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venerdì 30 settembre 2011

LE VIGNETTE DI ALDO ARPE



LE SUORE SFRATTANO LA SCUOLA PUBBLICA

IL MANIFESTO, 29/09/2011

DI ADRIANA POLLICE

Le monache sfrattano la scuola. L’Ordine del Buon Pastore non ne vuole più sapere dei bambini della scuola elementare Belvedere. Un po’ certo è colpa del comune di Napoli che (con l’altra amministrazione in carica) non ha pagato l’affitto. Così è arrivata l’ingiunzione, nonostante l’amministrazione Iervolino avesse regolato i debiti. Ma non bastava più, l’avvocato a nome dell’ordine religioso chiedeva anche lavori di ristrutturazione per tutto il complesso monumentale, con tanto di vincoli della Soprintendenza e vista mare dal cuore antico della collina del Vomero. A giugno i ragazzini hanno salutato aule e insegnanti, i loro genitori sono andati a votare per il nuovo sindaco, che vive proprio da quelle parti, a settembre sono stati mandati nelle aule della succursale. Il rischio, nell’accorpare i due plessi, è che spariscano gli spazi per i laboratori e le attività extradidattiche, nonché rendere più complicata la vita agli alunni con handicap.
Ad aprire i cancelli sigillati dell’ex Belvedere la Rete Reclaim che si è presentata stamattina armata di volantini e striscioni, il pomeriggio incontro con le famiglie, per discutere del futuro della struttura dove giacciono abbandonati disegni e foto dei piccoli alunni, ai professori non è stato neppure concesso di recuperare la documentazione amministrativa. Abbandonati anche due pianoforti a parete e un campo in tartan con le porte da calcetto e la rete da pallavolo ancora montata, una visione che farebbe la felicità di molti alunni sistemati in scuole napoletane ricavate dai piani bassi di condomini moderni. Radio quartiere, la voce che gira nelle strade intorno l’edificio, è molto critica con le monache, in molti sono convinti che vogliono trasformare la aule in stanze da adibire a casa famiglia o a bed and breakfast, magari conservando la continuità con i dormitori, in modo da utilizzare tutte le agevolazioni che lo stato concede agli ordini religiosi in materia di tasse. «Sfrattano scuole, costruiscono alberghi, non pagano la crisi, No Vat» recita lo striscione sistemato dalla Rete Reclaim. «L’occupazione della scuola - spiega il consigliere di Napoli è tua, Pietro Rinaldi - serve per denunciare che in una situazione in cui le fasce medio basse della popolazione diventano sempre più povere, c'è chi, come l'Ordine delle suore del Buon pastore, sfratta senza battere ciglio un migliaio di studenti, costringendoli a continuare il proprio percorso scolastico dentro gli angusti spazi della succursale»

LA LEZIONE DEL VALLE

IL MANIFESTO, 30/09/2011

DI SERGIO BOLOGNA

La protesta dei lavoratori dello spettacolo, dei media, scrittori, artisti, sceneggiatori e tecnici è partita da Roma. Nel mio modo di vedere si collega idealmente al risveglio di Milano, dove i lavoratori della conoscenza, i professionisti, assieme a migliaia di giovani e giovanissimi hanno contribuito in maniera determinante a battere la Destra e la Lega in una delle loro roccaforti.
Qui non si tratta di battere qualcuno, qui si comincia a ricostruire un Paese e una società sempre più lacerate. In questo senso vedo l'esperienza del Valle come l'inizio di un ciclo non solamente difensivo. Possiamo progettare forme di welfare che si richiamano alla grande tradizione del mutualismo operaio e che non a caso vengono riscoperte oggi in America dai nostri colleghi freelance.
Qui il lavoro intellettuale, creativo, ripropone la sua missione sociale contro gli sfacciati egoismi del mondo della finanza e della grande impresa. Anche noi riteniamo che sia necessario un nuovo rapporto tra pubblico e privato, ma in maniera opposta a quello che propone Confindustria, dove, l'esperienza di questi anni insegna, al privato sono sempre andati i profitti e al pubblico le perdite. Per avere un'idea di quale sia il profilo sociale del mondo della finanza e della grande impresa italiana basterà dire che di tutti i progetti di opere pubbliche finanziati anche dal privato, il primato spetta ai cimiteri. Questo dà la misura della sensibilità sociale e della propensione al rischio delle forze che Confindustria rappresenta.
Il lavoro intellettuale e creativo, quello per il quale sono necessarie competenze tecniche elevate, paga oggi il prezzo più alto a questo sistema, a questa economia della truffa, coma la chiama Galbraith. Alle persone, ai giovani e alle loro famiglie che investono risorse ingenti e anni di vita nella formazione vengono offerti alla fine degli studi stages gratuiti, contratti di lavoro sempre più precari, retribuzioni vergognose. La truffa non sta soltanto nelle politiche governative di tagli alla spesa pubblica - in particolare alla spesa sanitaria, alla spesa per le esigenze del territorio, alla spesa per la tutela dell'ambiente, alla spesa per la manutenzione e conservazione del patrimonio artistico e monumentale, alla spesa per l'educazione di base - tutte azioni dal sicuro effetto recessivo. La truffa sta anche nei proclami di chi pretende presentarsi come salvatore dell'Italia e propone politiche che portano solo alla stagnazione, come la costruzione di megainfrastrutture senza senso quando non si fa nulla contro il dissesto idreogeologico, come le privatizzazioni selvagge. La salvezza dalla catastrofe sta solo nelle risorse di capitale umano che tutti noi usiamo per lavorare, per vivere.
Dobbiamo creare le premesse per una soluzione extraparlamentare della crisi, l'unica possibile, vista l'impotenza dei partiti.
Dobbiamo ribellarci a un governo europeo, incapace di fronteggiare le scorrerie dei cosiddetti mercati, incapace di difendere la moneta unica, un governo europeo che punta da anni a smantellare il modello sociale che i nostri padri hanno costruito in Europa con lotte e sacrifici e che è stato per tutto il mondo un esempio di civiltà.

GLI EUROPEI E IL RITORNO AL PROTEZIONISMO

IL MANIFESTO, 29/09/2011

DI ANNA MARIA MERLO

Crisi dei debiti sovrani, crisi dell’euro, crisi dell’Europa. In questo periodo di minaccia di crollo sistemico, i governi sembrano impotenti a trovare una risposta comune ed efficace alla crisi, che per i cittadini è soprattutto economica, non solo finanziaria. La distanza tra governi e cittadini si fa sempre più ampia, e colpisce le istituzioni europee, travolte anch’esse da un generale discredito. Un’incomprensione si approfondisce: mentre gli stati che ancora conservano il rating AAA studiano l’ipotesi, sempre più vicina, di tornare a finanziare le banche con denaro pubblico, come già era successo nel 2008, i cittadini si interrogano sul perché vengano trovati dei soldi per salvare le banche, mentre ai popoli vengono imposti piani di rigore e tagli al welfare. Gli europei si sentono sballottati nella mondializzazione, di cui cominciano a sottolineare gli inconvenienti, soprattutto per quello che riguarda l’occupazione, mentre i vantaggi sfumano in secondo piano.

La questione della “demondializzazione” è già entrata nel dibattito politico francese delle presidenziali del 2012, a sinistra, oltre al Front de Gauche, la difende il socialista Arnaud Montebourg, candidato alle primarie del Ps, a destra è l’argomento del gollista sovranista Nicolas Dupont-Aignan ed è portata all’estremo dal Fronte nazionale, che propone l’uscita dall’euro.
Un gruppo di economisti e studiosi francesi, tra cui Emmanuel Todd, Jacques Sapir, Philippe Murer, Jean-Luc Gréau e Bernard Cassen, riuniti nell’associazione “Per un dibattito sul libero scambio”, ha commissionato all’istituto Ifop un sondaggio in vari paesi europei – a maggio in Francia, a giugno in Italia, Gran Bretagna, Germania e Spagna - che rivela una forte richiesta di protezione da parte dell’Unione europea. Al centro delle preoccupazioni delle popolazioni c’è l’occupazione e il modo per proteggerla e rilanciarla in un’Europa che sta perdendo posti di lavoro industriale.

Il sondaggio, spiega l’economista Philippe Murer, professore alla Sorbonne, «ha mostrato che più di due terzi degli italiani auspicano che le tariffe sui prodotti in provenienza dai paesi a bassi salari vengano alzate. In questo, la loro opinione è molto vicina a quella di francesi, spagnoli e tedeschi, anch’essi per due terzi favorevoli a questa soluzione». Solo gli inglesi restano più liberoscambisti, ma anche qui il 50% chiede protezione. «Il problema della delocalizzazione di attività nei paesi emergenti e del deficit commerciale di Italia, Spagna e Francia accumulato negli anni – aggiunge Murer - pone un grosso problema alle nostre economie. Questi deficit frenano la crescita delle economie occidentali e comportano un’accumulazione del debito dei nostri paesi. In effetti, quando un paese consuma più di quanto produce, deve ricorrere a un debito, pubblico o privato. E anche un debito privato finisce per diventare pubblico, quando in occasione di una crisi finanziaria acuta lo stato è obbligato ad aiutare il settore privato. Di conseguenza, anche se il deficit commerciale non è il solo responsabile dell’indebitamento pubblico, esso tende ad impedire al paese di tornare a una situazione normale rispetto al debito pubblico e tende ad accrescere questo stesso debito. Quindi, non ci sarà una soluzione definitiva ai problemi di debito pubblico in Europa e negli Usa fino a quando le tasse alle frontiere sulle merci in provenienza dai paesi a bassi salari verso i paesi ad alti salari non saranno alzate ad un livello tale che levi il freno alla crescita delle economie occidentali ».

L’apertura delle frontiere europee ai prodotti dei paesi a bassi salari va a vantaggio di chi? I cittadini europei piazzano, unanimi, in testa «le multinazionali» (i tedeschi, che pure hanno un forte avanzo commerciale, lo pensano al 70%, i francesi al 54%, italiani e inglesi al 57%, spagnoli al 64%). Una maggioranza pensa però che sia «una buona cosa» anche per il proprio paese: si va dal 62% dei tedeschi al 51% di Italia e Gran Bretagna e al 55% degli spagnoli, mentre solo i francesi sono ultra pessimisti, al 24%. Solo in Spagna è ancora la maggioranza (51%) a pensare che ci siano stati vantaggi anche per i lavoratori (lo pensa il 45% degli italiani, ma solo il 13% dei francesi). Per tutti è invece negativo l’impatto sull’ambiente (anche qui il pessimismo francese arriva all’87%). I due terzi di francesi, tedeschi, italiani e spagnoli pensano che le tariffe doganali dovrebbero essere imposte alle frontiere dell’Europa piuttosto che a quelle dei rispettivi paesi. Gli inglesi sono divisi su questa questione. Ma in caso di rifiuto dei partner europei di introdurre tariffe doganali nei confronti dei paesi emergenti, inglesi, tedeschi, spagnoli e italiani, come i francesi, ritengono per il 60% che si debba farlo comunque alle frontiere dei rispettivi stati. Come per i francesi, sottolinea Murer, «il rialzo delle tariffe doganali verso i grandi paesi emergenti per la maggior parte di italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi avrebbe delle conseguenze positive per l’industria, l’occupazione e la crescita economica del paese».

Dal sondaggio, interpreta Murer, risulta che “i popoli dei grandi paesi europei rifiutano il libero scambio assoluto imposto dalle élites al potere. L’Unione europea rischia di essere fortemente rigettata dai popoli se continua ad ignorare queste questioni. Bisogna cambiare il quadro di riferimento del pensiero economico diffuso dalle nostre classi dirigenti e seguire il buon senso dei popoli. Poiché la Germania, sembra presa da un delirio di potenza, senza sapere alla fine cosa davvero vuole, un’alleanza tra Italia, Spagna e Francia sembra il solo modo per imporre all’Ue una svolta di 180 gradi, per tornare ai fondamenti economici dell’Europa: una tariffa esterna comune che ha permesso uno sviluppo armonioso delle economie fino all’errore fatale del suo smantellamento”.

