IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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sabato 31 dicembre 2011

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HABLA CON GIAN

Concludiamo questo 2011 con 6001 articoli pubblicati, con una media di 214 clik al giorno in dicembre (nei mesi precedenti era cresciuta da 108 a 160 clik al giorno) e senza nessuna pubblicità (eccetto FB), quasi 39.000 clik annuali, davvero un ottimo risultato che contiamo di migliorare sempre più. Grazie a tutti voi e un piccolo cadeau da HCG nel post successivo. BUON 2012!

ITALIA ONLINE

Like, tweet & app: il 2011 degli italiani in Rete CORRIERE DELLA SERA, 31/12/2011 Viene tutto registrato. Ogni nostro clic, ogni traccia che lasciamo in Rete. Che sia un «Mi piace» lasciato su Facebook mentre lavoriamo, un «hashtag» che abbiamo «ritwittato», una ricerca fatta al volo su Google, un’applicazione scaricata sul nostro smartphone, un video visto insieme alla famiglia su YouTube. I server che smaltiscono l’enorme traffico della Rete registrano ogni passaggio, ogni richiesta. Non è il Grande Fratello ma tanti «piccoli fratelli» che tracciano i rari o frequenti passaggi dei 27 milioni di italiani che secondo l’ultimo report di Audiweb vanno in Rete almeno una volta al mese. I nostri connazionali in particolare sono dei fanatici dei «social media». Secondo Nielsen siamo il popolo che nel 2011 si è dedicato con maggiore entusiasmo a blog e social network: l’86% del totale di chi è andato online. Con i 21 milioni di iscritti a Facebook — 13 dei quali si collegano al sito almeno una volta al giorno —, 2,5 che hanno un profilo su Twitter (social che nel 2011 da noi ha conosciuto un vero boom), altri 2 milioni che hanno creato un curriculum su Linkedin, l’Italia è davanti a Brasile e Stati Uniti per frequenza di utilizzo delle risorse sociali del Web. Un’altra caratteristica digitale del nostro Paese è poi la passione per i dispositivi mobili: secondo l’Istat i telefonini hanno una penetrazione nelle famiglie con figli sotto i 18 anni del 99,7%, contro per esempio il «solo» 97% di chi possiede una tv. Una rivoluzione, che passa attraverso i 20 milioni di smartphone (il 40% del totale dei telefonini italiani, altro primato mondiale) e gli oltre 1,5 milioni di tablet, strumenti alla moda che stanno però aiutando il Paese a limare il «digital divide» con gli altri Paesi europei e gli Stati Uniti. Abitudini che affiancano Facebook e iPad al cappuccino e brioche della mattina. Una vita digitale sempre più a 360 gradi e che, come dicevamo, viene registrata fino all’ultimo bit. Una cosa a cui è bene pensare per avere sempre consapevolezza di quello che facciamo online. Verso la fine dell’anno, quando arriva il tradizionale momento delle classifiche, il tesoro nelle mani delle firme del Web diventa anche una ricchissima risorsa per raccontare quello che abbiamo fatto, quello di cui abbiamo parlato e che ci ha colpito nei dodici mesi trascorsi. Ecco allora il dipinto del 2011 italiano secondo siti e servizi online che usiamo ogni giorno. CONTINUA SU: http://vitadigitale.corriere.it/

SAN RAFFAELE

San Raffaele: arriva solo l'offerta di Rotelli A sorpresa si ritira l'imprenditore Rocca Il gruppo ospedaliero San Donato mette sul piatto 305 milioni GEREVINI - RAVIZZA, CORRIERE DELLA SERA, 31/12/2011 MILANO - Alla gara per acquistare l’ospedale San Raffaele , proprio nel giorno della scomparsa del suo fondatore don Luigi Verzé, alla fine si è presentato solo l’imprenditore Giuseppe Rotelli del gruppo ospedaliero San Donato che ha offerto 305 milioni di euro. L’altro possibile nome alla corsa, l'industriale Gianfelice Rocca (gruppo Humanitas), dopo una notte in cui i legali hanno lavorato fino all'ultimo minuto per definire i dettagli, si è ritirato. Venerdì il cda dell'Hunmanitas aveva ricevuto dall'assemblea la delega per un aumento di capitale: tutto dunque faceva immagina a un’offerta parallela a quella di Rotelli (47 pagine più allegati), ma tutto è finito nel nulla all'ultimo minuto. A mezzogiorno al notaio Enrico Chiodi Daelli è arrivata esclusivamente la proposta del gruppo San Donato, offerta alternativa a quella presentata lo scorso ottobre dalla cordata della Santa Sede, su indicazione del Segretario di Stato Vaticano, Tarcisio Bertone. Sfuma così l’ipotesi di una sfida tra big della sanità. IL SALVATAGGIO - Finora i protagonisti del salvataggio sono stati l’Istituto per le opere di religione (Ior) e l’imprenditore Vittorio Malacalza: la loro offerta, avanzata per evitare il crac del San Raffaele, è di 250 milioni (più un accollo di passività per altri 500 milioni). Ma ora nella partita entra un altro contendente. Per partecipare alla gara ci doveva essere un rilancio di almeno 50 milioni. A sorpresa si è chiamato fuori , per il momento, dalla corsa il gruppo Humanitas, dal quale per il momento arriva solo un secco «no comment»: secondo indiscrezioni i legali avrebbero valutato che non ci fossero le condizioni per una proposta migliorativa come ci si augurava nei giorni scorsi. L'obiettivo delle prossime ore è capire se l'offerta del gruppo ospedaliero San Donato è perfettamente comparabile - come richiesto dal tribunale fallimentare - con quella della Santa Sede. E dunque essere così ammessa. IL PROTAGONISTA - Giuseppe Rotelli, 65 anni, giurista di origine pavese, figlio di un chirurgo, è alla guida del Gruppo ospedaliero San Donato. È un colosso sanitario con 16 ospedali, per quasi quattromila posti letto e un fatturato annuo di 760 milioni di euro. Le sue punte di diamante sono i due istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), il San Donato (specializzato nel cardiovascolare) e l’ortopedico Galeazzi. La nascita del gruppo risale al 1957. Rotelli è anche il secondo azionista di Rcs Mediagroup con l’11% del capitale. CONTINUA SU: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/11_dicembre_31/asta-sanraffaele-rotelli-1902708900606.shtml

CONTRO LA LIBERALIZZAZIONE

Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l’egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione. Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di “invertire la rotta” proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di “crescere e di competere” sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull’Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull’urgenza e l’importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera “ciccia” che sta altrove, in particolare nel mercato dell’energia e in quello dei trasporti pubblici dove “ballano” le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l’esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l’acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un’Italia profonda in cui “i notabili” (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l’aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di “produrre” facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale. Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura). È dunque una vera e propria cultura egemonica, un’ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un’ideologia ben più pervasiva di quella un po’ estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de’ noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l’economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell’esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l’esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa. Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato… ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall’acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato. Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest’ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L’ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso. Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell’esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione. Ugo Mattei Fonte: www.ilmanifesto.it http://www.comedonchisciotte.org/site//modules.php?name=News&file=article&sid=9602 Tratto da: CONTRO L’IDEOLOGIA DELLE LIBERALIZZAZIONI | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2011/12/31/contro-lideologia-delle-liberalizzazioni/#ixzz1i88gwpAB - Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!

FAME NERA

ERNESTO FERRANTE, 30/12/2011, RINASCITA Una pensionata italiana di circa 60 anni è stata sorpresa a rubare qualche vaschetta di carne per un valore di circa 20 euro in un supermercato. La donna è stata denunciata dai carabinieri che poi però l'hanno invitata a pranzo raccogliendo anche del denaro per consentirle di comprare generi alimentari. E' accaduto a Torgiano (Perugia). Il numero delle famiglie in condizioni di povertà assoluta, secondo l'ISTAT, ammonta a 1 milione e 156 mila, il 4,6% di quelle residenti, per un totale di 3 milioni e 129 mila persone (il 5,2% della popolazione residente). “Nelle ultime settimane sono stati registrati circa 200 casi di neonati denutriti perché i loro genitori non sono in grado di alimentarli come si deve, mentre sono sempre di più i maestri delle scuole elementari costretti a chiedere pasti per i loro scolari che non hanno da mangiare. E sono in aumento i casi di svenimento in classe per denutrizione”, denuncia un sindacalista. Cronache quotidiane di miseria e disperazione ad Atene. “Tendere la mano è la cosa più difficile del mondo, non mi sono mai vergognata tanto”, si sfoga Amelia mentre è in coda davanti alla Caritas di Lisbona. Era professoressa, suo marito disegnatore grafico: i due figli, di 20 e 18 anni, andavano all'università. Poi tutto è cambiato. Lei e il marito sono stati licenziati, i risparmi sono finiti e i sussidi disoccupazione pure. Secondo l'Istituto nazionale statistiche Ine quasi un quarto della popolazione portoghese, 2,2 milioni di persone, oggi vive in situazione di povertà . “E il peggio, avverte il presidente Caritas Eugenio da Fonseca, deve ancora venire”. “Chiedono aiuto professori, avvocati, ingegneri, che nessuno prevedeva potessero averne bisogno un giorno”, spiega Daniela Guimaraes, di Caritas Porto. “Mangiano girati verso la parete, si vergognano e, se gli chiedi un nome, scappano”, racconta il presidente dell'Unione Misericordie Manuel Lemos, che parla di un aumento del 250% delle richieste di assistenza. L'orologio del tempo sembra essere tornato indietro di almeno due secoli nell'Europa dei PIGS e della BCE. Mentre arrembanti sguatteri della grande finanza e boriosi professori, scalano i palazzi del potere, tra i canti di giubilo di politicanti e gazzettieri asserviti, tanta gente è costretta a rovistare nei cassonetti dell'immondizia e a fare lunghe file davanti alle mense per i poveri per mettere qualcosa sotto i denti. Il cappio dell'usura si stringe ogni giorno intorno al collo di tante nuove famiglie, sotto gli sguardi indifferenti dei vampiri delle banche e dei parassiti della partitocrazia. Sembra tutto già scritto, eppure ci tornano in mente le parole di Stanislaw Jerzy Lec: “L'anello più debole della catena è anche il più forte perché può romperla”. Che rottura sia...

AI FERRI CORTI: WASHINGTON E TEHERAN

LORENZO MOORE, 31/12/2011, RINASCITA Nella stanza ovale di Washington sono ore affannose. Al Pentagono, pure. Il problema è l’Iran. Che si è permesso, dopo una serie infinita di angherie e provocazioni, verbali e concrete, di avvertire formalmente gli Usa: “nel caso i Paesi occidentali volessero imporre nuove sanzioni sulle consegne del petrolio iraniano” Teheran applicherà a sua volta le sue ritorsioni applicando un controllo serrato dei flussi dei mercantili e delle petroliere in transito nello stretto di Hormuz, nelle proprie acque territoriali. Secondo il diritto della navigazione la misura è legittima. Ma per gli Stati Uniti, che misurano a fisarmonica, seconda la propria convenienza, in giro per il mondo le acque territoriali dei vari Stati nazionali, quanto dichiarato da Mohamed Reza Rahimi è… un affronto. Il vicepresidente iraniano Rahimi aveva collegato l’eventuale misura restrittiva “non ostile, non violenta” come risposta al varo di una legislazione Usa – in queste ore sulla scrivania di Obama per la firma – che, con la scusa del mancato blocco del programma nucleare civile iraniano, stabilisce nuove sanzioni economiche contro Teheran e, in particolare, appunto, impedimenti sulle consegne di petrolio estratto e raffinato in Iran. Quasi ridicola la replica della portavoce della V Flotta della Us Navy, Rebecca Rebarich: « Il libero flusso di merci e servizi attraverso lo stretto di Hormuz – ha dichiarato, ovviamente rimuovendo il palese diritto anche iraniano di esportare petrolio e gas liquefatto, tanto più dai porti del suo Golfo Persico… - è vitale per la prosperità della regione e globale. Ogni impedimento alla navigazione nello stretto di Hormuz non sarà tollearto». Si sa, gli Stati Uniti sono da sempre, dagli albori della loro storia, alla ricerca di un pretesto “corposo” per sferrare un attacco, una guerra. Qualora non ne esista motivo, o lo creano o lo provocano loro stessi. Qualche volta però il disegno, anche se pianificato nei minimi particolari e per ogni possibile sviluppo, sfugge dalle mani di chi lo ha creato, da loro stessi, dagli artefici. Si da’ il caso, infatti, che tutto sembra di questi tempi tranne che gli Stati Uniti o l’Occidente possano sferrare un’aggressione contro l’Iran. Anche tralasciando l’esistenza di troppi “teatri” bellici e di destabilizzazione (offensivi: dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Libia all’Egitto e difensivi dal Bahrein allo Yemen, dall’Oman all’Arabia saudita, passando per l’attrito contro la Siria e la presenza cuscinetto - italo-francese - in Libano), è un fatto che l’Iran goda del sostegno indiretto di Mosca, Pechino e Nuova Delhi. E non è poco. Gli Usa e le potenze-colonie del suo Occidente non sono in grado di avventurarsi in una vera guerra contro Teheran. Fallita la “rivoluzione” già indotta a colpi di twitter, questa è la verità e Lady Clinton lo sa bene, l’Iran non si presta affatto a diventare una nuova terra d’occupazione atlantica.

LOTTA!

