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domenica 9 gennaio 2011

GIANNI MINA' E CUBA







Se l'ONU condanna ancora l'embargo a Cuba e i media non se ne accorgono

Pubblicato su IL FATTO del 12/10/2010 con il titolo "L'Onu lo condanna ma l'embargo non muore"

La recenti elezioni di Dilma Rousseff alla Presidenza del Brasile e di Pepe Mujica in Uruguay, così come l'undicesima vittoria in dodici anni di Ugo Chavez nelle elezioni di metà mandato in Venezuela, hanno confermato il vento progressista che spira in America latina e che, evidentemente, influenza le scelte di molti altri paesi, specie del sud del mondo.

Martedì 26 ottobre, per esempio, l'Assemblea della Nazioni Unite, per il diciannovesimo anno di seguito, ha condannato il blocco economico imposto dagli Stati Uniti a Cuba, che dura ormai da quasi mezzo secolo e rappresenta un vero e proprio assedio della nazione più poderosa del mondo all'isola della Revolucion.

187 paesi hanno votato in favore del documento proposto da Cuba. Contrari solo Stati Uniti e Israele. Tre gli astenuti: Isole Marshall, che ospita una grande base militare Usa nel Pacifico, la Micronesia e le Isole Palau.

Quest'ultimo è un arcipelago del Pacifico, di ventimila abitanti, ed è praticamente un protettorato Usa, tanto da essere rappresentato all'ONU da Stuart Beck, un avvocato di Long Island di cittadinanza israeliana.

L'anno scorso Palau aveva votato in favore dell'embargo, dopo aver ricevuto 200 milioni di dollari per accollarsi diciassette cinesi musulmani uigur, catturati in Afghanistan e finiti a Guantanamo.

Quest'anno, evidentemente, a questo statarello è mancata la materia prima per continuare in questo mercato.

L'occasione per confermare il proprio pregiudizio quando si parla di Cuba non è mancato invece a buona parte dei media italiani, che hanno fatto finta di non accorgersi che la condanna votata dall'Assemblea delle Nazioni Unite “riafferma i principi di eguaglianza sovrana fra gli stati e di non intervento o ingerenza nelle questioni interne e nella libertà di un paese”.

Perché il documento votato al Palazzo di vetro ribadisce il rifiuto di promulgare e applicare leggi come la “Helms-Burton”, emanata dal governo degli Stati Uniti nel 1996 “i cui effetti extra territoriali nuocciono anche alla sovranità di altre nazioni e agli interessi legittimi di entità e persone sotto la propria giurisdizione e attentano alla libertà di commercio e navigazione”.

Molti dei nostri media, in questo autunno farsesco del nostro paese, hanno ignorato però questi dettagli e i solerti redattori di questi strumenti di comunicazione non si sono nemmeno accorti, navigando in rete, delle immagini dei diplomatici dei vari paesi del mondo che, alla fine della votazione, hanno fatto la fila per complimentarsi con il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez.

Un atto non di invincibile “antiamericanismo” ma di rispetto che si deve al diritto di autodeterminazione dei popoli.

Così, per esempio, a colleghi come Pierluigi Battista del Corriere della Sera, felice per il conseguimento del Premio Sacharov al dissidente cubano Guillermo Fariñas, è sfuggita l'importanza politica ed etica della condanna per la seconda volta, anche nell'era di Obama, dell'antistorico e immorale blocco economico.

Una censura che sottolinea anche la contraddizione della Comunità Europea, che vota all'ONU contro questa sanzione dopo non essere stata capace di partorire una “posizione comune” nei riguardi di Cuba e di aver osteggiato, anzi, il tentativo pacificatore dell'ex ministro degli Esteri spagnolo Moratinos che, con l'aiuto della Chiesa Cattolica, ha poi trovato una mediazione con il governo dell'Avana per il rilascio degli oppositori che, nel 2003, furono accusati di avere cospirato con gli Stati Uniti per abbattere una volta per tutte la Rivoluzione e l'anomalia politica che rappresenta.

Pierluigi Battista ha definito quella stagione la “primavera nera” di Cuba, trascurando con disinvoltura che, il 20 maggio scorso, alla emittente WOBA della catena Univision di Miami, Roger Noriega, ex sottosegretario di stato del governo di Bush Jr (2003-2005), ha riconosciuto di aver cospirato con Jeames Cason, capo dell'ufficio della sezione di interessi degli Stati Uniti a Cuba (2002-2005), per far nascere e fomentare il caos nell'isola, con sequestri di aerei e perfino del ferry boat della baia dell'Avana. Una trama per farla finita, finalmente, con la Rivoluzione cubana.

Tutto questo è avvenuto comprando il dissenso e favorendo una strategia della tensione alla quale, purtroppo, Cuba reagì con esagerata durezza.

Non a caso, in un articolo, Saul Landau (ex ricercatore del Dipartimento di Stato nordamericano e ora professore dei mezzi digitali del politecnico statale della California) si è chiesto cosa sarebbe successo se gli stessi pericolosi meccanismi fossero stati messi in moto negli Stati Uniti dai cubani o da rappresentanti di qualunque altra nazione.

E' sufficente ricordare la storia dei Cinque agenti dell'intelligence cubana che hanno smascherato le centrali terroristiche che dalla Florida organizzavano e mettevano in atto attentati nell'isola (più di tremila i morti nel corso degli anni).

