infatti a porre la questione di fondo: che modello agricolo e alimentare vogliamo?


note:
* Consulente e ricercatore indipendente (www.agriculture-viable.net), consigliere di politica agricola presso la Federazione unita dei gruppi di allevatori e agricoltori (Fugea), sindacato vallone membro di Via Campesina.

(1) T. Nagant, «"La faim n'est pas une fatalité", pour Olivier De Schutter», Programma Alimentare mondiale, http://one.wfp.org
(2) «L'état de l'insécurité alimentaire dans le monde 2008», Fao, Roma, 2009.

(3) «L'origine de la crise alimentaire mondiale», Science actualités, primavera 2008, www.cite-sciences.fr
(4) Si legga Dominique Baillard, «Come si è inceppato il mercato mondiale dei cereali», Le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 2008.

(5) Daniel G. De La Torre Ugarte e Sophia Murphy, «The global food crisis : Creating an opportunity for fairer and more sustainable food and agriculture systems worldwide», Heinrich Böll Foundation, Berlino, 2008.

(6) Paula Cusí Echaniz, «Risques alimentaires et économiques en Méditerranée», Centre international de hautes études agronomiques méditerranéenne (Cilheam), Parigi, 2009.

(7) Il Wto autorizza temporaneamente gli stati vittime di afflussi improvvisi di importazioni ad aumentare le tasse o ad imporre delle quote. Ma le condizioni poste rendono queste misure di protezione impraticabili o inefficaci.

(8) Negli anni '60 e '70, la «rivoluzione verde» ha trasformato l'agricoltura dei paesi del Sud, in particolare in America latina e in Asia, attraverso l'intensificazione delle tecniche e l'utilizzo di cereali ad alto rendimento potenziale.

(9) Pubblicato il 15 aprile 2008, questa valutazione è stata condotta sotto gli auspici di trenta governi e di trenta associazioni della «società civile». Cinque agenzie dell'Onu sono state coinvolte: l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), il Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo (Undp), il Programma delle Nazioni unite per l'ambiente (Unep), l'Organizzazione delle Nazioni unite per l'educazione, la scienza e la cultura (Unesco) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Per una sintesi del rapporto: www.agassessment.org (Traduzione di A. M.)

