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mercoledì 31 agosto 2011

HIT PARADE: I MIGLIORI DI LUGLIO ED AGOSTO

Viste le richieste di tantissimi fedeli di HABLA CON GIAN, fra pochi giorni la HIT PARADE di luglio ed agosto con tutti i cd, film, serie tv, libri migliori dei due mesi.

Continuate a seguirci e lo scoprirete.

LA REDAZIONE ON LINE

Nuove tecnologie per evitare la distruzione

EDUCAZIONE SOSTENIBILE.IT

A livello mondiale è fondamentale una revisione tecnologica dei processi di produzione per porre fine alla povertà ed evitare i probabili impatti catastrofici sul cambiamento climatico e il degrado ambientale. «La questione non è un’opzione» sostiene Rob Vos, direttore del Development Policy and Analysis Division e autore principale del rapporto The World Economic and Social Survey 2011: The Great Green Technological Transformation, pubblicato da DESA e uscito il 5 luglio 2011. «Senza miglioramenti drastici e la diffusione di tecnologie verdi, non invertiremo la distruzione ecologica in atto né assicureremo un decoroso stile di vita per tutti gli esseri umani, oggi come in futuro», continua Rob Vos. La capacità dell’ambiente globale di convivere con le attività umane ha raggiunto il limite. Circa metà delle foreste sono scomparse, le risorse idriche sotterranee si stanno svuotando o contaminando, enormi perdite in biodiversità si sono già verificate e il cambiamento climatico minaccia la stabilità di tutti gli ecosistemi.

Nei prossimi 40 anni sarà necessario investire 1.9 trilioni di dollari all’anno per incrementare gli investimenti nelle tecnologie verdi. Tra questi, almeno 1.1 trilioni all’anno saranno necessari nei paesi in via di sviluppo per far fronte alla crescente domanda di cibo ed energia. Tutto questo mentre 2.7 bilioni di persone dipendono per il loro fabbisogno energetico dalla biomassa tradizionale, come legno e carbone. E il 20 % non ha accesso all’energia. Per raggiungere uno standard di vita accettabile nei paesi in via di sviluppo è necessario un maggiore sviluppo economico.
«Questo rapporto mostra come è importante lo sviluppo tecnologico per assicurare un futuro di cui possano beneficiare tutti, proteggendo nello stesso tempo il Pianeta» spiega Sha Zukang, sottosegretario generale di DESA e segretario generale di Rio + 20. «Il rapporto è una lettura essenziale per prepararci a Rio+20, che sarà un’opportunità per definire un sentiero per un mondo più sicuro, pulito e prospero per tutti».
Questo rapporto raccomanda che le politiche siano guidate da quattro obiettivi chiave: migliorare l’efficienza energetica senza aumentarne il consumo laddove i consumi energetici sono alti; supportare un’ampia strategia di investimento globale sull’energia e contemporaneamente aumentare l’utilizzazione e la conoscenza di tecnologie verdi; supportare una maggiore sperimentazione e ricerca su tempi lunghi; applicare una governance e delle strategie responsabili legate allo sviluppo tecnologico dell’energia migliori di quelle attuali.

Piccoli tsunami quotidiani. A rischio le spiagge pugliesi

AFFARI ITALIANI, 31/08/2011

"Rio de mar", lido di successo sull'incantevole lido di San Pietro in Bevagna, sull'alto Jonio. Ecco che cosa succede nei giorni di scirocco: il mare inghiotte la spiaggia, gli ombrelloni finiscono in acqua, le scarpe in mare, le borse si inzuppano.

Così in tutta la Puglia. Gli imprenditori denunciano, i comuni e Regione latitano. Se non si corre ai ripari resterà poco delle meravigliose spiagge del tacco d'Italia, delle loro dune, della macchia mediterranea.

"Un fenomeno eclatante - spiega al direttore Angelo Maria Perrino la leader di Assolbalneari Maria Antonietta Costanzo - A giugno c'è stata una mareggiata che ha eroso 25 metri cubi di sabbia. L'intera Puglia quest'anno ha pagato un tributo altissimo, non solo a San Pietro in Bevagna. I laghi Alimini, per esempio, sono quasi del tutto scomparsi. Si rischia un'estinzione totale. Se non si fa qualcosa di concreto tra due anni la costa del Salento non esisterà più". Vendola e l'attenzione per il territorio? "Quando chiamiamo gli uffici competenti ci rispondo che il piano delle coste non è ancora pronto. Piano delle coste che va avanti dal 2001 e mai attuato". E rincara la dose: "Abbiamo lanciato allarmi alle autorità competenti, ma c'è un assenteismo totale. Siamo soli di fronte alla natura. Da una parte abbiamo il mare contro cui non si può fare niente. Dall'altro Regione e Comuni latitanti".

IL RITORNO DI ALDO ARPE E DEL CORVACCIO NERO...SEMPRE PIU' NERO


Eccola la grande vignetta: l'INPS

CAMBOGIA: SVENIMENTI DI MASSA IN UNA FABBRICA DELLA H&M

LA STAMPA, 30/08/2011

DI ALESSANDRO URSIC

Circa 340 operai di una fabbrica tessile che produce per la H&M perdono i sensi in una settimana. Anche se le condizioni dei lavoratori nel Paese sono migliorate, rimangono molte zone grigie


Due svenimenti di massa in uno stabilimento, con 300 operai e operaie accasciatisi durante il turno di lavoro; altri 40 lavoratori che hanno perso i sensi in un’altra fabbrica della stessa azienda, che produce vestiti per il colosso dell’abbigliamento H&M. E’ accaduto la scorsa settimana in Cambogia, senza che ancora ci sia una spiegazione - e con la seria possibilità che, passata l’emergenza, non venga mai individuata.

Le vittime degli svenimenti lavorano tutte alla M&V International Manufacturing, una delle tante aziende cambogiane che confezionano l’abbigliamento per i grandi marchi occidentali: il settore dell’industria tessile è quello che contribuisce di più all’economia cambogiana, andando a formare il 15 per cento circa del Pil e dando lavoro a 300 mila persone (su 14 milioni di abitanti).

Per un manager dell’azienda, intervistato dal “Phnom Penh Post”, il motivo degli svenimenti potrebbe essere “uno strano fenomeno psicologico: in Cina queste cose non succedono”. Ma un leader sindacale ha rivelato che, nei due mesi precedenti, gli operai erano stati costretti a straordinari di fino a sei ore al giorno. Dato che lo stipendio base è di 61 dollari al mese (42 euro) per 48 ore alla settimana, in molti contano comunque sugli straordinari per arrotondare.

La malnutrizione e l’insufficiente aerazione dei locali contribuiscono probabilmente al fenomeno: molti operai non spendono più di 30 centesimi di dollaro (quanto guadagnano in un’ora) per il cibo, e sono ormai una costante le segnalazioni di strani fumi emanati dai macchinari o gas spruzzati sulle stoffe, che a lungo andare debilitano i lavoratori.

Nel frattempo H&M, l’Organizzazione internazionale del lavoro - che in un rapporto ha appena promosso a grandi linee le condizioni delle fabbriche cambogiane - e il governo di Phnom Penh stanno indagando sull’accaduto. Ma sull’effettiva volontà delle autorità di far luce, non c’è da fare troppo affidamento. L’autoritario premier Hun Sen - “uomo forte” del Paese dagli anni Ottanta - nasconde a malapena il suo fastidio per i movimenti sindacali. Dopo un anno di negoziati per una prima legge quadro sul lavoro, il governo ha preparato una bozza provvisoria che limita il diritto di sciopero. I sindacati minacciano di portare la gente in piazza per protestare, e il caso degli svenimenti di massa darà loro un argomento in più.

GUATEMALA: GLI AMERICANI USARONO I NERI COME CAVIE

LA STAMPA, 31/08/2011

DI MAURIZIO MOLINARI

Sono almeno 83 le vittime dei macabri esperimenti condotti da dottori pagati dal governo degli Stati Uniti su migliaia di civili in Guatemala fra il 1946 ed il 1948: ad attestarlo è il rapporto pubblicato dell’apposita commissione di indagine creata dal presidente Usa Barack Obama lo scorso novembre, con un duro atto d’accusa nei confronti del «ricorso ad esseri umani come cavie» nel tentativo di trovare rimedi con la penicellina alle più gravi malattie veneree.

«Circa 5500 persone vennero sottoposte a test diagnostici e oltre 1300 esposte a malattie veneree attraverso contatti umani come attraverso inoculazioni, al fine di provare l’efficacia della penicillina» si legge nel testo di 48 pagine del rapporto finale. Stephen Hauser, uno degli studiosi che ne ha fatto parte, sottolinea che «le vittime sono state almeno 83 sulla base di quanto riscontrato dall’esame dei circa 125 mila documenti» nei quali i medici americani annotarono tutti i dettagli della ricerca. La vicenda iniziò nel 1946 quando fu l’Istituto nazionale della Sanità dell’allora amministrazione Truman ad autorizzare «l’esposizione alla sifilide» di 700 persone in Guatemala, scegliendo soprattutto prostitute e soldati ma in alcuni casi anche dei minorenni. «Ci troviamo di fronte ad un caso di ingiustizia storica» afferma Amy Gutmann, presidente della commissione, secondo la quale «l’accertamento della verità è solo il primo passo perché adesso dobbiamo rendere omaggio alle vittime e fare in modo che episodi di questo genere non si ripetano più». Le prime tracce sugli esperimenti medici a danno di guatemaltechi vennero trovate nel 2010 da Susan Reverby, storica del Wellsey College, esaminando il lavoro di ricerca svolto dal controverso medico americano John Cutler. Da quel momento in Guatemala come negli Stati Uniti si è indagato per ricostruire la dinamica degli eventi e la commissione voluta di Obama è arrivata a concludere che «molteplici dottori e ricercatori americani hanno violato i più basilari diritti umani e la moralità dei principi della medicina con comportamenti spregievoli, seguiti da un costante tentativo di nascondere cosa facevano» a dimostrazione della consapevolezza di cosa stavano facendo. In particolare Cutler e il suo team medico, lavorando per l’Istituto nazionale della Sanità, identificarono in Guatemala circa 1500 persone, inclusi molti detenuti e malati di mente, per tentare di dimostrare che la penicillina potesse essere un rimedio valido alla malattie veneree. In molti casi vennero reclutate prostitute portatrici di gravi infezioni, come la sifilide, spingendole ad avere rapporti sessuali con detenuti e soldati idetificati come cavie, a loro insaputa. Cutler, scomparso nel 2003, è lo stesso dottore responsabile dell’esperimento Tuskegee che vide tenere sotto osservazione fra il 1932 ed il 1978 centinaia di uomini afroamericani portatori di sifilide avanzata. Finora si è sempre ritenuto che gli afroamericani non vennero adoperati come cavie ma il comportamento di Cutler in Guatemala potrebbe adesso portare a riaprire il caso. C’è chi ipotizza infatti che gli espertimenti Tuskegee e in Guatemala abbiano fatto parte di un’unica ricerca, basata sulla contaminazione dei non-bianchi.

Barack Obama e il Segretario di Stato Hillary Clinton si sono personalmente scusati con il Guatemala per quanto avvenuto e il presidente centroamericano, Alvaro Colom, ha parlato di «crimini contro l’umanità» ordinando un’inchiesta nazionale. Nei rapporti fra i due Paesi c’è ora in agenda la creazione di un sistema teso a compensare le vittime degli esperimenti di Cutler anche perché prima di effettuarli in Guatemala per un certo periodo adoperò come cavie dei detenuti nel carcere di Terre Haute, Indiana, che erano cittadini americani. L’ipotesi è ricorrere all’attuale programma federale per risarcire le vittime di danni causati dai vaccini, senza stanziare fondi ad hoc.

UN PO' COMPUTER UN PO' iPAD: ECCO IL FUTURO SECONDO APPLE

LA STAMPA, 30/08/2011

DI BRUNO RUFFILI

Il più recente dei sistemi operativi per Apple, Os X Lion, è uscito da poco più di un mese. Abbiamo avuto il tempo di usarlo per lavoro e per svago, su diverse macchine e in diverse situazioni. Nel frattempo è arrivato anche un aggiornamento che ha risolto alcuni problemi di gioventù della prima release.

Presentato da Steve Jobs lo scorso ottobre, in una delle sue ultime apparizioni pubbliche, Lion è la settima incarnazione di Os X: come sempre, a Cupertino hanno scelto di battezzarlo con il nome di un grande felino (i precedenti avevano nomi come Tiger, Panther, Leopard). E che il Leone sia il più grande apre già una prospettiva interessante: che in qualche modo, questa versione di Os X sia l’ultima di una serie, e che quello che verrà dopo sarà un sistema operativo diverso.