Dopo che il governo dell'Avana avvisò quello di Washington, i terroristi come Posada Carriles o Orlando Bosh non furono disturbati mentre i Cinque cubani, accusati di spionaggio, si trovano in carcere da dodici anni, dopo un processo a Miami definito “arbitrario” dalla commissaria per i diritti umani dell'ONU. Un giudizio successivamente bocciato dalla Corte di Appello di Atlanta e infine impantanato dalla Corte Suprema.

Uno degli organizzatori di queste azioni eversive, Santiago Alvarez, dopo essere stato scoperto con una macchina piena di esplosivo che, a suo dire, doveva servire a eliminare Fidel Castro, ha rivelato in un processo a Miami di essere il sovvenzionatore della famose “Dame in bianco”, spesso citate come simbolo di resistenza al regime cubano.

Almeno questo clima pesante, con la presidenza di Barack Obama, sembra essersi attenuato, anche per il favore che Cuba continua a godere con il resto del continente che Chomsky, non a caso, ha definito ormai “il più progressista del mondo”, ma adesso molti liberals, come il grande linguista del MIT di Boston o come Wayne Smith, il diplomatico nordamericano che per il presidente Carter, alla fine degli anni '70, tentò il dialogo con la Rivoluzione, si augurano che non solo il penoso carcere dei Cinque, ma anche l'embargo condannato dall'ONU finiscano, in un mondo che ha bisogno di gesti etici e non di posizioni politiche senza senso.