Riccardo Petrella - proposte per il clima

IL MANIFESTO, 4/01/2010

È inutile che i dirigenti politici, economici e scientifici cerchino di arrampicarsi sui vetri: Copenhagen si è risolto in un vergognoso ipermediatizzato megavertice mondiale. La Cop 15 è stata preceduta da anni di annunci clamorosi sulla gravità e sull'accelerazione dei processi di riscaldamento dell'atmosfera, di grandi programmi di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sull'urgenza di misure drastiche e strutturali da prendere, e di impegni solenni da parte di governi, imprese, università. Si è conclusa con un documento insulso, convenuto all'ultimo momento tra quattro paesi (Usa, India, Cina e Sudafrica, senza nemmeno l'Ue, il Brasile, la Russia), di cui la plenaria della Conferenza ha solo «preso atto». A partire da questa considerazione si possono elaborare alcune proposte di azione.
La prima proposta, di valenza immediata, s'impone da sola: è quella di rifiutare di minimizzare il fallimento di Copenhagen e metterne in risalto eventuali risultati positivi (quale il fatto che la conferenza abbia avuto luogo con la partecipazione di migliaia di delegati ufficiali di tutti i paesi del mondo, o che il documento scarabocchiato alla fine parla della necessità di non superare i due gradi centigradi di riscaldamento al 2100). Bisogna invece denunciare le mistificazioni e le scelte operate dai gruppi dominanti, documentandone con rigore i presupposti sbagliati e gli inevitabili errori di prospettiva.
Per questo, propongo la diffusione di "Quaderni della vergogna", con l'obiettivo di documentare le responsabilità dirette per il fallimento di Copenhagen. Un "Quaderno" dovrebbe essere dedicato al rifiuto da parte degli Usa e dell'Ue di modificare il regime dei diritti di proprietà dei brevetti industriali e di quelli sul vivente (una delle principali cause dell'impossibile accordo politico). Un altro dovrebbe essere dedicato alle disfunzioni e alle derive dei mercati delle emissioni e, in particolare, dei Clean development mechanisms.
Inoltre, non si può accettare come positivo il fatto che niente sia stato detto su come modificare il sistema energetico ed economico di produzione e di consumo attuale al fine di migliorare le condizioni di vita di tre miliardi di esseri umani sotto la soglia della povertà assoluta. Questi tre miliardi di persone non sanno cosa farsene del "piccolo passo" compiuto a Copenhagen. E, viceversa, l'oligarchia mondiale non dà alcuna priorità al diritto alla vita di quest'ultimi. Non si può accettare il fatto di non identificare i colpevoli della vergogna di Copenhagen, primi fra tutti gli Usa.
Tenaci sostenitori della «non negoziabilità del modo di vita americano», della loro sicurezza nazionale e del principio dell'unilateralismo decisionale in materia di impegni internazionali da parte di ogni Stato, e fedeli indefessi del mercato e della finanza liberi, gli Usa hanno reso impossibile la redazione e la firma di un accordo mondiale sul clima. Hanno preso in ostaggio il futuro dell'umanità e del pianeta. Come nel 1997 a Tokyo, gli Stati Uniti hanno imposto la ragione della loro forza e dei loro interessi. A Copenhagen è rispuntato un detto assai eloquente: «Obama non è certamente Bush, ma gli Stati Uniti restano gli Stati Uniti». Spinti dalle stesse logiche (preservare la loro sicurezza nazionale, mantenere la competitività delle loro imprese e tirare il massimo dei vantaggi dalla transizione verso un'economia fondata sulle energie rinnovabili) gli altri paesi sviluppati si sono allineati su posizioni intransigenti. L'Unione europea, in particolare, non ne esce più amata e rispettata, nonostante prima di Copenhagen abbia giocato a fare la migliore allieva della classe.
Pertanto, se e fintantoché i poteri forti dei principali Stati negoziatori resteranno abbarbicati ai principi negoziali imposti a Copenhagen (abbandono del Protocollo di Kyoto come quadro giuridico di riferimento, mercificazione dell'aria, dell'acqua, della terra e del sole, monetizzazione delle foreste, mantenimento dei diritti di proprietà intellettuale sul vivente), la seconda proposta consiste nel suggerire che la società civile abbandoni di correre dietro i negoziati intergovernativi nella speranza di farvi una "piccola" breccia positiva. Propongo invece che la società civile mondiale, approfittando della convergenza intervenuta in preparazione e nel corso di Copenhagen tra le grandi correnti dell'altermondialismo (a vocazione sociale, anticapitalista e politica) e quelle dell'ecologismo e della giustizia climatica, lanci l'organizzazione di un'Assemblea costituente cittadina mondiale. L'obiettivo sarebbe quello di definire e precisare le grandi linee (principi fondatori, valori fondamentali, regole di base mondiali) di un Patto mondiale del vivere insieme (una specie di Carta Costituzionale dell'umanità e del pianeta) centrata sull'idea «salviamo la vita e il pianeta».