Intanto, di differenze con il precedente Snow Leopard ce ne sono parecchie già in Lion. E non sono gli inevitabili miglioramenti o le nuove versioni delle singole applicazioni, come Safari o Mail. No, è l’idea di base che è diversa: “Abbiamo imparato molto dall’esperienza dei sistemi operativi per dispositivi mobili”, aveva detto Jobs alla presentazione. Così OS X Lion ha il Multitouch, il salvataggio automatico dei documenti e anche l’App Store per il software, che dopo 15 miliardi di download su iOS, arriva sui portatili e desktop della Mela con analoghe prospettive di guadagno (e analoghe preoccupazioni per il controllo di Apple su cosa verrà installato nei computer).

E proprio dall’App Store comincia il primo contatto con Lion: non esiste infatti un disco, come nelle versioni precedenti del sistema operativo, ma per installare Os X 10.7 bisogna scaricarlo tramite internet. Quasi 4 Gb, circa tre quarti d’ora e con una connessione Adsl di buona qualità. In compenso, il prezzo è veramente conveniente, solo 23,99 euro. Il software è disponibile da poco anche su chiavetta Usb (a 59 euro); per chi lo ha acquistato dal negozio virtuale, Apple ha realizzato un programma che consente di copiarlo sulla propria chiavetta Usb.

L’installazione è veloce e senza intoppi: è possibile formattare il disco rigido oppure sovrascrivere il sistema esistente (che dev’essere almeno la versione 10.6.8), conservando impostazioni e documenti. Apple segnala oltre 250 tra novità e miglioramenti rispetto a Snow Leopard, ma qui ci concentreremo sulle più importanti nell’uso di tutti i giorni. La prima è la più evidente, segnalata anche da un video introduttivo: lo scroll delle pagine e dei documenti funziona al contrario del solito. Apple giustamente chiama “natural scrolling” la nuova impostazione, perché muovendosi verso il basso la pagina scorre nella stessa direzione, proprio come sull’iPad. Però, dopo anni di scroll “innaturale”, ci vuole un po’ per abituarsi (e in ogni caso si possono usare il vecchio metodo, basta smanettare nelle preferenze).

Molti dei comandi sono touch, a due, tre e quattro dita: un'altra caratteristica nata sui dispositivi mobili, che Apple ha portato sui computer tradizionali. Abbiamo il sospetto che il Multitouch funzioni meglio sui portatili che sui desktop, e in generale che sia preferibile usare una trackpad (integrata o la Magic Trackpad esterna) anziché un mouse, sia pure evoluto come quello prodotto dalla stessa Apple.

Geniale la possibilità di salvare automaticamente più versioni di uno stesso documento, in modo da avere sottomano le varie revisioni; funziona un po’ come Time Machine e, unita al salvataggio automatico, consente di non perdere mai il lavoro già fatto. Non è ancora attiva in tutti i programmi, ma, ad esempio, Microsoft ha annunciato che la implementerà in Office con un futuro aggiornamento.
La cura maniacale di Apple emerge dai dettagli: nelle preferenze della tastiera ora si possono scorrere facilmente tutti i simboli disponibili, quelli matematici e quelli scientifici, e pure gli Emoji; poi finalmente è arrivata la voce in italiano per leggere i testi sullo schermo; Airdrop rende facilissimo il trasferimento di file tra due Mac collegati alla stessa rete wifi. Spotlight è ora più veloce e personalizzabile (fantastica l’anteprima dei documenti senza aprirli). E ovviamente è stato ritoccato Mail, il programma per la posta elettronica, ora molto simile nell’interfaccia alla versione per iPad, con la cartella unificata per i messaggi in entrata e le mail ordinate per conversazioni. Cambiano esteticamente anche iCal e la Rubrica indirizzi, ma qui preferivamo il look metallico di Snow Leopard alla finta pelle di Lion.
Senza grosse novità l’App Store per Mac, lanciato all’inizio dell’anno, ma è interessante l’integrazione con il Finder: se avete un file e non sapete come fare per aprirlo, un click col tasto destro e sarete indirizzati al negozio virtuale di Apple, con i programmi consigliati per risolvere il problema. Molto utile anche l’opzione con cui è possibile spegnere il computer e al riavvio ritrovare finestre, tab e documenti aperti come l’ultima volta che sono stati usati.

Ma una delle innovazioni più importanti di Lion è nell’interfaccia: programmi che funzionano a schermo intero, nascondendo la scrivania, applicazioni che al loro interno permettono di accedere ai singoli documenti. Addirittura, Launchpad richiama la disposizione a scacchiera delle app sulla schermata home del tablet Apple. Si possono così controllare con un solo colpo d’occhio tutti i programma installati (ma stranamente non è possibile eliminarli come invece accade con i dispositivi iOS).

Exposè è diventato ora Mission Control, e se ha perso un po’ dal punto di vista dell’immediatezza, ha invece guadagnato in praticità, perché è possibile scorrere tra le varie finestre di ogni applicazione e assegnare a ognuna una scrivania diversa. Una chicca: con Remote Desktop (pure riveduto e corretto) si può attivare l’opzione a tutto schermo così la scrivania del Mac che si sta controllando occuperà l’intero monitor, come se si stesse lavorando sul proprio desktop.
Safari presenta interessanti aggiunte, come la possibilità di salvare una pagina per leggerla in un secondo momento (una specie di Instapaper, insomma), però è l’unico aspetto di Lion che non ci ha convinto completamente, per una serie di rallentamenti e blocchi con i siti che usano Flash. Anche la nuova versione del plug-in di Adobe non sembra risolvere il problema (riscontrato in entrambe le macchine su cui Lion è stato testato, un MacBook Pro 13" 2010 e un MacBook Air 13" Thunderbolt).

Vale la pena di aggiornare? Certamente, anche se si perde del tutto la compatibilità con le applicazioni Power Pc. Ma quello è il passato, mentre Lion è un passo avanti verso il futuro del computer. Dove diventerà sempre meno importante la metafora della scrivania, dei file e delle cartelle, che per trent’anni ha regnato nel mondo dell’informatica. Si sono visti molti miglioramenti in questo periodo, ma nessuna idea veramente rivoluzionaria, nemmeno a Cupertino. Lion, ispirandosi all’iPhone e all’iPad, porta invece una ventata di novità nei computer della Mela. Ha ancora qualche incertezza dovuta alla sua natura ibrida, ma indica chiaramente la strada tracciata da Steve Jobs per gli anni a venire: unificare Os X e iOS. Peccato solo che in questo sforzo si perda un pezzo fondamentale della storia di Apple: la parola “Mac” non compare più nel nome del nuovo sistema operativo. Fino a ieri c’era Mac Os X 10.6 Snow Leopard, oggi solo Os X 10.7 Lion.

MASTROTTO VI RACCONTO LA MIA VITA DA EVASORE FISCALE

LA STAMPA, 31/08/2011

DI FABIO POLETTI

L’industriale vicentino Mastrotto sotto accusa: me lo chiedevano gli operai

Pagavo gli straordinari in nero, era l’unico modo per salvare la mia azienda». Un industriale vicentino getta la maschera e spiega come si diventa evasore fiscale.

Nella zona dove vive è difficile non vederle. Dovunque ti giri tra Arzignano, Tezze, Trissino, in lungo e in largo sugli stradoni della Val di Chiampo, le modernissime fabbriche tutto acciaio e cemento della Mastrotto Group spuntano come funghi. L’1% della lavorazione mondiale della pelle passa di qui, in questo sogno realizzato mezzo secolo fa da Arciso Mastrotto, il patriarca a capo di una dinastia guidata ora dai figli Bruno, Santo e dall’altra parte Rino, da qualche anno divisi da beghe famigliari ma unitissimi nel mettere benzina nera che più nera non si può nella locomotiva sempre più arrugginita del Nord Est. Un sogno diventato un incubo per la Guardia di finanza che prima ha messo sotto inchiesta i fratelli Bruno e Santo Mastrotto - 800 operai tutti in nero, 1 miliardo e 300 milioni di evasione fiscale contestata poi ha passato ai raggi X pure le aziende del fratello Rino - 174 operai pagati fuori busta, 100 mila euro al mese di nero - e la storia non cambia. «Non dico più niente, non dico più niente, ostrega...», sbraita al telefonino in dialetto stretto Santo Mastrotto.

Signor Santo Mastrotto, guardi che così rischia di passare alla Storia come il principe degli evasori fiscali e di questi tempi non è bellissimo...
«Noi che abbiamo iniziato dal niente... Cinquantatre anni fa lavoravo ancora nei campi, mi sono rimasti i calli alle mani... Io mio padre e i miei fratelli abbiamo iniziato da zero. Adesso siamo solo delusi, arrabbiati, stanchi, non pensavo mai nella vita che mi potesse accadere qualcosa del genere. Questo è il giorno più brutto della mia vita».

Capitano queste cose quando non si pagano mai le tasse...
«Abbiamo sbagliato, vogliamo chiarire, se c’è da pagare paghiamo ma non ci meritiamo tutto quello che ci stanno facendo passare. Io vorrei che si guardasse anche alle cose buone che abbiamo fatto con le nostre aziende. In cinquantatre anni siamo partiti dai campi e adesso diamo lavoro a migliaia di persone in mezzo mondo. In Brasile, in Indonesia, il marchio Mastrotto è ovunque ed è leader riconosciuto nella lavorazione della pelle...».

Di là dell’oceano non si sa, ma qui gli operai li pagavate in nero. Vero?
«Ma lo sa che i miei operai mi dicevano:"Va bene, vengo a lavorare di sabato, ma mi paghi fuori busta". Lo sa che erano loro che volevano essere pagati in nero? Cosa dovevamo fare? C’erano le consegne da rispettare... Noi abbiamo sbagliato ma non siamo i soli. Siamo tutti nella stessa barca ma adesso ce l’hanno tutti solo con noi».

Chi ce l’ha con voi?
«Abbiamo tutti contro, la Chiesa, gli industriali, i sindacati. Sembra che siamo i soli che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. E invece noi abbiamo sempre creduto solo nell’azienda. Salvare l’azienda è la cosa più importante. Se non fossimo persone responsabili, se non credessimo nel nostro lavoro, se non avessimo la responsabilità di migliaia di operai con le loro famiglie, mi verrebbe da dire che chiudo tutto, vendo le aziende e me ne vado».

Così è comodo però... Non si pagano le tasse, i capitali vanno all’estero, i dipendenti si tengono in nero, quando il lavoro cala c’è la cassa integrazione...
«Vogliamo chiarire tutto. Siamo disponibili a chiarire tutto. Anche la Guardia di finanza riconosce la nostra disponibilità a collaborare. Se ci sono stati comportamenti non corretti e non in regola con la legge siamo pronti a correggerli. Le cifre di cui veniamo accusati sono gonfiate. Vengono moltiplicate anno per anno ma sono sempre quelle. I nostri operai sono tutti assunti, qualche irregolarità c’è stata solo con gli straordinari. Nessuno però ci faccia passare come gli unici evasori di questo Paese. Noi siamo gente che lavora e non ha mai avuto niente di niente da nessuno. Nè quando andava bene nè con la crisi. Siamo soli e ci difendiamo da soli con il lavoro».

Il governo - Berlusconi, Bossi, Tremonti - stanno cercando di mettere in piedi una manovra economica per salvare il Paese. Però chiedono che ognuno faccia la sua parte. Gli imprenditori devono pagare le tasse. Giusto no?
«Quelli lì sono dei disperati che non sanno nemmeno da che parte cominciare. Ma io come imprenditore sono più disperato di loro. Solo che io sono responsabile delle mie fabbriche, dei miei operai e delle loro famiglie. Se cinquantatre anni fa avessi saputo che sarebbe finita così non avrei nemmeno iniziato. Invece ci siamo dati da fare perchè credevamo nel nostro lavoro. Non ci aspettavamo di essere ringraziati ma nemmeno di essere trattati così. Sbattuti in prima pagina su tutti i giornali... Lei per chi ha detto che scrive?».

La Stampa, perchè?.
«La Stampa cos’è? E’ un giornale di destra o di sinistra? Guardi lasci perdere, tanto destra e sinistra è tutto uguale allo stesso modo. Oggi non c’è più niente di buono».