PALESTINA ED ISRAELE: LE MONDE DIPLOMATIQUE





agli intellettuali arabi affascinati da Roger Garaudy
Tra Israele e Palestina, una terza via
La decisione del governo israeliano di accelerare la colonizzazione dei territori occupati e, in particolare, l'ebraicizzazione di Gerusalemme est, è una conferma ulteriore del fallimento degli accordi di Oslo. Questa situazione di stallo riaccende fra gli intellettuali arabi il dibattito a proposito delle loro responsabilità nei confronti del conflitto israelo-palestinese. E' così che molti di loro, tranne alcune rare e coraggiose eccezioni, salutano in Roger Garaudy (del quale spesso non conoscono neppure gli ultimi libri) un difensore dell'islam, vittima della censura occidentale. Molto critico nei confronti di quest'ultimo e dei suoi partigiani arabi, in particolare egiziani, Edward W. Said ritorna in questo articolo sulla questione dell'impegno morale e politico dell'intellettuale arabo o israeliano.
di Edward W. Said*
Ora che la formula di Oslo si è rivelata del tutto inefficace e impraticabile, sarebbe quanto meno auspicabile che i difensori arabi e israeliani di questo accordo si decidano a fare uno sforzo di chiarezza. E, a questo proposito, mi sembra si impongano alcune considerazioni preliminari. Per cominciare, che il termine"pace" è una parola ormai screditata, per non dire fraudolenta. Il modo in cui è stata usata ha dimostrato che essa non rappresenta affatto una garanzia contro nuove azioni repressive e distruttive nei confronti del popolo palestinese.
Onestamente, come si può continuare a parlare di"pace", mentre Israele non smette, con la forza del suo arrogante strapotere, di demolire, imporre divieti, confiscare le terre, compiere arresti e praticare la tortura (1)?
Lo storico romano Tacito scriveva, a proposito della conquista dell'Inghilterra, che:"essi (i soldati romani) avevano seminato la desolazione e l'avevano chiamata pace". Questo è esattamente quanto succede oggi nei territori occupati, grazie alla collaborazione dell'Autorità palestinese, degli stati arabi (con poche eccezioni), di Israele e degli Stati uniti.
E' d'altra parte inutile e vano pensare che si possa superare lo stallo tornando al passato. Non possiamo tornare ai giorni precedenti alla guerra del 1967, né accettare slogan che, con la pretesa di ispirarsi all'età dell'oro dell'islam, propongano solo rifiuto e segregazione. Come giustamente affermano sia Israel Shahak (2) che Azmi Bishara (3), per sconfiggere l'ingiustizia bisogna creare più giustizia e non giocare al rialzo con formule del tipo:"Loro hanno uno stato ebraico, noi vogliamo uno stato musulmano". Per non parlare della stupidità di chi vuole imporre il boicottaggio di tutto ciò che è israeliano (un modo di pensare in voga oggi in più di un circolo di intellettuali progressisti arabi), con la pretesa che questo comportamento sia espressione di vero nazionalismo.
E quel milione di palestinesi che sono cittadini israeliani?
Bisogna forse boicottare anche loro, come si fece negli anni 50? E gli israeliani che sostengono la nostra lotta: bisogna allora boicottarli per il solo fatto che sono israeliani? Un atteggiamento di questo tipo equivarrebbe alla negazione del trionfo del popolo sudafricano sull'apartheid. Significherebbe ignorare tutte le vittorie che la giustizia ha ottenuto grazie alla cooperazione politica nonviolenta di persone con le stesse idee, seppur situate ai lati opposti di una linea di demarcazione ampiamente contestata e in continuo movimento. Come ho scritto recentemente (4), non possiamo vincere questa battaglia augurandoci che gli ebrei se ne vadano o auspicando l'islamizzazione: abbiamo infatti bisogno di coloro che, dall'altro lato della frontiera, sostengono la nostra lotta.
Dobbiamo varcare la linea di separazione che è stata consacrata, fra l'altro, dagli accordi di Oslo, e che mantiene una situazione di apartheid fra gli ebrei e gli arabi in Palestina.
Dobbiamo superarla, non consolidarla.
Infine e questo è forse il punto più importante fra un comportamento politico e un comportamento intellettuale esiste una differenza fondamentale. Il ruolo dell'intellettuale è quello di dire la verità, nel modo più completo, più onesto e più diretto possibile. Questo implica che l'intellettuale non si preoccupi di piacere o spiacere al potere costituito né di collocarsi all'interno della logica di un governo o di perseguire interessi di carriera. Il comportamento di un politico si basa invece su considerazioni di interesse e di conservazione del potere. A questo proposito, è evidente che gli stati arabi, l'Autorità palestinese e il governo israeliano, proseguendo sulla strada tracciata dagli accordi di Oslo, assumono una posizione che attiene alla sfera del comportamento politico, non di quello intellettuale.
Prendete per esempio la dichiarazione congiunta stilata dagli egiziani (della"Società del Cairo per la pace") e dagli israeliani (di"Pace adesso") (5). Toglietevi le frasi ridondanti relative alla"pace" e vedrete che il risultato sarà non solo il completo riconoscimento degli accordi di Oslo, ma anche il ritorno allo spirito degli accordi di Camp David firmati da Anuar al-Sadat e Menahem Begin alla fine degli anni 70 e descritti nella dichiarazione come un modello di coraggio di decisiva importanza. Tutto perfetto. Tranne che uno ha il diritto di chiedersi, per lo meno, cosa c'entrino i palestinesi in tutto questo, visto che quel famoso"modello di coraggio" che sono gli accordi di Camp David non menziona né la questione della loro autodeterminazione né quella della loro terra.
Che mai si penserebbe se un gruppetto di israeliani e di palestinesi stilassero insieme vibranti proclami di pace israelo- siriani al posto dei governi dei due paesi interessati? In nome di che cosa due parti, una delle quali opprime i palestinesi mentre l'altra si arroga il diritto di parlare in loro vece, sarebbero abilitate a definire la soluzione di un conflitto del quale non sono i diretti protagonisti? Per non parlare dell'idea di di rivolgere un appello all'attuale governo israeliano: è come chiedere al conte Dracula di celebrare le virtù di una dieta vegetariana.
Insomma, un comportamento politico di questo tipo ha come unico risultato quello di ridar vigore a un processo agonizzante, quello di Oslo, facendo sì che esso ipotechi le possibilità di una vera pace, intesa come l'opposto della fraudolenta pace israelo-americana. Nondimeno, tornare alla comoda posizione del boicottaggio, che oggi si sta diffondendo in un buon numero di paesi arabi, è intellettuamente irresponsabile. Questa tattica (peraltro non più furba dell'intestardimento di uno struzzo che nasconde il capo nella sabbia), rappresenta una pura e semplice regressione.
Israele non è il Sudafrica e neppure l'Algeria o il Vietnam. E, ci piaccia o no, gli ebrei non sono colonialisti ordinari. Essi hanno sofferto a causa dell'Olocausto e, sì, è vero, molti di loro sono vittime dell'antisemitismo. No, sicuramente questo non dà loro il diritto di continuare ad attuare una politica che mira alla spoliazione di un popolo che non è in nessun modo responsabile delle loro disgrazie. Lo dico e lo ripeto da vent'anni: l'opzione militare ci è preclusa, in questo conflitto.
E, a quanto pare, ci sarà preclusa nel prossimo futuro.
D'altronde, malgrado il loro enorme potere, gli israeliani non sono riusciti a ottenere la sicurezza che volevano. E non bisogna dimenticare che essi non sono tutti uguali e che noi, succeda quel che succeda, dobbiamo imparare a vivere con loro nel modo meno ingiusto, o, meglio ancora, più giusto possibile.
La terza via di cui parlo si distingue sia da quella fallimentare di Oslo che da quella retrograda del boicottaggio.
Essa si sviluppa da un'idea di cittadinanza, non di nazionalismo.
E questo perché sia il concetto di separazione (propugnato da Oslo), sia quello di un nazionalismo teocratico e trionfalista (sia esso ebreo o musulmano) non hanno niente a che vedere con le realtà che ci stanno di fronte. La mia idea di cittadinanza implica che ogni individuo goda degli stessi diritti, diritti fondati non sulla razza o sulla religione, ma su una giusta eguaglianza, garantita dalla costituzione. Un concetto che è inconciliabile con quello, largamente superato, di una Palestina"purificata" dai suoi"nemici". Sia essa praticata dai serbi, dai sionisti o da Hamas, la pulizia etnica rimane pulizia etnica.
La posizione che Azmi Bishara e più di un ebreo israeliano, come Ilan Pappé (6), tentano oggi di diffondere e promuovere a livello politico è una posizione in base alla quale ebrei e palestinesi che vivono nello stato ebraico hanno gli stessi diritti. E non c'è motivo per cui questo stesso principio di uguaglianza non possa essere applicato nei territori occupati, dove palestinesi ed ebrei israeliani vivono gli uni accanto agli altri, anche se oggi uno dei due popoli, gli ebrei israeliani, domina l'altro. La scelta è quindi fra l'apartheid e la giustizia e i diritti di cittadinanza.