RINASCITA, 31/12/2011, ERNESTO FERRANTE Forse qualcuno storcerà il muso leggendo quanto stiamo per scrivere, ma chi ci segue sa bene che certe liturgie buoniste non ci appassionano. Non siamo certo dotati di superpoteri, eppure nel frastuono della festa riusciamo a sentire il grido della sofferenza; tra i bagliori delle luci distinguiamo nitidamente il buio della miseria. Non è retorica, non è catastrofismo: è solo amara constatazione della realtà. Sono giorni amari quelli che stanno vivendo tanti nostri concittadini. C'è chi cerca di esorcizzare la paura, buttandosi a capofitto nei festeggiamenti e chi proprio non riesce a far finta di niente di fronte a quello che sta accadendo. C'è pure chi continua a spendere e spandere esibendo lussi e vizi, ma appartiene ad un'altra categoria di uomini, sulla quale non vale la pena di spendere neanche una sola parola. La chemioterapia economica predisposta da Monti e compagnia, su diktat della BCE, oltre a stangare fin da subito tante famiglie, devasterà in pochi mesi anche quel poco di buono che è rimasto del nostro ex Stato sovrano (Eni, Enel e Finmeccanica) e polverizzerà l'art.18 e quel Welfare da sempre nel mirino dei liberisti d'assalto. L'ulteriore sforbiciata ai redditi italiani onesti e “tracciabili”, sbagliata e fuori luogo, farà il resto. La lotta all'evasione, invece, è materia per racconti da osteria e poco sarà tolto ai miliardari scudati e condonati. Pagano sempre gli stessi e... sempre di più. Squallido è il ruolo dei partiti, che si stanno nascondendo dietro il governo dei professori per poi ripresentarsi con una nuova “verginità” agli occhi dell'elettorato. Intanto però lo votano, assicurandogli i numeri per andare avanti. I tanti anni di dominio berlusconiano senza opposizione, hanno prodotto effetti devastanti. Nella repubblica mignottocratica, edificata a colpi di leggi ad personam, continui ma silenziosi espropri di libertà e borseggi a ritmo di bunga bunga, la gente si è abituata a subire tutto senza batter ciglio. Le bugie propinate dai faccioni plastificati degli imbonitori dei palazzi e dai loro umili servitori distaccati presso le tv e i giornali, hanno provocato un pericoloso distacco dalla realtà. Tanti soffrono, capiscono che le cose non vanno affatto bene, ma poi tramutano la rabbia in silenziosi mugugni al chiuso delle quattro mura. E' a costoro che rivolgiamo il nostro più vibrante augurio per il nuovo anno, di risveglio e di lotta. Che possano unire le proprie voci a quelle di chi già sta gridando in piazza e affiancare le proprie gambe a quelle di chi è in marcia da tempo. Poi arriveranno anche gli altri...

NO TAV

Ad un governo cosiddetto tecnico non gli si può rinfacciare alcuna cattiva appartenenza. Non lo si può accusare di essere “fascista”, perché usa la mano pesante con i disordini di piazza, oppure comunista, perché dichiara di voler far pagare le tasse ai ricchi. Insomma, Monti e compagnia bella hanno tutte le licenze, inclusa quella del famoso agente britannico, che combinazione!, 007. Dalla mezzanotte del primo gennaio, il cantiere del Treno ad alta velocità (Tav) di Chiomonte in Val di Susa, è dichiarato area strategica di interesse nazionale. Significa che scatteranno le manette per chiunque s’azzardasse ancora a superare la linea di confine. Un “alt, limite invalicabile” del tipo di quelli in mostra sui recinti di caserme ed edifici che ospitano soldati, poliziotti, carabinieri eccetera ecceterone (senza esagerare più di tanto, ma in Italia abbiamo più guardie che ladri) segna, dunque, il confine tra il governo eletto dal popolo e il governo nominato dal Quirinale. Ad annunciare la notizia poche ore prima del primo giorno del nuovo anno è stato il questore di Torino, Aldo Faraoni, il quale ha anche precisato che il presidio (la militarizzazione si fa con i soldati…) sarà gestito dai poliziotti. I guerriglieri della domenica, che hanno scatenato tanti casini contro la nuova linea ferroviaria Lione-Torino, erano sconfitti in partenza. Gli amministratori locali hanno impropriamente pensato di fermare un’opera di respiro europeo, adesso più preziosa che mai vista la recessione incombente. I tupamaros all’hot dog hanno sperato di innescare tra i valsusini terrorizzati dai messaggi talebano-ecologisti una reazione a catena che si sarebbe estesa per tutt’Italia. I NoTav hanno cominciato la guerra quando lo spread era sconosciuto al 99,99% degli italiani e già pensavano che la rivolta popolare fosse alle porte, immaginiamoci ora che di motivi di “disordine sociale”, diciamo così, ce n’è una caterva. Ma, ripetiamo, l’asse Palazzo Chigi-Quirinale non va per il sottile e perciò i lavori Tav andranno avanti blindati. C’è una sottile disquisizione giuridica che affidiamo ai cavillosi cultori della giustizia per via giudiziaria. Il fatto è che parecchi NoTav in soldi hanno comprato pezzi di terra vicini al cantiere ferroviario. Il manganello non può colpire chi si trova sul proprio terreno e, ovviamente, non commette reati. E se ci monta una tenda nella quale nasconde petardi e fischietti serve un mandato di perquisizione firmato dal tribunale. Sì, è vero, per motivi di ordine pubblico, per sospetto terrorismo, per… l’elenco è lungo, la polizia può fermare, perquisire etc. senza bisogno del magistrato. Ma questo succede perché siamo tuttora dei sudditi e di strada da fare per diventare cittadini come i tedeschi, per esempio, ce n’è purtroppo parecchia. Quei proprietari di terreni confinanti con l’area definita strategica non possono più andarci liberamente. Anche per loro scatta l’off-limits. Ma qualcosa ci dice che i NoTav troveranno ancora modo di farsi notare. g.spezzaferro@rinascita.eu RINASCITA, 31/12/2011

GLI ESOPIANETI

Trovati due esopianeti simili alla Terra Il telescopio della Nasa Kepler individua due pianeti extra solari dalle dimensioni simili a quelle della Terra: si tratta di Kepler-20e e Kepler-20f. Un tempo furono abitabili. Oggi sono caldi come l'inferno! di: Roberto Graziosi, FOCUS, 22/12/2011 500 anni fa Keplero, l'astronomo tedesco, si ritagliò uno spazio nella Storia lasciandoci in eredità le equazioni che descrivono il moto dei pianeti. Oggi un suo... omonimo, il telescopio della Nasa Kepler, ottiene un nuovo, storico risultato nel campo della ricerca di pianeti simili alla Terra al di fuori del nostro sistema solare. Kepler-20e e Kepler-20f È di qualche giorno fa, infatti, la notizia che il telescopio spaziale messo in orbita dalla Nasa nel 2009 ha individuato non uno, ma ben due esopianeti dalle dimensioni simili a quelle della Terra: si tratta di Kepler-20e e Kepler-20f, in orbita attorno alla stella Kepler-20 che si trova a 946 anni luce da nostro Pianeta (vedi video a fine pagina). Questo non significa necessariamente che possano offrire le condizioni ideali per la vita: i due pianeti descrivono orbite molto vicine al loro "sole" e dunque presentano temperature elevatissime, in grado di vaporizzare ogni forma di atmosfera. (Quanti esopianeti ha scoperto Kepler? Ecco il catalogo completo) Come fa Keplero a scoprire questi pianeti? Il telescopio della Nasa opera una "scansione" su oltre 100 mila stelle e concentra la sua attenzione su quelle di cui "vede" ridurre la luminosità temporaneamente e a intervalli di regolari. Individuati i "canditati", resta da scoprire se il fenomeno è causato dal passaggio di un eventuale pianeta che ruota attorno alla sua stella (oscurandola): questa seconda parte dello studio si sposta sui grandi telescopi di Terra, che analizzano masse e campi gravitazionali. Nel caso di Kepler-20, appunto, il verdetto è giunto dal telescopio Hale di Palomar, in California, che ha confermato: a "modificare" la luminosità di questa stella è proprio il passaggio di Kepler-20e e Kepler-20f. Niente oceani Il primo è un po' più piccolo della Terra (il raggio è l'87%), il secondo un po' più grande (103%). Orbitano attorno alla loro stella più vicino di quanto non faccia Mercurio intorno al Sole. Kepler-20e impiega 6 giorni terrestri a compiere un giro completo e presenta una temperatura di circa 700°C. Kepler-20f impiega 20 giorni e presenta temperature superiori ai 400°C. Condizioni alle quali è impensabile avere oceani d'acqua o un'atmosfera come quella terrestre: molto più probabile la presenza di rocce riicche di silice e di ferro. Nessuno dei pianeti due ruota, mentre orbita attorno alla stella, sul proprio asse: significa che una faccia sarà sempre illuminata e l'altra continuamente in ombra. E in futuro? «È 'l'inizio di un'era» dice Francois Fressin, astronomo dell'Harvard-Smithsonian Center di Cambridge, Massachusetts. Fressin, che ha descritto la scoperta in un articolo pubblicato dalla rivista Nature, sostiene: «Grazie a Kepler saremo presto in grado di rilevare questo tipo di pianeti anche attorno ad altre stelle e ad altre distanze». Recentemente Kepler aveva anche confermato la scoperta del primo pianeta che si trova all’interno della cosiddetta “zona abitabile”, cioè la regione intorno ad una stella dove l’acqua può esistere allo stato liquido sulla superficie di eventuali pianeti rocciosi. Kepler ha anche scoperto più di 2.000 nuovi candidati come esopianeti, raddoppiando quasi il loro numero dall’inizio della missione (vedi notizia)