OPERAI MUORE SUL LAVORO, IL TITOLARE IN MANETTE PER OMICIDIO COLPOSO

IL FATTO QUOTIDIANO, 30/08/2011

DI SARA FRANGINI

Il responsabile di un'impresa edile finisce in manette a causa della mancanza di sicurezza. Non era mai accaduto prima. La vittima è un operaio albanese deceduto dopo un volo di nove metri dal tetto di un capannone della Veca group srl.Muore in un cantiere e il titolare della ditta viene arrestato per omicidio colposo. E’ la prima volta che il responsabile di un’impresa edile finisce in manette a causa della mancanza di sicurezza. A chiedere la convalida dell’arresto e della misura cautelare in carcere per Renato Ndreu, 36enne di origini albanesi e residente in provincia di Firenze, è il sostituto procuratore Christine Von Borries. La vittima è un suo connazionale, Ndroc Gomila, 44 anni, sposato e padre di tre figli, deceduto dopo un volo di nove metri dal tetto di un capannone della Veca group srl, in via Niccoli, a Castelfiorentino nella provincia di Firenze.

L’azienda della Valdelsa si era rivolta alla Iperasfalti, della quale è titolare Ndreu, per un lavoro di manutenzione. Un intervento all’apparenza piuttosto semplice. Ma su quel tetto da riparare, secondo la procura, Ndroc non sarebbe dovuto salire. O meglio, non a quelle condizioni. La caduta avvenuta lunedì mattina, stando agli accertamenti dei carabinieri di Empoli e dell’Asl, è stata causata dal cedimento di una lastra in vetroresina sulla quale l’operaio stava camminando senza alcuna protezione.

Secondo il magistrato, se il datore di lavoro avesse accertato, in precedenza, la stabilità del tetto (se la copertura avesse avuto o meno “la resistenza sufficiente a sostenere il peso dell’operaio”) Ndroc sarebbe ancora vivo. Tra le motivazioni della richiesta di convalida al gip – oggi si terrà l’udienza – anche il fatto che la Iperasfalti avrebbe violato le norme in materia di sicurezza e prevenzione degli infortuni sul lavoro “omettendo di predisporre misure di protezione collettiva”. Inoltre il titolare non avrebbe garantito al suo operaio, “non regolarmente assunto ma dipendente di fatto – si legge nella richiesta di convalida – una formazione sufficiente in materia di salute e sicurezza sul lavoro”. Tra gli elementi che pesano sul titolare della ditta, infine, ci sono la quasi-flagranza (il titolare era presente al momento dell’incidente, anche se a suo avviso il dipendente sarebbe salito sul tetto a sua insaputa) e il fatto che il datore di lavoro della vittima abbia alcuni precedenti penali che aggravano ulteriormente la sua posizione.

SERENA DANDINI VERSO LA7

IL FATTO QUOTIDIANO, 30/08/2011

La conduttrice di "Parla con Me" potrebbe passare alla rete guidata da Telecom Italia Media dove da ottobre arriverà da Rai3 anche Paolo Ruffini come nuovo direttore di rete. Le voci sono alimentate da uno stop burocratico alla gara per la realizzazione della nuova scenografia del programma. La decisione definitiva entro martedì, alla vigilia del Cda di viale MazziniSi infittiscono le voci di un possibile passaggio di Serena Dandini a La7. Mentre in Rai si profila lo slittamento della messa in onda di ‘Parla con me‘, prevista dal 27 settembre su Rai3, prende sempre più corpo l’ipotesi che la conduttrice approdi alla rete gestita da Telecom Italia Media, dove da ottobre arriverà da Rai3 anche Paolo Ruffini come nuovo direttore di rete. Le voci sull’addio sono alimentate anche dal fatto che c’è stato un improvviso stop burocratico alla gara per la realizzazione della nuova scenografia di ‘Parla con me‘.

Lo stop è tutto legato agli aspetti giuridici dell’intreccio tra Rai, Dandini e la Fandango. Un intreccio complicato visto che il format del programma è al tempo stesso di proprietà dell’azienda di viale Mazzini, ma la Fandango nel tempo ci ha messo le mani apportando le novità che la rete via via le ha chiesto di introdurre. E fino a quando non si chiarisce questa parte dell’intreccio, i dubbi restano tutti, sia sulla partenza come da calendario (il 28 settembre) sia sulla permanenza stessa della Dandini sugli schermi Rai.

Il Cda di viale Mazzini tornerà a riunirsi la prossima settimana, ma nell’attesa, si rincorrono le voci di un addio della conduttrice. L’unica smentita certa è quella che arriva da Paolo Ruffini, che veniva indicato dalle stesse voci come colui che si sta adoperando in prima persona per portare la Dandini a La7, visto che lui stesso sarà il direttore della rete di TI Media a partire da metà ottobre. Ruffini invece tiene a sottolineare con forza: “Mi sto occupando unicamente di Rai3″, di cui è ancora direttore e per la quale ha predisposto il palinsesto autunnale, “e in questa veste mi sto occupando della Dandini e della sua trasmissione che è prevista nella prossima programmazione, così come mi occupo di tutto quello che attiene a Rai3. Quando sarà il momento mi occuperò di La7, ma ora mi occupo solo di Rai3″.

Intanto le indiscrezioni fuori dal palazzo Rai indicano come “plausibile” l’addio della Dandini. Viene precisato che “ci sono stati contatti con più broadcaster, visto che in Rai si è arrivati a una situazione non chiarita” e che “a questo punto tutto è possibile…”. Tanto che “nel giro di una settimana, prima ancora del Cda Rai, qualcosa di definito ci potrebbe essere”

SCONTI SUI LIBRI BLOCCATI PER LEGGE

IL FATTO QUOTIDIANO, 31/08/2011

DI FRANCESCA DE BENEDETTI

Libri scontati al 40 per cento, addio. Tra il 31 agosto e il primo settembre scorrono 24 ore, parecchi acquisti all’ultimo secondo e l’ombra di un divario digitale. Con l’arrivo di settembre entra in vigore la legge Levi, conosciuta come “legge anti Amazon” perché tra le conseguenze avrà quella di vincolare la politica di sconti del colosso web. Dall’1 settembre in Italia gli sconti sul prezzo di copertina dei libri non potranno superare il 15%. Il provvedimento, che porta il nome del deputato siciliano Pd Ricardo Levi, è stato presentato alla Camera nel 2008 e approvato in Senato in modo bipartisan quest’estate, pochi mesi dopo lo sbarco in Italia di Amazon che chiarisce la sua posizione a ilfattoquotidiano.it, per voce di Martin Angioni, il country manager per l’Italia: “Noi preferiamo operare in mercati che assicurano migliori condizioni di concorrenza e dove la più ampia fascia di pubblico possa comprare. Perché non solo è sbagliato che lo Stato intervenga sul prezzo nel mercato editoriale, ma se è vero che il problema è che la domanda di libri non cresce, allora questa legge non fa nulla a beneficio dei lettori reali e potenziali”.

Proprio loro, i lettori sono le vittime della legge, che li costringe a comprare con sconti piccoli, e che è dettata “dal consenso di editori e librai che ne hanno più volte chiesto l’approvazione”. Salvaguardare i piccoli, siano essi librai o editori, è a parole la vera missione della legge Levi. Ma nonostante il voto bipartisan in Parlamento, i consensi sono tutt’altro che unanimi, a partire dallo stesso mondo editoriale. In prima fila nella fronda dei contrari c’è Serena Sileoni che come responsabile della piccola casa editrice Liberilibri non condivide la legge, e in più come lettrice è anche molto arrabbiata. Non a caso ha promosso una petizione che ha raccolto migliaia di firme, e racconta: “Non riesco a credere che tanti miei colleghi abbiano salutato questa legge come un favore alla microeditoria. Che fine hanno fatto gli stimoli alla lettura? E poi l’obiettivo non dichiarato della legge tradisce uno spirito conservatore: intende colpire il commercio elettronico, che ne farà le spese. Ai grandi editori cambierà poco, mentre proprio per i più piccoli, in occasioni importanti tra cui le fiere, le limitazioni agli sconti si riveleranno un’arma a doppio taglio”.

Davide contro Golia, “un appuntamento parlamentare contro un’innovazione tecnologica che ben gestita può portare democratizzazione”. Serena vede così la legge Levi, e non è la sola. Alla schiera degli editori “ribelli” si aggiungono lettori, associazioni di consumatori e esperti di nuovi media. “Chiaramente questa legge parla la lingua di un Paese che ancora non ha una strategia complessiva di marketing del libro via internet”, sostiene Giulio Blasi, esperto di editoria digitale. “Il problema non è solo italiano ma europeo: le leggi protezionistiche sono il segno di un’incapacità di competere sul terreno di sviluppo del mercato. L’Europa non ha armi per competere oggi con Amazon, Google, Apple sul terreno dell’intermediazione dei contenuti. Difendere i più piccoli? Fuorviante: prima o poi tutti dovranno competere, e intanto proprio i negozi su internet come Amazon sono la speranza del libro di qualità, lo sostiene anche l’agente letterario Wiley”. Questo anche perché l’editoria web parla un linguaggio inclusivo: qui trovano spazio i libri di nicchia e affini ai propri interessi. “Il prezzo è solo all’ottavo posto tra le ragioni per cui i nostri clienti preferiscono servirsi da noi”, spiega Angioni di Amazon. Ma intanto la battaglia italiana viene giocata proprio sul campo dei prezzi. Perciò accade che Altroconsumo inviti le piccole librerie a spostare il terreno dello scontro, differenziandosi in altri modi, perché la necessità secondo l’associazione è quella di non penalizzare gli acquirenti. Questi intanto, dall’altro lato del Pc, comprano a più non posso prima che scatti l’ora X. Lettori come Fabrizio, divoratore di libri e anobiista, vedono nella legge un ostacolo alla diffusione della cultura, ancora di più in tempi di crisi.

C’è chi dice sì alla legge Levi. Sono in molti, uno di questi è Stefano Mauri. Il Gruppo editoriale Mauri Spagnol, di cui è presidente, è controllato per oltre il 70% da Messaggerie italiane, colosso italiano dei libri che ha ramificazioni nell’editoria, nella distibuzione e nella vendita, compresa quella online: è di Messaggerie anche Ibs, la prima e più grande libreria italiana online. “Mi astraggo dal mio ruolo”, spiega Mauri, “credo che la legge sia giusta per almeno due buoni motivi. Il primo è che le regole danno forma all’editoria. Non dimentichiamoci che il negoziante ha il diritto di reso all’editore, e non raramente si verificano fenomeni di dumping in un contesto di concorrenza sregolata. Il secondo è che penso che i lettori meritino di essere stupiti”. Perché secondo Mauri questa legge garantisce il pluralismo, “tanto ci penserà la rivoluzione digitale a far scendere i prezzi”. Anche se la legge limita gli sconti sul prezzo di copertina ma non impone regole su come quel prezzo viene stabilito, al cuore dei sostenitori della legge c’è l’idea che il libro meriti un giusto prezzo. La pensa così anche il re dei librai, Romano Montroni, lui che ai libri ha dedicato la vita: amico di Giangiacomo Feltrinelli, a capo della libreria di Piazza Ravegnana a Bologna da quando è nata, poi direttore di tutte le Feltrinelli dall’82 al 2000, oggi capitano della libreria Coop Ambasciatori in centro a Bologna. Prima ancora che arrivasse l’e-commerce, in Italia erano proprio le grandi catene di librerie la minaccia per i pesci piccoli: Feltrinelli librerie, e ancora Mondadori, la più recente Coop librerie. E se quel vincolo agli sconti proteggesse “bipartisan” anzitutto loro, dalla minaccia incombente di un pesce stavolta più grande, com’è Amazon? Montroni ha in tasca l’esperienza e una convinzione: che solo dando al libro il suo giusto prezzo si salvaguardi la lettura. E che a far la differenza debba essere altro. Nella libreria di Montroni i libri convivono con il ristorante e il caffè Eataly, ed è facile perdere il senso del tempo seduti su una poltrona con in mano un buon caffè. Ma se davvero le poltrone confortevoli della libreria Coop Ambasciatori e le tre pagine della legge Levi possano far dimenticare al lettore italiano lo scorrere dei tempi di oggi, e tenerlo lontano dalla tentazione cheap and web, è ancora tutto da dimostrare.

NAPOLI, TUTTO PRONTO PER LA COPPA AMERICA

IL FATTO QUOTIDIANO, 30/08/2011

DI VINCENZO IURILLO

La città partenopea ospiterà nel 2012 le regate preliminari l'America's Cup 2013 di vela. Un'opportunità per cancellare l’immagine di ‘capitale della monnezza’. La colmata di Bagnoli, nell'ex area Italsider, sarà il punto dal quale prenderanno il via i catamarani. Non senza le perplessità di ambientalisti e associazioni di tutela del territorio che da tempo ne denunciano la pericolosità e l’inquinamentoA Napoli è tutto pronto. O quasi. La telenovela dell’estate napoletana sta per concludersi. Salvo sorprese che a questo punto del negoziato sarebbero clamorose, una tappa delle World Series di vela, le gare di preparazione della leggendaria Coppa America, approderà a Napoli nel 2012. Occasione importantissima per cancellare l’immagine di ‘capitale della monnezza’ e riscattarsi agli occhi del mondo. Il sindaco arancione Luigi de Magistris ha afferrato al volo un’opportunità che sei anni fa il suo predecessore, la democratica Rosa Russo Iervolino, rigettò al mittente: era delusa per la mancata assegnazione della finale della Coppa America, disputatasi a Valencia (Spagna).