A tal fine, l'Assemblea costituente mondiale dovrebbe: a) affermare il carattere di beni comuni pubblici, patrimonio dell'umanità e della madre-terra di cinque beni essenziali e insostituibili alla vita e al vivere insieme: l'acqua, l'aria, il sole, la terra, la conoscenza. L'Assemblea dovrebbe solennemente riconoscere la loro indisponibilità al mercato, la loro destinazione universale, il loro legame con la sacralità della vita e il diritto alla vita per tutti;
b) elaborare delle soluzioni alternative di economia pubblica e cooperativa per la promozione di un'economia di giustizia ambientale e di condivisione sociale. Le soluzioni esistono. Non v'è bisogno di far ricorso al mercato delle emissioni o al prezzo mondiale della tonnellata di CO² per impedire che l'atmosfera si riscaldi più di 1,5 gradi centigradi da qui al 2.100;
c) a partire da quanto sopra, riconcettualizzare i principi di sovranità e di sicurezza per arricchirli sul piano dei contenuti e delle istituzioni in funzione della co-responsabilità, della condivisione, della mutualità e della comunanza mondiale e planetaria.
Il World political forum presieduto da Mikhaïl Gorbaciov, il cui compito è di promuovere la riflessione, il dialogo e l'innovazione di favore di una "Nuova Architettura Politica Mondiale", potrebbe dare il suo sostegno. Non si tratta di snobbare e boicottare i lavori dell'Unfccc Cop 16, ma di darsi un luogo proprio e un momento operativo finalizzato all'elaborazione di un Patto per il Pianeta (alcune settimane prima della Cop 16) e poi cercare di modificare le scelte dei negoziati sul clima in coerenza con le proposte dell'Assemblea costituente.
La terza proposta si situa sulla scia precedente. Fra i perdenti di Copenhagen, è stato fatto notare da molti parti, v'è non solo l'Ue ma soprattutto la democrazia rappresentativa europea. Mentre tutto il destino della Conferenza è stato pregiudicato dai limiti e vincoli posti ai negoziatori degli Usa dal Senato americano (dove i forti gruppi di potere economico e finanziario hanno un peso enorme), il Parlamento europeo non ha potuto svolgere che un piccolo ruolo discreto di lobbying politico per iniziativa dei vari gruppi parlamentari. Si tratta di un deficit democratico che non è più tollerabile e accettabile. La vergogna di Copenhagen deve e può diventare l'occasione di un passo avanti del potere rappresentativo del Parlamento europeo. È urgente e indispensabile che l'Europarlamento abbia i poteri formali che appartengono a una istituzione rappresentativa di 570 milioni di cittadini. Propongo che alla ripresa dei lavori il Parlamento esamini le condizioni giuridiche e istituzionali necessarie per dare alla rappresentanza eletta europea, a partire dalle Commissioni parlamentari più direttamente incaricate dei temi relativi al cambio climatico, un potere speciale di co-decisione in materia di sicurezza ambientale e di negoziati mondiali sul clima. Certo, il Parlamento europeo non garantisce per se stesso che le scelte da lui operate e promosse vadano nel senso dell'interesse generale e non siano fortemente influenzate dai potenti gruppi economici e finanziari privati europei, com'è il caso del Congresso americano. Però si potrà almeno affermare che, se rispettose del Trattato di Lisbona, tali scelte hanno la duplice legittimità derivata dalle elezioni e dalla conformità ai principi fondatori del Trattato.
Infine la quarta proposta. È indispensabile che l'Italia si interroghi sul misero ruolo svolto a Copenhagen affinché ciò non si riproduca più. Non si tratta solo del duplice ridicolo (il ministro italiano per l'ambiente è stato obbligato a fare la coda per ottenere l'entrata nel luogo ufficiale dei negoziati. Inoltre, l'intervento ufficiale dell'Italia è stato programmato tra l'1.30 e le 2 del mattino del 18 dicembre e ministro ha parlato dinanzi a soli due spettatori) . Si tratta soprattutto dell'assenza di qualsiasi influenza del governo italiano sui negoziati globali. L'unico peso avuto dall'Italia è stato in senso negativo all'interno dell'Ue, dove insieme alla Polonia si è battuta per ottenere una debole riduzione dei loro livelli di emissioni di CO²! Occorre promuovere una forte "Coalizione italiana per i beni comuni, la vita e la sostenibilità" per far cambiare gli orientamenti attuali del governo. Il mondo del lavoro e dell'educazione/scienza dovrebbero parteciparvi con maggior forza di quanto ne abbiano messa finora in questi campi. Il 2010 è stato dichiarato dall'Onu l'anno della biodiversità.. Approfittiamone per far fare un salto culturale importante al mondo italiano della politica.