Le vere questioni in gioco sono la chiarezza, il coraggio intellettuale e la necessità di combattere ogni tipo di discriminazione razziale, da chiunque venga praticata. Oggi nel discorso e nel pensiero politico di alcuni intellettuali arabi si insinua un'ondata di crescente antisemitismo e di ipocrita esibizione di virtù. Un cosa deve essere chiara: noi non combattiamo le ingiustizie del sionismo per sostituirle con un odioso nazionalismo (religioso o civile), in base al quale gli arabi della Palestina sarebbero più uguali degli altri. La storia del mondo arabo moderno, con la sua sequela di fallimenti politici, di violazioni dei diritti umani, di episodi di incredibile incompetenza militare, di cali di produzione (il tutto accompagnato dal fatto che, unici fra i popoli moderni, noi arretriamo invece di avanzare sul piano della democrazia, della tecnologia e delle scienze) ebbene questa storia è sfigurata e deformata da una serie di idee indifendibili e oggi improponibili che si spingono fino a mettere in dubbio la realtà dell'Olocausto e delle sofferenze del popolo ebraico. La tesi secondo la quale l'Olocausto non sarebbe altro che un'invenzione sionista sta avendo oggi troppo, davvero troppo, credito. Come possiamo aspettarci che il mondo intero acquisti consapevolezza delle nostre sofferenze in quanto arabi, se non siamo in grado di prendere coscienza delle sofferenze degli altri, anche se questi sono i nostri oppressori... Se ci riveliamo incapaci di fare i conti con la realtà dei fatti, non appena questa disturba la nostra semplicistica visione di intellettuali"benpensanti", che si rifiutano di vedere la relazione che esiste fra l'Olocausto e Israele. Affermare che noi dobbiamo prendere coscienza della realta dell'Olocausto non significa affatto far propria la tesi secondo la quale l'Olocausto giustifica il male che il sionismo ha fatto ai palestinesi. Al contrario, riconoscere la realtà storica dell'Olocausto e la follia del genocidio attuato contro il popolo ebraico ci rende credibili per quanto riguarda la nostra propria storia. Questo ci permette di chiedere agli israeliani e agli ebrei di stabilire un legame fra l'Olocausto e le ingiustizie che il sionismo ha imposto ai palestinesi, di stabilire questo legame e contemporaneamente di metterlo in discussione per gli aspetti di ipocrisia e di degenerazione morale che in esso si celano.
Ma condividere la posizione di Roger Garaudy e dei suoi amici negazionisti, in nome della libertà di espressione, è una furbizia sciocca, che altro effetto non ha se non quello di screditarci più di quanto già non lo siamo agli occhi del mondo intero per la nostra incompetenza, i nostri fallimenti nel condurre la nostra lotta in modo degno, la nostra incomprensione della storia e del mondo in cui viviamo. Perché non combattiamo più energicamente a favore della libertà di espressione nelle nostre società, una libertà che, tutti lo sanno, esiste appena?
Eppure, i provvedimenti repressivi e la censura della stampa e della libertà di opinione sono molto più inquietanti nel mondo arabo che non in Francia. Perché non li combattiamo con più energia e determinazione invece di agitarci per difendere Garaudy, sostenendo posizioni aberranti come quella di certi intellettuali, alcuni dei quali famosi, che non esitano a considerare quest'uomo un nuovo Emile Zola! In Egitto e in Libano ci sono rispettivamente 130.000 e 400.000 rifugiati palestinesi del 1948. Sono ormai cinquant'anni che la maggioranza di costoro non ha diritto a un permesso di soggiorno.
Trattati come nemici dagli stati arabi che li ospitano, ai rifugiati palestinesi viene negato il permesso di lavoro, il diritto allo studio e l'assistenza medica e sociale... E, per di più, viene loro imposto di presentarsi alla polizia ogni mese.
Dimenticati da tutti, essi non appartengono a nessun luogo e vivono in una situazione kafkiana. A ragione ci si sarebbe potuti aspettare che alcuni intellettuali responsabili si mobilitassero, nei diversi paesi, per il miglioramento delle loro condizioni di vita. Un aiuto umanitario di base e la fine delle misure di discriminazione nei loro confronti sarebbero stati ben più utili alla causa palestinese della pletora di teorie che oggi ci tocca sentire, siano esse dichiarazioni contro la"normalizzazione" o comunicati a favore di"nuove iniziative di pace" fra il governo egiziano e quello israeliano.
Ma non ho finito. Dopo aver pubblicato lo scorso novembre un articolo nel quale parlavo dell'Olocausto (7), sono stato stato oggetto di diffamazioni più stupide di quanto avessi mai potuto immaginare. Un noto intellettuale si è spinto fino ad accusarmi di tentare di ottenere un certificato di buona condotta dalla lobby sionista. Non c'è dubbio, io sono favorevole al diritto di Garaudy di dire quel che vuole e, certo, sono contrario a quella terribile legge Gayssot che è stata usata per processarlo e condannarlo (8). Rimane il fatto che la sua posizione non ha fondamenti di realtà ed è irresponsabile e che farla propria significa allinearsi sulle posizioni di Jean-Marie Le Pen e di tutti gli esponenti fascisti e retrogradi dell'estrema destra francese. La lotta che conduciamo è una lotta per la democrazia e l'uguaglianza dei diritti, per uno stato o una repubblica laica in cui tutti gli individui sono uguali cittadini. Non una falsa lotta, che si rifà a un passato mitologico e lontano, cristiano, ebreo o musulmano che sia. Il genio della della civiltà araba ha avuto il suo apogeo nell'Andalusia multiculturale, multireligiosa e multietnica. Questo sì che è un ideale da perseguire, invece di rincorrere il moribondo processo di Oslo e assumere un atteggiamento malsano di rifiuto negazionista. Come dice la Bibbia, la lettera uccide, ma lo spirito dà la vita.
Dovremmo concentrare le nostre forme di resistenza nella lotta contro le colonie israeliane, a cominciare dalle manifestazioni nonviolente per ostacolare la confisca delle terre. E poi, impegnarci per creare solide istituzioni civili e democratiche (ospedali, cliniche, scuole e università oggi in terribile declino e altri progetti per migliorare le infrastrutture) e, contemporaneamente, opporci alle misure di apartheid che sono inerenti al sionismo.
Vista la situazione di stallo in cui ci troviamo, si parla molto oggi di un' imminente esplosione. Ma quand'anche queste previsioni si realizzassero, non devono farci dimenticare la costruzione dell'avvenire, tenendo presente che né l'improvvisazione né la violenza sono in grado di garantire la creazione e il consolidamento di istituzioni democratiche.
note:
* Professore di letteratura comparata alla Columbia University, Usa. Autore, fra l'altro, di La questione palestinese, Gamberetti Editrice, 1995 e Dire la verità. Gli intellettuali e il potere, Feltrinelli, 1995. Per il prossimo mese di ottobre è prevista l'uscita di Cultura e imperialismo, Gamberetti Editrice.
(1) Cfr. Edward W. Said,"La Palestina non è scomparsa", le Monde diplomatique/il manifesto, maggio 1998. Tutte le note di questo articolo e il suo titolo sono opera della redazione di Le Monde diplomatique.
(2) Già dirigente della Lega per i diritti dell'uomo, Israel Shahak è stato uno degli intellettuali ebrei israeliani più impegnati nella difesa dei diritti dei palestinesi. In particolare egli ha scritto Jewish History, Jewish Religion, The Weight of Three Thousand Years, Pluto Press, Londra 1994 (cfr.
le Monde diplomatique, agosto 1994).
(3) Professore di filosofia all'Università di Bir Zeit, dirigente dell'Alleanza nazionale democratica, eletto deputato alla Knesset il 29 maggio 1996 in una lista comune col partito comunista israeliano, Azmi Bishara è ormai una delle figure più in vista della lotta per l'uguaglianza dei diritti degli arabi israeliani e per la loro autonomia. Esso è candidato alla carica di primo ministro di Israele.
(4) Al Hayat, Londra, 9 giuigno 1998.
(5) Cfr. Mohamed Sid-Ahmed,"Les intellectuels arabes et le dialogue" (Gli intellettuali arabi e il dialogo),"Proche-Orient 1967-1997: la paix introuvable", in Manière de voir n. 34, maggio 1997.
(6) Fra tutti i"nuovi storici" israeliani, Ilan Pappé passa per essere il più impegnato sul piano storico e politico. Egli è membro del Fronte per la pace e per l'eguaglianza (Hadash). Cfr. Dominique Vidal Le Péché originel d'Israel. L'expulsion des Palestiniens revisitée par les"nouveaux historiens" israéliens, Edizioni de l'Atélier, Parigi, 1998.
(7) Al Hayat, 5 novembre 1998.
(8) La legge Gayssot (così chiamata dal nome del dirigente del Partito comunistra francese che l'aveva proposta) è stata votata il 13 luglio 1990 e modifica la legge fancese sulla libertà di stampa grazie all'aggiunta di un articolo (il 24 bis) che rende passibile di sanzioni (un anno di prigione e una multa di 90 milioni di lire, più altre pene aggiuntive) chiunque contesti"l'esistenza di uno o più crimini contro l'umanità così come definiti dall'articolo 6 dello statuto del tribunale militare internazionale, annesso all'accordo di Londra dell'8 agosto 1945, e che siano stati commessi da membri di una organizzazione dichiarata criminale in applicazione all'articolo 9 di detto statuto, o da una persona riconosciuta colpevole di simili crimini da un tribunale francese o internazionale". Alcune personalità di grande prestigio intellettuale e note per la loro lotta contro il negazionismo come il professore Pierre Vidal Naquet, autore di Assassins de la mémoire, Le Seuil, Parigi, 1995 e Madeleine Rebérioux, presidentessa d'onore della Lega per i diritti dell'uomo, si sono interrogati sulla pertinenza di una legge che stabilisce una specie di"verità di stato" (cfr. Le Monde, 4 e 21 maggio 1996). Il Comitato per i diritti dell'uomo delle Nazioni uniti, davanti al quale è stato sollevato il caso da Robert Faurisson, ha però deliberato nel novembre 1996 che la legge Gayssot non attentava alla libertà di espressione.
(Traduzione di P. R.)