CAPITALE E LAVORO

Lo storico scontro tra capitale e lavoro e la politica neoliberista Vittorio Capecchi | 24 ottobre 2011 | INCHIESTA EDIZIONI DEDALO Perché il neoliberista The Economist attacca il neoliberista Berlusconi? Per rispondere all’interrogativo utilizziamo due contributi che ci permettono di riflettere sulla storia di lunga durata dei rapporti tra capitale e lavoro: l’intervento di Mario Tronti (che rappresenta il punto di vista del lavoro) pubblicato in questo numero di Inchiesta e quello della rivista The Economist (che rappresenta il punto di vista del capitale) partendo dal volume del centenario (The Economist 1843-1943. A Centenary Volume, Oxford University Press, 1942) per arrivare al recente rapporto speciale The future of work uscito il 10 settembre 2011. Iniziamo con il considerare, attraverso alcune immagini semplificate, i tre principali protagonisti di questa storia: il capitale, il lavoro e la politica. Il capitale. Il capitale sperimenta la sua prima importante accumulazione nella grande fabbrica tessile inglese attraverso una espulsione coatta dalle campagne. La scelta delle dimensioni della fabbrica dipesero, come spiegò Marx, dalle conoscenze tecnologiche dell’epoca e dal fatto che la fonte di energia allora disponibile era il vapore. Nelle fabbriche tessili l’energia vapore per poter essere utilizzata in modo remunerativo aveva bisogno di una grande caldaia centrale che alimentasse, attraverso lo smistamento dei tubi, un numero molto elevato di telai. Nel volume The Philosophy of Manufactures del 1835 c’è all’inizio una grande tavola disegnata che fa vedere la fabbrica di un certo Thomas Robinson con più file di telai a perdita d’occhio controllati senza alcuna fatica da graziose damigelle in abito da passeggio. La realtà non era proprio quella, e Marx lo spiegò molto bene, ma le dimensioni sì. I capitalisti inglesi costretti dalla tecnologia a creare grandi fabbriche (solo con l’elettricità sarà possibile il decentramento produttivo) per guadagnare sempre di più cercarono in parte di perfezionare le macchine ma soprattutto intensificarono lo sfruttamento operaio. Quando nel 1851 Marx visitò la Great Exhibition di Londra scrisse una delle sue tante lettere ad Engels e, da grande conoscitore della tecnologia, dette un drastico giudizio: la superiorità tecnologica degli Stati Uniti sull’Inghilterra era ormai scontata. La causa principale era da ricercarsi nella diversa formazione dei manager e dei tecnici ad alto livello. In Inghilterra “il capitalismo dei gentlemen” (si veda il capitolo con questo titolo del libro di Giuseppe Berta, Capitali in gioco, Marsilio 1990) prevedeva una formazione umanistica ad Oxford e Cambridge mentre negli Stati Uniti l’università, come spiega il libro di David Noble (America by Design, 1977) doveva essere al servizio diretto delle grandi imprese (sorsero così le Business School e il MIT venne organizzato, in diretta opposizione al sistema universitario inglese, nel 1861). La figura di riferimento del capitale in Inghilterra rimase a lungo il gentleman (che prende le distanze dal mondo delle fabbriche e le controlla attraverso supervisori), quella di riferimento negli stati Uniti fu subito l’ingegnere che cerca di razionalizzare il massimo sfruttamento possibile. Londra rimase però la principale capitale della borsa ed è interessante leggere la Theory of Stock Exchange Speculation di Arthur Crump (1874) che sottolinea il carattere speculativo delle operazioni di borsa confrontandole con quanto accade intorno ai tavoli da gioco. Il consiglio di Crump fu “tenetevi lontano dalla Borsa” ma questi avvertimenti caddero nel vuoto e la Borsa (insieme al “gioco di borsa”) diventò sempre più importante nel mondo degli affari insieme ai prestiti bancari ai governi nazionali. The Economist (9 agosto 1862) indicò come doveva comportarsi un banchiere della City: “Meglio prestare (…) a una grande nazione solvibile per il peggiore degli scopi, come una guerra ingiusta, che a una nuova piccola nazione per creare una grande capacità produttiva sproporzionata alle sue condizioni”. La circolazione del denaro e delle merci diventò internazionale e permise il successo dell’Inghilterra vittoriana ed è alla fine dell’Ottocento che come scrive Marcello de Cecco si realizzò la prima grande globalizzazione moderna. Il capitalismo inglese realizzò scenari drammatici e violenti in tante parti del mondo ma nella City i capitalisti si mossero con stile. Negli Stati Uniti, costruiti sullo sterminio della popolazione indigena locale e sullo schiavismo, lo stile fu invece ritenuto meno importante e, come mostrano gli studi del sociologo Robert Merton, quando a New York si arrivava al successo economico attraverso il gangsterismo si era subito accettati in società se, come ci spiega Veblen, si era capaci di esibire i consumi vistosi del potere economico raggiunto. In assenza di una aristocrazia e di una classe di manager formata ad Oxford e Cambridge, negli Stati Uniti gli ingegneri diventarono, come spiega Noble, il punto di riferimento “etico” della nazione e il capitale legittimò lo sfruttamento operaio attraverso questo consenso “etico” che utilizzò i metodi “scientifici” della catena di montaggio (che aveva per il capitale molti vantaggi anche se, come vedremo parlando del lavoro, uno svantaggio c’era). Come scrive Tronti il capitalismo ha bisogno “normalmente” di crisi per andare avanti e conquistare nuovi traguardi ma alcune crisi possono essere più dure di altre. La crisi del ’29 mise in discussione l’idea che il mercato potesse autoregolarsi e, anche se fu necessaria la seconda guerra mondiale per uscire dalla crisi, è vero che con la politica keynesiana (che chi scrive ha studiato come libro di testo alla Bocconi nel lontano 1956) emerge lo Stato come nuovo protagonista nello scontro tra capitale e lavoro per tutelare le persone e l’ambiente (e infatti, sempre nel 1956, avevo come libro di testo Lo stato sociale moderno di De Maria). Questo terzo incomodo era però sgradito al capitale che trovò una risposta ai suoi desideri nell’uscita nel 1962 del libro di Milton Friedman Capitalism and Democracy (una via scientifica per non avere vincoli) e nell’assassinio nel 1963 di John Kennedy (una via politica per non avere vincoli). Nel libro di Friedman viene presentato il neoliberismo in cui si propone un unico attore (le multinazionali più importanti di ogni settore) a cui devono essere subordinati tutti gli altri e, per realizzarlo, è sufficiente seguire tre ricette: privatizzare tutto, eliminare il welfare state, far scomparire i sindacati. Friedman verifica le sue teorie nel Cile di Pinochet (salito al potere nel 1973) attraverso i Chicago boys e sarà accolto trionfalmente dal sanguinario dittatore nel 1975. Il successo cileno è tale da fargli avere il Premio Nobel per l’economia nel 1976 e viene così giustificata “scientificamente” l’adesione al neoliberismo dei grandi organismi economici internazionali (WTO, Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale) e dei governi in USA (Reagan e successivamente Bush padre e figlio) e in Europa (la Thatcher e successivamente Blair, Berlusconi …). La rivoluzione elettronica e informatica hanno messo le ali al neoliberismo e nel 1976 Bill Gates scrisse che finalmente si stava entrando in una epoca d’oro in cui “il capitalismo è senza attriti” e, nello stesso anno, Schwartz e Leyden scrissero su Wired che si stava intravedendo “un futuro radioso” se si fossero seguite le tre ricette del neoliberismo prima ricordate (nel 1976 i due economisti scrissero che negli Stati Uniti e negli organismi economici internazionali le tre ricette erano totalmente eseguite mentre in Europa c’era ancora un po’ di welfare state e un po’ di sindacalismo da togliere). La rivoluzione elettronica e informatica ha poi permesso al capitale una organizzazione del lavoro più forte rispetto agli attacchi operai. A questo capitalismo di borsa si contrappone, come precisa Ronald Dore nel suo libro del 2000, un capitalismo di welfare in cui le imprese giapponesi e tedesche si comportano diversamente da quelle statunitensi e inglesi amate da Reagan e dalla Thatcher. Le imprese del capitalismo di welfare adottano infatti un’ottica più comunitaria, riducono il divario retributivo tra manager e lavoro operaio, valorizzano i sindacati e le pensioni, seguono strategie di lungo periodo per favorire i loro occupati. Nonostante qualche resistenza ed eccezione (in Italia le esperienze di Adriano Olivetti e quelle delle imprese sorte dal movimento cooperativo come la CMC di Ravenna) il capitalismo di borsa, come scrive anche Dore, ha però battuto il capitalismo di welfare e gli organismi economici internazionali si sono impegnati nel trasmettere le tre ricette in tutte le nazioni che hanno avuto bisogno di loro (per fare un esempio il Vietnam, per poter accedere ai prestiti della Banca Mondiale e della sua cugina Banca Asiatica di sviluppo, ha dovuto privatizzare gli ospedali, e le conseguenze sono facilmente immaginabili). The Economist, sempre attento a difendere le politiche neoliberiste, dedica un suo numero (22 gennaio 2005) per attaccare le tentazioni di un’impresa a responsabilità sociale (la Good Company). Si arriva così alla crisi economica, finanziaria ed ecologica attuale in cui, con i termini di Luciano Gallino, il capitalismo mondo prende la caratteristiche di finanzcapitalismo. In uno scenario di accelerate innovazioni tecnologiche si assiste ad una crescita dell’economia criminale, ad una concentrazione di potere finanziario in grado di dirigere l’economia speculativa, a un aumento sempre più elevato delle disuguaglianze all’interno e tra le nazioni, alla distruzione sempre più preoccupante delle risorse naturali, alla crisi economica e alla disoccupazione nelle nazioni del capitalismo di borsa ….. e tutto questo perché, come scrive Gallino, “il finanzcapitalismo è una mega-macchina creata con lo scopo di massimizzare il valore estraibile sia dagli esseri umani che dagli ecosistemi”. La rivoluzione cilena (descritta nei due contributi pubblicati in questo numero) e le marce contro Wall Street mostrano che il nemico è stato individuato. Il lavoro La storia del lavoro scorre parallela a quella del capitale (Tronti parla del capitale e del lavoro come di “due dirimpettai”). Nelle grandi fabbriche tessili inglesi all’epoca di Marx le condizioni di lavoro sono state tra le più drammatiche per l’intreccio bassi salari, lunghezza degli orari e condizioni pesanti e nocive del lavoro, ma gli uomini, le donne e il lavoro minorile in queste grandi fabbriche si trovarono insieme non solo unificati dal lavoro, ma anche dallo stile di vita che li accomunava nei quartieri operai. Nasce così la “classe operaia” inglese descritta da Thompson che produce storie importanti come quella di Richard Hoggart nato a Leeds nel 1918 in una famiglia operaia che rimane influenzato dagli scritti di D. H. Lawrence, si laurea e pubblica nel 1956 The Uses of Literacy sulla cultura del proletariato di fabbrica. Difenderà poi il suo autore preferito, quando verrà processato per la sua opera Lady Chatterley’s Lover, e fonderà nel 1964 il Centre for Contemporary Cultural Studies di Birmingham continuando a scrivere su questi temi (l’ultimo suo libro Mass Media in Mass Society è del 2004 e foto recenti lo mostrano ancora in piena forma). Quando il lavoro operaio arrivò negli Stati Uniti nella grande fabbrica basata sulla “scientifica” catena di montaggio, Max Weber nella sua prolusione del 1904 alla Esposizione universale di Saint Louis vide subito che “riguardo alle masse disciplinate di lavoratori create dal capitalismo, esse sono naturalmente portate ad unirsi in un partito di classe”, aggiungendo che “le possibilità per i lavoratori di ottenere un certo potere politico sono insignificanti”. In realtà la catena di montaggio aveva per il capitale uno svantaggio, quello di permettere a pochi operai decisi di allontanarsi dalla catena di montaggio provocando la cessazione completa dell’attività lavorativa. Ha quindi ragione Tronti quando afferma che lo scontro tra capitale e lavoro nella grande fabbrica taylorista poteva essere vinto dal lavoro. Ma non c’è stato solo quel tipo di lavoro. Come sottolinea anche Vittorio Foa ne La Gerusalemme rimandata accanto all’operaio massa che lavora nelle grandi fabbriche tessili e nelle fabbriche dell’auto, si diffonde l’operaio con competenze tecniche e scientifiche che costruisce le macchine flessibili per le esigenze dell’industria. Il lavoro, anche quello operaio, non è mai stato solo fatica e sfruttamento. È stato, come è emerso nel convegno organizzato dal nove all’undici settembre 2011 presso l’Eremo camaldolese di Monte Giove (nei pressi di Fano), anche vocazione, espressione della creatività e di un desiderio di lavoro autonomo imprenditoriale. È questo diverso tipo di lavoro che fa intravedere a Weber l’etica protestante, soprattutto calvinista, alle radici dello sviluppo capitalistico. Questo secondo percorso del lavoro operaio è proseguito fino alle epoche recenti e nella lettura degli interventi in questo numero sulla contrattazione in Emilia Romagna non bisogna dimenticare che le attuali fabbriche meccaniche bolognesi sono state realizzate nella prima metà del Novecento da operai che avevano imparato in scuole tecniche comunali a disegnare macchine, dando vita a un diverso modello di industrializzazione, quello che è stato chiamato “ a specializzazione flessibile” . C’è poi tutta la lunga storia del lavoro impiegatizio e dei diversi percorsi lavorativi femminili e maschili che attraversano l’area del lavoro fuori dalle fabbriche e dalle campagne (dal lavoro di cura a quello del piccolo commercio fino al lavoro che oggi chiamiamo “della conoscenza”). La rivoluzione tecnologica dell’elettronica e dell’informatica hanno cambiato i due percorsi del lavoro operaio. Nella grande fabbrica il lavoro operaio è stato inserito in una diversa organizzazione del lavoro (il toyotismo o “produzione snella” basato sul just in time e sul decentramento produttivo) in cui è certamente più difficile organizzare uno sciopero perché occorre un consenso maggiore tra chi lavora dentro e fuori la fabbrica. D’altra parte l’elettronica e l’informatica se apprese nelle scuole tecniche in cui continuano ad andare i figli delle famiglie operaie, permettono una gamma di soluzioni imprenditoriali più ampia. Le caratteristiche complessive del lavoro che ha come dirimpettaio il finanzcapitalismo sono quelle chiamate da Tronti lavoro allargato. Si tratta di un lavoro mondo in cui si possono individuare, come scrive The Economist (10 settembre 2011), sia straordinarie possibilità lavorative sia lavori che non permettono la sopravvivenza. È interessante leggere il punto di vista del capitale nella rivista economica più autorevole del neoliberismo. In questo recente rapporto sul futuro del lavoro The Economist sottolinea che al livello mondiale la disoccupazione è formata da un 7% di disoccupati totali (tra cui aumenta la percentuale di disoccupati di lunga durata) e da un 12% che svolge un lavoro ritenuto insufficiente essendo soprattutto elevati i tassi di disoccupazione giovanile (nel 2010 il 50,5% in Sud Africa; il 41,7% in Spagna; il 27,9 in Irlanda; il 27,8% in Italia; il 23,3% in Francia; il 19,5% in Gran Bretagna; il 18,4% negli Stati Uniti). Il dato preoccupante che sottolinea questa rivista è che 1,53 miliardi di persone, circa la metà di tutta la forza lavoro mondiale (che è di 3,1 miliardi di persone), lavora in “occupazioni a rischio” potendo perdere il lavoro o avendo difficoltà a trovare lavoro anche le figure del lavoro qualificato come i tecnici, gli ingegneri, ecc… Lo scenario che disegna The Economist è drammatico: in un mondo in cui le diseguaglianze aumentano all’interno e tra le nazioni solo una parte sempre più piccola della popolazione riesce a lavorare e a guadagnare dovendo mantenere una parte sempre più ampia di popolazione formata da una crescente disoccupazione e da una crescente popolazione anziana. The Economist non vede ovviamente nessuna responsabilità di tutto questo nel finanzcapitalismo e nelle logiche neoliberiste, e osserva che “le nazioni con i più elevati problemi di disoccupazione giovanile sono quelle in cui non c’è stata flessibilità (come nella maggior parte del Middle East) o quelle in cui la flessibilità si applica solo ai nuovi entrati nel mercato del lavoro mentre quelli già assunti continuano ad essere protetti rendendo il mercato del lavoro rigido (come in Spagna)”. Quindi ancora maggiore flessibilità, meno tasse a chi è imprenditore e responsabilità di chi studia per non aver seguito i corsi che portano alle competenze volute dalle imprese capitalistiche. Sul sistema di welfare The Economist è ugualmente chiaro “le cure mediche e i sistemi pensionistici devono essere (ri) disegnati per permettere ai lavoratori la massima flessibilità possibile, non ultima quella di decidere l’uscita dal lavoro”. Ovviamente si intende che la decisione di “uscita dal lavoro” fa parte delle decisioni di flessibilità del lavoro concesse al capitale. Il lavoro fa così sempre più fatica a difendersi attraverso i suoi sindacati e i movimenti che lo rappresentano (si vedano in Italia, documentate in questo numero di Inchiesta, le difficoltà di un sindacato come la Fiom nel rispondere alle leggi contro i diritti del lavoro, cercare di contrattare il lavoro precario, affrontare la complessità degli scontri alla Fiat di Melfi o in Val di Susa). La politica I sindacati e i partiti si sono formati intorno allo scontro tra capitale e lavoro e sia in Europa che negli Stati Uniti si sono formati non solo sindacati ma anche partiti che hanno rappresentato il lavoro. Inoltre i governi hanno avuto esperienze importanti di Welfare state. Riccardo Petrella, nel suo libro Il bene comune. Elogio della solidarietà del 1996, ricostruisce negli Stati Uniti le politiche del New Deal e quelle in Europa quelle che arrivano al così detto “modello scandinavo” e sottolinea che “il Welfare state ha rappresentato un grande rivoluzione sociale. È stato alla base di un grande periodo di innovazioni sociali”. Tutto questo sembra oggi molto lontano perché il diffondersi del neoliberismo ha portato a un progressivo ritirarsi dello Stato dal suo ruolo di difesa delle persone più in difficoltà con una tassazione proporzionale ai redditi più elevati. Se l’unico compito dello Stato è quello di aderire alle esigenze delle multinazionali più importanti di ciascun settore è evidente che i destini del mondo del lavoro e delle risorse naturali diventano irrilevanti. Dall’obiettivo della società come un otre (una grande classe media e poi poche persone molto ricche e poche persone molto povere) si passa all’obiettivo neoliberista di una società a clessidra (una classe medio alta e una classe povera e precaria sempre più ampia che non riesce a passare nei piani alti della clessidra). La ricetta neoliberista indicata da The Economist alla politica è chiara: appoggiare la flessibilità del lavoro dal punto di vista del capitale e (ri) disegnare il sistema di cura e pensionistico avendo come obiettivo le esigenze del capitale. I 30.000 statali che il governo greco vuole tagliare vanno in quella direzione. Se si analizza la politica al livello mondo il quadro non è però oggi formato da soli governi neoliberisti. A parte le nazioni attraversate da grandi cambiamenti (dall’America Latina all’Africa che si affaccia al Mediterraneo) le cui politiche non sono ancora prevedibili, la politica della più importante nazione asiatica, la Cina, è certamente imperfetta (come insegna il dibattito fatto su Inchiesta in relazione al libro di Loretta Napoleoni) ma non è certamente neoliberista perché nello scontro tra capitale e lavoro il governo cinese, con tutte le critiche che possono essere mosse alle sue politiche, si presenta come un attore complesso, pragmatico, non mosso da interessi privati e certamente non appiattito sulle più potenti banche e imprese cinesi (come il neoliberismo vorrebbe). Perché The Economist attacca Berlusconi? Dal livello mondo arriviamo a ciò che accade in Italia. Il vento neoliberista che ha soffiato in questa nazione ha suggerito di prendere direttamente tra chi ha capitali il Presidente del consiglio. Il governo Berlusconi è stato ed è un governo neoliberista e sono note le sue leggi a favore delle grandi imprese (con particolare attenzione a quella di Berlusconi): smantellamento della scuola e del sistema universitario pubblico, riduzione delle tasse a favore delle fasce medio alte della popolazione, nessuna tassa su i patrimoni, indebolimento dei sindacati, appoggio pieno al “modello Marchionne”, condono edilizio e pene leggere per i falsi in bilancio, non controllo sulle emissioni di gas serra per favorire le imprese, non adesione alle Norme proposte dall’Onu per impedire alle multinazionali violazioni dei diritti umani, regalo delle frequenze ai gruppi televisivi Rai e Mediaset ecc… Perché allora The Economist non appoggia questo governo in cui come scrive Landini un ministro che si chiama del lavoro dovrebbe chiamarsi ministro del capitale visto il suo impegno nello smantellare i diritti di chi lavora? La risposta è sintetizzata da The Economist (11 giugno 2011) in un testo il cui titolo tradotto dalla rivista Internazionale è “L’uomo che ha fottuto un intero paese”, uno dei testi più violenti scritti da questa rivista contro un leader politico europeo. I tre motivi per cui Berlusconi è attaccato sono: 1. La scandalosa saga del bunga bunga. 2. I suoi imbrogli finanziari. 3. Il totale disprezzo per le condizioni economiche del Paese (per cui, scrive The Economist, “lascerà dietro di sé un paese con l’acqua alla gola”). La rivista rimprovera soprattutto a Berlusconi il punto tre (il non aver fatto un’efficace politica neoliberista) e lo spiega con i primi due punti. Berlusconi è stato talmente preso dai suoi problemi personali sessuali e giudiziari (sintetizzati dalla felice battuta televisiva che lo vede gridare: “viva la fuga”) da dimenticare di portare avanti una politica neoliberista di maggiore flessibilità del lavoro, tagli alle pensioni ecc…, tutte leggi che avrebbero reso felice la Marcegaglia e The Economist. In altri termini la rivista, sorta a Londra come espressione del “capitalismo dei gentlemen”, non può accettare che un leader politico si comporti in modo tale da non potere essere ricevuto a corte dalla Regina e, soprattutto, impegni il suo tempo nel fare leggi personali contro le intercettazioni e a favore del processo breve trascurando di fare le leggi neoliberiste che contano: è l’insieme dei capitalisti che Berlusconi doveva difendere, non i suoi capitali e i suoi privati interessi. In Italia il neoliberismo si è certamente diffuso ben oltre i recinti della destra ed il timore concreto è che, scomparso il caimano, resti il suo sorriso: una “sinistra” con responsabilità di governo potrebbe limitarsi a sostituire a un neoliberismo “senza stile” un neoliberismo“con stile” continuando, senza cambiarla, questa lunga storia di scontri tra capitale e lavoro che ha visto fino adesso, nel mondo occidentale, soprattutto vittorie del capitale con l’appoggio dei governi. Due interrogativi per il prossimo decennio. È immaginabile (e praticabile) una sinistra (senza virgolette) che sperimenti in Italia e diffonda nel mondo alternative al neoliberismo per affrontare, dal punto di vista del lavoro, lo scenario drammatico tracciato da The Economist? È immaginabile (e praticabile) in Italia una convergenza di sindacati e partiti di sinistra che operi per definire a livello nazionale, europeo e mondiale, un diverso patto (e un diverso rapporto di forze) tra capitale, lavoro e Stato?