E’ stato un agosto di passione per i principali soggetti politici e imprenditoriali del capoluogo partenopeo. Ferie strozzate, sacrificate per condurre le frenetiche trattative necessarie a gettare le basi della società di scopo che gestirà l’evento e ad offrire le garanzie necessarie per convincere gli americani di Oracle a dare il via libera entro la fine dell’estate. Uno dei nodi è stato sciolto venerdì scorso, con la firma di un protocollo che coinvolge Comune di Napoli, Provincia di Napoli, Regione Campania, Confindustria Napoli, Autorità Portuale e BagnoliFutura spa, la società di trasformazione urbana dell’area, ex Italsider, che dovrebbe ospitare le strutture di supporto allo svolgimento delle gare, previste nello specchio d’acqua tra Bagnoli e Pozzuoli, fino alle isole del golfo, tra Ischia e Capri.

Il documento è propedeutico alla costituzione della società di scopo, che avrà il compito di ottenere le autorizzazioni e gestire la manifestazione dal punto di vista tecnico. Ne faranno parte gli enti locali e Confindustria Napoli. Non ci sarà BagnoliFutura, cui è riservato il ruolo di progettare e realizzare gli interventi necessari alla realizzazione dell’evento, e sottoscrivere il contratto con Acea, la società di Oracle. Nell’area di proprietà della Bagnolifutura saranno utilizzati principalmente il nuovo centro di servizi al turismo Bagnoli Hub. Dovrebbe ospitare mostre, concerti, intrattenimenti, sala stampa, convegni. Sempre nelle aree di proprietà della Stu dovrebbe essere utilizzata la strada di collegamento tra il pontile e Bagnoli Hub: i lavori dovrebbero essere terminati in tempo, attualmente sono oltre il 50%.

Un altro nodo, politico, ha riguardato le tensioni tra de Magistris e il presidente di BagnoliFutura spa, il bassoliniano Riccardo Marone. Tensioni che nascono da lontano. Il sindaco, quando era ancora europarlamentare Idv, ha criticato aspramente i ritardi, le inefficienze e gli sprechi della Stu nel procedere ai lavori di bonifica e riqualificazione dell’area. ”Bagnoli – dichiarazione del 3 giugno 2010 – è una pagina vergognosa di commistione tra politica e crimine attorno al denaro pubblico”. Marone ha reagito con una citazione civile, chiedendo alcuni milioni di euro di risarcimento danni. De Magistris ha invocato l’immunità europarlamentare, ottenendola. La vicenda, come è ovvio, ha lasciato delle scorie. Poche settimane fa, de Magistris è tornato all’attacco, annunciando una rapida sostituzione di tutti i vertici delle società partecipate napoletane. Marone vi ha letto un preavviso di sfratto. E ha accusato il sindaco di non avere stile: “Poteva parlarmene di persona. Posso essere sostituito solo in caso di gravi inadempienze – ha aggiunto – mi devono spiegare quali sarebbero”.

Le diplomazie hanno lavorato molto per ricucire lo strappo, ma il risultato è stato raggiunto. E’ tutto riassunto nel protocollo, di dieci pagine, che mette d’accordo i soggetti coinvolti. Il documento definisce Bagnoli “luogo d’incontro ideale nel cuore del Mediterraneo” e focalizza con precisione alcuni punti, tra cui il rispetto “della disciplina urbanistica vigente” che “persegue l’irrinunciabile finalità di tutela dell’integrità fisica e dell’identità culturale del territorio, da conseguirsi attraverso l’attuazione di tutte le scelte sancite dalla variante al Piano Regolatore Generale per la zona occidentale di Napoli e con il Piano Urbanistico Esecutivo di Bagnoli– Coroglio”.

Passaggio importantissimo, che sancisce che il Comune di Napoli non intende fare passi indietro sulla rimozione della colmata di Bagnoli e sul ripristino della linea di costa. Se ne discute da anni e de Magistris l’ha fissata tra le sue priorità in campagna elettorale. La colmata a mare sarà, però, la piattaforma logistica dalla quale prenderanno il via i catamarani della competizione. Qui inoltre verrà allestito il villaggio delle imbarcazioni. Non senza le perplessità di ambientalisti e associazioni di tutela del territorio, che da tempo ne denunciano la pericolosità e l’inquinamento. “Verrà utilizzata dopo essere stata messa in sicurezza” replicano, pragmatici, de Magistris e il vice sindaco con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano “ma le regate contribuiranno ad accelerare il processo di bonifica di Bagnoli”.

Nel frattempo, però, c’è chi ipotizza che sulla colmata possa essere steso un telo di protezione. Marone in un’intervista a Repubblica Napoli spiega qual è la sua unica remora: “Non si riesce a capire perché lo Stato, che è proprietario della colmata a mare, non tranquillizzi sul fatto che la colmata è già stata messa in sicurezza. E non inquina. Saremmo tutti – continua più tranquilli se avvenisse questo passaggio, anche perché verrebbe definitivamente sancito che la giusta esigenza di rimuovere la colmata nasce – conclude – solo dalla volontà di ripristinare la continuità della linea di costa”.

A prescindere dai timori sulla colmata, le aspettative intorno all’evento sono enormi. Si lavora a un programma di investimenti di oltre 3 miliardi di euro, da dividere tra pubblico e privato. Si spera di ospitare 500.000 turisti, tra Napoli e le località turistiche del comprensorio. E nel 2013 Napoli ospiterà il Forum delle Culture, che dovrebbe richiamare altri 2 milioni di turisti. Sperando che l’emergenza rifiuti sia diventata un lontano ricordo.

AMNESTY: IN SIRIA AUMENTANO TORTURE E MORTI

LA REPUBBLICA, 31/08/2011

Prima della rivolta solo pochi individui morivano in carcere in Siria ogni anno. Dall'inizio della rivolta sono diventate decine. E ci sono le prove di violenze e abusi: "Nei video si vedono bruciature, segni di frustate e colpi violenti". Nuovi raid dell'esercito ad Hama.

DAMASCO - Non ci sono solo le migliaia di vittime e di persone arrestate in strada per la repressione del governo siriano: la reazione di Damasco alla protesta della popolazione prende anche altre forme, come le torture e le morti in carcere, casi che sono aumentati in maniera esponenziale dall'inizio delle rivolte. A sostenerlo è un rapporto di Amnesty international reso pubblico oggi.
In quasi cinque mesi di sanguinosa repressione almeno "88 persone" sono "morte in detenzione", una cifra che segna un "forte aumento" dei decessi in carcere, che prima della rivolta erano in media cinque all'anno. Fra le vittime ci sono almeno 10 bambini, alcuni di 13 anni. L'organizzazione ha anche prove delle torture o dei maltrattamenti che in almeno 52 casi hanno contribuito alla loro morte.

"I resoconti di torture che abbiamo ricevuto - ha affermato Neil Sammonds, il ricercatore di Amnesty che si occupa della Siria - sono orribili. Riteniamo che il governo siriano stia perseguitando il suo popolo massicciamente su vasta scala".

Amnesty ha potuto visionare 45 filmati delle vittime, presi da parenti e attivisti, e ha chiesto a medici legali di esaminarne alcuni: le ferite indicano che hanno subito "orrendi pestaggi e altri abusi". I segni delle torture includono "bruciature, colpi violenti, segni di frustate". La maggior parte dei casi esaminati provengono dai governatorati di Homs e Daraa.

L'organizzazione basata a Londra ha inoltre compilato un elenco di 1.800 persone morte dall'inizio delle proteste, mentre migliaia di altre sono state arrestate, molte tenute segregate in luoghi sconosciuti, che rischiano tortura e morte.

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http://www.repubblica.it/solidarieta/emergenza/2011/08/31/news/siria_amnesty-21063547/?ref=HREC1-8

L'ITALIA DEI FANTASMI DIVENTA UN FILM

LA REPUBBLICA, 31/08/2011

DI PAOLO RUMIZ

Si chiude un percorso di scorribande a caccia delle dimore del vento, l'inventario di un Paese dove i morti fanno meno paura dei vivi. Un'avventura che prenderà la forma di un dvd in uscita il 14 settembre

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http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/06/29/news/le_case_degli_spiriti-19648032/?ref=HREC2-2

LA VALLE DEI TEMPLI UN BRAND DA CEDERE AI PRIVATI

LA REPUBBLICA, 30/08/2011

È l'idea del sindaco Marco Zambuto "per rimpinguare le casse del Comune". L'amministratore pensa a un'asta pubblica rivolta a "imprese, banche o marchi internazionali"
Trasformare la Valle dei Templi di Agrigento in un brand da cedere ai privati con un'asta pubblica. È l'idea venuta al sindaco di Agrigento Marco Zambuto. Il progetto è quello di cedere ai privati il logo della Valle dei Templi per "rimpinguare le casse del Comune", spiega il primo cittadino: "L'idea non è affatto una provocazione - aggiunge Zambuto - è un modo per valorizzare i siti archeologici e il territorio. È un'operazione rilevante e in tempi difficili come quelli in cui stiamo vivendo diventa una grande opportunità. Il brand della Valle dei Templi rappresenta un momento di valorizzazione del territorio ma anche di introito economico".

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http://palermo.repubblica.it/cronaca/2011/08/30/news/agrigento_la_valle_dei_templi_un_brand_da_cedere_ai_privati-21043518/?ref=HREC2-3

UNIVERSITA': VIA AI TEST D'AMMISSIONE

IL CORRIERE DELLA SERA, 30/08/2011

Comincia la caccia al posto nelle facoltà a numero chiuso. Sono i giorni dei test in tutti gli atenei. E ovunque si annunciano numeri record per gli aspiranti iscritti. Da medicina ad architettura i prossimi giorni, a partire da martedì 30 agosto, saranno fondamentali per i neodiplomati per accedere alle università e per intraprendere così il loro percorso di studi. Ecco alcune cifre.

POLITECNICO - Al Politecnico di Milano gli aspiranti ingegneri sono 7.792 e gli architetti e designer 6.144, a fronte, rispettivamente, di 5.469 e 2.787 posti disponibili per l'anno accademico 2011-12. Boom è per le ingegnerie, con una crescita del 9% rispetto al 2010. Successo, in particolare, per Ingegneria Matematica, giá esaurita dopo le immatricolazioni della prima fase, e Ingegneria Fisica (+55%), mentre sono in crescita le iscrizioni a Ingegneria Gestionale (+11%), Ingegneria Meccanica (+8%) e Ingegneria Energetica (+15%). Gli iscritti al test di architettura e design sono aumentati del 7% rispetto all'anno scorso. In crescita, tra i corsi più gettonati, Architettura Ambientale (+22%) e Design della Moda (+ 21%).

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http://www.corriere.it/cronache/11_agosto_30/test-universitari_76f22960-d302-11e0-874f-4dd2e67056a6.shtml



MEDICINA - I test di accesso all'università sono cominciati stamattina all'Università Cattolica. Il corso si terra a Roma, ma visti gli iscritti (7.333 ragazzi in fila per 282 posti a Medicina e 567 candidati che volevano uno dei 22 posti di Odontoiatria) i test si svolti anche a Milano. Possibilità? Con questi numeri entra un candidato ogni 28 a Medicina e uno ogni 25 a Odontoiatria, ma le medie poi cambiano da città a città, da ateneo ad ateneo. I candidati vengono soprattutto da Lazio, Campania, Puglia, Sicilia, Calabria e Lombardia. Il 7 cominciano gli orali: vi accederanno, per Medicina, in 600. Gli iscritti ai test di tutta l'area sanitaria di Roma sono 13.048, erano 11.369 nel 2010. In 2.527 si contenderanno i 220 posti di Medicina e i 38 di Odontoiatria disponibili a Tor Vergata. Al San Raffaele di Milano il test è dopodomani: i candidati sono sono 3.700 per 100 posti. All'Università di Bologna ci proveranno in 2.937, alla Federico II di Napoli in 4.099, a Bari ci proveranno in 1.529, alla Statale di Milano in 2.870.