Economy Is Down, but Dubai Tower Tops All


By LANDON THOMAS Jr
Published: January 4, 2010

DA NEW YORK TIMES

Commento: in un mondo di poveri si possono ancora spendere 150 miliardi per un orrore simile!

LONDON — For all the towers that give shape to Dubai’s skyline, the city-state still hails the addition of each new one as a reaffirmation of its reach-for-the-skies spirit.

And so, even in the midst of a devastating real estate crash, Dubai pulled out all the stops Monday to celebrate the opening of the world’s tallest building: a rocket-shaped edifice that soars 828 meters, or 2,717 feet, with views that can reach 100-kilometers, or 60-miles.

Following its close brush with bankruptcy late last year, and the tsunami of international criticism that ensued, the opening was also an opportunity for Sheikh Mohammed bin Rashid, the ruler of Dubai, to shift attention from the economic troubles that still plague Dubai to the allure of its future.

But they weren’t forgotten completely. In a surprise move, the building’s name was changed from Burj Dubai to Burj Khalifa, in honor of the president of Abu Dhabi, Sheik Khalifa bin Zayed Al Nahyan.

The last-minute switch carries a symbolic weight in light of the billions of dollars oil-rich Abu Dhabi has poured into Dubai in order to cover its debts. Once the most pridefully autonomous of the United Arab Emirates, Dubai's financial troubles have made it more dependent on Abu Dhabi and likely to be drawn closer into the federation.

“Dubai not only has the world's tallest building, but has also made what looks like the most expensive naming rights deal in history,” said Jim Krane, author of City of Gold: Dubai and the Dream of Capitalism. “Renaming the Burj Dubai after Sheikh Khalifa of Abu Dhabi — if not an explicit quid pro quo — is a down-payment on Dubai’s gratitude for its neighbor’s $10 billion bailout last month.”

In any case, the opening festivities had the feel of a national holiday, with fireworks, parachute jumps and shooting streams of water from the world’s tallest fountain. Indeed, by the numbers there is much to celebrate.

At a cost estimated at $1.5 billion, the Burj took five years to build, is over 160 floors high and has comfortably surpassed the previous record holder in Taipei.

With its mix of nightclubs, mosques, luxury suites and boardrooms, the Burj is an almost-perfect representation of Dubai’s own complexities and contradictions. It will boast the world’s first Armani hotel; the world’s highest swimming pool, on the 76th floor; the highest observation deck on the 124th floor; and the highest mosque on the 158th floor.

More than 12,000 people will occupy its 6 million square feet, zooming up and down in the 54 elevators that can hit speeds of 65 kilometers, or 40 miles, an hour. It was designed by Skidmore, Owings & Merrill in Chicago.

At a time when a number of Dubai’s newly built office towers stand empty, it is 90 percent sold, according to the building’s developer Emaar Properties.

To be sure, some have questioned the utility of such a towering project. At least three foreign workers died during the construction and at a time of increasing concerns over global terror, such a building could well pose an inviting target.

But for a city-state that from its very beginning has taken pleasure in proving its doubters wrong, the Burj is evidence that if you build it big and brash enough the people will come, from near and far.

All the same, the Burj’s success by no means signals a recovery in Dubai’s beaten-down real estate market, where prices have collapsed by as much as 50 percent and may have further fall according to analysts.

With its strong government backing and unquestioned prestige, the Burj was a project that was destined to succeed and its developer, Emaar, had little difficulty in attracting residents — especially as much of the space was sold in the midst of Dubai’s real estate frenzy.

Other projects, however, have not been so lucky. One such example is the Omniyat Bayswater, a 24-story office building that stands less than a kilometer away from the Burj and remains more than 50 percent vacant despite having opened more than six months ago.

Targeted to be the flagship structure of an ambitious development project in an area by the sea called Business Bay, the inability of Bayswater to attract tenants is an obvious consequence of the debilitating real estate crisis here that has seen prices halved.

More broadly, however, there is a deeper significance to its desolation that speaks to a larger truth behind the Dubai real estate bubble that, despite the excitement over the Burj, could well forestall a meaningful recovery.

Like many office projects that were born during the peak years Dubai’s expansion four to five years ago, the Omniyat Bayswater is estimated to have more than 50 landlords, or more than two per floor — with some landlords owning as little as a 1,000 foot small office suite.

A spokesman for Bayswater said that Omniyat has recognized the problem of multiple landowners and taken steps to address it and that it expects to see floors leased by the second quarter of this year.

At a time when selling real estate was like handing out candy to children, such a strategy became a quick and easy way to finance building projects as speculators from around the world clamored for the smallest slice of Dubai property.

But with the crash, the building’s splintered ownership structure has made it virtually impossible to sell a floor or two to foreign companies seeking to expand their presence here.

As a result, few offers have been made for space in buildings using this development model which is called strata title.

“There has been a difficulty in creating a collective of owners,” said Nick Maclean of CB Ellis in Dubai. “The majority of the building is empty.”

Mr. Maclean says a law is expected soon to rectify this issue.

But with two thirds of the new buildings coming on line this year being under strata title and 70 percent in 2011, a lack of government action could push office vacancy rates to as high as 40 percent.