La rivoluzione in un click

di PAOLA MIRENDA I dittatori non sono simpatici, ma finora non è mai stato un problema. Per conservare il potere bastavano la forza e la volontà di abusarne, condite di un po’ di propaganda. Nell’era di facebook, invece, se sei vecchio sei out. Lo sta capendo in questi giorni Putin, che ha provato a denigrare i manifestanti sostenendo che i loro fiocchi bianchi, simbolo della contestazione, sembravano preservativi. Il fronte della protesta ha apprezzato il paragone e progetta di attaccare fiocchi “dell’amore” ovunque, dalle automobili alle finestre. Il 2011 è l’anno delle rivoluzioni dal basso, anzi dal social network. É cominciato bene perché la rete è democratica e può rovesciare chiunque, ma è finito male perché la rete è demagogica e può rovesciare chiunque anche per motivi stupidi. E chi osa mettersi contro di lei, è finito. In Russia, ad esempio, è toccato a Boris Nemtsov, leader del partito anti sistema Parnas, uno dei pochi rimasti veramente estranei alla ragnatela di corruzione che governa il Paese. Il resto dell’articolo è disponibile in edicola e sarà pubblicato online martedì prossimo. LEFT N. 50-51 - 23 dicembre 2011

USCIRE O NO DALL'EURO?