ABU MAZEN: NESSUNO POTRA' FERMARE LA NASCITA DELLA PALESTINA

LA STAMPA, 30/09/2011

DI RACHIDA DERGHAM

«Se Obama mette il veto va contro i principi stessi dell’America»

Presidente, come si è sentito a parlare davanti all’Assemblea Generale? Che cos’ha provato in un momento simile?
«Sentivo di essere testimone di un evento storico, di essere lì a presentare una richiesta giusta e sacrosanta: il diritto di ottenere uno Stato che sia a pieno titolo membro delle Nazioni Unite, come tutti gli altri. Mi è sembrato che se si fosse votato in quel momento avremmo avuto un appoggio unanime. Ma purtroppo ci sono persone che vogliono impedire al popolo palestinese di raggiungere questo traguardo e l’unica cosa da fare è essere pazienti».

Teme le reazioni? Pensa che quest’avventura possa avere conseguenze indesiderate?
«Non è un’avventura. Al contrario, è uno sforzo ben calcolato. Per oltre un anno abbiamo discusso la questione e l’abbiamo esaminata da ogni angolo. Ne abbiamo parlato con le altre nazioni arabe e con la Lega Araba, che sono sempre state al corrente di ogni nostro passo. Siamo stati chiari con tutti, senza trucchi. Nei nostri incontri e nelle nostre dichiarazioni, è sempre stata palese la nostra posizione».

L’eventuale veto degli Stati Uniti vi pone davanti a un bivio. State valutando delle alternative?
«Torneremo in patria e studieremo tutte le possibilità. Ogni proposta che riceveremo sarà presa attentamente in considerazione, ferme restando le condizioni che abbiamo posto. La realtà è che vogliamo tornare a negoziare. Ma senza il riconoscimento delle frontiere del 1967 e senza che gli insediamenti si fermino, non ci siederemo ad alcun tavolo. Attendiamo che la decisione del Consiglio di Sicurezza venga presa e tutti i passi formali. Ma rifiutiamo ogni gioco politico, ogni tentativo di fare ostruzionismo o temporeggiare».

Se la decisione del Consiglio di Sicurezza sarà rinviata, c’è la possibilità che per la Palestina vi sia un posto nell’Onu come «Stato osservatore»?
«Non è una soluzione che stiamo considerando in questo momento. Ripeto: rifiutiamo ogni tipo di rinvio o ostruzionismo.

Se il veto statunitense fosse confermato, la Palestina non sarà riconosciuta come Nazione e non potrà appellarsi alla Corte Penale Internazionale.
«Gli Stati Uniti, la roccaforte della democrazia, farebbero un torto al popolo palestinese negandogli la libertà e il diritto all'autodeterminazione. E dovrebbero rispondere di questa scelta».

Ma c’è chi dice: perché perdere l’appoggio di un presidente americano favorevole alla vostra causa?
«È stato il presidente degli Stati Uniti a parlare dello stop agli insediamenti, di confini del ‘67. Ora dovrebbe dare seguito alle sue parole».

Il presidente francese Sarkozy può essere l’alternativa giusta, se avanzerà delle proposte più dettagliate?
«Apprezziamo il suo impegno, ma daremo una risposta solo dopo aver consultato la leadership palestinese. Solo in quella sede verrà presa una decisione».

L'esperienza del Quartetto può dirsi conclusa? È deluso dalle sue posizioni? «Purtroppo nell’ultimo anno il Quartetto non è riuscito a produrre alcun documento, come invece era avvenuto in passato. Quest’anno il Quartetto ha fallito, almeno fino ad oggi. È stato il Quartetto a rifiutare le proposte americane, non noi. La Russia, l’Europa e l’Onu hanno rifiutato le istanze americane e questo significa che erano inaccettabili per chiunque. Proposte che parlano di uno stato ebraico e del blocco degli insediamenti come se fossero un fatto compiuto e lasciano la gestione della sicurezza in mano israeliana. Di fatto è stato l’inviato del Quartetto, Tony Blair, a portare sul tavolo le idee che lo stesso Quartetto ha rigettato».

Sarkozy ha proposto di fissare un calendario per i negoziati.
«I negoziati sono la vera priorità, vengono prima della tempistica. Quello che conta è la sostanza. Se la sostanza è adeguata, allora siamo disposti a fissare una roadmap e una scadenza».

Hamas è stata critica con il suo discorso.
«Fin dall’inizio, Hamas ha detto che si sarebbe trattato di una mossa unilaterale. È vero, forse non li abbiamo consultati. Dicono “se tu non ci consulti, siamo contro di te”, ma è assurdo. Capisco il succo delle loro posizioni, ma ne hanno fatto una questione di orgoglio. Rifiutano ogni compromesso, anche con pretesti: sostengono che il discorso conteneva contraddizioni, quando invece tutto il mondo ha capito quello che abbiamo detto. È deprecabile».

Lei ha proposto qualcosa di simile a una nuova intifada.
«Non ho parlato di intifada, quella appartiene al passato. Oggi c’è invece una pacifica resistenza popolare a Bil’in, a Ni’lin e in altre città della Palestina vicine al Muro. È una resistenza condotta dai palestinesi, ma anche da israeliani e volontari internazionali. Queste proteste non violano alcuna legge internazionale, le appoggiamo perché si oppongono all’occupazione e solo finché saranno pacifiche. Ora, abbiamo imparato dai nostri fratelli arabi e dalla primavera araba. Le loro proteste pacifiche si sono dimostrate il metodo più efficace per ottenere i propri diritti».

Teme che Benjamin Netanyahu possa minacciare nuove misure?
«Dal punto di vista militare, anche senza minacce, Netanyahu può fare qualunque cosa: non siamo in grado di confrontarci con Israele su quel piano e non vogliamo farlo. Ma se lo vorrà, la nostra porta è aperta».

I primi a congratularsi con lei per il suo discorso sono stati il primo ministro turco Erdogan e l’Emiro del Qatar. Qual è la natura delle vostre relazioni, considerando la rivalità tra Iran e Turchia? E qual è il vostro rapporto con Iran e Siria?
«Qui a New York abbiamo incontrato la delegazione iraniana e quella siriana. Il ministro degli Esteri siriano Faisal Mekdad è venuto a congratularsi con me. Non siamo in alcun modo in cattivi rapporti. Per quanto riguarda Erdogan, la nostra relazione è eccellente, così come quella con l’Emiro del Qatar. Non abbiamo problemi con nessuno».

C’è qualcosa che teme?
«Di chi dovrei aver paura? Se Netanyahu vuole attaccarci, lo faccia. Se vuole annullare gli accordi, lo faccia. È libero di fare quello che preferisce perché è Israele la nazione occupante. Netanyahu occupa la nostra terra e può fare ciò che vuole. Ma non ci sottometteremo alla sua volontà. E ci opporremo con mezzi pacifici».

DDL INTERCETTAZIONI, BLOGGER IN PIAZZA

LA STAMPA, 29/09/2011

Decine di cartelli con la scritta «No ai bavagli» hanno fatto da sfondo alla manifestazione organizzata al Pantheon a Roma dal Comitato per la libertà e il diritto all’informazione la cultura e lo spettacolo, per dire no alla legge sulle intercettazioni che mercoledì 4 ottobre inizierà il suo iter in Parlamento. Diverse centinaia di persone sono scese in piazza con cartelli e bandiere per sottolineare il no ad un provvedimento ritenuto incostituzionale, perchè in contrasto con l’articolo 21 sulla libertà di informazione. Alla protesta hanno partecipato diverse associazioni, da Articolo 21, alla Rete Viola, fino a Libertiamo.it. In piazza anche i rappresentanti della neonata Unione delle giornaliste libere e autonome, denominata Giulia, tra cui le giornaliste Rai Maria Luisa Busi e Tiziana Ferrario.

Presenti anche l’Usigrai, per portare avanti la battaglia «Riprendiamoci la Rai», e la Fnsi con il suo presidente Roberto Natale. «Il nostro - ha detto chiudendo dal palco la manifestazione - non è il no di una casta ma di tanta parte della società italiana». Hanno aderito anche decine di parlamentari del Pd, dell’Udc, dell’Idv, di Fli, oltre a esponenti di Sel. Oltre alla protesta contro la legge sulle intercettazioni, in piazza è stato gridato il no al cosiddetto comma «ammazza-blog’, che estenderebbe la regolamentazione della carta stampata ai siti informatici, in particolare relativamente all’obbligo di rettifica. Una "battaglia" portata avanti dall’associazione Agorà Digitale.

Nonostante le proteste il governo ha deciso di accelerare sul provvedimento. Nel corso del vertice di maggioranza a palazzo Grazioli si è discusso del calendario della riforma costituzionale al Senato, «stabilendo di arrivare al primo voto entro 40 giorni», e del calendario dei lavori della Camera, che prevederanno per «la prossima settimana le intercettazioni». È quanto ha reso noto Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, lasciando la residenza romana del premier.

UN' ALTRO SATELLITE MINACCIA LA TERRA

IL CORRIERE DELLA SERA, 29/09/2011

DI PAOLO VIRTUANI

È autunno: cadono i satelliti. Dopo Uars, sbriciolatosi sul Pacifico la scorsa settimana senza provocare danni, ora è la volta di Rosat. Si tratta di un satellite tedesco (Rosat è l'acronimo di Röntgensatellit, dedicato a Röntgen, lo scopritore dei raggi X), lanciato da Cape Canaveral il 1° giugno 1990 con il compito di esaminare l'universo alle lunghezza d'onda X e nell'ultravioletto estremo. La missione Rosat, inizialmente prevista della durata di 18 mesi, andò ben oltre le più rosee (Rosat, nomen omen) aspettative dei tecnici e durò ben otto anni. Finché il satellite venne messo fuori servizio il 12 febbraio 1999. Per i successivi dodici anni Rosat ha continuato a orbitare intorno alla Terra ma, data la sua bassa quota - inizialmente venne posto a 580 km di altezza - è venuto in contatto con gli strati superiori dell'atmosfera che hanno rallentato la sua velocità facendogli perdere ulteriore quota: ora orbita a soli 270 km.
RIENTRO - Ora gli scienziati ritengono che possa cadere sulla Terra all'inizio di novembre e, poiché pesa la bellezza di 2.400 chili ed è composto in gran parte da materiali refrattari in ceramica e vetro, è difficile che possa disintegrarsi completamente al rientro. Alcuni pezzi, forse anche di 400 kg, potrebbero arrivare sulla superficie. Ma dove? Determinare la traiettoria di rientro è molto difficile e sino a due ore prima dell'impatto, come avvenuto anche con Uars, l'area di caduta è vastissima. In pratica è compresa tra 53 gradi di latitudine nord e 53° sud. Zona che comprende quindi anche l'Italia.

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http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/11_settembre_29/cade-satellite-rosat-virtuani_379a659c-eab4-11e0-ae06-4da866778017.shtml

VIA LA BIMBA DOWN DALLA FOTO DI CLASSE

IL CORRIERE DELLA SERA, 30/09/2011

DI G. FREGONARA

Una foto di classe con la bambina down, come ricordo della quinta elementare per lei e per la sua famiglia. Un'altra «ripulita» per il resto della classe, senza la compagna sfortunata. Ma con la sua insegnante di sostegno in posa vicino alle colleghe. Tutti sorridenti e contenti dentro la cornicetta regalata ai bambini. Succede a Senise, provincia di Potenza, settemila abitanti.

Ad accorgersi della doppia realtà consegnata dalla scuola pubblica locale a fine anno è stato un compagno di classe della bambina down. Le maestre, dopo che Mariapaola Vergallito sulla Gazzetta del Mezzogiorno ha raccontato la storia, ora chiedono scusa, dicono che si è trattato di un caso sfortunato, forse una leggerezza, che la prima foto era venuta male e che quando l'hanno rifatta la bambina era assente. Insomma, una coincidenza (aspettare un giorno per avere la classe completa?). Assicurano che non è stato un imbroglio crudele (ma la foto brutta è stata considerata adeguata alla famiglia della bambina down).

Chissà in quanti conoscevano il segreto della doppia realtà e chissà come deve essere sembrata intelligente lì per lì la trovata di differenziare le foto per bambini diversi, in fondo persino pietosa. A questo punto non si sa di chi sia stata l'idea, se le maestre sono state pressate da genitori ansiosi delle performance dei propri figli e infastiditi da una realtà non corrispondente al sogno di perfezione, se davvero la superficialità si sia trasformata con l'arrivo dell'estate in sventatezza. Però nessun insegnante, nessun genitore, neppure la «sua» maestra di sostegno, il preside, nessun adulto ha pensato che in quell'assenza ci fosse qualcosa che non andava bene. Che quel vuoto fosse scorretto, falso.