HIT PARADE: I MIGLIORI DEL 2010











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DISOCCUPAZIONE DA RECORD






RILEVAMENTO ISTAT
Giovani disoccupati al 28,9%
Dato record dal 2004
Istat: il tasso totale della disoccupazione a novembre si attesta sull'8,7%, lo stesso registrato ad ottobre. Ad aumentare è soprattutto quella giovanile: 28,9 % con un aumento percentuale rispetto a novembre 2009 di 2,4 punti. E aumentano anche gli "inattivi", cioé quelli che hanno rinunciato a cercare o non possono più accedere al lavoro. Disoccupazione stabile in Europa al 10,1 %. Sacconi: "le donne occupate compensano la quota persa dei giovani"

da LA REPUBBLICA

ROMA - Il tasso di disoccupazione a novembre rimane sostanzialmente stabile all'8,7%, lo stesso livello registrato a ottobre, anche se fuori dagli arrotondamenti si nota un lievissimo calo (dall'8,729% all'8,678%). Lo comunica l'Istat in base a dati destagionalizzati e a stime provvisorie. Il tasso all'8,7% è il più alto dall'inizio delle serie storiche mensili, ovvero dal gennaio del 2004. Le persone in cerca di occupazione sono stimate dall'Istat in 2 milioni e 175 mila.