IL MEGAFONO QUOTIDIANO, 31/12/2011 Uscire o no dall'euro? CRONACHE DALLA CRISI La proposta di restare fuori dalla moneta unica presenta più rischi e pericoli che vantaggi. Meglio costruire una mobilitazione per una "rifondazione" dell'Europa in senso solidaristico Michel Husson È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni. Nel frutto c’era il verme. Voler costruire uno spazio economico con una moneta unica ma senza bilancio era un progetto incoerente. Un’unione monetaria monca si trasforma allora in una macchina per fabbricare eterogeneità e divaricazione. I paesi con inflazione più elevata della media perdono competitività, sono stimolati a basare la propria crescita sul sovraindebitamento. Retrospettivamente, la scelta dell’euro non aveva del resto una giustificazione evidente rispetto a un sistema di moneta comune, con un euro convertibile nei rapporti con il resto del mondo e monete riadeguabili all’interno. L’euro, in realtà, era concepito come uno strumento di disciplina di bilancio e, soprattutto, salariale. Ricorrere all’inflazione non era possibile, per cui il salario diventava la sola variabile adeguabile. Ad ogni modo, il sistema ha, bene o male, funzionato grazie al sovra indebitamento e, perlomeno nel primo periodo, al calo dell’euro rispetto al dollaro. Questi espedienti, però, erano destinati a esaurirsi e allora le cose hanno cominciato a guastarsi, con la politica tedesca di deflazione salariale che ha portato la Germania ad aumentare le sue quote di mercato, per il grosso all’interno dell’eurozona. Anche se questa era nel complesso in equilibrio, ha preso così ad approfondirsi lo scarto tra le eccedenze tedesche e i passivi della maggioranza degli altri paesi. I saggi di crescita dei paesi dell’eurozona non si sono ravvicinati, anzi hanno avuto la tendenza a divergere, e questo fin dall’introduzione dell’euro. Si trattava di una configurazione insostenibile. La crisi ha bruscamente accelerato i processi di frammentazione e la speculazione finanziaria ha portato alla luce del sole le tendenze inerenti all’Europa neoliberista. Essa ha acuito la polarizzazione dell’eurozona tra due gruppi di paesi. Da una parte, la Germania, l’Olanda e l’Austria godevano di rilevanti eccedenze commerciali e i loro disavanzi pubblici rimanevano moderati. Dall’altra parte, si trovavano già i famigerati “Pigs” (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), nella condizione inversa: forti disavanzi commerciali e pubblici, già al di sopra della media. Con la crisi, i disavanzi pubblici si sono acuiti dappertutto, ma molto meno nel primo gruppo di paesi, che conservano eccedenze commerciali. In tutti gli altri paesi, la situazione si deteriora, con l’esplosione dei disavanzi pubblici e il crescente squilibrio della bilancia commerciale. In Europa, la crisi dei debiti sovrani ha accelerato la svolta verso l’austerità, che comunque era in programma. La speculazione contro la Grecia, poi l’Irlanda e il Portogallo, è stata possibile solo perché non esiste alcuna misura di controllo delle banche, né alcuna assunzione reciproca dei debiti su scala europea. Sono del resto la banche centrali a fornire le munizioni, prestando alle banche all’1% il denaro, che poi verrà utilizzato per approfittare del rialzo dei tassi offerti dagli Stati, e intascare la differenza. Poiché l’indebitamento pubblico dà il cambio a quello privato, la crisi finanziaria scatta su questo terreno. Da questo punto di vista, i piani di salvataggio dell’euro sono in realtà piani di salvataggio delle banche europee, che detengono buona parte del debito dei paesi minacciati. Gli attacchi speculativi vengono utilizzati come argomento in favore del rapido passaggio a drastici piani di austerità. Un’incongruenza che non può che portare a una nuova recessione, anche nella stessa Germania, dove le esportazioni verso i paesi emergenti non potranno compensare le perdite sui mercati europei. Al fondo, i governi europei non hanno che un solo obiettivo: tornare il più presto possibile al business as usual. Ma quest’obiettivo è fuori portata, proprio perché la crisi ha reso inservibile tutto quel che aveva consentito di gestire le contraddizioni di un’integrazione monetaria sbilenca Questi elementi di analisi sono attualmente abbastanza largamente condivisi, Essi, tuttavia, portano a pronostici e a orientamenti contrapposti: esplosione dell’eurozona, o rifondazione della costruzione europea. Per una rifondazione dell’Europa Il criterio essenziale per una rifondazione dell’Europa è quello della soddisfazione dei bisogni sociali. Il punto di partenza è perciò la ripartizione delle ricchezze. Dal punto di vista capitalistico, l’uscita dalla crisi passa per la restaurazione della redditività e quindi per l’ulteriore pressione su salari e occupazione. È però la parte di reddito nazionale succhiata ai salari ad avere alimentato le bolle finanziarie. E sono le controriforme neoliberiste ad avere acuito i passivi, anche prima dello scoppio della crisi. L’equazione, allora, è semplice: non si risolverà la crisi senza un significativo cambiamento della ripartizione dei redditi. Questo problema viene prima della crescita. Ovviamente, una crescita più sostenuta favorirebbe l’occupazione e i salari (bisogna tra l’altro discuterne il contenuto dal punto di vista ecologico); ad ogni modo, tuttavia, non si può puntare su questa variabile se, contemporaneamente, la ripartizione dei redditi diventa sempre più diseguale. Occorre dunque aggredire le disuguaglianze: da un lato, aumentando la massa salariale: dall’altro, con la riforma fiscale. Riportare a livello la parte salariale potrebbe seguire una regola dei tre terzi: un terzo per i salari diretti, un terzo per il salario sociale (la protezione sociale) e un terzo per creare posti di lavoro con la riduzione dell’orario di lavoro. Questo avanzamento avverrebbe a detrimento dei dividendi, che non hanno alcuna giustificazione economica, né utilità sociale. Andrebbe progressivamente ridotto il deficit di bilancio, non con il taglio delle spese ma con la rifiscalizzazione di tutti quei tipi di redditi che a poco a poco sono stati dispensati dalle imposte. Nell’immediato, il costo della crisi dovrebbe ricadere sui suoi responsabili; in altri termini, il debito andrebbe in gran parte annullato e le banche andrebbero nazionalizzate. La disoccupazione e la precarietà costituivano già le tare sociali più gravi dell’attuale sistema: la crisi le aggrava, in quanto i piani di austerità eroderanno ulteriormente le condizioni di esistenza dei più sfavoriti. Anche qui, un’ipotetica crescita non va considerata la strada principale. Produciamo di più per creare nuovi posti di lavoro? Significa affrontare le cose all’incontrario. Su questo va operato un completo cambiamento di prospettiva e va assunta come punto di partenza la creazione di posti di lavoro utili. Si tratti di riduzione dell’orario di lavoro nell’impiego privato, o della creazione di posti nelle amministrazioni, nei servizi pubblici e collettivi, occorre partire dai bisogni e rendersi conto che sono gli impieghi a creare ricchezza (non necessariamente commerciale). E questo consente di stabilire una passerella con le preoccupazioni ambientali: la priorità del tempo libero e la creazione di impieghi utili sono due elementi fondamentali di qualsiasi programma di lotta contro il cambiamento climatico. La questione della ripartizione dei redditi è dunque un buon punto di aggancio, intorno a un principio semplice come questo: noi non pagheremo per la “loro” crisi. Questo non ha niente a che vedere con un “rilancio attraverso i salari”, ma con la difesa dei salari, dell’occupazione e dei diritti sociali, su cui non dovrebbe esserci discussione. Si può allora avanzare il concetto complementare di controllo: controllo su che cosa fanno dei loro profitti (versare dividendi o creare posti di lavoro), controllo sull’utilizzazione delle tasse (sovvenzionare le banche o finanziare i servizi pubblici). La posta in gioco è quella di far passare dalla difesa al controllo, e solo questo passaggio può consentire che il mettere in discussione la proprietà privata dei mezzi di produzione (il vero anticapitalismo) ottenga un’udienza di massa. Come ben sintetizza Özlem Onaran[i]: «Emerge un consenso tra le forze anticapitaliste europee intorno a una strategia basata su quattro pilastri: 1) resistenza alle politiche d’austerità: 2) radicale riforma fiscale e controllo dei capitali; 3) nazionalizzazione/collettivizzazione delle banche sotto controllo democratico; 4) audit del debito sotto controllo democratico, seguito dall’eventuale default [sospensione del pagamento]. Quale sarebbe il vantaggio dell’uscita dall’euro? Il principale argomento è che questo renderebbe possibile la svalutazione della nuova moneta, il che restituirebbe competitività al paese interessato. Restituirebbe alla Banca centrale la possibilità di emettere moneta per finanziare diversamente il proprio passivo. I più pessimisti vi vedono un modo per reindustrializzare l’economia, attendere una crescita più elevata e creare posti di lavoro. La fusione di monete nazionali all’interno dell’euro ha sottratto una variabile essenziale di aggiustamento, il tasso cambiario. I paesi la cui competitività-prezzi arretra non hanno altro strumento, nell’attuale quadro europeo, se non il blocco dei salari e la corsa all’indebitamento. Questo è vero, ma non elimina l’incoerenza dello scenario dell’uscita dall’euro. L’uscita dall’euro non risolverebbe affatto il problema del debito, anzi l’aggraverebbe, nella misura in cui il debito verso i non-residenti verrebbe immediatamente accresciuto dal tasso di svalutazione. In ogni caso, quindi, prima di uscire dall’euro occorrerebbe effettuare la ristrutturazione del debito. Tornare alla moneta nazionale, nel caso di paesi che registrano rilevanti passivi con l’estero li sottoporrebbe direttamente alla speculazione sulla moneta. L’appartenenza all’euro aveva perlomeno il vantaggio di preservare i paesi da questi attacchi speculativi: ad esempio, il deficit della Spagna era arrivato fino al 9% del Pil, senza ripercussioni, ovviamente, sulla “sua” moneta. La svalutazione rende i prodotti di un paese competitivi, in ogni caso rispetto ai paesi che non svalutano. L’uscita dall’euro, quindi, dovrebbe riguardare solamente un limitato numero di paesi. Si tratta dunque di una soluzione nazionale di non collaborazione, in cui un paese cerca di guadagnare quote di mercato sui suoi partner commerciali. La svalutazione, però, fa aumentare i prezzi delle importazioni, il che si ripercuote sull’inflazione interna e può in parte annullare quanto guadagnato in competitività sui prezzi all’esportazione. L’economista Jacques Sapir, che ha previsto un piano di uscita dall’euro per la Francia,[ii] ammette che «l’inflazione imporrebbe regolari svalutazioni (ogni anno od ogni anno e mezzo)» per mantenere costante il tasso di cambio effettivo. Questo equivale ad accettare una spirale inflazionistica all’infinito. La competitività di un paese si basa su elementi materiali: gli incrementi di produttività, l’innovazione, la specializzazione industriale, ecc. Pensare che la manipolazione dei tassi cambiari possa bastare a garantire la competitività è ampiamente illusorio. È il motivo per cui, grosso modo, non esiste alcuna esperienza di svalutazione che non si sia tradotta in aumentata austerità, che ricade alla fine sui lavoratori. Perché la svalutazione possa servire a realizzare una diversa ripartizione dei redditi e un altro sistema di crescita occorrerebbe che fossero stati trasformati a fondo i rapporti di forza sociali. Fare dell’uscita dall’euro l’elemento preliminare equivale quindi a invertire le priorità tra trasformazione sociale e tasso di cambio. Si tratta di uno slittamento particolarmente rischioso. Nel suo documento, Jacques Sapir mette in risalto come la «nuova moneta dovrebbe allora venire inserita nei cambiamenti di politica macroeconomica e istituzionale […] se si vuole che dia i risultati auspicati». Tra i cambiamenti, egli cita un recupero dei salari, la perpetuazione dei sistemi sociali, il rigoroso controllo dei capitali, la requisizione della Banca di Francia, il controllo dello Stato sulle banche e le assicurazioni. Ma tutte queste misure dovrebbero essere state imposte prima ancora del progetto di uscire dall’euro. Un governo di trasformazione sociale commetterebbe, del resto, un terribile errore strategico se partisse dall’uscita dall’euro, perché così si esporrebbe a tutte le misure di ritorsione. Politicamente, c’è il rischio assai grande di offrire legittimità da sinistra ai programmi populisti. In Francia, il Front National ha fatto dell’uscita dall’euro uno degli assi della sua politica. Questo si ricollega alla logica nazionalsocialista che combina il discorso xenofobo con una lettura che attribuisce esclusivamente all’integrazione europea tutti i mali economici e sociali. Sta qui il cuore del problema. La mondializzazione e l’integrazione europea neoliberiste consolidano il rapporto di forza a favore del capitale. Non si può tuttavia farne la causa esclusiva, come se una migliore spartizione delle ricchezze potesse effettuarsi spontaneamente all’interno di ogni singolo paese alla sola condizione di prendere misure protezioniste. Far credere che uscire dall’euro potrebbe di per sé migliorare il rapporto di forza a favore dei lavoratori è, in sostanza, l’errore d’analisi fondamentale. Basta del resto vedere l’esempio della Gran Bretagna: la sterlina non fa parte dell’euro, ma non per questo la popolazione è al riparo da un piano di austerità tra i più crudeli in Europa. I fautori dell’uscita dall’euro avanzano un altro argomento: si tratterebbe di una misura immediata, relativamente facile da prendere, mentre la prospettiva di una rifondazione europea sarebbe fuori portata. L’argomento ignora la possibilità stessa di una strategia di rottura, che non presuppone che intervenga simultaneamente in tutti i paesi europei. Per una strategia di rottura e di estensione Sembra dunque che la scelta sia quella tra un’avventura pericolosa e un’armonizzazione utopistica. Il problema politico centrale è allora quello di uscire da questo dilemma, per cercare di dargli una risposta. Occorre elaborare la distinzione tra il fine e i mezzi. L’obiettivo di una politica di trasformazione sociale è, lo ripetiamo, quello di assicurare all’insieme dei cittadini una vita decorosa, in tutte le sue dimensioni (occupazione, sanità, pensione, alloggio, ecc.). L’ostacolo immediato è la ripartizione dei redditi, che va modificata alla fonte (tra profitti e salari) e corretta sul piano fiscale. Vanno perciò prese un complesso di misure tendenti a sgonfiare i redditi finanziari e a realizzare una radicale riforma fiscale. Queste poste in gioco passano per la messa in discussione degli interessi sociali dominanti, dei relativi privilegi, e questo scontro si svolge innanzitutto sul piano nazionale. Ma gli assi nella manica dei potenti e le possibili misure di ritorsione superano questo quadro nazionale: si invocano immediatamente la perdita di competitività, la fuga di capitali e l’infrazione delle norme europee. L’unica possibile strategia deve allora basarsi sulla legittimità delle soluzioni progressiste derivante dal loro carattere eminentemente solidaristico. Tutte le raccomandazioni neoliberiste rimandano invece, in ultima istanza, alla ricerca della competitività: si devono abbassare i salari, ridurre i «carichi», per conquistare, alla fine dei conti, quote di mercato. Poiché ci sarà una debole crescita nella fase aperta dalla crisi in Europa, l’unico modo per un paese di creare posti di lavoro sarà quello di rubarne ai paesi vicini, tanto più che la maggior parte del commercio estero dei paesi europei avviene all’interno dell’Europa. Vale anche per la Germania (primo o secondo esportatore mondiale insieme alla Cina), che non può contare sui soli paesi emergenti per ricavarne la sua crescita e i suoi posti di lavoro. Le uscite neoliberiste dalla crisi non sono dunque, per loro natura, solidaristiche: si può guadagnare solo contro gli altri, e del resto è questa la base di fondo della crisi della costruzione europea. Viceversa, le soluzioni progressiste sono solidaristiche: funzionano tanto meglio quanto più si allarghino a un grande numero di paesi. Se tutti i paesi europei riducessero l’orario di lavoro e tassassero i redditi del capitale, il coordinamento consentirebbe di eliminare i contraccolpi cui sarebbe esposta questa stessa politica se portata avanti in un solo paese. La strada da esplorare è dunque quella di una strategia di estensione che potrebbe seguire un governo di sinistra radicale. - si prendono unilateralmente la “buone” misure (ad esempio, la tassazione delle transazioni finanziarie): - si accompagnano a queste delle misure protezioniste (ad esempio, un controllo dei capitali); - si ha il coraggio politico di infrangere le norme europee; - si propone di modificarle estendendo a livello europeo le misure prese; - non si esclude un braccio di ferro e si utilizza la minaccia di uscire dall’euro. Questo schema prende atto del fatto che non si può subordinare l’attuazione di una “buona” politica alla costituzione di una “buona” Europa. Le misure di ritorsione di ogni genere vanno anticipate attraverso quelle che, effettivamente, si richiamano all’arsenale protezionista. Ma non si tratta di protezionismo nella solita accezione del termine, in quanto questo protegge un’esperienza di trasformazione sociale e non gli interessi dei capitalisti di un dato paese di fronte alla concorrenza degli altri. Si tratta di un protezionismo di estensione, la cui logica è quella che sparirebbe appena le “buone” misure fossero generalizzate. La rottura con le norme europee non avviene in base a una petizione di principio, ma a partire da una misura giusta e legittima, che corrisponde agli interessi della maggioranza e che si propone come percorso da seguire ai paesi vicini. La speranza di cambiamento consente allora di basarsi sulla mobilitazione sociale negli altri paesi e di costruire così un rapporto di forza che possa incidere sulle istituzioni europee. La recente esperienza del piano di salvataggio dell’euro, del resto, dimostra come non ci fosse bisogno di cambiare i trattati per scavalcare un certo numero di loro disposizioni. In questo schema, l’uscita dall’euro non è più un fatto preliminare. È, al contrario, un’arma di cui servirsi come ricorso estremo. La rottura dovrebbe, piuttosto, avvenire su due punti, che permetterebbero di liberare veri e propri margini di manovra: nazionalizzazione delle banche e denuncia del debito. Rottura e rifondazione La prima leva è la capacità di intaccare gli interessi capitalistici: il paese innovatore può ristrutturare il proprio debito, nazionalizzare i capitali stranieri, ecc. O minacciare di farlo. Anche nel caso di un paese piccolo, la capacità di risposta è considerevole, dato lo stretto intreccio delle economie e dei mercati finanziari. Molti potrebbero rimetterci, ad esempio le banche europee nel caso della Grecia. Anziché letteralmente prostrarsi di fronte alla finanza, Papandreu avrebbe potuto innescare un braccio di ferro dicendo: «La Grecia non può pagare, quindi bisogna discutere». È quello che aveva fatto l’Argentina sospendendo il suo debito nel 2001 e ottenendone la rinegoziazione. Ma il punto d’appoggio principale consisterebbe nella natura solidale delle misure prese. Si tratta di una differenza enorme con il protezionismo classico che, in fondo, cerca sempre di cavarsela elegantemente rosicchiando quote di mercato ai concorrenti. Tutte le misure progressiste, viceversa, sono tanto più efficaci se si generalizzano estendendosi al maggior numero di paesi . Si dovrebbe quindi parlare al riguardo di una strategia di estensione basata sul seguente discorso: «Noi sosteniamo di voler tassare il capitale e prendiamo le adeguate misure di protezione. Ma solo in attesa che questa misura, come noi proponiamo, si estenda all’insieme dell’Europa». È dunque in nome di un’altra Europa che si assumerebbe la rottura con l’Europa realmente esistente. Anziché contrapporre i due elementi, occorrerebbe riflettere sull’articolazione tra rottura con l’Europa neoliberista e progetto di rifondazione europea. Il progetto e il rapporto di forza Un programma che puntasse soltanto a regolare marginalmente il sistema sarebbe non solo sottodimensionato, ma anche poco mobilitante. All’inverso, una prospettiva radicale rischia di scoraggiare, di fronte alla portata del compito. Si tratta in qualche modo di stabilire il grado ottimale di radicalità. La difficoltà non è tanto quella di elaborare dispositivi di ordine tecnico: è, ovviamente, indispensabile, ed è un lavoro largamente avanzato; ma nessuna misura, per quanto abile, può consentire di eludere lo scontro inevitabile tra interessi sociali contrastanti. Sulle banche, il ventaglio va dalla nazionalizzazione integrale alla regolamentazione, passando per la costituzione di un polo finanziario pubblico, o per l’introduzione di una regolamentazione particolarmente stringente. Quanto al debito pubblico, può essere annullato, sospeso, rinegoziato, ecc. La nazionalizzazione integrale delle banche e la denuncia del debito pubblico sono misure legittime ed economicamente praticabili, ma possono apparire non a portata di mano, per l’attuale rapporto di forza. Ed è qui che si colloca il dibattito vero: quale è, sulla scala del radicalismo, la posizione del cursore che meglio consente la mobilitazione? Non spetta agli economisti risolvere questa discussione e quindi, invece di proporre un insieme di misure, il presente articolo ha cercato di impostare questioni metodologiche e di mettere in rilievo come siano indispensabili, per uscire effettivamente dalla crisi, tre ingredienti: - la radicale modifica della ripartizione dei redditi; - la massiccia riduzione dell’orario di lavoro; - la rottura con l’ordine capitalistico mondiale, a partire dall’Europa realmente esistente. Il dibattito non si può chiudere nella contrapposizione tra antiliberisti e anticapitalisti. Si tratta, evidentemente, di una distinzione che ha un senso, a seconda che il progetto sia quello di liberare il capitalismo dalla finanza, o di sbarazzarci del capitalismo. Ma questa tensione non dovrebbe impedire di percorrere insieme un lungo tratto di strada, continuando a portare avanti il dibattito. Il “programma comune” potrebbe basarsi in questo caso sulla volontà di imporre altre regole di funzionamento al capitalismo. E si tratta appunto dello spartiacque tra la sinistra radicale di rottura e il social-liberismo di accompagnamento. Per la sinistra radicale, comunque, oggi il compito prioritario è quello di costruire un comune orizzonte europeo, che serva di base per un reale internazionalismo. (18 luglio 2011) (Da Inprecor, nn.575-576, luglio-agosto-settembre 2011 - traduzione dal francese di Titti Pierini, 11/12/11)