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http://www.corriere.it/cronache/11_settembre_30/fregognara-via-la-bimba-down_099fa974-eb2f-11e0-bc18-715180cde0f0.shtml

TAGLI, I PICCOLI COMUNI MINACCIANO DISOBBEDIENZA

IL FATTO QUOTIDIANO, 29/09/2011

DI THOMAS MACKINSON

I sindaci dei piccoli comuni d’Italia in marcia contro il governo e pronti alla disobbedienza civile. Domani ad Assisi partirà la camminata dei primi cittadini con gonfaloni al seguito in segno di protesta contro la manovra che, nonostante le rivisitazioni, mantiene l’obbligo dell’accorpamento dei servizi e stabilisce, per chi non si adegua entro settembre 2012, una “unione municipale forzosa”.

L’appuntamento è a Valfabbrica, da dove San Francesco partì per raggiungere il santuario. “Si dice che abbia incontrato i lupi e che parlandogli sia riuscito a rabbonire la loro ferocia e il loro appetito”, dice con una battuta la presidente dell’associazione dei piccoli comuni Anpci Franca Biglio. Il riferimento non è casuale: lunedì scorso il ministro Roberto Calderoli ha incontrato una delegazione e ha promesso di interessarsi alla questione e verificare se esistano i margini per accogliere le richieste dei sindaci. Peccato che a telecamere spente Calderoli abbia anche rimarcato che “senza la Lega non siete niente e tornerete polvere”.

Parole che pesano come un macigno sulla strada delle mediazione e spingono i comuni verso quella della protesta. “Se il governo proseguirà sulla sua strada ai piccoli comuni non rimarrà altra via che praticare la disobbedienza civile e farci commissariare tutti”, dice la Biglio riferendosi al fatto che entro il mese di novembre la manovra impone ai comuni di mandare alle Regioni i dati utili all’individuazione dei cosiddetti “bacini territoriali”, in pratica il censimento dei comuni sotto i 3mila e i 5mila abitanti sui quali pende la doppia scure dell’accorpamento obbligatorio dei servizi e dell’unione forzosa. “Non è detto che faremo questa comunicazione”, taglia corto il presidente Anpci.

L’altra strada è una forma di resistenza che ha già preso il nome di “ammutinamento municipale” ed è l’ipotesi di iniziare a non erogare più alcuni servizi obbligati. In pratica uno sciopero a macchia di leopardo. Ma alla fine il governo non aveva fatto un passo indietro? “La manovra ormai è legge. E’ vero che non c’è più lo scioglimento dei 1963 comuni sotto i mille abitanti, ma resta quella sorta di commissariamento implicito che finisce per svuotare di senso le funzioni amministrative. Il comma 16 in particolare introduce le convenzioni obbligatorie di 54 servizi ed è una norma di pura fantasia perché nella pratica i comuni possono aggregare due o tre servizi, ma non molti di più perché i comuni hanno servizi differenziati e non tutti rispondono agli stessi bisogni.

Un esempio? Il mio Comune di Marsaglia ha 300 abitanti e 80 km di strade. Non posso chiedere al vicino di farsi carico di una parte del servizio di spazzamento neve se di strade ha solo 10 km e gestisce quel servizio in proprio”. Alla manovra mancano i decreti attuativi per cui nessuno, in realtà, sa come interpretare la norma per essere puntuale all’appuntamento del 2012. Ma intanto è certo che chi non si presenterà sarà sciolto e aggregato ad altro comune.

Questo è un altro motivo di agitazione. Così accanto alla strada della protesta aperta ha preso piede quella “via diplomatica” che punta a trovare una sponda in Calderoli e Brunetta. “Si sono resi disponibili a ragionare con noi, anche perché tutta la querelle sui costi dei comuni potrebbe essere presto superata dalla legge sui costi standard”. Già, perché il governo ha in pancia questo provvedimento che è molto simile nel principio agli studi di settore. Individuato il costo di un servizio, i comuni dovranno stare in quello senza margini di sforamento.

“Qui casca l’asino, perché presto sarà chiaro se il governo vuole tagliare davvero la spesa o se vuole solo sciogliere i comuni per mettersi la spilla di merito al petto”, dice la Biglio che sintetizza le tre richieste che approderanno sul tavolo dei due ministri: “Una proroga rispetto all’ultimatum del 2012, l’esonero dal patto di stabilità interno per tutti i comuni sotto i 5mila abitanti, la sospensione in attesa della definizione dei costi standard”. Ma le parole che si sentiranno domani voleranno alto: “Il governo viola in almeno tre punti la Costituzione che assegna agli enti locali autonomia impositiva, fiscale e organizzativa. Qui invece ci propongono lo scioglimento o il commissariamento, decidono loro per noi, svuotandoci di ogni senso e funzione rappresentativa”.

DOPO IL TUMMEL CHE NON ESISTE SI DIMETTE IL PORTAVOCE DELLA GELMINI

IL FATTO QUOTIDIANO, 29/09/2011

La decisione arriva dopo il comunicato stampa emesso dal ministero dell'Istruzione per congratularsi con il Cern e Istituto Nazionale di fisica nucleare per la scoperta del superamento della velocità della luce, in cui si faceva riferimento a un tunnel tra Ginevra e il Gran Sasso Il ‘tunnel della Gelmini’ miete la prima vittima: Massimo Zennaro, portavoce del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha deciso di dimettersi dall’incarico. Una decisione non motivata, ma da mettere in relazione con il comunicato stampa del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca uscito lo scorso 23 settembre. Il Miur si congratulava con il Cern di Ginevra e con l’Istituto Nazionale di fisica nucleare per la scoperta del superamento della velocità della luce, sottolineando come “alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro”.

Un tunnel che non esiste. L’ufficio stampa del ministero dell’Istruzione aveva cercato di rimediare, sostenendo che “il tunnel di cui si parlava nel comunicato non poteva essere per nessuna ragione inteso come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso”. “Questo era di facile intuizione per tutti – secondo il Miur, e quindi si trattava di una polemica “strumentale”. Zennaro parla di dimissioni “irrevocabili”, anche se l’ex portavoce continerà a svolgere l’incarico di direttore generale del Ministero dell’Istruzione.

RIFIUTI, SANZIONE UE ALL'ITALIA

LA REPUBBLICA, 29/09/2011

La commissione Ue ha avviato sei procedure di infrazione contro l'Italia, fra cui una per il caso rifiuti. Una messa in mora annunciata che a Napoli aveva già provocato tensioni tra il sindaco e il presidente della Regione. "Se Caldoro si intestardisce, sul piano rifiuti avremo sempre giudizi negativi da Bruxelles"

La commissione Ue ha avviato sei procedure di infrazione contro l'Italia, fra cui una per il caso rifiuti. Le sanzioni, con il possibile blocco dei finanziamenti, avevano già provocato dissapori fra il sindaco di Napoli, de Magistris, e il presidente della giunta regionale, Caldoro

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http://napoli.repubblica.it/cronaca/2011/09/29/news/rifiuti_sanzioni_ue_in_arrivo_de_magistris_attacca_caldoro-22406259/?ref=HREC2-5

FIDEL CASTRO: IL PRESIDENTE USA E' UNO STUPIDO

DI ANGELO AQUARO

A 13 mesi dalle elezioni, Barack Obama è riuscito a farsi un altro nemico: un certo Fidel Castro. Che barba: attaccato da destra il povero presidente è preso a stracci perfino nell’isola che mezzo secolo di comunismo - e di embargo americano - ha ridotto con le pezze. “Uno stupido”: così l’ha definito senza mezzi termine quel genio di Fidel. Che malgrado gli acciacchi e i controacciacchi non ha perso lo smalto beffardo dei bei (per lui s’intende) tempi.

Obama è uno stupido, l’America resta un impero. Così il comunista dei Caraibi ha spedito al mittente le aperture della Casa Bianca. Barack si era detto pronto a cambiare la linea dura verso Cuba quando gli Usa avrebbero “cominciato a vedere la seria intenzione da parte del governo cubano di provvedere alla libertà della sua gente”.

A dire il vero i rapporti tra il gigante e l’isola sono migliorati eccome dai tempi per esempio di George W. Bush. L’amministrazione ha reso più morbide le restrizioni su viaggi e dintorni (soprattutto per i cubani da tempo residenti qui) e da gennaio sono stati allentati alcuni vincoli agli scambi - soprattutto culturali. Ma con la Florida ormai cubanizzata elettoralmente in bilico – e l’emergenza di politici di destra e “from Cuba” come Marco Rubio la dice lunga – Barack ha dovuto fare la voce grossa. Beccandosi i rimbrotti di nonno Fidel.

A 85 anni Castro ha così ritrovato il piglio polemico. E ha affondato nel vetriolo le sue terze “riflessioni” in una settimana sulla stampa di regime: dopo tre mesi in cui per la malattia aveva smesso di scrivere. “Ma che bravo! Ma che intelligenza di vedute” ha ironizzato sul presidente Usa. “Peccato che tanta generosità gli abbia impedito di realizzare che 50 anni di embargo e di crimini non sono riusciti ancora a piegare la nostra gente”. Molte cose cambieranno in questo paese – ha aggiunto – “ma grazie ai nostri sforzi: e malgrado gli Usa”. Anzi: “Forse sarà proprio il loro impero a cadere prima”.

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SAN RAFFAELE, DEPOSITATA LA RICHIESTA DI FALLIMENTO

LA REPUBBLICA, 29/09/2011

DI WALTER GALBIATI

La procura ha chiesto il fallimento del San Raffaele, l'ospedale fondato da Don Luigi Verzè. E non poteva accadere diversamente. I numeri del gruppo non lasciano spazio ad altro. Il patrimonio è azzerato da tempo e i debiti che hanno raggiunto gli 1,5 miliardi di euro sono pari a quasi tre volte il fatturato. Con conti di questo tipo, i pubblici ministeri Laura Pedio e Luigi Orsi hanno solo tirato le somme di uno stato di decozione che durava da troppo tempo.

Il comunicato emesso ieri in serata dal procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, lo spiega chiaramente. "Questa iniziativa è innanzitutto finalizzata all'intento di arrestare ulteriori dissipazioni patrimoniali, ma è altresì orientata a perseguire l'interesse pubblico nella sfera del quale rientra la posizione dei soggetti a vario titolo coinvolti in questo grave default, quali i creditori, i dipendenti, i collaboratori e gli stessi utenti del servizio sanitario gestito dalla Fondazione".

Le dissipazioni sono state messe nero su bianco dalla seconda relazione Deloitte. La prima non era altro che una versione edulcorata dello stato di salute dell'ospedale, perché certificava un patrimonio attivo per 30 milioni di euro. La seconda, invece, scritta dopo l'acuirsi delle indagini giudiziarie, ha calcato la mano. Il patrimonio è apparso improvvisamente negativo per 200 milioni e i debiti sono lievitati da uno a
1,5 miliardi. Così la procura, mettendo insieme i propri accertamenti (come le perquisizioni a casa di Mario Cal, l'ex amministratore del San Raffaele, morto suicida lo scorso luglio) a quanto certificato dai revisori, è giunta alla richiesta di fallimento.