PIRATERIA DIGITALE: E' L'ORA DEI CYBERLOCKER

IL CORRIERE DELLA SERA, 30/08/2011

DI MADDALENA MONTECUCCO

E’ il file hosting il nuovo spettro della pirateria su Internet. A sancirne definitivamente l’ascesa è una speciale classifica compilata da Torrentfreak.com, che mette in fila i dieci siti di file sharing più cliccati in lingua inglese. Ai primi cinque posti ci sono solo siti «Cyberlocker», come viene chiamata questa evoluzione del download di file, legali e illegali, dalla Rete. E in totale su dieci, appena due (The Pirate Bay e Torrentz.eu) sono torrent.
ARCHIVIAZIONE E CONDIVISIONE – I «Cyberlocker» sono siti che permettono l’archiviazione e la condivisione di dati, attraverso server dedicati. Un sistema che può essere utilizzato, quindi, anche per «scaricare» file in modo illegale, facendosi beffa – ancora una volta – del diritto d’autore. Al primo posto della classifica si colloca 4shared (con 2,5 miliardi di pagine viste e 55 milioni di utenti unici al mese), seguito da Megaupload (37 milioni di utenti unici al mese) e Mediafire (34 milioni). «Solo» quinto il più famoso Rapidshare. Il sito tedesco (con sede in Svizzera) è stato protagonista di numerose battaglie legali, legate a problemi di pirateria. Nel 2007 il tribunale di Duesseldorf, su denuncia della Gema (la Siae tedesca), aveva costretto il sito a controllare la «legalità» della provenienza dei file musicali che venivano caricati sul server. Nel 2010, un’altra sentenza, questa volta americana, ha ribaltato il risultato. La denuncia proveniva da Perfect 10, azienda californiana specializzata in contenuti per soli adulti, che sosteneva la violazione del copyright relativo alla pubblicazione di alcune immagini: in quel caso i giudici ritennero il servizio di file hosting non responsabile dei contenuti caricati.

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http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_agosto_30/file-hosting-nuovo-pericolo-pirateria_8e9d5884-d2d8-11e0-874f-4dd2e67056a6.shtml

BIODISEL DAL GRASSO DI ALLIGATORI

IL CORRIERE DELLA SERA, 30/08/2011

Sempre alla ricerca di un nuovo metodo per produrre biocarburanti e riciclare rifiuti, ecco una nuova idea. Produrre biodiesel con il grasso di alligatori. Se non fosse stata pubblicata da un'autorevole rivista americana (Industrial & Engineering Chemistry Research) sembrerebbe una classica battuta da solleone agostano, invece Rakesh Bajpai, professore di ingegneria chimica all'Univiersità della Louisiana Lafayette, e colleghi che hanno effettuato approfondite analisi di laboratorio per verificarne la fattibilità, assicurano che l'olio ricavato dal grasso di alligatori è molto simile a quello derivato dalla soia e raggiunge praticamente tutti gli standard ufficiali per un classificare un biodiesel di «alta qualità».

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http://www.corriere.it/ambiente/11_agosto_30/biodiesel-grasso-alligatori_a5af9f7e-d31d-11e0-874f-4dd2e67056a6.shtml

martedì 30 agosto 2011

The Warrios - Warriors vs. Baseball Furies (Original version)

AC/DC - Hell's Bells

Smoke on the water

The Clash - London Calling

Led Zeppelin - Heartbreaker

Time - Pink Floyd

Steppenwolf - Born To Be Wild

WIKILEAKS

DER SPIEGEL, 08/29/2011

Leak at WikiLeaks
Accidental Release of US Cables Endangers Sources

The ongoing conflict between WikiLeaks founder Julian Assange and his former German spokesman Daniel Domscheit-Berg has led to the accidental release of confidential data that was in WikiLeaks' possession. Since the beginning of the year, an encrypted file has been circulating on the Internet containing the collection of around 251,000 US State Department documents that WikiLeaks obtained in spring 2010 and made public in November 2010.

The release of the file could potentially endanger the informants mentioned in the documents, many of whom live in countries whose governments are hostile to the US. The confidential diplomatic cables were redacted before publication to protect sources, but the file on the Internet contains the original, unedited documents.
In the summer of 2010, Assange stored the password-protected file containing the cables in a concealed location on a WikiLeaks server. He gave the password to an external contact to allow him access to the material contained in the file.

When Domscheit-Berg left the organization in September 2010 together with a German programmer, the two men took the contents of the server with them, including the encrypted file containing the documents. As a result, Assange no longer had access to the file.

Hidden Directory

At the end of 2010, Domscheit-Berg finally returned to WikiLeaks a collection of various files that he had taken with him, including the encrypted cables. Shortly afterwards, WikiLeaks supporters released a copy of this data collection onto the Internet as a kind of public archive of the documents that WikiLeaks had previously published. The supporters clearly did not realize, however, that the data contained the original cables, as the file was not only encrypted but concealed in a hidden subdirectory.
Then, in the spring of 2011, Assange's external contact made public the password that he had received from Assange without realizing that this would allow access to the unredacted US cables. The slip-up remained undetected for several months. Members of OpenLeaks, the rival whistleblower organization recently set up by Domscheit-Berg, have now drawn attention to the lapse. They say it proves Domscheit-Berg's allegation, which he has been making for months, that data held by WikiLeaks is "not secure."

A number of media organizations, including SPIEGEL, first reported on the contents of the leaked cables in November 2010. All the publications made sure to redact the documents to obscure the name of informants in particularly sensitive positions to protect them from retaliation. A number of the files were entirely withheld from publication to avoid endangering sources.

Correction: An earlier version of this article incorrectly stated that Assange gave the password to an associate of his. In reality, it was an external contact. We have corrected the article accordingly.

Aisha Gadafi da a luz a una niña en Argelia

EL DIARIO VASCO, 30/08/2011

Aisha Gadafi, la hija del dictador libio, ha dado a luz en la mañana de hoy a una niña en Argelia, adonde llegó ayer junto a su madre y dos de sus hermanos. "Aisha ha dado a luz esta mañana temprano a una niña", informa un funcionario argelino que no ha querido identificarse y se ha negado a dar más detalles.
El Ministerio de Exteriores de la República del Magreb ha informado de que ha acogido a parte de la familia Gadafi. Safia es la segunda esposa del exdictador libio, con la que ha tenido la mayoría de sus hijos. Mohamed es el mayor de los vástagos, hijo de Fatiha, primera mujer del dirigente libio. El Gobierno argelino ha explicado que transmitió la información de la llegada de los familiares de Gadafi a Ban Ki Moon, secretario general de la ONU.
Argelia también se puso en contacto con la Presidencia del Consejo de Seguridad de la ONU y con Mahmud Jibril, primer ministro del Consejo Nacional de Transición (CNT), un órgano que el Gobierno argelino aún no reconoce. El CNT, por su parte, considera que el movimiento de Argelia supone "un acto de agresión".

93 ANNI FA L'ATTENTATO A LENIN

JUVENTU REBELDE, 30/08/2011

Atentado a Lenin
El 30 de agosto de 1918, hace 93 años, la contrarrevolución disparó a mansalva tres traicioneros disparos, con balas envenenadas, para matar al líder del primer Estado socialista del planeta

Luis Hernández Serrano
serrano@juventudrebelde.cu
29 de Agosto del 2011 22:32:27 CDT
No llevaba escolta que observara especialmente las manos y los brazos de los posibles enemigos. En la fatídica tarde del viernes 30 de agosto de 1918 una mujer disparó contra Lenin.
Cuando iba a entrar al auto, Fanni Yefímova Kaplán, (resentida, terrorista, mercenaria y psicópata), le gritó: «¡Ilich, Ilich!», y al virarse él para ver quién lo llamaba con tanta insistencia, le hizo tres disparos a boca de jarro, uno que solo atravesó su saco, sin dañarlo a él, y otros dos que sí lo hirieron.
El máximo jefe ruso vestía un sencillo traje corriente: gabán oscuro, chaleco, camisa de cuello blando y un cordón de borlas en vez de la corbata que se usaba en aquellos tiempos en su país.
Los traicioneros balazos de la contrarrevolucionaria fueron disparados con una pistola Browning, utilizada por los servicios especiales, cargada con balas envenenadas.
Un plomo le penetró por el omóplato izquierdo, le interesó la parte superior del pulmón y se atascó en la región derecha del cuello, más arriba de la clavícula. El otro le dio en el hombro izquierdo, fracturó el húmero y se incrustó bajo la piel, en la región humeral de ese mismo lado.
El hecho tuvo lugar cuando el dirigente bolchevique salía de la fábrica Michelson, donde pronunció un discurso sobre la actualidad de Rusia y los objetivos de aquella importante industria que estaría vinculada a su idea de electrificar el país.
Allí había dicho unos minutos antes: «Tenemos una sola salida: ¡la victoria o la muerte!».
«¡Calma, camaradas. Esto no tiene importancia! ¡Manténganse tranquilos!». Era el propio Lenin, que inmediatamente cayó boca abajo y sobre él se inclinaron enseguida su chofer, Stephan Guil, y dos obreros, quienes acomodaron rápidamente a su líder en el carro y partieron los cuatro a toda velocidad.
Uno de los obreros era Iván Polutorni quien, con un pedazo de tela arrancado de su ropa, le hizo un torniquete en el brazo herido para evitar la hemorragia.
Tomaron por la calle Bolshaya Polianka, en el distrito de Zamoskovetski. Intentaron detenerse en la Casa de la comunidad de Iverskaya, pero Lenin ordenó seguir directo al Kremlin. Al llegar, se negó a ser ayudado por sus acompañantes y subió solo al tercer piso, salvando 52 escalones.
El primer médico que lo atendió fue Alexander Vinocurv, Comisario del Pueblo para la Seguridad Social. Y al otro día, lo examinó el cirujano Vladimir Rozanov, a quien le dijo: «Esto puede sucederle a cualquier revolucionario».
Unos 14 ejércitos intentaron destruir la consolidación de la Revolución de Octubre —aquel empeño leninista de enorme envergadura— y como no pudieron, los enemigos de la nueva Rusia idearon el siniestro plan de asesinarlo.
Los imperialistas yanquis, por supuesto, ayudaban a los Guardias Blancos y a los principales jefes contrarrevolucionarios.
Cuando el líder ruso recibió un telegrama desde el Primer Ejército del Frente Oriental, que decía, «Querido Vladimir Ilich, la toma de su ciudad natal es la respuesta por su primera herida; por la segunda será Samara», Lenin comentó: «La toma de Simbirsk, donde nací, es el mejor remedio, el mejor tratamiento para mis heridas».
El 25 de septiembre de 1918 los galenos sugirieron llevarlo a la aldea Gorki, a 35 kilómetros al sudeste de Moscú, a cuatro kilómetros de la estación ferroviaria Guerásimovo, a orillas del río Pajrá, a la casa que fuera del general zarista Rheinbot.
El propio Lenin, en broma, diría a su hermana María, en marzo de 1923: «En 1917 descansé en una choza, cerca de Sestroretsk, gracias a los Guardias Blancos; y en 1918, gracias a los disparos de Kaplán». Se refería a la choza junto al lago Razliv, donde estuvo en julio y agosto, para protegerse del gobierno provisional burgués que lo perseguía tenazmente. Y Kaplán era la enemiga a sueldo que le disparó plomo envenenado para asegurarse de que moriría.
Quiso el dirigente ruso dictar a diario ideas importantes, pero los médicos se lo prohibieron. Su hermana María contó que Lenin dio un ultimátum: «O me lo permiten, o me niego a curarme».
Y llegaron a decirle que no podía leer ni escribir, a lo que adujo convencido: «¡Pero no me pueden prohibir que piense!».
Un súbito derrame cerebral aceleró su fallecimiento, a las 6:50 de la tarde del 21 de enero de 1924, con 54 años solamente. Y al otro día, a las 6 de la mañana, la Radio de Moscú anunció su muerte al mundo. A Serguei Menkúrov se deben la mascarilla y la copia de sus manos.
Fuentes: Símbolo contra la amnesia histórica, 20 de enero 2006; Lenin sigue siendo un paradigma intocable, 22 abril 2008; No me pueden impedir que piense, 20 de enero 2009 y La muerte de un paradigma, 21 enero 2010, todos del autor, en Juventud Rebelde. Dos disparos que cambiaron la historia, Jorge Wejebe Cobo, La Calle del Medio, página 11, noviembre de 2010.

Arrancó en Daegu XIII Mundial de Atletismo

VANGUARDIA, 27/08/2011

Con la largada de la maratón femenina se subió el telón del XIII Campeonato Mundial de Atletismo que, con la presencia de 2 000 atletas de 201 países, acogerá hasta el próximo domingo 4 la ciudad sudcoreana de Daegu.
Desde el mismo inicio los cubanos están inmersos en la lucha por las preseas, pues tanto la discóbola Yarelis Barrios (65.44 metros esta temporada) y los decatlonistas Leonel Suárez (8 440) y Yordani García (8 397) y el pertiguista Lázaro Borges (5.75) se jugaban la clasificación como parte de un equipo de 31 deportistas.