L'anno che ci aspetta

IL MEGAFONO QUOTIDIANO, 31/12/2011 NOTA QUOTIDIANA La crisi morde, sempre di più e il futuro si annuncia pessimo. Di fronte alla "costituente" del capitalismo europeo, in cui si colloca Monti, serve un'idea analoga e alternativa. Non è il momento di chiusure e settarismi. Nel nostro piccolo proveremo a dare l'esempio anche con questo spazio editoriale Salvatore Cannavò Un anno difficile, di crisi, di posti di lavoro che mancano e di precarietà che dilaga. Certo, la notizia delle dimissioni di Berlusconi ha contribuito ad alleggerire la rabbia e la tensione ma se si va a spulciare il bilancio dell'Inps si scopre che nel 2010 i lavoratori e le lavoratrici che hanno usufruito di Cassa integrazione, mobilità e disoccupazione sono stati all'incirca 4 milioni. E poi ci sono più di 2 milioni di disoccupati e almeno altrettanti lavori precari. Precarietà, incertezza, frustrazione, ansia per il futuro riguardano almeno 8 milioni di persone in età da lavoro mentre chi è in pensione vede il proprio reddito diminuire e chi lavora teme di essere licenziato. E' la crisi in carne e ossa, non quella del grafico da "spread" illustrato da Mario Monti nella conferenza stampa di fine anno. Il 2012 si preannuncia anche peggiore, con l'Italia in recessione, lo spettro della crisi bancaria, l'ipotesi, ormai tecnicamente contemplata, della fine dell'euro. In questo scenario, il fatto che ci siano milioni di persone che oggi credano che l'attuale governo possa traghettare l'Italia fuori dalla crisi è comprensibile ma resta un'idea sbagliata. Su questa pagina l'abbiamo scritto già diverse volte: Monti esprime un progetto italiano ed europeo - confermato dalle telefonate Merkel-Napolitano, al di là delle versioni ufficiali - che prova a salvare l'Europa dall'imbuto in cui è caduta nella competizione internazionale. E questa "sfida" si gioca solo su un versante: l'abolizione o la riduzione drastica del modello sociale europeo. Pensioni, sanità, lavoro pubblico, servizi, diritti di lavoratori e lavoratrici non dovranno più essere quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi quarant'anni. Occorre tornare indietro, più indietro di quanto pensassero gli stessi Berlusconi, Tremonti o Sacconi. Bisogna tagliare la carne viva e non escludiamo che le lacrime di Elsa Fornero siano proprio il prodotto di questa consapevolezza. Per questo non ci facciamo sedurre. Difficile credere che una simile ipotesi possa produrre risultati soddisfacenti, certamente non per chi lavora o si dibatte con il proprio misero reddito. Forse aiuterà le banche e le grandi multinazionali o, meglio, alcuni settori fra queste. Il problema, annoso, resta sempre il solito: la massa critica necessaria a disegnare un'alternativa. In questi anni di crisi non c'è stata finora un'iniziativa dei movimenti sociali e della sinistra in grado di intaccare significativamente la gestione della crisi stessa. Lo stallo è drammatico e non più prolungabile. Per questo, vanno guardate con speranza le esperienze come Occupyy, le rivolte arabe, gli indignados, i bagliori che si sono visti in Italia il 15 ottobre: non per esaltare più del dovuto fenomeni importanti ma perché costituiscono gli appigli di una possibile riscossa o reazione per lo meno difensiva. Anche se ancora non bastano. In questo senso, nel 2012 abbiamo responsabilità importanti. Occorre ristabilire un quadro unitario di lotte e resistenze che siano in grado di pesare "politicamente" non nel senso di una cristallizzazione partitica o elettorale ma nel senso più vero del termine. Anche se non ottenne risultati immediati il movimento "no global" riuscii a essere soggetto politico di riferimento, costringendo al confronto partiti e governi di tutto il mondo. E in America latina, alcune delle sue idee sono poi state applicate. Serve il ripristino di una massa critica analoga e ovviamente le differenziazioni e le chiusure che pure sono visibili in questo scorcio di fine anno, non solo non aiutano, ma sono altamente pericolose. Da qualsiasi parte provengano. E' davvero il momento della più larga unità attorno a obiettivi condivisi e condivisibili: la ridiscussione del debito, a partire dalla proposta di un Audit sotto controllo dei cittadini; la difesa dei diritti, a partire dall'articolo 18; la difesa dei salari e delle pensioni; la patrimoniale e un fisco che aggredisca rendite e profitti; il salario sociale, non come espediente per spezzare i diritti acquisiti ma per contrastare i ricatti delle imprese; i beni comuni da tutelare e allargare (compresa l'informazione); la pace e il disarmo; la democrazia da allargare, anche con i referendum. I punti da valorizzare sono noti e, in fondo, gli stessi da almeno dieci anni, con l'eccezione del debito. Però oggi vanno difesi e rilanciati in un processo "costituente": di una nuova Europa, di un quadro mondiale del tutto nuovo e di un'Italia che non sarà più la stessa. Anche per chi si batte per una società diversa, per un'alternativa di società - con tutte le gamme e le differenziazioni possibili - è il momento di definire un percorso "costituente" di movimento, assumendosi la responsabilità del tempo presente. Per quanto ci riguarda, questo è l'augurio del 2012, anche nella costruzione di questo spazio editoriale che metteremo al servizio di diversi nuovi progetti di network, reticolari e allargando ancora il nostro perimetro di intervento. Ne parleremo quando saremo pronti ma molto stiamo per produrre e, speriamo, di riuscire a farlo anche con il vostro aiuto e la vostra partecipazione. Buon anno.

NO AL GOVERNO MONTI

SINISTRA CRITICA, 30/12/2011 Per dire no al debito e no al governo Monti” il 17 dicembre al teatro Tendastrisce di Roma, si terrà la seconda Assemblea nazionale del Coordinamento No Debito, nato l'estate scorsa su iniziativa di lavoratori che operano nel sindacato, nella politica e nel sociale ed alla quale hanno poi aderito anche soggetti sociali e politici collettivi. Uno spazio politico pubblico che fa del non pagamento del debito un obiettivo che intende salvaguardare il reddito e le condizioni dei popoli di tutta l'Europa- spiegano in una nota gli organizzatori-che vuole costruire un’opposizione al governo della BCE e della finanza internazionale, a questa Europa che fa gli interessi delle banche e che impone sacrifici a milioni di persone. L’analisi condivisa dal coordinamento è che il governo Monti con la sua manovra del 4 dicembre ha operato una sostanziale aggressione contro i ceti popolari, le lavoratrici e i lavoratori del paese. Il sistema pensionistico-chiarisce il coordinamento- ha subito uno stravolgimento epocale in cui lavoratori e le lavoratrici anziane saranno costretti al lavoro 1-2-3, fino a 6 anni in più, per arrivare più tardi a pensioni più basse. I pensionati sono lasciati indifesi nei confronti di un’inflazione che tende a crescere (è già al 3,5%). I giovani, che seppure sono presentati come i beneficiari della manovra, troveranno sempre più i posti di lavoro occupati da anziani a cui è vietato andare in pensione. Una spirale infinita, dunque, in cui a farne le spese sono sempre le stesse categorie cui oltre al problema occupazionale, vengono aumentate le tasse che ricadono sui e redditi medio bassi, l’IVA, le addizionali Irpef locali, le accise sulla benzina, l’ICI sulla prima casa, i ticket sanitari. A fare le spese della manovra saranno anche le regioni e gli enti locali a cui saranno ulteriormente tagliati i finanziamenti il che rischia di mettere a rischio tutti i servizi pubblici, dalla sanità ai trasporti. 
Altro tema di grande preoccupazione già aperto nel precedente governo Berlusconi è la prospettiva di una riforma del mercato del lavoro.
 Nel frattempo i ricchi non vengono toccati-afferma il coordinamento- anzi, una parte delle risorse tagliate ai ceti popolari andrà a coprire gli sgravi fiscali per le aziende, consentendo ai padroni più lauti profitti. Il ceto politico si autotutela- continuano i coordinatori- conservando tutti i suoi grassi privilegi. Sottraendo diecine e diecine di miliardi al reddito dei cittadini, inoltre, la somma delle manovre di Tremonti e di Monti aggraverà la recessione già in atto facendo perdere altre centinaia di migliaia di posti di lavoro. Un appuntamento, dunque, importante quello di sabato 17 dicembre, in cui l'Assemblea discuterà dell'attuale situazione e delle iniziative che il Coordinamento NO Debito vuole proporre nei prossimi mesi per opporsi alle manovre sino ad ora attuate dal Governo Berlusconi prima e da Monti ora.