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SANITA', IL CALVARIO DELLE LISTE D'ATTESA

LA REPUBBLICA, 30/09/2011

DI MICHELE BOCCI

A Bari sei mesi per una risonanza, a Palermo tre mesi per una tac, a Roma sei mesi per un'ecografia. Le liste d'attesa delle Asl italiane si stanno allungando, costringendo la gente a rivolgersi a laboratori e cliniche privati o all'intramoenia. Lo provano i test svolti dalle nostre redazioni locali e le ricerche di istituti di sondaggio e di associazioni consumatori

I tempi d'attesa delle prestazioni sanitarie nelle Asl italiane si stanno dilatando e il fenomeno riguarda tutti i sistemi regionali. Colpa dei tagli alla sanità, della cattiva organizzazione dei centri unici di prenotazione, di macchinari vecchi o mal sfruttati. Ma anche colpa di una montagna di accertamenti diagnostici che ormai tocca la vetta dei 70 milioni all'anno di MICHELE BOCCI

http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/inchiesta-italiana/2011/09/29/news/sanit_le_attese_infinite-22369721/?ref=HREC1-4

IL TESTAMENTO DI RIINA

LA REPUBBLICA, 30/09/2011

DI LIRIO ABBATE, ATTILIO BOLZONI

Un centinaio di pagine, due verbali di interrogatorio top secret che risalgono al luglio 2009 e al luglio 2010. In quelle carte, firmate dai magistrati di Caltanissetta, per la prima volta Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra, accetta di raccontare la sua verità: sul papello, su Andreotti, sulla sua cattura. Ma ne approfitta per domande o giudizi taglienti: su Mancino, Provenzano, i Ciancimino, su Brusca

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giovedì 29 settembre 2011

L'ONDA GLOBALE DELL' ANTI POLITICA

LA STAMPA, 29/09/2011

DI PAOLO MASTROLILLI

C’era una volta quella roba noiosa chiamata politica, che richiedeva un po’ di preparazione e molte ore nelle sedi di partito, per imparare a farsi crescere il pelo sullo stomaco, abbandonare in fretta gli ideali e vendersi agli interessi dell’establishment. C’è ancora, a dire il vero, però l’enorme ondata di proteste che sta scoppiando dal Cairo a New York, da Madrid a Nuova Delhi, potrebbe condannarla a morte. In quelle piazze cresce la nuova generazione dell’antipolitica: in Spagna li chiamano indignados, in Egitto sono i ragazzi della primavera araba, l’economista della Columbia University Jeffrey Sachs li definisce i Millennials, e il «New York Times» li ha battezzati giovani del non voto.

Le caratteristiche, però, sono simili ovunque. Ragazzi svegli tra i quindici e i trent’anni, ma anche più anziani, che hanno studiato; usano Internet, smartphone e computer con la mano sinistra; spesso non lavorano; sono liberal sui temi sociali e razziali; vogliono difendere l’ambiente senza paralizzare la crescita; pensano che i vecchi politici siano solo dei corrotti in mano ai grandi interessi; stanno perdendo fiducia nelle istituzioni tradizionali della democrazia perché tanto vengono sempre corrotte dal potere. Vogliono uno Stato che li aiuti a realizzare i loro progetti, impicciandosi il meno possibile della loro vita.

Gente come Wael Ghonim, che ha inventato la rivoluzione in Egitto con i messaggi su Facebook; o Josh, studente di Denver che ha visto la protesta Occupy Wall Street a New York, è salito sopra un aereo e adesso gestisce il centro stampa di Zuccotti Park: «Il potere dice - non te lo regala nessuno. Se lo vuoi, te lo devi prendere». Le radici forse affondano nel movimento no global, nato dalle proteste di Seattle contro la Wto, o nell’etica degli «hacker buoni» che si considerano custodi della libertà, come il leader della comunità newyorchese Emmanuel Goldstein, che aveva rubato questo suo nome di battaglia dall’avversario del Grande Fratello nel romanzo di Orwell. Da allora, però, i giovani dell’antipolitica hanno fatto parecchia strada. Sotto forme diverse, spinti dalla crisi economica globale, li abbiamo visti in azione al Cairo, in Grecia, a Londra, in Spagna, Israele, India e adesso anche a New York. Ma ci sono pure dove non si vedono. Qualche anno fa eravamo nello Yemen, patria di al Qaeda, durante il ramadan. Il nostro albergo di Sana’a organizzava cene serali per la fine del digiuno giornaliero, a cui potevano partecipare anche le ragazze. Arrivavano coperte da veli che lasciavano spazio solo agli occhi, ma sotto portavano tacchi a spillo, jeans e telefonini, con cui discutevano in perfetto inglese di un solo sogno: andare a studiare in Europa o in America, per lasciarsi alle spalle la condanna della loro società immobile.

Dove voglia andare questa generazione, dopo le proteste spontanee organizzate sulla rete, è più complicato capirlo. Incendiari a vent’anni e pompieri a cinquanta? I pirati di Kreuzberg sono entrati nel Parlamento di Berlino, con loro grande sorpresa, segnalando allo stesso tempo la possibilità di cambiare la vecchia politica, o il rischio di venirne assorbiti. Se anche Facebook e Google scendono in campo, chiunque si può candidare. Però molti di loro, come Josh di Denver, pensano che votare sia inutile, tanto è vero che «anche Obama è diventato uno strumento di Wall Street».

Questi ragazzi potevano essere un serbatoio naturale di consensi per la sinistra, ancora in cerca di identità dal crollo del Muro di Berlino, ma i suoi leader non sono riusciti ad intercettarli. Il neocentrismo liberista di Bill Clinton e Toni Blair ha rappresentato forse la redenzione realistica dei baby boomers, dopo il collasso delle illusioni sessantottine, però non parla ai Millennials. Anzi, li ripugna, perché non hanno alcun peccato originale da farsi perdonare. Vogliono solo una politica più attenta al loro desiderio di partecipare, studiare, lavorare. A destra invece l’antipolitica ha preso la deriva razzista di alcuni gruppi nordeuropei, o quella anti tasse dei Tea Party americani, che però sono soprattutto persone di mezza età, non propongono idee particolarmente nuove e vogliono conservare la propria influenza sul vecchio establishment, piuttosto che rovesciarlo.

Sachs è convinto che alla fine i Millennials entreranno nella politica e riusciranno a cambiarla, costruendo una società meno basata sul consumismo e più sull’umanesimo responsabile. Il tempo sta scadendo, però, prima di perderli per sempre.

L'ULTIMA PANTERA NERA

LA STAMPA, 29/09/2011

DI MAURIZIO MOLINARI

Per quarantun anni George Wright è riuscito a sfuggire alla giustizia americana seminando gli agenti federali in una corsa attraverso tre continenti, ma mercoledì la grande fuga è terminata ad Almocageme, un eremo lusitano sull’Oceano Atlantico, dove a tradirlo è stata un’impronta digitale.

Se l’Fbi non ha mai cessato di dargli la caccia è perché Wright si è guadagnato sul campo la qualifica di «Most Wanted» che lo ha incluso di diritto nel ristretto gruppo di criminali in cima alla lista dei più pericolosi ricercati. Nel 1962 rapina e uccide il benzinaio Walter Patterson, decorato veterano della Seconda Guerra Mondiale, a Wall in New Jersey, viene condannato a una pena fra 15 e 30 anni e finisce nel penitenziario di Leesburg, nello stesso Stato, ma otto anni dopo riesce a evadere assieme ad altri detenuti.

Il giorno dell’inizio della fuga è il 19 gennaio 1970, alla Casa Bianca c’è Richard Nixon, l’America combatte in Vietnam, il Watergate non è neanche all’orizzonte, il movimento antiguerra dilaga nelle piazze e Wright sceglie la clandestinità per entrare nei ranghi del «Black Liberation Army», l’Esercito di liberazione nero che crede nella lotta armata contro il governo federale. A Detroit vive in una comune, entra in contatto con le Pantere Nere che sfidano l’Fbi e nel 1972, protetto da uno pseudonimo e travestito da prete, sale a bordo di un aereo di linea diretto a Miami, dirottandolo verso Boston. E’ un atto di pirateria aerea che entra negli annali del terrorismo domestico americano perché viene eseguito a nome delle Pantere Nere, riuscendo a mettere in scacco i federali.

I dirottatori sono quattro membri del «Black Liberation Army», inclusa la compagna di Wright, e tre bambini, fra i quali c’è il figlio di appena 2 anni. In volo fumano marijuana, a Boston rilasciano gli 86 passeggeri in cambio di un riscatto di un milione di dollari consegnato da un agente dell’Fbi con indosso solo il costume da bagno e volano verso l’Algeria, dove il governo locale li accoglie e garantisce loro l’immunità, limitandosi a riconsegnare a Washington solo l’aereo e i soldi. Scelgono Algeri perché lì vive esule Eldrige Cleaver, lo scrittore afroamericano titolare dal 1970 di una sede locale delle Pantere Nere. Per l’Fbi è la dimostrazione che Wright è un tassello importante del network rivoluzionario dei nazionalisti neri. Tenta il blitz in Algeria ma lui gioca d’anticipo fuggendo in Francia, fra il 1972 ed il 1973.

La fuga assomiglia a un romanzo, perché Wright è capace di precedere sempre di un passo l’Fbi, spostandosi fra Paesi e città assieme a gruppi di differenti militanti. Alcuni dei suoi compagni vengono arrestati e condannati nel 1976 a Parigi, che però si rifiuta di estradarli verso gli Stati Uniti. Questo è il periodo in cui Wright scompare anche dal radar degli ex militanti, mostrandosi consapevole che in America le Pantere Nere sono state infiltrate, decimate e sconfitte dai federali.

Cosa avviene da quel momento di lui è un mistero sul quale gli investigatori stanno ora tentando di fare luce, ma all’inizio degli Anni 80 Wright è in Portogallo, sposa una donna di nome Maria do Rosario Valente, con la quale ha due figli, Marco e Sara, oggi ventenni. Vivono ad Almocageme, un piccolo villaggio portoghese a pochi chilometri dalla Praia da Adraga, la bellissima spiaggia sull’Atlantico a neanche un’ora di auto da Lisbona. Lei è una traduttrice, lui impara alla perfezione il portoghese, come nome sceglie José Luis Jorge dos Santos, originario della Guinea-Bissau, ex colonia portoghese. Non ha un impiego fisso e fa i lavori più diversi: si propone come allenatore di basket di una squadra di adolescenti, gestisce un piccolo stabilimento balneare e, negli ultimi tempi, fa il buttafuori in un nightclub.

La Volkswagen grigia che guida è ben conosciuta da tutti i residenti, che lo salutano a distanza chiamandolo «George», considerandolo una persona simpatica e spesso generosa. Nessuno sospetta nulla del passato burrascoso e Wright si sente talmente al sicuro che quando nel 2004 scade la sua carta di identità portoghese - emessa nel 1993 - non la rinnova. E’ l’errore che fa scattare una segnalazione banale sulla quale la polizia portoghese lavora assieme all’Fbi allorché, per normale routine, la task force antilatitanti, quest’estate, raccoglie dati su possibili tracce.

L’allerta scatta quando l’Fbi si accorge che il nome della carta di identità coincide con uno pseudonimo adoperato in passato e l’accelerazione avviene con l’esame dell’impronta digitale contenuta nella carta d’identità, perché è quella del «Most Wanted».

Da qui il blitz, iniziato lunedì con l’arrivo dei federali a Lisbona e avvenuto mercoledì nella piccola casa con tetto di terracotta e porta gialla del pittoresco villaggio. Da quel momento la moglie non è più uscita in strada e resta da chiarire se sia stata ingannata anche lei. Dicerto il super-latitante ha tentato in qualche maniera di proteggere i figli, registrandoli nei documenti con il cognomedella madre. Tradendo la consapevolezza che, prima o poi, il lungo braccio della legge americana lo avrebbe raggiunto. Ora, all’età di 68 anni, Wright è in una cella di Lisbona e si batte contro l’estradizione nella patria d’origine per evitare di tornare in New Jersey, dove Ann Patterson, figlia del benzinaio assassinato 49 anni fa, lo aspetta in tribunale «ringraziando Dio perché questo giorno è arrivato».

AIDS, IL VACCINO DELLA SPERANZA

LA STAMPA,29/09/2011

DI GIAN ANTONIO ORIGHI

La speranza di vincere il flagello dell’Aids ha da ieri un solido appiglio. Un team di investigatori spagnoli ha infatti annunciato ieri i primi risultati di un vaccino che è riuscito a indurre una risposta immune contro la malattia nel 90% dei casi. Non solo: gli effetti durano almeno un anno nell’85% dei casi e non hanno causato problemi collaterali tali da compromettere la salute dei volontari a cui è stato inoculato.

Il farmaco agisce sul sottotipo B dell’Hiv, quello prevalente in Europa e negli Stati Uniti, ed è frutto di una jointventure tra il Consejo Superior de Investigaciones Cientificas (Csic) e gli ospedali Gregorio Marañon di Madrid e Clinic di Barcellona. I lusinghieri risultati, appena pubblicati sulle prestigiose riviste «Journal of Virology» e «Vaccine», sono stati ottenuti nella Fase 1 della ricerca su 30 volontari sani, 24 dei quali hanno ricevuto per via intramuscolare il vaccino in 3 dosi, mentre gli altri 6 sono stati trattati con placebi. Le «cavie» sono state seguite per 48 settimane.