Ad aumentare è soprattutto la disoccupazione giovanile: il tasso si è attestato al 28,9%, con un aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 2,4 punti rispetto a novembre 2009. Anche in questo caso si tratta di un livello record dall'inizio delle serie storiche a gennaio 2004.

Sulla base delle informazioni finora disponibili, il numero di occupati a novembre risulta in aumento dello 0,2% rispetto a ottobre e dello 0,1% rispetto a un anno prima. Il tasso di occupazione, pari al 56,8%, è in crescita di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Il numero delle persone in cerca di occupazione è in diminuzione dello 0,4% rispetto al mese prima e in aumento del 5,3% rispetto a novembre 2009.

Il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,1% su base mensile e dello 0,6% su base annua. Il tasso di inattività, pari al 37,8 per cento, è invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009.

L'occupazione maschile diminuisce a novembre dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,8% rispetto allo stesso mese del 2009. L'occupazione femminile aumenta dello 0,7% rispetto a ottobre e dell'1,4% su base annua. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,4%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,7 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile è pari al 46,3%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a ottobre e di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009.

La disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,1% rispetto al mese precedente e in aumento del 5,5% rispetto a novembre 2009. Il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,5% rispetto a ottobre e del 5% rispetto a un anno prima. Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8%, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,3 punti percentuali su base annua.

Gli uomini inattivi aumentano dell'1,2% tra ottobre e novembre 2010 e del 2,5% su base annua. Il numero di donne inattive risulta in diminuzione dello 0,5% rispetto a ottobre e dello 0,4% rispetto a novembre 2009.

La disoccupazione nell'eurozona a novembre è rimasta stabile rispetto a ottobre, a quota 10,1%. E' il dato destagionalizzato diffuso da Eurostat, l'Ufficio statistico dell'Unione europea. Nel novembre del 2009 il dato era stato pari a 9,9%. Stabile il tasso di disoccupazione anche per l'Ue a 27 stati membri, a novembre fermo al 9,6% come a ottobre. Nel novembre 2009 era al 9,4%. Anche per l'Italia la disoccupazione è rimasta stabile a novembre con l'8,7% come a ottobre. Era all'8,3% nel novembre 2009.

Eurostat stima i disoccupati nell'Ue in agosto a 23,24 milioni, di cui 15,92 nell'eurozona. Il calo rispetto a ottobre è stato di 39.000 unità nell'eurozona e di 35.000 nell'Ue-27. Rispetto al novembre del 2009 c'è stato invece un aumento di 347.000 persone nell'eurozona e di 606.000 nell'Ue-27.

I paesi in cui si sono registrati i tassi più bassi di disoccupazione sono l'Olanda (4,4%), il Lussemburgo (4,8%) e l'Austria (5,1%), mentre i più alti si sono registrati in Spagna (20,6%), Lituania (18,3%) e Lettonia (18,2%).

"L'indagine Istat mensile disegna un quadro della occupazione sostanzialmente stabile in un quadro europeo che Eurostat descrive altrettanto stabile". E' quanto sostiene il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi, commentando i dati . In particolare, fa notare, "il tasso di disoccupazione in Europa è al 10,1 per cento mentre in Italia è all'8,7 per cento".

"Il modesto aumento degli occupati - relativamente al mese di novembre su novembre 2009, comunque per la prima volta dall'inizio della crisi - dovuto alla componente femminile, si confronta con il consolidarsi della disoccupazione giovanile soprattutto nel Mezzogiorno", aggiunge il ministro.

Nei prossimi giorni il Governo, osserva il ministro, incontrerà le Regioni per definire l'impiego degli ammortizzatori sociali in deroga e soprattutto le contestuali politiche di accompagnamento al lavoro - attraverso i servizi pubblici e privati e una migliore formazione - in modo da evitare l'eccessivo allungamento del periodo di dipendenza di molti dal sussidio. Sempre nei prossimi giorni, si riunirà la cabina di regia per l'attuazione del Piano nazionale per l'occupabilità dei giovani, diretta dai ministri del Lavoro, dell'Istruzione e della Gioventù, per verificare lo stato di attuazione del Piano e programmare le nuove iniziative.

RASSEGNA STAMPA DI "SENZA PERDERE MAI UN GIORNO": PROSSIMAMENTE

A breve inseriremo anche Il Secolo XIX, il Corriere Mercantile e Genova-Zena.

rassegna STAMPA DI "SENZA PERDERE MAI UN GIORNO": LA REPUBBLICA









Don Gallo e Margherita Hack stelle della fiction
"Senza perdere mai un giorno", che si sta girando in questi giorni al Cineporto di Cornigliano, storie autentiche, di lavoratrici e lavoratori, di impiegati e dirigenti, raccontate con lo stile di una sitcom, alternando il dramma al grottesco
di RENATO VENTURELLI

C'è don Gallo col sigaro in bocca, nella parte del padrone che sbuffa il fumo in faccia ai lavoratori mentre li licenzia. C'è Margherita Hack nella parte di una medium triestina. C'è Enrique Balbontin ingegnere cinico, rotella implacabile di un sistema aziendale sempre più feroce e disumano. Ma soprattutto ci sono tante storie autentiche, di lavoratrici e lavoratori, di impiegati e dirigenti, raccontate con lo stile di una sitcom, alternando il dramma al grottesco: tutto nella serie tv Senza perdere mai un giorno, che si sta girando in questi giorni al Cineporto di Cornigliano.