Precisamente Yarelis fue la primera con boleto finalista gracias a su disparo de 63.80 en el grupo A del disco.

Los antillanos tienen potencial para mejorar el escaño 12 del medallero que obtuvieron en la edición de Berlín’09, avalados por una presea de oro, cuatro platas y un bronce. (SE)Arrancó en Daegu XIII Mundial de Atletismo

La nueva vieja mentira de Estados Unidos: Cuba, país terrorista

VANGUARDIA, 19/08/2011

Los Estados Unidos hicieron público este jueves 18 de agosto los llamados «informes por países sobre terrorismo del año 2010», el cual ubica a Cuba como «Estado patrocinador» de estas actividades junto a Irán, Siria y Sudán.


Cartel en una calle de La Habana que recuerda que Estados Unidos mantiene libre en Miami al terrorista Luis Posada Carriles, responsable de la voladura de un avión civil cubano que costó la vida a 73 personas. Posada Carriles tiene un juicio pendiente por esta causa en Venezuela.

La noticia es vieja: desde 1982 el Departamento de Estado norteamericano incluye a la Isla en su lista negra anual, y cada año que pasa lo único que aumentan son las incoherencias de su argumentación. El informe recurre por enésima vez a los viejos e indemostrables lugares comunes de que Cuba apoya a las FARC y a ETA, que se caen por su propio peso y, acto seguido, reseña una serie de hechos que lo único que prueban es la seriedad con que la Isla enfrenta este flagelo.
Veámoslo por puntos:

1.-Dice el informe que no existen pruebas de que haya roto la relación con las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC). Sin embargo, reconoce que fue un «contacto limitado con los miembros de las FARC, pero no hubo evidencia de apoyo financiero material directo o en curso».

2.- Sin citar fuentes ni encomendarse a nadie, asegura que «recientes informes de prensa indican que algunos miembros actuales y anteriores de Patria Vasca y Libertad (ETA) siguen viviendo en Cuba». Sin embargo, reconoce que durante el mes de marzo del año pasado las autoridades cubanas «permitieron a la Policía Española viajar a Cuba para confirmar la presencia de presuntos miembros de ETA».

Estos son los supuestos «pecados» de Cuba, que ya quisieran por un día de fiesta muchos de los países que no están en la lista de terroristas, empezando por el que redacta el informe. A partir de ese primer párrafo y sin nada «malo» que agregar, los hechos se despojan de toda retórica y van al grano:

1.-Reconoce el esfuerzo del gobierno cubano para evitar que emigrantes de países terceros lleguen ilegalmente a Estados Unidos y atenten contra la integridad de sus fronteras y la seguridad transnacional.

2.-Cuba investigó el contrabando de inmigrantes y otras actividades relacionadas a través de un tercer país.

3.-En el mes de noviembre, «permitió a representantes de la Administración de Seguridad en el Transporte (TSA) conducir una serie de inspecciones de seguridad a través de aeropuertos de la isla».

4.-«El gobierno cubano continúa persiguiendo agresivamente a las personas sospechosas de actos terroristas en Cuba».

Y, ¡oh sorpresa!, pone como ejemplo la extradición desde Venezuela del terrorista confeso salvadoreño Francisco Antonio Chávez Abarca por su «presunta participación en una serie de atentados con bombas contra hoteles e instalaciones turísticas a mediados de la década de 1990». Participación demostrada en el juicio celebrado en La Habana. El informe reconoce que fue hallado culpable y condenado a «30 años de prisión por cargos de terrorismo»... El Tribunal Supremo cubano conmutó las condenas a muerte de dos salvadoreños, René Cruz León y Otto René Rodríguez Llerena, quienes habían sido condenados por terrorismo».

Lo extraordinario es que esta percepción del gobierno de EEUU respecto a Cuba coincide con un cable fechado en septiembre de 2009, divulgado por Wikileaks y emitido por el jefe de la Sección de Intereses de EEUU en La Habana. Jonathan D. Farrar da cuenta a sus superiores del encuentro celebrado en la capital cubana entre Bisa Williams, subsecretaria del Departamento de Estado, y el viceministro de Relaciones Exteriores, Dagoberto Rodríguez. Según el documento, Williams explicó que Cuba podría ser eliminada de la lista si se seguían procedimientos específicos y se efectuaba una revisión del proceso entre ambas partes.

Ni Farrar, ni Bisa Williams, ni nadie en su sano juicio podría incluir a Cuba, con informe o sin él, en la lista de países que patrocinan el terrorismo. A lo que podría añadirse que aquellos que cada año están obligados a redactarlo no solo no se creen la mentira, sino que pasan las de Caín para enhebrar un párrafo con otro.

La pregunta, entonces, es: ¿a quién quiere engañar Estados Unidos?

LA FAMIGLIA GHEDDAFI SI RIFUGIA IN ALGERIA

LA STAMPA, 30/08/2011

DI GIOVANNI CERRUTI

Alle cinque del pomeriggio, quando la colonna di 22 jeep è rientrata al campo base, l’ingegner Mahammoud al Ghiryani ha chiamato i suoi volontari della «Brigata Misurata» sotto il tendone di plastica blu che è l’improvvisata sala riunioni. «Bisogna prepararsi, lui si nasconde a Bani Walid». Appena 100 chilometri a Sud-Est di questo accampamento: che era la spiaggia privata di Safia, la moglie di Gheddafi. Sanno già della conferma algerina, proprio Safia e due figli hanno già passato il confine. Potrebbe essere l’inizio della fuga di famiglia. La «Brigata Misurata» aspetta l’ordine di partenza. Forse già nella notte.

Sulla spiaggia sparano in aria, questa potrebbe essere una buona notizia. E allora il tendone si svuota e diventa armeria, i kalashnikov da oliare, i gipponi da riempire di gasolio, una frenesia che prende tutto questo accampamento dove sono in duemila, tutti di Misurata, tutti soldati di professione. I fabbri reclutati a Tripoli sistemano i bulloni che reggono le mitragliatrici, altri caricano acqua, succhi di frutta, pane. Solo attorno alla poltrona e allo specchio da barbiere non c’è nessuno. È un’eccitazione che cresce. «Adesso è lui il topo», dice l’ingegner Ghiryani. Resta da capire se è davvero nella tana.

Anche in città c’è agitazione, ma è per la fine del Ramadan che si avvicina. Ancora non sanno, o forse non ci vogliono credere. In Piazza Verde sono appena ripresi i soliti traffici, son tornati i cambiavalute, i contrabbandieri di sigarette, quelli che vendono schede per i telefonini, i primi segnali del ritorno alla normalità. E quando passano altre jeep della «Brigata Misurata», tutte dipinte di nero e con le mitragliatrici sui cassoni, i ribelli che gridano e sparacchiano, pochi capiscono il perché. Se non vedono la fotografia del raiss in manette, o in condizioni ben peggiori, paura e diffidenza resteranno in città.

Così si scopre che di Tripoli ce ne sono almeno due: quella che dà la caccia a Gheddafi e quella che aspetta che sia finita. Dall’Ospedale Centrale, dove continuano a mancare acqua, infermieri e medicine, la volontaria Ragja Farhat, 53 anni, italiano perfetto, quando alle sette del pomeriggio smette il turno di dieci ore racconta questo senso di insicurezza e prudenza. «Per noi, Gheddafi è ancora qui in città, e tutti ne hanno ancora paura». Potrebbe essere ovunque, e una leggenda tripolina assicura che sarebbe nei tunnel scavati sotto la città. Per la signora Ragja è un incubo che ancora non se ne va.

L’Ospedale Centrale è un’eredità dell’occupazione italiana, «costruito sul modello del San Camillo di Roma». Al posto delle infermiere, adesso, ci sono le volontarie e i boy scout di Tripoli. «Erano tutte legate a Gheddafi, tutte con la casa ad Abu Salim, il quartiere del regime. Se ne sono andate tutte assieme, e una ha pure chiuso con un lucchetto la porta d’ingresso». Ne sono rimaste solo tre, di infermiere. E se non fosse per questi volontari, per chi porta da casa bidoni l’acqua per medici e malati, l’Ospedale l’avrebbero già chiuso. «Colpa sua, di Gheddafi che ha sempre odiato Tripoli e i libici», dice Ragja.

Deve finire presto, questa caccia al raiss, con la paura non ci sarà nessuna normalità e non bastano le scritte «Lybia free» o, in italiano, «Libia libera dai topi». Non è ancora così, per i tripolini. E basta andare alla Chiesa Cattolica, tutta bianca e dedicata a San Francesco, per vedere come si deve arrangiare padre Avam, francescano filippino, un altro che non si fida. «La notte di una settimana fa sei miliziani di Gheddafi sono entrati nel convento con le armi. Hanno saccheggiato la sacrestia, si sono portati via la televisione e tutto quello che c’era da mangiare». Da quella notte apre il portone solo a chi conosce.

Nel quartiere di Dahla, la Chiesa e il convento francescano non sono lontani dall’ambasciata italiana. O meglio da quel che resta. Mezza bruciata, 18 macchine incendiate, carta intestata dell’ambasciatore, documenti, scartoffie, timbri, lattine di tortellini, l’elenco degli italiani sepolti nel cimitero di Tripoli dappertutto. I fotografi sono arrivati per primi, e le immagini ben raccontano come sia finita la storia tra Italia e Gheddafi. Ambasciata chiusa e abbandonata a fine marzo, e poi devastata. Nella sala riunioni, su un lungo tavolo, un gatto rossiccio sta finendo un pezzo di panettone rinsecchito.

È che non sono solo le rovine a ricordare cos’è successo a Tripoli. È quest’incertezza che continua, queste voci più o meno autorevoli che finora hanno sempre avvicinato e poi allontanato la fine della storia. È la paura della signora Ragja. Sono i tre colombi bianchi che padre Avam ha chiuso nella gabbia. Non è ancora il momento, per crederci, per rimettere assieme le due Tripoli costrette a convivere tra kalashnikov e festa di fine Ramadan. Sulla spiaggia preferita da Safia Gheddafi, a sera tira un vento fresco. I duemila della «Brigata Misurata» aspettano solo l’alba e un ordine. «Andiamo a prendere il topo!»

CANI E GATTI IN CONDOMINIO VIETATO VIETARE

LA STAMPA, 30/08/2011

DI ANTONELLA MARIOTTI

Vietato vietare. In estrema sintesi è questa la proposta di legge della deputata Gabriella Giammanco, Pdl, che vorrebbe cancellare tutti quei regolamenti condominiali che vietano, appunto, di tenere un animale in famiglia. La deputata è la stessa che si oppone ai circhi con animali, prima firmataria di una legge in tal senso, e che ha fatto modificare il codice della strada per obbligare al soccorso dei quattro zampe feriti sull'asfalto.

Adesso l'obiettivo sono i regolamenti condominiali e se la legge Giammanco verrà approvata - è in commissione giustizia a Montecitorio - via libera a cani, gatti e anche conigli, cavie e a tutti gli altri animali che ormai abitano le case degli italiani. Certo se qualcuno vuol tenersi la capra o il maiale (George Clooney ha pianto per diversi mesi il suo Max) la cosa è un pochino più complessa e si deve segnalarne la presenza all'Asl.

Nello zoo di famiglia ci sono almeno 45 milioni di animali, sette milioni di cani, quasi otto di gatti, il doppio di pesci e 12 di uccellini. Poi diecimila i serpenti «dichiarati» mentre «solo» tremila sono i leoni, le tigri e i ghepardi. Tutti costano due milioni e mezzo ogni anno per cibo, veterinario e cure. I problemi arrivano se il piccolo «peloso» non è gradito al vicino di pianerottolo, o se il regolamento di convivenza vieta all'origine la presenza di animali. Finora il divieto doveva essere introdotto nel regolamento all'atto del contratto di acquisto. Cioè se il costruttore decide per il no all'animale, quando si acquista una casa bisogna tenerne conto. Solo dopo un'assemblea condominiale si può cambiare rotta, ma non sempre è facile. E qui interviene la nuova legge cancellando la possibilità di divieto all'origine.

«In realtà non è che si litighi poi così tanto per gli animali, però...»: parola di Carlo Parodi, direttore dell'ufficio studi dell'Associazione nazionale amministratori di condominio. Che spiega: «Da uno dei rapporti Censis sulle principali cause di liti condominiali la questione degli animali è in realtà al terzo posto. Personalmente faccio da 30 anni l'amministratore di condominio e non ho trovato grosse conflittualità. Il problema è che si deve fare attenzione quando si acquista una casa a leggere bene il regolamento condominiale».

Una sentenza della Cassazione infatti ha sancito che si possono inserire tutti i divieti che si vogliono. Allora come fare? «Non ci si può opporre ma devo dire - precisa Parodi - che le difficoltà arrivano se il cane di casa sporca parti comuni o se abbaia anche di notte. Di solito sono ben accolti anche quando il regolamentolo vieta».