«I risultati devono essere presi con cautela, visto che il trattamento è stato provato solo su 30 volontari e, benché stimoli una risposta potente nella maggioranza dei casi, è presto per prevedere se le difese indotte preveniranno l’infezione», mette le mani avanti Felipe Garcia, capo del team del Clinic. Il vaccino MVA-B - assicura comunque il ricercatore Mariano Esteban «ha dimostrato di essere potente come nessun altro vaccino in fase di studio». Già nel 2008, in sede di sperimentazione animale, aveva mostrato un’efficienza molto elevata su topi e macachi. Ora, grazie all’elevata risposta immunologica negli esseri umani, la sperimentazione clinica sarà condotta anche su volontari con infezione da Hiv.

La storia di questo vaccino nasce nel 1999, quando il team di ricerca di Esteban inizia a lavorare su MVA-B, il cui nome deriva dalla sua composizione, basata sul virus Ankara modificato. Iniettarlo in un volontario sano - spiegano gli studiosi - è stato come allenare il suo sistema immunitario a combattere contro i componenti del virus. «È come se memorizzasse una “foto” dell’Hiv, rendendolo capace di riconoscerlo, se lo dovesse incontrare in futuro», spiega Esteban. In questo senso giocano un ruolo importante sia gli anticorpi sia determinate cellule-chiave, come i linfociti T CD4 e CD8.

«Il nostro vaccino ha dimostrato di essere capace di stimolare sia le cellule sia gli anticorpi, ma adesso i prossimi passi, vale a dire le fasi 2 e 3, devono evidenziare se queste difese sono sufficienti a proteggere completamente gli esseri umani dalla malattia», aggiunge García. Già la prossima settimana comincerà una seconda parte della fase preliminare: si tratterà di testare l’efficacia e la sicurezza del vaccino su 30 pazienti malati. L’obiettivo è provare se il vaccino è capace di controllare tutta la «carica virale» dell’Hiv.

Se la ricerca continua a produrre risultati positivi, il team spagnolo stima che, forse, entro cinque anni si potrà passare alla fase 3, cioè alla sperimentazione di massa. «Una risposta immune al 50% sarebbe sufficiente per la commercializzazione», sottolinea Bernaldo de Quiros, scienziato del Marañon. Ma c’è di più. Si potrebbe, infatti, usare il vaccino non solo come farmaco preventivo, ma anche come trattamento per chi è già malato di Aids. «Sarebbe un ottimo traguardo anche per i Paesi poveri - conclude García -: così eviterebbero di sobbarcarsi il costo dei costosi farmaci per curare chi è affetto da Hiv».

BMW, IL FONDATORE ERA NAZISTA

IL CORRIERE DELLA SERA, 28/09/2011

Il passato ritorna. E a volte bisogna farci i conti. Così dopo Hugo Boss, anche il fondatore della casa automobilistica Bmw era nazista e non «una vittima» come aveva fatto credere alla fine della guerra. A rivelarlo uno studio commissionato dai nipoti di Gunther Quandt e che doveva essere «un esercizio di apertura e trasparenza». E hanno voluto esprimere «la più profonda vergogna».
LA RICERCA- Sembra che nei suoi stabilimenti, Quandt senior abbia sfruttato - talvolta fino alla morte - oltre 50mila fra lavoratori forzati, prigionieri di guerra e dei campi di concentramento per la fabbricazione di armi e pezzi d'artiglieria destinati ad Adolf Hitler. Descritto come un imprenditore «senza scrupoli», è riuscito a cavalcare economicamente il periodo nazista a discapito della manodopera ebrea trasformando così la sua azienda in un colosso industriale.

I RAPPORTI CON GOEBBELS- Nello studio si parla di rapporti piuttosto tesi con Joseph Goebbels, ma esclusivamente per motivi personali, dopo il loro divorzio la moglie di Quandt, Magda sposò il capo della propaganda di Hitler che quindi visse con i suoi figli dopo di lui. Persino il figlio Herbert, uno dei protagonisti del «miracolo economico» tedesco del dopoguerra, noto finora per aver salvato la Bmw dalla bancarotta comprandola nel 1959, non esce bene dal nuovo quadro. Anche lui ha sfruttato lavoratori forzati quando dirigeva uno degli stabilimenti del gruppo a Strasburgo alla fine della guerra, e ha persino guidato i lavori di costruzione degli alloggi nel campo di concentramento di Sagan nell'attuale Polonia.

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AMAZZONIA, NO ALLA DIGA

IL CORRIERE DELLA SERA, 29/09/2011

Manifestazioni. Proteste e sit-in. Senza contare l'appoggio di associazioni ambientaliste (e non solo) che si sono schierati al loro fianco. E alla fine hanno vinto. Già perché la gigantesca diga idroelettrica di Belo Monte, progetto molto discusso, non si farà. Per la gioia delle 13 tribù unite nella lotta contro l'opera che si doveva costruire nel cuore della foresta Amazzonica. Lo ha deciso la giustizia brasiliana che ha ordinato lo stop ai lavori.

LA DECISIONE- La corte federale dello Stato di Para (nord) ha vietato al consorzio Norte Energia di alterare il corso del fiume Xingu «con la costruzione di un porto, esplosioni controllate, innalzamento di dighe, incroci di canali e qualsiasi altro lavoro che modifichi il suo corso naturale» o possa «comportare rischi per la fauna ittica»

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IL DOCUMENTO SEGRETO DELLA BCE

IL CORRIERE DELLA SERA, 29/09/2011

DI MARIO SENSINI

C'è chi l'ha definita un programma di governo, chi un diktat e chi ne ha messo perfino in dubbio l'esistenza. Di sicuro la lettera «segreta» spedita il 5 agosto scorso al governo italiano dal presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e dal suo successore in pectore, Mario Draghi, oggi governatore della Banca d'Italia, ha infiammato il dibattito politico dell'estate, e poi condotto ad una manovra di finanza pubblica di entità mai vista nella storia della Repubblica italiana. È un documento «strettamente confidenziale», e che era dunque destinato a rimanere riservato. L'abbiamo cercato e infine ottenuto, inutile dire, per vie traverse.

La lettera segreta di Trichet e Draghi è qui sotto, pubblicata nel suo testo originale, inglese, e nella traduzione, così che ciascuno possa farsi un'idea sulla forma e i contenuti. Tanto precisi e puntuali questi ultimi, quanto è esplicito, di certo estraneo allo schema classico della liturgia delle banche centrali, il linguaggio utilizzato. La drammatica situazione dei mercati di quei primi giorni d'agosto, l'ampliamento del differenziale tra i tassi sui titoli italiani e quelli tedeschi, forse, imponevano di andare dritto al dunque.
Fatto sta che il «messaggio», come lo definisce Jean-Claude Trichet anche ieri nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera , è arrivato chiarissimo. E durissimo. Fin quasi al limite del cinismo, almeno per come è stato vissuto dai destinatari diretti. Il pareggio di bilancio anticipato dal 2014 al 2013, e dunque a incrociare la fine della legislatura e le elezioni, che ha fatto mettere le mani tra i capelli a Silvio Berlusconi. E la richiesta di raggiungere un deficit pubblico pari all'1% del prodotto interno lordo addirittura già nel 2012, con una manovra di tre punti di prodotto interno lordo, una cinquantina di miliardi di euro, in un solo anno, che ha fatto tremare le vene ai polsi di Giulio Tremonti.

Jean Claude Trichet Si sottolinea la necessità di rendere più severi i criteri per ottenere le pensioni di anzianità e di allungare l'età pensionabile delle donne nel settore privato in modo da avere risparmi di bilancio «già nel 2012». E l'opportunità di ridurre «significativamente» il costo degli impiegati pubblici, rafforzando le regole sul turnover e, «se necessario, riducendo gli stipendi».
Per accelerare la crescita dell'economia, Trichet e Draghi richiamano esplicitamente l'esigenza di rivedere le norme sulle assunzioni e i licenziamenti dei lavoratori (per i quali nella lettera si usa il termine «dismissal») nelle imprese applicando l'intesa del 28 giugno tra la Confindustria e i sindacati, «che si muove in questa direzione». Ma che evidentemente non basta.
Sempre per la crescita serve la «piena liberalizzazione» degli ordini professionali e dei servizi pubblici locali, prevedendone la «privatizzazione su larga scala». Ed un «serio impegno» per abolire o consolidare alcuni livelli amministrativi intermedi, «come le Province» puntualizzano Draghi e Trichet.

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http://www.corriere.it/economia/11_settembre_29/sensini_documento_bce_e68f29d6-ea58-11e0-ae06-4da866778017.shtml

TERRAFERMA CANDIDATO AGLI OSCAR

"Terraferma" candidato italiano agli Oscar. Battuto Moretti. Ma il percorso è in salita...

LA REPUBBLICA, 28/09/2011

ROMA - Tutto secondo previsioni della vigilia: è Terraferma, il film di Emanuele Crialese già Premio speciale della giuria alla Mostra di Venezia, il candidato italiano per la corsa agli Oscar. La pellicola - intenso, emozionante racconto dell'incontro tra migranti e abitanti di un'isola simile a Lampedusa - è stata scelta da una commissione composta da addetti ai lavori del cinema di casa nostra. Sbaragliando la concorrenza di film altrettanto quotati, in particolare Habemus Papam di Nanni Moretti.

Oltre a questa coppia d'assi, gli altri titoli in lizza, nella caccia alla statuetta dorata come miglior pellicola straniera, erano sei: Vallanzasca di Michele Placido; Corpo celeste di Alice Rohrwacher; Nessuno mi può giudicare, di Massimiliano Bruno; Noi credevamo di Mario Martone; Notizie degli scavi di Emidio Greco; Tatanka di Giuseppe Gagliardi. Ma è stato subito chiaro che questa gara a otto sarebbe stata, in realtà, una corsa a due.

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http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/09/28/news/terraferma_oscar-22348975/?ref=HREC2-15

CALCETTO

Il calcetto lo organizzo online
È il social network "pallonaro"
Fubles, una startup di tre studenti milanesi, raccoglie cinquantamila iscritti e supera le diecimila partite organizzate. E adesso punta a conquistare gli States
di MAURO MUNAFO'

LA REPUBBLICA, 28/09/2011

PRIMA si prenota il campo, poi iniziano le chiamate e gli sms per trovare dieci persone e, quando tutto sembra a posto, arriva sempre l'imprevisto, l'infortunio o il forfait dell'ultimo momento: organizzare una partita di calcetto non è mai un compito facile. Sarà anche per questo che in oltre cinquantamila hanno deciso di cambiare tattica e di affidarsi a Fubles.com 1, un social network tutto made in Italy, per provare a rendere più facili le cose.

Nato dall'idea di un gruppo di studenti milanesi, il sito si propone di risolvere il più classico dei problemi: fare in modo che una partita sia organizzata in fretta e che tutti i dieci posti in campo siano occupati, evitando i bidoni dell'ultimo minuto. Basta iscriversi al portale o usare l'account di Facebook, compilare il proprio profilo con l'immancabile foto-figurina e organizzare una partita a cui invitare i propri amici. Se invece non ci si vuole imbarcare nel difficile compito dell'organizzatore, un motore di ricerca geolocalizzato permette di scoprire in quali partite nei dintorni ci sono dei posti liberi da colmare. Oltre alle funzioni puramente organizzative c'è poi tutto il contorno per i veri appassionati, fatto di pagelle a fine gara (quasi un milione quelle compilate), assegnazione del titolo di miglior giocatore in campo, spazi per i commenti e gli sfottò, ranghi e punteggi da scalare e persino un sistema di crediti interni che premia i più fedeli con dei gadget.

"Il nostro è un sito creato proprio per chi non può fare a meno del calcetto e realizzato da gente che ha la stessa passione - spiega a Repubblica.it Mirko Trasciatti, classe '79 e ceo di Fubles - Adesso che abbiamo raggiunto il traguardo dei 50mila iscritti abbiamo deciso di rivoluzionare tutto per sfruttare al meglio le dinamiche del passaparola prendendo spunto dall'esempio di Twitter". Come nel servizio di microblogging infatti, nell'ultima versione del social network si possono "seguire" gli altri utenti, magari con l'obiettivo di arruolarli nella propria squadra.