I MORTI ED I FERITI DELLA MARLANE

Giustizia Per I Morti Della Marlane Il 30 dicembre si è svolta l’ennesima udienza con l’ennesimo rinvio del processo alla Marlane, la fabbrica dei veleni, che ha procurato107 malati e morti a causa di sostanze cancerogene con cui gli operai/e erano a contatto durante lavorazione dei tessuti. Il rimborso in denaro e le condanne, una volta accertati i fatti, non potranno restituire la vita delle oltre 50 persone che sono morte per aver lavorato in quella fabbrica. E una storia che si ripete. Fabbriche che vengono insediate con l’aiuto dello stato, creano stragi di innocenti, devastano il territorio e poi spariscono cercando lidi più redditizi. La Marlane sembra sia sbarcata a Brno in Cecoslovacchia. Rimane il cimitero di fabbriche, dalla Pertusola all’Enichem, a Crotone, alla SIR di Lamezia Terme che hanno saccheggiato città ed interi territori. In Calabria assistiamo all’emergere di siti altamente inquinati per i rifiuti tossici provenienti da altre parti d’Italia e dall’Europa. La valle dell’Oliva, la vicenda della Jolly Rosso, per ora insabbiata, testimoniano il saccheggio perpetrato sul nostro territorio. Le procure stanno facendo dei timidi passi in avanti, e la commissione parlamentare europea sembra interessarsi alla gravità della situazione. Nei giorni scorsi si è recata a visionare direttamente il degrado ambientale di alcuni siti calabresi come la valle dell’Oliva, Crotone e la Marlane di Praia a Mare. Nei riguardi della fabbrica della Marlane, insediatasi fin dagli anni ’50 nel territorio calabrese con le sovvenzioni della Cassa per il Mezzogiorno nonostante i tanti morti e malati di cancro, dopo decenni viene istruito il processo, superando ben tre richieste di archiviazione. La congiunzione fortunata fatta dall’attuale procuratore capo Bruno Giordano e dalla PM Antonella Lauri hanno portato al rinvio a giudizio dei capi e capetti della fabbrica della Marlane, da Pietro Marzotto al sindaco di Praia a Mare Carlo Lomonaco. In tutto tredici sono gli imputati. La manifestazione ad Amantea del 24 ottobre del 2009, dove parteciparono oltre 30 mila persone, per chiedere la verità sulle navi dei veleni, portò nelle sue rivendicazioni , anche la questione della Marlane e certamente rappresentò una spinta per il procuratore capo Bruno Giordano per la riapertura dell’inchiesta . La vicenda della Marlane, emblematica per come si distruggono vite umane e territorio in terra calabrese, viene ripercorsa da Francesco Cirillo, media-attivista ed ambientalista del tirreno casentino e da Luigi Pacchiano, operaio della fabbrica, affetto da carcinoma alla vescica, nel libro Marlane: la fabbrica dei veleni. Così scrive Cirillo nella sua prefazione Questo gruppetto di lavoratori, soli, aggrediti dai sindacati ufficiali dai politici tutti, invisi a parte della cittadinanza compreso il sindaco, colpevolizzati di far chiudere la fabbrica con le loro denunce e far perdere il posto di lavoro a centinaia di padri di famiglia, chiedevano a noi un aiuto. E noi ci mettemmo a disposizione”. Il libro ripercorre, così, la lotta decennale, i protagonisti, il vissuto delle famiglie chiamate a rompere il muro di omertà e di assoggettamento. Un interessante lavoro editoriale che mette insieme tutte le microstorie, i documenti, le perizie, gli articoli di giornale, le interviste, partendo dalla nascita del Gruppo Rivetti–Marzotto negli anni Cinquanta, fino alla sentenza di rinvio a giudizio nello scorso novembre” Dopo la recente udienza, i familiari delle vittime, i rappresentanti della rete difesa del territorio “Franco Nisticò” , come sempre presenti per il sit in davanti al tribunale, indispettiti per l’ennesimo rinvio questa volta al 24 febbraio, che porterà probabilmente alla prescrizioni di alcuni reati, pensavano ad una iniziativa forte che potesse scuotere l’opinione pubblica. Cosenza 29/12/2011 Coord. Calabrese Sinistra Critica

TUNNEL SAN GOTTARDO

Svizzera: Al Gottardo il tunnel di 57 km avanza Con la caduta dell'ultimo diaframma di roccia tra Faido e Sedrun nella galleria ferroviaria del San Gottardo in Svizzera dopo 11 anni di lavoro si è raggiunto un traguardo importante al San Gottardo, che con i suoi 57 km diventa la galleria ferroviaria più lunga del mondo. Un'opera finanziata quasi interamente dalla tassa di transito che i camion pagano sin dal 2001. La galleria del San Gottardo, che sarà in funzione dal 2017, insieme a quella del Lötschberg (attiva dal 2007) e del Monte Ceneri (2019), fa parte della Nuova Trasversale Ferroviaria Alpina NTFA, il cuore del 'Corridoio 24', il progetto europeo per il trasporto ad alta velocità di merci e passeggeri da Genova a Rotterdam. Grazie al profilo 'di pianura', garantito dalle tre gallerie a pendenza ridotta che tagliano la catena alpina a 550 metri sul livello del mare, la nuova ferrovia permetterà di attraversare le Alpi più velocemente, utilizzando meno energia e con carichi più pesanti. Una volta completata, nel 2019, la ferrovia transalpina consentirà di viaggiare ad esempio tra Zurigo e Milano su treni da 250 km/h in due ore e quaranta minuti, un'ora in meno rispetto ad oggi. La NFTA è un tassello strategico nella politica dei trasporti svizzera e nella sua volontà – sancita anche dal popolo attraverso tre referendum - di trasferire consistenti volumi di merci dalla strada alla ferrovia, limitando il numero degli autocarri in transito sulle Alpi a 650.000 mila l'anno, e riducendo così l'inquinamento atmosferico e acustico lungo i corridoi di trasporto. La nuova ferrovia, nel cuore della Svizzera, si connette a sud con il sistema ferroviario italiano attraverso la Lombardia e la Liguria, fino a Genova. Per quanto riguarda il proseguimento dei lavori in alcuni comparti della galleria si stanno già completando i rivestimenti del tunnel e sono state posate le prime infrastrutture ferroviarie. A partire dal 2013 sono previste le prime corse di prova ad alta velocità per verificare il corretto funzionamento dei vari sistemi. I costi previsti ammontano a 13 miliardi di euro (1% pil svizzero), di cui 7 per la galleria del San Gottardo, 1,5 per il Monte Ceneri, 3,1 per il Lötschberg e 1,7 per ampliamento degli accessi. L'importo è finanziato attraverso il Fondo per i progetti d'infrastruttura dei Trasporti Pubblici (FTP) costituito per due terzi dalla tassa sul traffico pesante e per un terzo dall'imposta sugli oli minerali e l'un per mille dell'iva. Il fondo non finanzia solo la NFTA, ma un pacchetto di opere più ampio, per un totale di quasi 23 miliardi di euro, e che comprende: il progetto Ferrovia 2020 per il miglioramento generale della rete ferroviaria svizzera (collegamenti più rapidi e frequenti e rinnovamento del materiale rotabile), il raccordo alle reti europee ad alta velocità e il risanamento acustico della rete. da: Tuttotrasporti.it 23/12/2011 ( sul tema trasporti il 13 gennaio a Biella dibattito su TAV e trasporto locale )

FINCANTIERI

IL SECOLO XIX, 30/12/2011 Fincantieri, appalti persi 6 milioni di redditi Genova. La crisi dei “piccoli” che stanno all’ombra del gigante, ma non è una piccola crisi. Sei milioni di redditi perduti intorno ai guai della Fincantieri di Sestri Ponente. Famiglie comprese, sono più di diecimila persone coinvolte. Perché l’uscita del cantiere di Sestri dal ciclo produttivo navale delle crociere e da quello complessivo per almeno altri due anni, oltre ai mesi di crisi già vissuti con l’ultima nave quasi pronta in bacino, cancellerà circa 3000 addetti del settore degli appalti. La fotografia è quella scattata dalla Fiom Cgil: «I conti sono presto fatti - spiega Bruno Manganaro - e si basano sulle richieste di assistenza presentate al sindacato in questi mesi, a partire dallo scorso autunno. Sono le liquidazioni sospese o non pagate, gli ultimi mesi di salario non corrisposti, i mesi di cassa integrazione dei dipendenti del cantiere mentre per i lavoratori degli appalti, per ora, non c’è nemmeno la cassa». Ad essere colpite una cinquantina di aziende; la metà, ad alta specializzazione (dalla meccanica agli allestimenti delle cabine) sono genovesi e liguri. Lavoratori italiani (un trenta per cento) e stranieri, ma da molti anni residenti a Genova o nell’hinterland. Con loro, affonda anche il miracolo sociale di Sestri Ponente che ha integrato, in questi anni, lavoratori italiani e stranieri di 55 etnie diverse. Dalla “aristocrazia” dei saldatori croati ai cingalesi ultimi arrivati - quelli “piccoli” e “scattanti” che lavorano dentro lo scafo, sotto il livello del mare - ai latinoamericani. Un colpo pesante che Agostino Gazzo, dell’Ascom confcommercio-Civ di Sestri, aveva valutato in anticipo: «Il 40% in meno per il commercio. Il 25% per il mercato immobiliare degli affitti dei trasfertisti e di alcuni stranieri che hanno iniziato a tornare a casa o hanno lasciato Genova alla ricerca di altri posti di lavoro». I primi licenziamenti dell’ultima fase di crisi sono partiti tre giorni prima di Natale alla Edilnavale, per dieci lavoratori. «Se consideriamo i 741 dipendenti del cantiere che, da marzo, saranno tutti in “cassa” a zero ore, siamo a 4000 persone coinvolte. E facendo una media di tre persone a famiglia, a dodicimila».

NON CHIUDIAMO LIBERAZIONE!

L'appello di Resistenza Internazionale per non chiudere Liberazione Gentile direttore, sono un’amica e compagna di blog di Nicola Melloni. Le scrivo con gioia e soddisfazione per comunicarle che stanno arrivando molte firme di lettori di ”Liberazione” che aderiscono all’appello da noi pubblicato qualche giorno fa su ”Resistenza Internazionale”. Queste firme si aggiungono a quelle raccolte in precedenza nel nostro gruppo di italiani all’estero e tra gli amici in Italia che si uniscono a noi nella certezza che ”Liberazione” avrà un futuro, che faremo tutto ciò che potremo per garantirlo. Il nostro link: http://resistenzainternazionale.blogspot.com/2011/12/la-liberta-di-stampa-e-un-bene-comune.html in data:30/12/2011 LIBERAZIONE

ANGELA MERKEL

E se fosse stata Angela Merkel ad affondare Berlusconi Era poco più di una diceria. Ma la vox populi si è trasformata in un articolo del Wall Street Journal scuotendo non poco la dormiente politica di fine anno. Una valanga di dichiarazioni precipitose per smentire ciò che scrive il prestigioso quotidiano finanziario. Non è vero, dicon tutti. Berlusconi non è stato disarcionato per colpa della Cancelliera tedesca che avrebbe telefonato al presidente italiano Napolitano preoccupatissima per l'inadeguatezza del premier nel gestire la crisi. E soprattutto per sincerarsi di un cambio di rotta per salvare l'Euro e di conseguenza l'Europa. I più maligni avranno di certo sghignazzato pensando a una vendetta di Angela Merkel per quel cialtronesco e maleducatissimo modo in cui il premier italiano la definì in una irripetibile telefonata. O forse è andata precisamente come ha scritto il Wall Street Journal. O forse ancora è come scrive il presidente Napolitano: "In riferimento ad alcune indiscrezioni di stampa, internazionale e italiana, si precisa che nella telefonata, niente affatto segreta, del 20 ottobre 2011, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Cancelliere della Repubblica federale tedesca, Angela Merkel, non pose alcuna questione di politica interna italiana, né tanto meno avanzò alcuna richiesta di "cambiare il premier". La conversazione ebbe per oggetto soltanto le misure prese e da prendere per la riduzione del deficit, in difesa dell'Euro e in materia di riforme strutturali». Niente retroscena o vendette per i celeberrimi scivoloni dell'ex premier. Dopo un quindicennio a singhiozzo, ma costante, di governi Berlusconi, di ostinati magistrati persecutori, scandali e antiberlusconismo militante a dare la spinta finale all'ex premier non è stata Angela Merkel. E' stato l'euro. O forse, no. in data:30/12/2011 LIBERAZIONE

GLI AUGURI DI HABLA CON GIAN

Avevamo previsto per fine anno di arrivare a 30.000. Abbondantemente superato. Un grazie a tutti coloro che ci seguono e che lo faranno in seguito. Domani "andremo in onda" solo se riusciremo ad alzarci. Il 2011 è stato un anno di merda e non occorrono parole per ricordarvelo. Il mondo ci tratta da stupidi, HCG sa che non lo siete e che avete la testa per ragionare da soli. Noi siamo qui solo per rompere i coglioni a chi ci vuole pecore. E non molleremo. Che il 2012 non ci ammazzi, almeno. Una buccia di pelle dura a tutti quelli che se lo meritano. Nei prossimi giorni la Hit Parade di Dicembre e, a seguire, quella di tutto il 2011 con film, libri, cd, serie tv, siti internet, teatro, forse qualcosa in più. Alziamo il culo! LA REDAZIONE