Per l'onorevole Giammanco però non si tratta di «introdurre una normativa che possa essere applicata indifferentemente a ogni animale, ma solo agli animali domestici posseduti per compagnia e senza scopi alimentari. Solo per questi animali, che sono definiti animali familiari». Inutile sottolineare che le associazioni animaliste esultano e sono tutte a favore della legge. «I problemi nascono nelle case degli Enti.

E in tutte quelle realtà di accoglienza di persone in difficoltà, dove l'animale di casa deve essere lasciato per strada o in canili e gattili. Sono scelte laceranti per chi già è provato».

Carla Rocchi, presidente dell'Ente nazionale protezione animali, appoggia la proposta ma rilancia per tutte quelle realtà pubbliche o private di aiuto che ancora sono troppo «antropocentriche».

Nella proposta Giammanco c'è posto anche per una apertura in questo senso: gli animali domestici potranno seguire i propri padroni in caso di ricovero per anziani, in ospedale e in case di accoglienza. Se la pet-therapy è riconosciuta scientificamente come efficace, perché proibire quella fatta in casa?

SAN RAFFAELE A RISCHIO FALLIMENTO

LA STAMPA, 29/08/2011

La montagna di debiti del San Raffaele cresce a dismisura e raggiunge quota un miliardo e mezzo, mentre il patrimonio netto gira in negativo. I dati allarmanti emergono dall’esame dei conti effettuato dal Cda della Fondazione Monte Tabor che, pur definendo le passività soltanto «potenziali», decide di darsi appuntamento a lunedì prossimo per esaminare le linee guida del piano di salvataggio.

Del resto il tempo stringe e ai superconsulenti, Enrico Bondi e Renato Botti - assistiti dall’avvocato Franco Gianni -, restano soltanto due settimane per scongiurare di dover portare in Tribunale i libri del gruppo ospedaliero fondato da Don Luigi Verzè. La magistratura infatti aveva fissato al 15 settembre il termine ultimo per presentare un piano che, con ogni probabilità sarà un concordato preventivo.

Il tutto mentre il novantunenne presidente, che la scorsa settimana aveva inviato una lettera al nuovo Cda targato Santa Sede per denunciare di essere stato tagliato fuori dall’assetto decisionale dal San Raffaele, oggi è tornato a presiedere la riunione del consiglio durante la quale, però, gli è stata ribadita la necessità di voler proseguire nella totalità discontinuità rispetto alla gestione precedente, sotto la guida di Mario Cal, l’ex vice presidente che si è tolto la vita lo scorso luglio in seguito al faro della procura di Milano sui conti del gruppo.

A conferma di questo, il consiglio ha ribadito l’obiettivo di «definire nei tempi previsti una soluzione tecnica che consenta di marcare la necessaria discontinuità gestionale, pur garantendo la continuità dello spirito della Fondazione».

Venendo ai conti, a far lievitare le passività del gruppo di Via Olgettina che, secondo l’advisor Deloitte, a fine giugno sono salite a 1,476 miliardi (nel bilancio 2010 ammontavano a meno di un miliardo di euro), è stato il sistema di garanzie concesso dalla Fondazione per conto di alcune controllate, i cui nomi però non vengono resi noti. In particolare, di questa montagna di debiti 431 milioni sono legati al leasing, al factoring e alle garanzie concesse.

Ma non finisce qui. L’altro dato allarmante infatti è il patrimonio netto che è stato rettificato in negativo per 210 milioni di euro. Nell’analisi precedente il dato era positivo (ammontava a 28 milioni) e la variazione è legata al fatto che Deloitte ha rivisto i principi contabili, facendo riferimento alle società per azioni. Da segnalare, infine, che il consiglio ha nominato Maurizia Squinzi nuovo direttore amministrazione e finanza. L’incarico decorrerà dal primo settembre.

CENSURA PER IL TWITTER CINESE

LA STAMPA, 29/08/2011

DI ILARIA MARIA SALA

Weibo compie due anni, e il regalo che riceve dalle autorità cinesi non è dei più generosi: il servizio di microblogging del portale cinese Sina.com, molto simile a Twitter (che invece è inaccessibile in Cina) d’ora in poi sarà infatti sottoposto a ulteriori controlli. Questo, dopo che il segretario di Partito di Pechino, Liu Qi, ha visitato gli uffici della Sina Corp chiedendo che venisse dedicata maggior attenzione a prevenire i casi di “diffusione di notizie false o dannose” tramite i servizi di microblogging. In risposta, ecco che l’azienda ha notificato i sui 200 milioni di utilizzatori che sarebbe stato lanciato un servizio parallelo a Weibo chiamato “Weibo smentisce le voci”, il cui scopo dovrebbe essere quello di contrastare le informazioni false che potrebbero circolare sul net. Inoltre, sempre stando alle dichiarazioni di Sina, i conti di chi dovesse circolare con “voci o notizie infondate” saranno chiusi con effetto immediato. Nello stesso comunicato Sina ha precisato che una notizia brevemente circolata su Weibo riguardante l’uccisione di una donna di 19 anni era falsa, e che i conti di chi ne avevano discusso erano già stati sospesi.

L’annuncio di Sina Corp giunge in un momento molto delicato della breve vita di Weibo: vista la censura vigente nel paese, che controlla tutti media nazionali, l’immediatezza di comunicazione ottenibile tramite Weibo fin’ora ha fatto sì che alcuni argomenti potessero essere discussi — per qualche ora almeno — più liberamente tramite questo supporto che altri media. Weibo, come il resto del web cinese, è sorvegliato da numerosi censori: solo questo marzo l’amministratore delegato di Sina Corp Charles Chao, aveva dichiarato alla rivista americana Forbes che Weibo impiega 100 persone per controllare quello che viene scritto dagli utenti.

Ma in molte occasioni Weibo si è dimostrato capace di mettere pressione sulle autorità nel corso di crisi nazionali. L’episodio importante più recente si è avuto in luglio, quando due treni ad alta velocità si sono scontrati nei pressi della città di Wenzhou, causando 40 morti (fra cui una vittima italiana). Molti dei tentativi di minimizzare l’accaduto, e alcuni gravi errori commessi dalle autorità preposte ad occuparsi di gestire l’emergenza, sono stati denunciati proprio da Weibo, che ha potuto svolgere un ruolo di controllore dell’operato del governo che, evidentemente, non è andato a genio. In mille altre occasioni, dagli innumerevoli scandali alimentari che avvengono a ritmo quotidiano nel paese, a altre situazioni in cui l’opinione pubblica fatica a fidarsi della versione ufficiale degli eventi, ecco che chi può si rivolge a Weibo, per accertare fatti e chiedere informazioni supplementari.

Gli utilizzatori del servizio hanno dunque accolto la notizia dei nuovi controlli con numerose proteste, molte delle quali sono però state diffuse in cinese su Twitter (che viene utilizzato da chi sa “scavalcare il muro” della censura cinese). Molti hanno infatti scritto che le nuove misure sono volte “nascondere la verità travestendola da notizia menzognera”.

Una seconda notizia che riguarda i microblogging – per ora non ancora confermata – parla invece dell’intenzione di Sina, e degli altri portali con questo tipo di servizio, di introdurre una politica simile a quella di Facebook, ovvero di autorizzare che gli utenti si registrino, e utilizzino, solo i loro veri nomi, così come compaiono sui documenti. Per il momento, tanto Twitter che Weibo consentono di utilizzare pseudonimi o soprannomi. Ma il fatto che questa prassi stia venendo messa in discussione in diversi articoli apparsi su giornali ufficiali ha lanciato l’allarme fra i netizen cinesi, già severamente controllati.

IN RUSSIA ARRESTATO CANNIBALE

IL CORRIERE DELLA SERA, 29/08/2011

La polizia di Murmansk, nella Russia nordoccidentale, ha arrestato un 21enne russo sospettato d'aver ucciso e mangiato un altro giovane. Una storia agghiacciante anche per i suoi dettagli: la «preda» è stata macinata e il cannibale ne ha fatto crocchette e salami.

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http://www.corriere.it/esteri/11_agosto_29/russia-cannibale-arresto_0fde0a94-d250-11e0-a205-8c1e98b416f7.shtml

BONN: TICKET PER IL "PARCHEGGIO" ALLE PROSTITUTE

IL CORRIERE DELLA SERA, 29/08/2011

DI ELMAR BURCHIA

- Pagare le tasse attraverso un sistema di biglietto per il parcheggio. E per poter continuare a offrire le prestazioni sulle strade, le prostitute dovranno ritirare un ticket dalle macchinette installate dall’Ufficio federale per le imposte. Succede a Bonn, città tedesca con 320 mila abitanti.
SEI EURO A NOTTE - Per rimpinguare le desolate casse comunali, la città di Bonn ha deciso di riscuotere le tasse anche dalle prostitute che lavorano in strada. Da lunedì le lucciole dovranno ritirare un biglietto se vorranno continuare a essere in regola. Il ticket è di sei euro a notte. La prima macchinetta che eroga i tagliandini, molto simile ai distributori per i parcheggi delle auto, è già stata installata, altre seguiranno. «Si tratta innanzitutto di equità fiscale», ha spiegato una portavoce della città di Bonn, secondo quanto riporta l’agenzia dpa. Le signore che esercitano la prostituzione in appartamenti e locali già pagano le tasse, ora la nuova misura farà pagare una sorta di occupazione di suolo pubblico alle lucciole.

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PENSIONI: PROTESTA SUL WEB

LA REPUBBLICA, 30/08/2011

DI CARMINE SAVIANO

Su blog e social network l'indignazione dopo la notizia che gli anni del servizio militare e quelli universitari non potranno più essere conteggiati per calcolare l'età pensionabile. Rabbia diffusa. Fra chi accusa il governo di "scaricare il costo della manovra sui più deboli" e chi si domanda: "Che fine faranno quei diciotto milioni spesi per riscattare la mia laurea?"

Silvio Berlusconi
e Giulio Tremonti
ROMA - Un anno di vita militare "buttato al vento". Abbiamo servito la patria e "adesso ci ripagano così". Per il nostro governo "lo studio e l'università sono solo tempo sprecato". E' un gioco di specchi. Non appena si diffonde la notizia che gli anni dell'università e del servizio militare non potranno più essere conteggiati 1per calcolare l'età pensionabile, in rete scatta l'indignazione dei cittadini. In migliaia criticano con durezza l'ultima scelta dell'esecutivo 2guidato da Silvio Berlusconi. "Mi state rubando quattro anni di riscatto di studi universitari e un anno di servizio militare mentre i vostri privilegi restano gli stessi".

"La giustizia di Arcore e di via Bellerio è dunque la seguente - commenta il segretario del Pd, Pierluigi Bersani - non si può rompere il patto con gli evasori fiscali e gli esportatori illeciti di capitali, ma lo si può rompere con chi è stato tanto fesso da servire il Paese facendo il militare o da studiare e poi riscattare di tasca propria la laurea. Dopo il patto di Arcore, i conti della manovra del governo tornano ancora di meno e le ingiustizie pesano ancora di più".

La rabbia è diffusa. Per un governo "che protegge sempre e comunque gli interessi dei più ricchi". Che scarica il "costo della manovra finanziaria sui più deboli, su chi ha fatto enormi sacrifici per studiare e assolvere ai doveri nei confronti del Paese". Facebook e i social network diventano veicolo di una protesta che mette insieme migliaia di cittadini. Nel mirino, finiscono tutti i privilegi non scalfiti dalle misure della manovra di Ferragosto. L'amarezza emerge da numerosi commenti. Tra gli altri: "Vivevo in Inghilterra, dovetti abbandonare tutto per fare il militare e adesso non me lo conteranno nemmeno". E ancora: "Che fine faranno quei diciotto milioni spesi per riscattare la mia laurea?".

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http://www.repubblica.it/economia/2011/08/30/news/manovra_web-21030091/?ref=HRER1-1

I BAR STAZIONI DI UNA VITA PRECARIA

LA REPUBBLICA, 29/08/2011

DI ILVO DIAMANTI

FATICO a capire i giovani, nonostante che io me ne occupi da quand'ero giovane. Cioè da molto, troppo tempo. Certo, ho la fortuna di frequentarli spesso e con regolarità, da genitore e professore. Tuttavia, mai come in questa fase stento a riconoscerli, perché mi è, comunque, difficile misurarmi con essi. Certo, i tempi sono cambiati da quand'ero giovane anch'io. Secoli, millenni. Non c'è bisogno di rammentare le distanze cosmiche dal punto di vista delle tecnologie e dei metodi di comunicazione a livello personale e sociale. Però alcuni riferimenti, alcuni luoghi del paesaggio che compone la nostra vita quotidiana sono rimasti gli stessi. Anche se nella pratica non sono più gli stessi. Sono divenuti "altro".