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http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/09/28/news/calcetto_online-22308795/?ref=HREC2-13

Microsoft, fronda anti-Ballmer "Apple corre, noi arranchiamo"

LA REPUBBLICA, 28/09/2011

ACQUE agitate in casa Microsoft? Sembrerebbe di sì, stando alle indiscrezioni che trovano nella blogosfera il terreno più fertile. E non si tratterebbe di una cosa passeggera. Venerdì scorso a Seattle, nello stadio da baseball dove giocano i Mariners, si è consumato uno psicodramma: al Microsoft Company Meeting, con i dirigenti del colosso informatico davanti a qualcosa come 18mila impiegati, l'entusiasmo pare lo si dovesse cercare col lanternino.

Del resto i resoconti dell'evento che compaiono su mini-Microsoft 1, blog di riferimento per i dipendenti, su cui si tratteggiano i più succosi retroscena dell'azienda, sono implacabili. Steve Ballmer - vi si legge - non aveva lo sprint dei giorni migliori, gli speaker che si sono succeduti sul palco erano mosci al punto da dare l'idea che non credessero affatto nei prodotti di cui illustravano le funzionalità e soprattutto non credevano nel futuro dell'azienda così come immaginato dai vertici.

Il quadro si completa se aggiungiamo - come si evince dalla cronaca dell'evento sul blog - che proprio mentre parlava Ballmer (l'uomo che ha preso il posto del fondatore Bill Gates) in molti si sono alzati dalle loro sedie e sono andati via. Una protesta inattesa e in un momento assai delicato per la Microsoft, in cui sta cercando di reinventarsi 2 per continuare a vincere.

L'atmosfera che ci regalano le voci dal basso è quella di un'azienda dove una buona fetta di impiegati non sembra credere affatto alle scelte dei loro capi, tutti "ossessionati" da Windows 8. Il sistema operativo pensato per legare indissolubilmente dispositivi come computer, tablet e smartphone è ambizioso ma c'è un grande "ma", si legge su molti post. "Arriverà sui primi tablet tra ben due anni". In effetti, si tratta di un'eternità per un settore come quello dei tablet che vive di cambiamenti repentini e altrettanto veloci accelerazioni. Dove Apple con poche mosse e i tempi giusti ha già afferrato una leadership che appare difficile da scalfire. Sì, anche se a muoversi è la corazzata Microsoft.

È questo il tenore degli interventi che si susseguono sul blog: delusione, frustrazione, paura di aver intrapreso ancora una volta una strada sbagliata, o nella migliore delle ipotesi di percorrerla nel modo sbagliato. Dimenticando, si legge ancora nei post, il vero business dell'azienda e quei prodotti che le stanno garantendo il predominio e portano soldi. Insomma, si punta il dito su un evento totalmente dedicato a Windows 8 e ai tablet, senza spazio per gioielli quali Xbox e di Kinect, console dallo straordinario successo di vendite, la suite Office 365, Windows 7.

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http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/09/28/news/microsoft_agitate-22359301/?ref=HREC2-11

Frasi omofobe, esposto contro Fede "Palesi violazioni dei doveri del giornalista"

LA REPUBBLICA, 28/09/2011

ROMA - Un esposto all’ordine dei giornalisti per gli insulti omofobi rivolti dal direttore del Tg4, Emilio Fede, al governatore della Puglia, Nichi Vendola. Dopo aver raccolto, attraverso messaggi e post sui social network, la rabbia e il risentimento degli omosessuali, la deputata del Pd, Paola Concia, ha deciso di muoversi contro il giornalista, tanto da decidere di investire della vicenda l’ordine dei giornalisti.

La richiesta è chiara: viste alcune “palesi” violazioni della “carta dei doveri del giornalista” oltre che del “codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali”, la parlamentare sollecita un’azione disciplinare nei confronti di Fede, “nel rispetto degli omosessuali italiani che si sono sentiti offesi da quelle frasi omofobe”.

Il volgare attacco dell’ottantenne direttore 1 era stato trasmesso su Radio 24 dalla “Zanzara”, lo scorso 21 settembre. Ospite di Giuseppe Cruciani, parlando del leader di Sel, Fede si era lasciato andare ad una serie di considerazioni sul suo orientamento sessuale, anche servendosi di una voce in falsetto. “Lui con i maschi non ha nulla a che vedere”, aveva detto, prima di dare a Vendola “del poveraccio. Va capito, davanti e di dietro”.

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http://www.repubblica.it/cronaca/2011/09/28/news/esposto_fede-22336678/?ref=HREC2-5

Il trader impazzito che ha beffato la Bbc "Borsa hobby, amo parlare in pubblico"

LA REPUBBLICA, 28/09/2011

"OGNI SERA vado a letto pensando alle borse e sogno un'altra recessione. Per le opportunità economiche che può comportare". E ancora: "Non sono i politici a governare il mondo, è Goldman Sachs". Altra perla, proferita senza alcuna esitazione: "In meno di un anno spariranno i risparmi di milioni di persone e non c'è nulla che i governi e i mercati possano fare".

Le chicche regalate durante un'intervista alla Bbc dal "trader indipendente" Alessio Rastani sulla crisi economica e le turbolenze sui mercati internazionali erano troppo belle per non accendere l'entusiasmo della rete. Il video del colloquio con una basita giornalista della tv inglese che si è vista snocciolare opinioni pochissimo politicamente corrette, con apparente e spiazzante onestà, è immediatamente diventato virale, rimbalzando su blog, twitter e su tutti i quotidiani e siti mondiali, economici e non.

Quasi troppo bello per essere vero, quasi studiato per bucare il video e far impazzire il web. E infatti il dubbio è più che lecito: Rastani, sedicente operatore di borsa indipendente, è davvero un trader esperto di mercati o è tutto uno scherzo? Qualcuno ha detto subito che ricordava molto una performance degli "Yes men", collettivo di artisti-attivisti specializzati nel mettere in imbarazzo multinazionali ed istituzioni, spacciandosi per loro portavoce e rilasciando dichiarazioni clamorose. Ma da loro è arrivata una smentita: non è uno dei nostri.

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http://www.repubblica.it/esteri/2011/09/28/news/trader_intervista_bbc_mistero-22361908/?ref=HREC1-12

LA LOGGIA RAI

Rai, via libera alle nuove nomine
Marcello Masi al Tg2, Di Bella a Rai3
Le nuove cariche approvate con i soli voti dell'opposizione e del presidente Garimberti, che commenta: "Sono estraneo a questa astrusa ingegneria che porta a spaccature del cda". Zavoli: Astenuti i consiglieri di maggioranza. Conferma alla guida del telegiornale di Raidue per il direttore ad interim. Alla terza rete torna l'ex numero uno del Tg3

LA REPUBBLICA, 29/09/2011

ROMA- Il Cda della Rai ha dato oggi il via libera alle nomine per il rinnovo di alcune cariche importanti dell'azienda di Viale Mazzini. Per la direzione del Tg2 è stato indicato Marcello Masi. Per Rai3, l'ex direttore del Tg3 Antonio di Bella. La nuove cariche sono state approvate con il voto favorevole dei soli consiglieri di opposizione e del Presidente, mentre si sono astenuti quattro consiglieri della maggioranza ed era assente un quinto della stessa maggioranza (Petroni). Un risultato che il presidente, Paolo Garimberti, ha commentato dicendo: "Personalmente sono estraneo a questa astrusa ingegneria gestionale e relazionale che porta a spaccature del Consiglio e alla moltiplicazione di poltrone contro cui ho votato".

Le conferme. Per Marcello Masi si tratta di una conferma per il ruolo che già aveva ricoperto nel corso degli ultimi 3 mesi come direttore ad interim della testata. Esito analogo per Antonio Di Bella, che succede al dimissionario Paolo Ruffini, che ai primi di ottobre assumerà la direzione de La7. Per l'ex direttore del Tg3 si tratta di un ritorno, visto che il giornalista aveva già ricoperto l'incarico di direttore della rete da ottobre 2009 a giugno 2010, quando un giudice del lavoro aveva ordinato il reintegro di Ruffini a guida di Rai3. Di Bella era stato nominato quindi corrispondente da New York per il Tg3.

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http://www.repubblica.it/politica/2011/09/28/news/rai_approvate_le_nuove_nomine_marcello_masi_al_tg2_di_bella_al_tg3-22349097/?ref=HREC1-11

Palermo paga i dipendenti per spalare neve a luglio

LA REPUBBLICA, 29/09/2011

PALERMO - C'è un motivo, se la Sicilia spende otto volte di più della Lombardia per gli stipendi dei suoi 17 mila dipendenti, c'è un motivo se la Regione Siciliana ha il record italiano di dirigenti, funzionari, assistenti, consiglieri e consulenti: qui c'è tanto, tanto lavoro da fare. Per esempio, a luglio tocca spalare la neve. Sì, proprio a luglio, quando il termometro segna 19 gradi di minima (e 30 di massima), nell'isola del sole c'è la neve.

Ma dove, sulla spiaggia di Mondello? Sulla scogliera di Cefalù? Davanti al Duomo di Monreale? Questo, al momento, è un segreto. Però da qualche parte la neve deve esserci, a luglio, in provincia di Palermo, se il signor Salvatore Di Grazia, assegnato al servizio di Protezione Civile, ha chiesto e ottenuto dalla Provincia il pagamento di 42 ore e mezza di straordinario (più altre tre di straordinario notturno) per "spalamento neve".

Voi penserete: magari gli hanno pagato gli arretrati dell'inverno scorso. Macché. Quelli glieli avevano liquidati subito: 103 ore a gennaio, 92 a febbraio, 70 a marzo. Tutto lavoro straordinario, pagato a parte, che dall'inizio dell'anno a oggi ha rimpolpato la busta paga dell'instancabile Di Grazia di una cifretta pari a sei mesi di stipendio di un precario palermitano: 5165 euro.

Poi, a marzo - purtroppo - persino sulle cime delle Madonie l'ultima neve si è sciolta. E gli spalatori hanno smesso di spalare (e di farsi pagare gli straordinari). Tutti, tranne Di Grazia. Il quale, come quel giapponese sull'isoletta che non sapeva della fine della guerra, ha continuato a spalare una neve che vedeva solo lui. E alla fine del mese, si capisce, presentava il conto all'ufficio del personale. Diciassette ore di spalamento ad aprile (minima registrata, 10 gradi). Cinquantatre sotto il sole di maggio. Trentotto, sudando, nelle torride giornate di giugno. Lui spalava, spalava, e la neve non finiva mai. Anzi, più il caldo si faceva insopportabile e più il lavoro aumentava. Quarantaquattro ore di spalamento neve a luglio (30 gradi all'ombra). Per toccare, in pieno agosto, l'apice dello sforzo: duecento ore.

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Una patrimoniale per rilanciare il Paese

LA REPUBBLICA, 29/09/2011, SUSANNA CAMUSSO, SEG.GEN. CGIL

CARO DIRETTORE, l'Europa si affaccia al tema della crescita e pone domande all'Italia dove il Governo ha prodotto manovra su manovra politiche recessive; e anche se adesso lancia annunci, bisogna constatare che piani decennali e decreti sono fuori tempo massimo e privi di risposte efficaci. Il Governo rappresenta gran parte del problema: la sua uscita di scena è condizione per recuperare credibilità sui mercati.

Nel frattempo bisogna dare una prospettiva al Paese e noi pensiamo che le risorse per il risanamento e la crescita si debbano reperire da una seria tassazione delle grandi ricchezze, dei grandi immobili e da un contributo di solidarietà sui redditi alti ed una rigorosa lotta all'evasione fiscale che non guardi in faccia a nessuno. La straordinaria partecipazione allo sciopero dello scorso 6 settembre testimonia, l'ampia condivisione di una politica di giustizia fiscale.

Confindustria non può pensare che la crescita della nostra economia possa derivare dall'allungamento dell'età pensionabile. Infatti il fondo lavoratori dipendenti è in equilibrio e non può essere intaccato per fare cassa. Soprattutto, se crescita significa occupazione, non si può allungare l'attesa dei giovani per l'ingresso al lavoro: il teorico risparmio dell'età pensionabile è in realtà un gigantesco costo che produce disoccupazione femminile e giovanile e dispersione all'estero delle intelligenze.

Parlare di crescita non significa parlare solo di Pil, ma di lavoro, di occupazione, di qualità dei servizi, di sostenibilità ambientale. È indispensabile un piano per l'occupazione giovanile e la stabilizzazione del precariato. Lo si può aiutare con la riduzione del carico fiscale sulle aziende e con incentivi all'assunzione e alla stabilizzazione. Lo si può finanziare con il ripristino di una tassa di successione che non escluda i patrimoni societari.