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INFORMARE PER RESISTERE, 31/12/2011 1. Il rispetto dei dettami costituzionali da parte del Presidente della Repubblica nella vicenda che lo ha visto prima nominare senatore a vita Mario Monti e immediatamente dopo indicarlo al Parlamento come unico e non negoziabile premier, è argomentato facendo ricorso sostanziale al concetto di “crisi”. In sintesi si dice che l’influenza del Presidente sul funzionamento delle istituzioni ha caratteristiche di elasticità, ovvero si può contrarre o espandere a seconda dei momenti storici e degli equilibri politici del Paese. Si fanno gli esempi della nomina di Pella da parte di Einaudi o di Ciampi e Dini da parte di Scalfaro. E sono argomenti convincenti proprio perché il nodo non è formale ma politico. Così come per tutto il periodo democristiano ci si lamentava del fatto che era in vigore una costituzione materiale che si sovrapponeva alla costituzione formale pur senza infrangerla, allo stesso modo oggi siamo in presenza di una “espansione materiale” delle prerogative presidenziali, che si sovrappongono a quelle previste formalmente, pur senza infrangerle ma trascendendo sensibilmente le consuetudini. Talché ha ragione Marco Travaglio a insospettirsi della excusatio non petita di Napolitano (“non abbiamo sospeso la democrazia”) rilanciata in continuazione dai media che sostengono la liaison Monti-Napolitano: “Se la democrazia non fosse sospesa, che bisogno ci sarebbe di ricordarci ogni giorno che non lo è?“ Come tutte le costituzioni democratiche anche la nostra prevede un’elasticità di manovra, così come un’elasticità è insita nella complessità di ogni diritto che sia più sofisticato e “civile” della legge del taglione. E in tutti gli ordinamenti complessi l’emergenza è la madre di ogni elasticità. Marcello Veneziani per criticare l’azione di Napolitano si è rifatto a Carl Schmitt secondo cui “sovrano è chi decide in stato di eccezione”. In realtà Schmitt disse che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. La differenza è notevole. Un conto è che ci sia una catastrofe immane, un terremoto gigantesco e occorra prendere delle decisioni di oggettiva emergenza, un altro è decidere cosa costituisce “stato d’eccezione” così che, come commenta Diego Fusaro, “il sovrano è colui il quale identifica i soggetti che connotano tale stato di eccezione e prende posizione a favore dell’uno e contro l’altro: in altri termini, egli sceglie chi è amico e chi è nemico”. In ciò Napolitano è stato il sovrano, con tutte le sue prerogative di decisionismo e autoritarismo ancorché compatibili con la forma della costituzione se non proprio col suo spirito. È Giorgio Napolitano che in concorso con altri (Mario Draghi in primis) delinea lo stato d’eccezione: esso è dovuto ai “gravi rischi emersi per l’Italia in conseguenza delle tensioni sui mercati finanziari”. Insomma, il Presidente della Repubblica ha deciso che c’era Brenno alle porte di Roma. Dopo di che il piano di Napolitano, in concorso con altri, è stato quello di chiamare in soccorso un Marco Furio Camillo che facesse esattamente il contrario delle oche del Campidoglio. Cioè ha chiamato a difesa di Roma un emissario dello stesso Brenno. O, con le parole più sbrigative usate una volta dall’ex ministro Tremonti, è stato chiamato un topo a difesa del formaggio. 2. Era un piano organizzato da mesi, come ci raccontano oggi in termini entusiastici alcuni commentatori (ma fidatevi: ce ne eravamo accorti anche noi), un piano che riflette la “fede” europeista del Presidente. O meglio, la sua volontà di servizio verso l’euro, e più in generale verso i mercati finanziari e chi ne tira in disparte le fila non solo economiche ma anche geopolitiche, ovvero il nostro grande alleato d’oltreoceano. Infatti per far fronte all’attacco di questi poteri egli non riusciva a pensare che al “convinto attaccamento dell’Italia alla storica conquista dell’euro e alla causa dell’unità europea”[1]. Unità tuttavia inesistente, e Napolitano lo sa bene, così che l’euro governato dal suo vero sovrano, cioè la BCE, permane un’arma letale che è causa di larghissima parte della debolezza del nostro e di altri sventurati Paesi e sulla quale oggi si scontrano tra loro le strategie dei dominanti statunitensi e dei subdominanti tedeschi. Con in mezzo l’Italia di SuperMario Monti. A questo servono i supereroi: a meglio infilare i vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Come diceva Jessica Rabbit, questi supertecnici fanno quel che fanno non perché sono cattivi, lo fanno perché li disegnano così. Perché così sono stati addestrati in prestigiose università, perché la loro scienza e competenza, oltre che il loro essere sociale, lì è radicata. Ma da questo spirito di servizio verso l’euro – l’unica unità esistente in Europa – però incomincia a trapelare la contraddizione tra la forma e la sostanza. Il 25 ottobre scorso il Capo dello Stato ha ricordato che da 60 anni l’Italia ha scelto “secondo l’art. 11 della Costituzione e traendone grandissimi benefici – di accettare limitazioni alla nostra sovranità, in condizioni di parità con gli altri Stati: e lo abbiamo fatto per costruire un’Europa unita, delegando le istituzioni della Comunità e quindi dell’Unione a parlare a nome dei governi e dei popoli europei”. Sgradevole citazione. L’articolo 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.” Non c’è alcun richiamo alla costruzione di istituzioni internazionali specificamente ed esclusivamente consacrate all’economia e al culto di un espediente finanziario, come l’euro, che ha solo il compito di sostenere operazioni di mercato in una direzione che favorisca essenzialmente una particolare nazione, la Germania (e la sua area d’influenza) nell’ambito di quella che, alla faccia dei termini di pace che pervadono l’articolo 11, viene comunemente chiamata “fortezza Europa”. O per lo meno così veniva chiamata. E citazione ancor più disdicevole in bocca a colui che ha voluto l’aggressione alla Libia da parte del nostro Paese che già sulla “quarta sponda” si era distinto per un genocidio. Una guerra del Presidente, come ha spifferato la Lega – senza essere smentita – e come hanno confermato i ringraziamenti calorosi di Barack Obama (che sapeva benissimo che invece il suo corrispondente in Italia avrebbe dovuto essere il Presidente del Consiglio e non il Capo dello Stato). 3. Facendo allora tutti i conti, i dubbi sull’incompatibilità anche formale con la Costituzione repubblicana delle azioni del Presidente si espandono, almeno tanto quanto si è espanso il raggio di azione della carica istituzionale numero uno. È vero che è il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio e, su sua indicazione, i ministri. Ma consuetudine democratica vuole che lo faccia sulla base del reale consenso democratico rispecchiato dal premier incaricato. Ecco perché ci sono preliminari quali le consultazioni, il mandato esplorativo e conclusioni come la fiducia. Si dà invece il caso che a sostenere il governo Monti sia una ex minoranza, per di più rissosa, che quindi per definizione non era legittimata ad esprimere un premier, e una ex maggioranza delegittimata dalle proprie fronde, da molteplici attacchi internazionali e da uno squalificato Presidente del Consiglio continuamente nel mirino della Magistratura e quindi riscattabilissimo: e infatti era da mesi sotto schiaffo e saliva periodicamente al Colle per ricevere istruzioni (probabilmente il premio del ricatto sarà la sua “caduta in piedi”, come – a suo dire – gli avrebbe garantito Obama, cioè non in manette o ad Hammamet). Che questa compagine parlamentare abbia potuto esprimere un legittimo appoggio “democratico” ad una banda di tecnici che, come nota Travaglio, sono del tutto “ignoti agli elettori”, è veramente molto dubbio. Secondo Galli Della Loggia “basterebbe un passo in avanti – andare alle elezioni – per far sparire lo stato d’eccezione. Al tempo stesso, si può continuare in maniera pericolosa in questa direzione. Siamo in una situazione d’emergenza che significa aver fatto senza legittimazione un passo oltre le regole, ma è un’idea non condivisa da altri commentatori e politici. Forse la penso così solo io.” Credo anch’io che i commentatori politici in genere, e in specie quelli della stessa parte politica di Galli Della Loggia, non condividano la sua idea o per lo meno non osino esprimerla. Perché, che lo si voglia o no, sarebbe come ridire che la democrazia è stata “sospesa”, magari “a fin di bene”. Cosa che farebbe di nuovo infuriare il custode formalmente ineccepibile della nuova costituzione materiale che si sta profilando per i prossimi anni. Ma temo che la maggioranza della popolazione, buona parte del famoso 99% indicato dagli indignati di tutto il mondo occidentale, abbia già iniziato a porsi dei dubbi seri, destinati inevitabilmente a crescere man mano che in Italia faranno razzia di ricchezza pubblica e privata fegatacci muniti di regolare lettera di corsa fornita dal governo in carica come avvenne con le privatizzazioni seguite a Mani Pulite e alla crociera sul panfilo Britannia. Ecco allora che il problema diventa la prospettiva elettorale. La Lega, molto accorta, si è già smarcata rumorosamente. L’IDV pensa di cavarsela predicando in un modo e razzolando in un altro, così come fa il PDL. Insomma tutti cercano di prendere qualche distanza da Monti, maggiore o minore. Tutti tranne il PD, ormai risoluto ad immolarsi a dio Mammona sotto lo sguardo attonito e preoccupatissimo di chi – senza un minimo di dignità e coerenza – vorrebbe fare con lui accordi elettorali a sinistra per il dopo-Monti. Ma forse il PD conosce qualche piano segreto, oppure prepara qualche barbatrucco. Perché, insomma, la manovra di Napolitano non sarà stata proprio quel colpo di stato militare invocato in aprile contro Berlusconi dal professore ex operaista e palindromo Asor Rosa (però, guarda un po’ che coincidenza), ma pur con tutte le sue raffinate compatibilità democratiche formali una cosa pulitissima non lo è di certo stata. Ammettiamolo. E così con estrema probabilità il dopo-Monti sarà una nuova emergenza. Avremo intanto una Golden Rule piazzata in Costituzione che agirà come una conventio ad excludedum molto più rigorosa della vecchia proibizione di ricostruire il partito fascista: l’arco costituzionale sarà formato solo da chi accetta i diktat del neoliberismo finanziario morente con tutti i Filistei (cioè noi). Chi non li accetterà potrà essere escluso per “incostituzionalità”. Anche il fantasma di Lord Keynes lo potrebbe essere, con tutto il suo premio Nobel per l’Economia. Lo suggerisce tra le righe Eugenio Scalfari: “Il governo Monti, motivato dall’emergenza dell’euro, realizza in pieno il ritorno alla Costituzione che configura con chiarezza sia il ruolo dei partiti sia quello del Presidente della Repubblica. Il fatto che la partitocrazia abbia deformato la corretta applicazione costituzionale non significa che quando il governo Monti avrà compiuto la sua opera e realizzato i suoi obiettivi, tutto debba tornare come prima e la partitocrazia di nuovo dominante il campo.” 4. L’inversione è completata, infine teorizzata dopo l’inizio empirico di Mani Pulite. Gli errori e gli orrori della Prima Repubblica – sui quali tuttavia i partigiani di sinistra de “La Repubblica” quotidiano, con base di massa e quadri nel pubblico impiego, sono finora sopravvissuti politicamente – servono a seppellire definitivamente in una direzione reazionaria tutta la politica economica che ha segnato la Ricostruzione e il boom economico, assieme alle sue istituzioni e consuetudini e alla sovranità nazionale e popolare. Il tutto bollato col termine scarlatto “partitocrazia”. Il “popolo sovrano” è tenuto sullo sfondo a fare, come si dice nelle feste degli adolescenti, da tappezzeria. Secondo Scalfari, in una democrazia parlamentare “non esiste un governo del Presidente perché sia per il suo insediamento sia per la sua permanenza è indispensabile la fiducia del Parlamento. Non esiste un governo tecnico visto che la fiducia parlamentare si fonda su una maggioranza politica la quale si fonda a sua volta su una visione condivisa del bene comune”. Capito? Tutto si fonda su ciò che una comunità di “saggi” ritiene sia il “bene comune” (ad esempio rapinare i pensionati e contemporaneamente imprestare alle banche miliardi di euro all’1% perché esse comprino titoli di stato al 7%, o titoli tossici se rendono di più). Nella sequenza di deduzioni di Eugenio Scalfari il popolo sovrano è sparito. Appare in merito solo una frase sibillina, che invoca “una legge elettorale che restituisca ai cittadini la sovranità effettiva che loro compete”. Il futuro democratico del Bel Paese è sintetizzato da questa sorta di proposito di Capodanno: “Penso e mi auguro che i futuri governi siano sempre governi istituzionali che riflettano gli indirizzi della maggioranza parlamentare ma la cui composizione sia decisa dal capo dello Stato come la Costituzione prescrive con estrema chiarezza”. In realtà la nomina dei ministri per legge costituzionale avviene “su proposta” del Presidente del Consiglio. Ma il punto decisivo non è questo, è politico. Il Presidente della Repubblica avrebbe la facoltà di nominare capo del governo la prima persona che passa in Via del Quirinale, italiana o straniera perché la Sezione I del Titolo III della Parte II della Costituzione non fa distinzioni, e nemmeno specifica se il presidente incaricato debba essere libero o in prigione. In teoria potrebbe nominare un pluriomicida di una Triade cinese. Questi però dovrebbe ottenere la fiducia del Parlamento. E qui, sempre in teoria, ci dovrebbe essere il collegamento con i rappresentanti eletti dal popolo sovrano. Ma nella realtà non sembra che sia una cosa così difficile da ottenere. Pensate un po’: due schieramenti che fino a luglio si combattevano senza esclusioni di colpi, che sembravano inconciliabili, che si detestavano, che si proclamavano addirittura portatori di valori storici e di civiltà differenti, ebbene questi cani e gatti si sono uniti grazie allo spread deciso da agenzie di rating imperiali e da speculatori senza etica. Si sono uniti per mettersi al loro servizio, tranne rendersi tardivamente conto che anche questi “padroni delle ferriere” sono in conflitto tra loro. Finiranno per essere Arlecchino servitore di due padroni. Vae victis!, disse Brenno, gettando la sua spada sul piatto della bilancia. Arriva la seconda parte del programma!, dice Mario Monti: mettere in riga il lavoro e privatizzare anche l’aria. I nostri difensori della Patria e della Costituzione aizzano, o giuggiolano scodinzolando, oppure abbozzano e fanno spallucce. Sanno di essere dei miserabili, sanno che vivono in un mondo di merda, ma sono vivi e non hanno più paura: Topolin, Topolin, viva Topolin! Assomigli a tutti noi, sei furbo e birichin e perciò noi gridiam, viva Topolin! http://www.megachipdue.info/tematiche/beni-comuni/7424-full-metal-government.html Tratto da: Full Metal Government | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2011/12/31/full-metal-government-2/#ixzz1i72rIKxf - Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!