I bar, ad esempio. Ci sono ancora, come quando io ero giovane. A volte sono negli stessi luoghi, con gli stessi nomi. Però è cambiato l'uso che se ne fa. Il posto che hanno nella giornata e nella vita dei giovani. Ai miei tempi (che impressione usare questa formula. Segno che sono davvero invecchiato) i bar erano luoghi e centri sociali. Ci passavi le sere. Le domeniche. Uscivi di casa e andavi là, dove incontravi gli amici. Il barista era una figura leader della formazione giovanile. Veniva dopo i genitori, gli insegnanti e gli amici stretti. Andavi al bar. Poi decidevi dove recarti. Al cinema, a una manifestazione, a una festa, a zonzo. E ci tornavi più tardi. Peró potevi anche scegliere di rimanere lì. Di passarci la sera a giocare a biliardo, a calcetto, a carte. A bere, chiaccherare, tirare tardi. E, comunque e soprattutto, la vita del bar si svolgeva inevitabilmente dentro. Dentro. Il bar, come ho detto, era un luogo e un centro sociale in sè. E, in particolare, "un" bar. Dove si trascorreva gran parte del tempo libero.

Ora non è più così. Basta girare per le città per vedere che i giovani si ammassano "fuori". Davanti e intorno al bar. Occupano uno spazio ampio, variabile. Il marciapiede, l'intera strada. In piedi, appoggiati ai muri, seduti sull'asfalto... Sono tanti, tantissimi. Alle ore più diverse.

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http://www.repubblica.it/rubriche/bussole/2011/08/29/news/bar-21001766/?ref=HREC2-3

RAMADAN UN RITO "ITALIANO"

LA REPUBBLICA, 29/08/2011

DI BINI, RECCARDI, RAVARINO, SCHIAVAZZI

La celebrazione islamica coinvolge già 1,3 milioni di musulmani nel nostro Paese. Siamo entrati nella moschea e nelle case di Torino per raccontare un rito che ormai fa parte delle feste di un paese multiculturale

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http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/08/29/news/ramadan_l_altra_festa-20891478/?ref=HREC1-11

ADDIO A FLAMMINII MINUTO

IL FATTO QUOTIDIANO, 29/08/2011

E’ morto a Roma Oreste Flamminii Minuto, grande avvocato penalista, ex presidente della Camera penale di Roma, giudice aggregato della Corte costituzionale e strenuo difensore del diritto di informare. Il Fatto Quotidiano perde un amico e un prezioso consigliere. Il modo migliore per ricordarlo è riguardarlo in uno dei suoi interventi pubblici sulla libertà di stampa.


“Strenuo difensore della libertà d’informazione e di stampa, Flamminii ha rappresentato una voce che rimarrà sempre impressa nella memoria dell’avvocatura italiana”. L’Unione camere penali italiane ricorda così Oreste Flamminii Minuto: “Ha sempre partecipato con grande passione alla vita associativa delle Camere Penali – ricorda l’Ucpi – non solo come presidente della Camera penale di Roma dal ’92 al ’98, ma anche come semplice associato. Preziosi i suoi interventi mai ordinari, arricchiti da un linguaggio diverso e nuovo che ha saputo diffondere all’interno e all’esterno dell’avvocatura i temi delle garanzie e delle libertà individuali. Come tutti i personaggi di spicco – prosegue l’Unione camere penali italiane – egli aveva un gran carattere e non faceva sconti a nessuno pur di tenere fede alle sue idee sul processo, sul diritto e sulla libertà d’informazione; a nessuno, neanche all’avvocatura, della quale rappresentava una coscienza critica. Per tutto questo resterà sempre nel cuore degli avvocati penalisti italiani”, conclude l’Ucpi.

LA SICILIA LOTTA CONTRO IL PIZZO

IL FATTO QUOTIDIANO, 29/08/2011

DI TANO GRASSO

Il 29 agosto del 1991 l'imprenditore tessile veniva ucciso dalla mafia per aver semplicemente affermato di voler lavorare in pace e in libertà. Il presidente onorario della federazione antiracket Tano Grasso ricorda quel giorno: "Per me significò assumere una nuova e non prevista responsabilità". Ricordarlo è "tutt'altro che un rito". Grazie a lui "anche nel capoluogo siciliano ci sono commercianti che non hanno più paura"Per tutti gli imprenditori del movimento antiracket la data del 29 agosto segna uno spartiacque. Da quel giorno Libero Grassi è diventato il nostro punto di riferimento e la ragione di un impegno. Quella mattina del 1991, con la violenza del piombo mafioso, si è avuta una conferma della posta in gioco: per un imprenditore affermare di voler lavorare in pace e in libertà può comportare la morte. Per me, in particolare, ha significato l’assunzione di una nuova e non prevista responsabilità.

Dal giorno dei suoi funerali, ogni anno, essere a Palermo era come confermare un giuramento di fedeltà a quei valori per i quali Libero non esitò a porsi nel rischio estremo. Tutt’altro che un rito. Essere lì alle nove in punto, per abbracciare Pina, Alice, Davide, assistere in silenzio all’affissione del manifesto scritto col pennarello come viva testimonianza rinnovata anno dopo anno, veder crescere il nipote, incontrare le autorità e gli amici della famiglia. E ogni anno sempre con Anna e Umberto. Per noi era un misurarci, un confrontarci con la tragedia. Da meno di un anno era nata la prima associazione antiracket a Capo d’Orlando e, fin da subito, da quel 29 agosto, ci fu chiara la prospettiva del rischio: da quel momento, ogni azione doveva servire a evitare altri drammi. Questo significava il confronto con Libero Grassi, impedire in ogni modo che altri potessero trovarsi in quelle condizioni; l’associazionismo antiracket, da questo punto di vista, nella misura in cui ha messo al riparo chi denunciava, si è rivelato una risposta efficace.

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La misura che cercavamo, invece, era segnata da qualcosa, in origine in quella città, disperante. Per capire questi venti anni di lotta al racket bisogna partire da Palermo e da quei funerali. Ricordo come fosse ieri il corteo funebre uscire dalla Sigma accompagnato dal gesto di Davide, per percorrere le strade della città sino a giungere in via Alfieri, innanzi ai negozi aperti e all’indifferenza generale degli operatori commerciali. Da quel momento divenne per noi una sfida continua far nascere anche a Palermo un’associazione antiracket capace di raccogliere l’impegnativa eredità. Per più di quindici anni, periodicamente, cercavamo di coinvolgere alcuni imprenditori, ma senza successo; organizzavamo manifestazioni nazionali, ma nulla si muoveva. Niente di niente. Solo qualche rara denuncia, niente di più. Per oltre quindici anni. La città e, soprattutto, gli imprenditori palermitani, avevano rimosso l’esempio di Libero, troppo eversivo per la tranquillità delle cattive coscienze della borghesia cittadina. Eversivo perché chiamava direttamente in causa ognuno dei commercianti, degli artigiani, degli industriali, dei professionisti; non li chiamava in causa astrattamente, ma nel concreto della loro vita quotidiana: Libero Grassi aveva detto no al pizzo e voi, come se nulla fosse, dite sì ogni giorno. Eversivo perché obbligava tutti a guardarsi allo specchio per prendere atto di non essere imprenditori, perché, come Libero ci ha insegnato, chi accetta i condizionamenti della mafia non può dirsi imprenditore.

Nulla cambiava. La mattina del 29 agosto, quando ci riunivamo davanti alla casa della famiglia Grassi, era un rarità incontrare qualche operatore economico palermitano, mentre non sono mai mancati quelli provenienti da altre parti d’Italia. Alla fine, per noi, la data del 29 agosto è diventata la cartina al tornasole della vitalità di un’esperienza. Perché il nome di Libero Grassi “circolava” assai di più altrove che a Palermo. Non a caso le prime associazioni antiracket nacquero nella Sicilia orientale, e poi in Calabria, in Puglia, infine a Napoli. Per me era un grande evento ogni anno presentare a Pina e ai figli di Libero una nuova associazione e nuovi commercianti che avevano denunciato.

Al primo anniversario erano presenti Paolo Caligiore con i colleghi di Palazzolo Acreide, Tanino Zuccarello a guidare la delegazione dell’associazione di Sant’Agata Militello, Pia Giulia Nucci con gli imprenditori di Catania; tutti assieme all’associazione di Capo d’Orlando con Sarino Damiano. A queste presenze si aggiungevano anno dopo anno tanti altri colleghi provenienti da ogni parte d’Italia: Maria Teresa Morano e Maria Concetta Chiaro con l’associazione di Cittanova, la prima della Calabria; Rosa Stanisci, il coraggioso sindaco di San Vito dei Normanni, con la prima associazione pugliese; Nunzio Di Pietro da Francofonte, Bruno Piazzese da Siracusa, Mario Caniglia da Scordia, Antonio di Fiore da Messina, Pippo Scandurra da Patti. Con loro, tanti altri come loro, imprenditori che avevano testimoniato nelle aule di giustizia e dato vita alle associazioni antiracket.

Finalmente, dal 2002, anche in Campania nascono le associazioni antiracket: così all’alba, col “postale” proveniente da Napoli, arriva a Palermo Silvana Fucito accompagnata da Rosario d’Angelo, Salvatore Cantone e altri colleghi. In seguito l’associazione si costituisce nella difficilissima Gela e, da allora, non c’è anno che Renzo Caponetti, insieme a Franca Giordano, la vedova di Gaetano ucciso dalla mafia nel 1992, non stia lì con noi. Tra tutti questi non possiamo non ricordare la sofferenza di Enzo Lo Sicco che, per avere denunciato gli uomini di Cosa nostra, dovette abbandonare Palermo e vivere lontano con la sua famiglia.

Poi c’è stato, prima, il 2004 con la straordinaria esperienza di Addio Pizzo e, nel 2007, finalmente, la nascita dell’associazione antiracket Libero Futuro. Per la prima volta un gruppo di imprenditori, inizialmente ristretto, ma destinato a diventare sempre più numeroso, ha realizzato, in quella che era sempre apparsa come la città “impossibile”, ciò che in tanti altri luoghi altri imprenditori avevano già fatto: costituirsi in associazione antiracket. Dopo venti anni una cosa può essere affermata con certezza: dal 1991 abbiamo sempre detto che se Cosa nostra con l’omicidio di Libero Grassi pensava di bloccare la crescita di quel movimento che aveva preso avvio da Capo d’Orlando, questo obiettivo, benché raggiunto nell’immediato a Palermo, non è stato però conseguito nel resto del Paese; anzi, lontano dal radicamento mafioso della Sicilia occidentale, si è ottenuto un effetto opposto: nel nome di Libero sono nate associazioni, tante, in provincia di Messina, di Siracusa, di Ragusa, di Catania e, poi ancora, in Puglia, Calabria, Campania. Adesso, per fortuna, anche a Palermo ci sono commercianti che non hanno più paura la mattina di guardarsi allo specchio, anche qui nel nome di Libero si è più liberi. In tanti ma non tut

DON GALLO: LA CHIESA PAGHI LE TASSE E SIA POVERA

IL FATTO QUOTIDIANO, 30/08/2011

DI GIOVANNIJ LUCCI

“L’emendamento dei radicali sulla richiesta di contribuzione del Vaticano all’economia del Paese”, non solo è “giusto”, ma rappresenta anche “un’occasione per la Chiesa stessa per recuperare la strada maestra della sobrietà e della vicinanza con gli ultimi”. Lo ha detto don Andrea Gallo, intervenendo alla festa dell’Anpi a Toirano, in occasione della presentazione del suo libro “Di sana e robusta Costituzione”. Il fondatore della comunità per tossicodipendenti “San Benedetto al Porto” ha richiamato la platea ai valori fondanti del testo costituzionale, criticando “il moralismo della Chiesa” – soprattutto in tema di sessualità – ed esaltando la necessità per le donne di rivendicare con forza i loro diritti “se non ora quando”. Don Gallo non ha risparmiato critiche a un governo che “colpisce sistematicamente il bene pubblico in tutte le sue forme” (a partire dalla scuola) e nei confronti di “soggetti che ne distorcono il significato”. L’attacco è rivolto soprattutto a Comunione e Liberazione, ribattezzata per l’occasione “Comunione e Lottizzazione”. Don Gallo ha concluso citando Don Milani: “Le uniche due armi che ha il popolo sono il voto e lo sciopero”. Ma “di fronte a un periodo come questo non basta uno sciopero di un giorno. Ci vorrebbe di almeno un mese!”

INTERVISTA VIDEO SU:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/29/don-gallo-la-chiesa-paghi-le-tasse-e-sia-povera/154080/