As for the effect the Burj will have on the overall market, Mr. Maclean said its opening, while heartening to a city that has taken its lumps over the past year, was unlikely to drive an immediate turn around in the market.

“It is a unique building and symbolically important but it is not going to stimulate demand,” he said.

venerdì 1 gennaio 2010

L'8 SETTEMBRE 1943


In questa pagina verrà trattato il crollo dell'esercito italiano e della nazione italiana e l'inizio della Resistenza contro il nazifascismo.

Questa settimana due notizie da Wikipedia sul Generale Vittorio Ambrosio, una delle figure più importanti sull'8 settembre.

da wikipedia

Nato a Torino il 28 luglio 1879. Allievo dal 30 settembre 1896 della Scuola Militare di Modena,(oggi Accademia Militare di Modena) il 14 settembre 1898 è nominato Sottotenente nell'Arma di Cavalleria. Assegnato al 20°Reggimento "Cavalleggeri di Roma" viene promosso (Titolo Scuola di Guerra), nel 1901 al grado di Tenente. Terminato con successo il 15 agosto 1907 il Corso di SM e brevettato TSG, il 1° novembre seguente è comandato al Corso di esperimento pratico di servizio di SM presso il Comando del Corpo di SM a Roma ed il 1° giugno 1908 e comandato a terminare l'esperimento di servizio di SM presso la Divisione Militare Territoriale di Alessandria. Nel 1909 presta servizio nel 7° Corpo d'Armata. L'anno successivo consegue la promozione al grado di Capitano e nel 1911 è destinato al Reggimento Cavalleggeri di Lucca per il periodo di comando di squadrone. Partecipa alla Spedizione Italiana in Libia e nel luglio 1913 rientra in Italia. Successivamente è destinato, dal 1913, allo Stato Maggiore della 3^ Divisione di Cavalleria Lombardia a Milano.
Nominato dal 13 febbraio 1919 Capo di Stato Maggiore della 26^ Divisione Catania mobilitata a Bolzano in Zona d'Armistizio, il 25 maggio 1919 diviene Capo di SM della 3^ Divisione di Cavalleria. Il 20 giugno 1922 diviene Comandante del Reggimento Savoia Cavalleria a Milano e al termine del periodo di comando assume l'incarico di Comandante in 2^ della Scuola di Applicazione di Cavalleria a Pinerolo. Il 19 dicembre 1926 conseguita la promozione al grado di Generale di Brigata diviene il Comandante della Scuola di Applicazione di Cavalleria a Pinerolo. Nel febbraio 1932 consegue la promozione al grado di Generale di Divisione. Nominato dal 15 marzo 1932 Comandante della 2^ Divisione Celere Emanuele Filiberto Testa di Ferro a Bologna, il 19 ottobre 1933 diviene Ispettore delle Truppe Celeri a Roma ed il 30 ottobre 1935 assume l'incarico di Comandante del Corpo d'Armata della Sicilia a Palermo. Promosso dal 30 novembre 1935 al grado di Generale di Corpo d'Armata, il 10 dicembre 1938 lasciato il comando della Sicilia riceve la promozione a Generale designato d'Armata, ottenendo dalla stessa data la nomina per la 2^ Armata. Partecipa in tale veste, nell'aprile 1941, alle operazioni contro la Jugoslavia, ottenendo in pochi giorno notevoli successi, mettendosi in luce come Comandante di grande capacità e chiarezza di visioni operative, guadagnando per il complesso delle sue brillanti attività in Jugoslavia, la Croce dell'Ordine Militare di Savoia (oggi d'Italia). Nominato dal 20 gennaio 1942 Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito , il 29 ottobre seguente consegue la promozione al grado di Generale d'Armata. Il 2 febbraio 1943 assume l'incarico di Capo di Stato Maggiore Generale (attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa). Trattenuto in servizio dal 28 luglio 1943, il 18 novembre seguente lasciata la carica di Capo di Stato Maggiore Generale è nominato Ispettore Generale del Regio Esercito ed il 31 luglio 1944, passa a disposizione del Ministero della Guerra. Ricollocato in congedo dal 1° luglio 1945, il 1° maggio 1954 viene posto in congedo assoluto per età e muore ad Alassio (SV) il 19 novembre 1958.