L'obiettivo della crescita e della coesione sociale passa per un riconoscimento alle Regioni ed alle Autonomie Locali della loro funzione: welfare è sviluppo e gli investimenti li produce il territorio.

Per questo con loro occorre ragionare di qualificazione e stabilizzazione del lavoro pubblico e di qualificazione dei servizi pubblici locali. Non in una logica di privatizzazione e smantellamento, come sembra indicare Confindustria, ma di riorganizzazione e concentrazione.

Il potenziamento e la qualificazione del trasporto pubblico locale può rappresentare una filiera con cui modernizzare intere aree, sfruttare le capacità tecnologiche e industriali nazionali, produrre, difendere e favorire l'occupazione e la mobilità dei cittadini. Per fare ciò sono necessarie risorse adeguate, politiche mirate e coinvolgimento delle istituzioni locali, di tutti gli operatori locali e nazionali. In materia di Tpl proponiamo alle Regioni che svolgano una funzione di indirizzo e pianificazione costituendo un'unica società integrata per ogni Regione.

La crescita è possibile solo in una logica unitaria che assuma l'emergenza meridionale come priorità assoluta. La crisi minaccia interi settori produttivi e può produrre la deindustrializzazione di intere Regioni (a partire dalla Campania, dalla Sardegna e dalla Sicilia). La latitanza del Governo su questo tema è stata scandalosa e ha concorso al declino e al degrado del Paese. La responsabilità di una classe dirigente impone che le grandi imprese nazionali si facciano promotrici di un disegno che produca la difesa degli insediamenti e nuovi investimenti nel Mezzogiorno. Finmeccanica ed Eni sono chiamate a "fare la loro parte" di grandi gruppi a controllo pubblico con responsabilità sociali oltre che interessi aziendali cui rispondere, senza cedere a nessun richiamo di secessione nel Paese.

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http://www.repubblica.it/economia/2011/09/29/news/una_patrimoniale_per_rilanciare_il_paese-22392930/?ref=HREC1-4

L'URAGANO KATARINA

La versione di Katarina, ex Miss Montenegro
"La mia storia con Silvio iniziata a 18 anni"

LA REPUBBLICA, 29/09/2011

La Knezevic racconta: vivo spesso con lui ad Arcore. Una delle sorelle maggiori, Slavica, a Milano da anni, è stata vicina al boss Ratko Djokic dal nostro inviato PAOLO BERIZZIPODGORICA - "Sono fidanzata con Berlusconi e vivo a Arcore. Stiamo insieme da quando, esploso il caso Noemi, si è separato dalla moglie. Ma non l'ho mai ricattato. Sono altri che l'hanno usato e l'hanno tradito". Parla Katarina Knezevic, vent'anni, modella, la "fidanzata montenegrina" di Silvio Berlusconi. Alcuni ospiti delle feste a casa del Presidente del Consiglio - soprattutto ragazze: Nicole Minetti, Barbara Faggioli, Imane Fadil - l'hanno definita - nelle telefonate intercettate dalla Procura di Milano e di fronte ai magistrati - una "pazza pericolosissima" che assieme alla sorella maggiore "tiene sotto torchio" il premier. Una da cui è meglio stare lontani".

Adesso Katarina, ex Miss Montenegro, una sorella gemella (Kristina), racconta la sua verità a Repubblica. E esce allo scoperto sulla storia con il capo del governo. "Ci siamo conosciuti nel 2009. Era l'inizio di maggio e io avevo 18 anni. Silvio si era appena separato dalla moglie (il 3 maggio 2009 Veronica Lario ha già avviato le pratiche per la separazione e il divorzio, ndr). Ci siamo incontrati a Milano, a un'inaugurazione. Dove c'è lui ci sono io, lo seguo ovunque. La nostra relazione non è un mistero. Anche se finora abbiamo sempre evitato di farci fotografare insieme".

Chi è, davvero, questa ragazza che dice di amare, ricambiata, Berlusconi? E le sue sorelle? E' vero - come racconta ai pm milanesi Imane Fadil - che attraverso una di loro Katarina tiene sotto ricatto il Presidente del consiglio? Perché? Su cosa? "Ricatti? Sono tutte balle - dice lei - . Queste ragazze parlano solo per invidia. Vorrebbero essere al mio posto e siccome non ci sono riuscite ne dicono di tutti i colori: su di me e sulla mia famiglia. Non ho mai ricattato Silvio, non potrei mai farlo, e non ne ho nemmeno bisogno".

Ma la versione di Katarina, e il suo "ingresso" nella corte del premier quando, nel 2009, sta per compiere 18 anni, anziché sciogliere i tanti dubbi e misteri che ancora ruotano intorno al caso Ruby, rischia di mettere Berlusconi in una posizione di ulteriore imbarazzo. "In amore l'età non è importante. Una persona straordinaria come lui avrebbe potuto avere anche cento anni: mi avrebbe colpito allo stesso modo", ammette la modella montenegrina. Già. Katarina è nata il 21 maggio '91, quartiere popolare di Murtovina, periferia di Podgorica. Diciotto anni dopo - è il 24 maggio del 2009 - è con la gemella Kristina in tribuna vip allo stadio di San Siro ospite del premier: partita di addio al calcio di Paolo Maldini. Hanno compiuto la maggiore età da tre giorni. "Con Silvio ci conoscevamo già".

Katarina ha due sorelle più grandi. Una si chiama Slavica, ha 32 anni, è stata anche lei Miss Montenegro e un tempo era vicina al boss montenegrino Ratko Djokic, ucciso a Stoccolma il 5 maggio 2002. Slavica sta a Milano da molti anni, è stata amica e assistente di Lory Del Santo, conosceva già Berlusconi. E' lei che ha presentato la sorella al premier? Katarina nega. Così come taglia corto ("ma non scherziamo") quando le chiediamo se è vero - come si dice - che sua sorella maggiore potrebbe essere in possesso di informazioni o foto compromettenti per il Presidente del consiglio. "Se chiede in giro a Podgorica le diranno che la mia è una famiglia per bene. E non è vero che mio fratello entra e esce dal carcere".

Nella città delle Knezevic si ricordano bene un episodio. E' il 17 marzo 2009 e Katarina e Kristina tentano un primo "aggancio" a Berlusconi. Il premier è in visita ufficiale a Podgorica. In suo onore il primo ministro Milo Dukanovic dà una cena a Villa Gorica. Le gemelline fanno di tutto per farsi invitare. Ma rimbalzano: sono ancora minorenni e, in più, non parlano l'italiano. A loro vengono preferite altre due modelle locali. "Berlusconi mi ha sempre affascinato e volevo conoscerlo. Poi, invece, è successo in Italia".

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http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2011/09/29/news/katarina_knezevic-22392928/?ref=HREC1-2

SEMINARIO SULLA SITUAZIONE D'ITALIA

«Questa terra è la tua terra»
— 27 settembre 2011


LIBERA SINTESI DI PAOLO CACCIARI del seminario organizzato da Gente di Sinistra e Rete@Sinistra che si è svolto a Ferrara il 24-25 settembre a cui hanno partecipato centocinquanta persone in due sessioni plenarie, discutendo tre documenti preparatori in sei tavoli di lavoro e ascoltando relazioni di Alberto Magnaghi, Tonino Perna, Francesca Forno, Guido Viale, Alberto Lucarelli, Giorgio Ferraresi.

Siamo in un sistema giunto al collasso (Perna). Prima e oltre le crisi finanziaria, ambientale, sociale ci dovremmo preoccupare della crisi di senso di un sistema economico che chiede sempre di più in termini di sacrifici di risorse umane e naturali e restituisce sempre di meno in termini di benessere, salubrità e qualità delle relazioni… Si può quindi ben parlare di crisi di civiltà.
Le politiche messe in atto dai governi al servizio delle agenzie economiche internazionali sembrano più dei palliativi volti ad allungare il tempo della decadenza e ad amputare i rami improduttivi piuttosto che curare le cause del male.
Che questo sistema collassi non sarebbe un dramma – anzi! – il guaio è che trascina le popolazioni più deboli e prive di mezzi e di poteri in una catastrofe sociale. Basti pensare al dramma dei profughi ambientali. La crisi è un atto della guerra di classe che i ricchi hanno sempre combattuto contro i poveri.
Il dramma politico è che nessuno sa prospettare alternative all’altezza della crisi.
Le forze tradizionali della sinistra socialdemocratica sono parte di questa crisi perché non sanno andare oltre la riproposizione dei consueti schemi economici della crescita. Cioè esattamente del paradigma che è entrato in una crisi irreversibile. Almeno in questa parte del mondo “più sviluppato”. Si sono assottigliati i margini coloniali ed imperiali di sfruttamento dei paesi “in via di sviluppo” da turlupinare e depredare, verso cui delocalizzare ed esportare, a cui vendere merci ad alto valore aggiunto e scaricare debiti sovrani gonfi di titoli spazzatura, inesigibili. Grazie alla globalizzazione e alla finanziarizzazione le nuove borghesie dei Bric (Brasile India Russia Cina) hanno ben presto imparato dai “maestri occidentali” come ci si fa ad arricchire. L’uomo più ricco della Cina è entrato nel Comitato centrale del partito unico comunista. Si è così realizzata la massima della nuova etica cinese – “arricchirsi è glorioso” – dai tempi di Deng Xiao Ping
Una alternativa alla decadenza ci sarebbe: imparare a fare quel che ci serve con ciò che abbiamo. Ri-territorializzare i sistemi economici locali autosostenibili. Ricomporre l’antica separazione tra cultura e natura. Assumere il concetto di limite. Ri-naturalizzare l’ambiente. Riscoprire la sapienza incorporata nelle popolazioni. Recuperare i saperi contestuali, diffusi, esperienziali. Mirare all’autoproduzione, all’autosufficienza e all’autogoverno. Ciò che è stato definito “l’economia della sufficienza” (Wuppertal Insitute). Riconquistare il controllo sui fattori produttivi. Insomma, una nuova idea di “autarchia (“au-tar-chì-a”, dominio di se stesso) cosmopolita” (Magnaghi) di comunità radicate, ma aperte ai rapporti con il resto del mondo attraverso “reti federaliste globali” e inclusive, capaci di funzionare in modo democratico al loro interno attraverso “mappe di comunità”, “patti” e contratti territoriali. Insomma, tornano le idee di Danilo Dolci (Paba) sulla produzione di politiche pubbliche attraverso pratiche di movimento dal basso, sulla partecipazione come interazione spinta a doppia utilità: di risultato, ma soprattutto di processo, che generano comportamenti non auto-interessati, processi auto-educanti (Forno), affrancamento dai condizionamenti etero diretti. Sono le modalità dei processi di presa di decisione che determinano le relazioni di potere e formano i legami sociali. Si prefigura una “democrazia di prossimità”. Si apre quindi la grande questione della sovranità da disaccoppiare dal diritto di proprietà (Lucarelli). La riscoperta della nozione di beni comuni la cui titolarità è sociale e collettiva (Ferraresi), non un catalogo di beni e servizi, ma un “repertorio di azioni sociali” (Forno), forme di impegno, luoghi di conflitti e processi di riconoscimento di diritti collettivi.
I movimenti da Seattle in poi hanno dimostrato non solo di aver visto giusto, ma hanno anche dato vita a pratiche diffuse di impegno diretto intrinsecamente politico non tradizionale: Gas e consumo critico, cicli corti in agricoltura e banche del tempo, co-housing e orti urbani, gruppi per la diffusione sistemi open source e di difesa del web (vedi lo straordinario risultato dei Pirati nelle elezioni di Berlino), riscoperta degli usi civici e proprietà collettive e mille altre pratiche di economia sociale solidale (Viale). Insomma, abbiamo la teoria (il nuovo paradigma dei beni comuni, oltre la mercificazione e oltre il diritto di proprietà), abbiamo nuove “pietre di paragone” (Giunti) con cui confrontare le politiche istituzionali (dalle nuove costituzioni dell’Ecuador e della Bolivia, al Laboratorio Napoli per la democrazia partecipativa e decisionale), abbiamo movimenti creativi di nuova generazione capaci di straordinarie azioni collettive (vedi il referendum sull’acqua), qualcosa si muove anche dentro i saperi scientifici e le accademie, nel ripensare le tradizionali separatezze disciplinari umanistiche e scientifiche (Curti), qualcosa si muove anche in ognuno di noi, nell’antropologia individuale che fa resistenza alle “personalità scisse e fatte a pezzi” (Nannetti), alla disumanizzazione dell’individualismo proprietario eretto a modello dall’ideologia neoliberista.
Cosa manca, allora, per conferire una qualche incisività politica ai movimenti sociali attivi non solo in Grecia, in Spagna, in Islanda? Manca una soggettività politica, un “traino politico” (Zolesi) capace di spezzare il monopolio dell’azione politica esercitato dalle vecchie forme di rappresentanza. Serve urgentemente inventarsi “strutture che connettono”, “confederazioni di diverse autonomie sociali” (Pino Ferraris) capaci di portare le istanze della vita nella dimensione della politica. “Istanze che sono già politica che però hanno bisogno di spazi e forme politici” (Bagni).