"L'idea è quella di partire da un'azienda genovese che incarni lo spirito del neocapitalismo - spiega Gian Luca Valentini, regista e autore del progetto - poi ci saranno diramazioni nelle filiali di altre località italiane. In Calabria salteranno fuori i rapporti con la 'ndrangheta, e quindi gli intrecci tra capitalismo e malavita. A Trieste ci saranno scene divertenti con Margherita Hack, ma si racconterà la crisi spaventosa dell'Est italiano, con le centinaia di aziende che chiudono e delocalizzano all'estero. A Casale Monferrato parlerò di un argomento che conosco da vicino: quello dell'Eternit, delle migliaia di persone che l'amianto ha già ucciso o moriranno a breve. A Trento si affronterà la questione dell'inquinamento, sempre da fatti reali".

Una serie tv di denuncia, attraverso un linguaggio da intrattenimento televisivo. "Dentro di me - prosegue - ho questo progetto da quando avevo diciassette anni, e il mio miglior amico morì a Spezia mentre lavorava in un cantiere: si sfracellò a terra solo perché la ditta non aveva messo nessun sistema di protezione. Concretamente, però, ho cominciato ad attuarlo un anno e mezzo fa. L'azienda è un Mostro che va avanti divorando i dipendenti, anche i propri dirigenti. E il titolo, Senza perdere mai un giorno, deriva da uno slogan pubblicitario di qualche anno fa, basato sull'idea che bisogna avere sempre la massima efficienza".

Una fiction basata su fatti concreti. "Abbiamo raccolto testimonianze, letto centinaia di libri. E poi la forma è quella di una serie tv, con un montaggio anche molto rapido. Adesso giriamo la puntata pilota, di 40 minuti, grazie all'aiuto determinante della Genova Liguria Film Commission: poi andremo a proporla alle reti tv, per andare avanti con le altre puntate. È finzione, ma è anche realtà terribile: gli episodi di cui si parla hanno nomi fittizi ma prendono spunto da fatti reali. E alla fine delle puntate si vedranno immagini di episodi autentici".

RASSEGNA STAMPA DI "SENZA PERDERE MAI UN GIORNO": GENOVA 24 PARTE 4a




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Genova. Sono iniziate le riprese della serie “Senza perdere mai un giorno”, incentrata su uno dei problemi di maggior attualità, cioè sul mondo del lavoro e sugli effetti del capitalismo. Il registra Gianluca Valentini spiega i principali contenuti, i retroscena, le motivazioni e gli incipit che lo hanno spinto a dare vita al progetto. “Il titolo di questo lavoro nasce da una pubblicità andata in onda parecchi anni fa, in cui due ragazze che uscivano dallo spot, dicevano: ‘Nonostante stessi male ho preso questa bella pastigliona che ha fatto sì che non perdessi mai un giorno’ – spiega Valentini – proprio con questa pubblicità, ovviamente ricostruita usando un prodotto diverso, si chiude la puntata pilota”.
Partendo dal titolo, il regista ha spiegato il tema di fondo della sua opera: “Si parla del lavoro in giro per l’Italia. Genova è un pretesto perché è il fulcro, è la parte centrale in cui si vedono i protagonisti del racconto, che sono poi i protagonisti del lavoro di oggi – racconta – Si vede la violenza subita dagli impiegati sotto il peso di questo capitalismo. A me interessava proprio far vedere le varie sfaccettature e le problematiche del mondo del lavoro, fra cui le morti bianche. La serie, infatti, inizia e prende spunto dalla morte del mio migliore amico, caduto a 16 anni da un’impalcatura di un cantiere di La Spezia”.
Nella serie si parla di ogni zona di Italia: “Ho aperto con il problema dell’est Italia, in particolare di Trieste e dei piccoli imprenditori che hanno chiuso le porte agli operai – spiega – in Calabria abbiamo parlato della ‘ndrangheta, a Casale Monferrato della Eternit e a Trento delle acciaierie che hanno inquinato tutti gli alvei dei fiumi”.
Una serie che parla delle problematiche odierne, in piena continuità con lo stile del regista, da sempre impegnato nel sociale. “In passato, attraverso la televisione, abbiamo recuperato alcuni giovani provenienti da tutto il mondo – racconta – gli abbiamo fornito alloggio cercando di toglierli dai loro problemi. Ora quasi tutti hanno un lavoro e una ragione di vivere. Questo è uno dei principali compiti della cultura”.
Variegato e importante il cast, tra cui spiccano Margherita Hack, nell’insolito ruolo di una medium, don Andrea Gallo, che farà la parte del proprietario dell’azienda e poi tanti giovani e bravissimi attori italiani, tra cui Angelo Calvisi, Manuela Parodi, Francesca Faiella e Daniela Fazzolari. Le riprese termineranno intorno al 15 gennaio e poi si attenderà di vedere in onda la serie su uno dei principali canali nazionali.

MIGLIORI SERIE TV DEL 2010








MAD MEN
DAMAGES
THE PACIFIC
BOARDWALK EMPIRE

MIGLIORI FILM 2010





























MIGLIORI FILM DEL 2010




THE AGE OF STUPID (FRANNY ARMSTRONG)
AVATAR (JAMES CAMERON)
COLPO DI FULMINE (FICARRA E REQUA)
IL CONCERTO (RADU MIHAILEANU)
INVICTUS (CLINT EASTWOOD)
IL MIO AMICO ERIC (KEN LOACH)
LA PRIMA COSA BELLA (PAOLO VIRZI’)
IL PROFETA (JACQUES AUDIARD)
PROMETTILO!(EMIR KUSTURICA)
THE ROAD (JOHN HILLCOAT)
SOUL KITCHEN (FATIH AKIN)
THE SOCIAL NETWORK (DAVID FICNHER)
L’UOMO FIAMMIFERO (MARCO CHIARINI)
L’UOMO NELL’OMBRA (ROMAN POLANSKI)
VENDICAMI (JOHNNIE TO)
WELCOME (PHILIPPE LIORET)
CATTIVISSIMO ME (PIERRE COFFIN)
L’ESPLOSIVO PIANO DI BASIL (JEAN-PIERRE JEUNET)
L’ILLUSIONISTA (SYLVAIN CHOMET)
PORCO ROSSO (HAYAO MIYAZAKI)

L'anno cinematografico che si è appena chiuso è stato discreto, sebbene, ancora una volta, a parte rare eccezioni, sono i cartoni animati i film più interessanti.

Ricordo che devo vedere ancora molti film del 2010 che verranno quindi inseriti nella hit parade del 2011 ("HEREAFTER", "Affetti e dispetti", "Inception" per ricordarne solo tre che potrebbero essere fra i favoriti (e poi vorrei rivedermi "Shutter Island" che non riesco a capire se mi sia o meno piaciuto)....ne parleremo durante l'anno.

sabato 8 gennaio 2011

MIGLIORI LIBRI DEL 2010













































I MIGLIORI LIBRI LETTI NEL 2010

L'ALIENAZIONE (KARL MARX) DONZELLI EDITORE
LIBERA SCIENZA IN LIBERO ARBITRIO (MARGHERITA HACK) RIZZOLI
OEUVRES COMPLETE (MAXIMILIEN FRANCOIS MARIE ISIDORE DE ROBESPIERRE) E.LEROUX
LA RIVOLUZIONE FRANCESE (ALBERT MATHIEZ) EINAUDI EDITORE
LIBERTA' IN VENDITA (JOHN KAMPFNER) EDITORI LATERZA
L'INDUSTRIA DELLA DEPRESSIONE (PHILIPPE PIGNARRE) BOLLATI BORINGHERI
LA MALAPIANTA (NICOLA GRATTERI) STRADE BLU MONDADORI
LA CENA DI PITAGORA (ERICA JOY MANNUCCI) CAROCCI EDITORE
SE NIENTE IMPORTA (JONATHAN SAFRAN FOER) GUANDA EDITORE
LETTI (GROUCHO MARX) LINDAU
L'UOMO FLESSIBILE (RICHARD SENNETT) FELTRINELLI EDITORE
UNA TRAGEDIA ITALIANA (ANDREA AMICI) LONGANESI
DODICI (VANESSA JONES) VOLAND

MIGLIORI COLONNE SONORE DEL 2010





MIGLIORI COLONNE SONORE: LE MAGNIFICHE 3




THE ROAD (WARREN ELLIS & NICK CAVE)
SOUL KITCHEN (VARI)
IL CONCERTO (VARI)

MIGLIORI CD NEW SOUND/FUNKY/ELECTRO... DEL 2010




















MIGLIORI CD NEW SOUND/FUNKY/ACID/ELECTRONIC: I MAGNIFICI 7

HELIGOLAND (MASSIVE ATTACK)
QUEEN OF DENMARK (JOHN GRANT)
IRM (CHARLOTTE GAINSBOURG)
BACKATOWN (TROMBONE SHORTY)
4 (THE BAMBOOS)
THIS IS HAPPENING (LDC SOUNDSYSTEM)
SAME GIRL (YOUN SUN NAH)

Sempre potenti i Massive Attack, interessanti gli LDC e Charlotte, figlia del grande Serge Gainsbourg e buona voce Youn Sun Nah. Ma nulla di davvero nuovo.
Meglio allora tratteggiare i classici come fa Trombone Shorty e John Grant.
Divertenti i Bamboos.

MIGLIORI RACCOLTE/RISTAMPE.... DEL 2010





MIGLIORI RACCOLTE/REUNION/LIVE: I MAGNIFICI 10

ARCHIVES: COMPLETE (NEIL YOUNG)
GUITAR HEAVEN (CARLOS SANTANA)
SEE MY FRIENDS (RAY DAVIES)
NEXT STOP SOWETO (SOUTH AFRICA ARTISTS)
REVIVAL (RYHTMS DEL MUNDO)
135 GRAND STREET NEW YORK 1979 (VARI)
THE PROMISE: THE DARKNESS ON THE EDGE OF TOWN COFANETTO COMPLETO (BRUCE
SPRINGSTEEN & THE E STREET BAND)
THE COMPLETE BOOTLEG SERIES (BOB DYLAN)
BAND OF JOY (ROBERT PLANT)
THE BEST (GEORGIE FAME & THE BLUE FLAMES)

Ancora Neil Young e Bruce Springsteen, Bob Dylan e Robert Plant. Poi il resto.....