LEZIONI DI DEMOCRAZIA

Prima lezione: Democrazia. Dalle regole alla partecipazione, cosa vuol dire essere cittadini
Data di pubblicazione: 20.09.2011

Autore: Colombo, Gherardo

Stralcio dal libro che apre la nuova collana di Bollati Boringhieri, “Sampietrini”. La Repubblica, 19 settembre 2011

Nel suo saggio l´ex magistrato spiega l´importanza dell'impegno. Altrimenti i governi diventano oligarchie 
Le funzioni non si esauriscono nell´esercitare o meno il proprio diritto di voto 


La democrazia presuppone una precisa considerazione degli esseri umani e delle caratteristiche delle relazioni che tra loro intercorrono. La democrazia non è uno strumento compatibile con gli atteggiamenti infantili, e se non si tiene conto della fatica che la crescita personale comporta per superare tali atteggiamenti non si può arrivare a capirla (...).
Il popolo governa agendo. E siccome il popolo non esiste se non esistono le persone che lo compongono, il popolo governa se agiscono le persone di cui è costituito. Si è considerata la forma, si è vista la sostanza. Si è tratteggiato, cioè, lo schema di regole e di contenuti che servono perché possa funzionare la democrazia. Tutto questo, però, ancora non basta: crea i presupposti perché il popolo governi, ma affinché si realizzi la democrazia è necessario che il popolo, nell´ambito delle regole, effettivamente governi.

Una citazione aiuta a comprendere meglio la questione. 
L´articolo 1 della Costituzione italiana afferma nel primo paragrafo che «L´Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». L´espressione è interpretata storicamente attribuendo alla parola «lavoro» il significato corrente di attività produttiva. Il lavoro quindi fonda la Repubblica democratica perché è lo strumento attraverso il quale la persona si realizza, è il mezzo per l´emancipazione personale e per la promozione della società.

Una lettura in chiave diversa aiuterebbe a capire cosa intendo: l´Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro in quanto i cittadini lavorano, e cioè si impegnano, perché sia una Repubblica e una democrazia. È necessario che i cittadini agiscano per compiere la democrazia, perché questa possa attuarsi. In caso contrario, e cioè se tutti loro, o gran parte di loro, rimanessero inerti, evidentemente non governerebbero, e la democrazia si trasformerebbe necessariamente in monarchia o in oligarchia (perché governerebbero soltanto gli attivi, che potrebbero essere ipoteticamente soltanto uno o estremamente pochi). La trasformazione si verificherebbe di fatto, senza necessità di cambiare nemmeno una legge. 
Così come la monarchia si trasformerebbe in oligarchia se il sovrano assoluto si disinteressasse completamente di svolgere le sue funzioni e gli subentrasse, di fatto, la corte. Allo stesso modo governerebbe, per esempio, il solo presidente del Consiglio dei ministri, se tutti i ministri e il Parlamento tralasciassero in concreto (pur conservandole apparentemente) le loro funzioni e il popolo si limitasse a esprimere con indifferenza il proprio voto alle scadenze elettorali, o magari a omettere, per una parte consistente dei suoi membri, persino quello. Non si tratta, però, soltanto di questioni di remissività da parte delle istituzioni nei confronti di una sola o di poche persone, che assumerebbero così il potere spettante ad altre sedi; non si tratta soltanto dell´esercitare o meno il diritto di voto. Il problema riguarda più in generale l´abdicazione del popolo a governare.


Per comprendere come il comportamento delle persone che compongono il popolo incida sull´attuazione della democrazia si può paragonare la società a una famiglia. Le persone che compongono la famiglia compiono di continuo azioni che riguardano se stesse individualmente e azioni che riguardano la famiglia nel suo complesso. Azioni generalmente programmate, dall'ora del risveglio passando per le varie faccende quotidiane fino al momento di coricarsi. 
La programmazione individuale riguardante le proprie sfere di competenza incide non soltanto sulla vita di chi l´ha fatta, ma anche su quella degli altri: alzarsi alle dieci e arrivare regolarmente tardi al lavoro comporta il rischio di essere licenziato, presentarsi sempre tardi a scuola quello di non essere promosso, e il licenziamento e la bocciatura si rifletterebbero sull´intera famiglia. Altri aspetti organizzativi riguardano la famiglia nel suo complesso: fare la spesa, riordinare la casa, decidere gli acquisti e i viaggi, e così via. Dalla programmazione complessiva e dalla attuazione della programmazione risulta la qualità della vita del la famiglia, e cioè dei suoi membri. 
Nella famiglia patriarcale la programmazione, anche delle sfere più personali, era riservata al padre (il monarca), che poteva delegare (magari tacitamente e per tradizione) le parti più ripetitive e meno qualificanti alla moglie, spettando per tutto il resto a questa e ai figli il compito di eseguire, cioè di comportarsi secondo le disposizioni ricevute. Ora, in una famiglia attuale gli indirizzi sono decisi concordemente dai coniugi: il Codice civile italiano, articolo 144, stabilisce che «I coniugi concordano tra loro l´indirizzo della vita familiare»; ma anche i figli partecipano alle decisioni che li riguardano, quando siano abbastanza grandi per farlo. Salvo che uno dei coniugi (o i figli, per quel che compete loro) si disinteressi, lasci fare, non partecipi, nel qual caso gli indirizzi, le decisioni sono presi dall´unica persona che si impegna a farlo. È questa persona che decide cosa comperare facendo la spesa, dove andare in vacanza e così via, e gli altri si adeguano. Non decidono, ma subiscono la decisione altrui.


Quel che succede in famiglia succede nella società: nella democrazia le regole prevedono la possibilità di contribuire all´indirizzo della vita propria e di quella della collettività, ma se la possibilità non è usata, se manca cioè l´impegno, la democrazia svanisce. Non sono sufficienti le regole, perché le regole consentono di partecipare al governo: se manca l´impegno, la partecipazione, il governo va ad altri.

mercoledì 28 settembre 2011

TURISMO, PALERMO SORPASSA TAORMINA

CORRIERE DEL MEZZOGIORNO, 28/09/2011

DI MARIA LAURA CRISCIMANNO

Palermo, dati alla mano, da gennaio sino a luglio 2011, sembra aver recuperato il primato di capitale del turismo siciliano, sorpassando Taormina. Sono infatti 710.740 le presenze turistiche censite sino ad oggi dal Servizio Turistico Regionale STP, mentre l’ anno scorso erano state 560.000. A questi numeri, che comprendono le strutture alberghiere cittadine a tre, quattro e cinque stelle, cioè 241 esercizi commerciali, andrebbe aggiunto il dato di agosto, oltre a tutto il movimento dei B&B, che in città sono ben 124 ed assorbono buona parte della richiesta di ospitalità. «Siamo abbastanza sicuri che con il 2011 raggiungeremo il tetto del milione di presenze – spiega il dirigente Filippo Nasca , intervenuto all’ Open Forum sulle Isole minori -.Anche se può sembrare fuori luogo paragonare una grande città come Palermo alla capitale del turismo siciliano, una località balneare come Taormina, è importante rilevare che molte di queste presenze in città sono state di stranieri, primi i francesi, ma anche altri paesi europei, inclusi i russi, scandinavi ed altri paesi dell’ est».

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http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/palermo/notizie/cronaca/2011/28-settembre-2011/turismo-palermo-recupera-primato-sorpassa-taormina--1901667403201.shtml

EXPO 2015, LA PRIMA PARTNERSHIP E' TELECOM ITALIA

IL FATTO QUOTIDIANO, 28/09/2011

DI GIULIANA DE VIVO

Dopo l’appello lanciato dagli organizzatori dell’Expo 2015 a Milano per attirare finanziatori, il primo partner è arrivato: è Telecom Italia, vincitrice della gara d’appalto “alla quale – ha sottolineato il governatore della regione Lombardia Roberto Formigoni nella conferenza stampa di questa mattina – avevano partecipato tanti altri privati perché hanno capito la grande occasione che Expo rappresenta, rovesciando così quella visione pessimistica e scettica che vede questo grande evento come una struttura rachitica, perennemente bisognosa di aiuto economico”.

I soldi, a dire la verità, ci sono eccome: 43 milioni di euro è la cifra che Telecom mette a disposizione in contributi finanziari, beni e servizi. “Non siamo uno sponsor, ma un partner”, ha precisato l’amministratore delegato della società di telecomunicazioni Marco Patuano. Non si tratta, cioè, di finanziamenti in cambio di mera pubblicità, ma di una collaborazione per un obiettivo comune. L’ad di Expo Giuseppe Sala ha assicurato: tutto ciò che verrà realizzato in occasione dell’esposizione universale non sarà temporaneo ma resterà a disposizione della città di Milano. E facendo proprio lo slogan del sindaco Giuliano Pisapia ha aggiunto: “Sentiamo che il vento sta cambiando”. Il progetto di Telecom, ha spiegato poi Patuano, è fare del capoluogo lombardo una “digital smart city”, con investimenti non solo nella fibra, ma anche in infrastrutture di cloud computing “e molti altri device di nuova generazione, in un crescendo di know how tecnologico”.

I Paesi che hanno aderito all’invito a partecipare sono 53, ha evidenziato Formigoni, che ha aggiunto: ”Questi non sono solo segnali, sono fatti: la stampa straniera parla male dell’Italia, però poi i governi degli altri Paesi corrono ad iscriversi all’Expo, il che vuol dire che c’è interesse per quello che succede a Milano, in Lombardia, in Italia”. E sul suo ruolo di commissario generale per l’Expo, ha fatto sapere che la struttura che lo affiancherà sarà “a costo zero, perché composta tutta da persone che lavorano già nelle amministrazioni “. Nessun passaggio sui tagli agli enti locali operati dal governo, ma pungolato dai giornalisti riguardo alla richiesta di deroga al patto di stabilità avanzata dal sindaco Pisapia, il governatore ha fatto sapere di appoggiarla “perché è chiaro che con la crisi attuale ci sono maggiori difficoltà”. E riguardo ai rapporti con l’esecutivo, non ha nascosto di aver “fatto delle specifiche richieste”, dicendosi “convinto che quando siederemo tutti attorno ad un tavolo ci troveremo d’accordo”. Poi ha concluso: “sarà un’Expo divertente, scintillante, provocatoria”.

OMICIDIO ROSTAGNO, DOPO 23 ANNI TROPPI MISTERI E COINCIDENZE

IL FATTO QUOTIDIANO, 27/08/2011

DI LUCIANO MIRONE

Chissà perché un anno dopo il delitto di Mauro Rostagno, il procuratore della Repubblica di Trapani, Antonino Coci, si affrettò a ordinare la smagnetizzazione delle intercettazioni telefoniche fra l’ex presidente del Consiglio, Bettino Craxi, e il suo amico fraterno Francesco Cardella. Certo, Cardella non era un personaggio qualsiasi: accusato otto anni dopo dal nuovo procuratore di essere il mandante dell’omicidio Rostagno, col quale nell’81 aveva fondato la comunità per il recupero dei tossicodipendenti “Saman”, dopo l’archiviazione di quell’indagine, fugge in Nicaragua dove, dal presidente comunista Daniel Ortega, viene nominato ambasciatore nei Paesi del Maghreb.

Ma da diverse fonti Cardella è indicato agente dei servizi segreti, massone, vicino ai boss trapanesi Totò e Calogero Minore, trafficante di armi e di materiale radioattivo con la Somalia, spregiudicato uomo d’affari che, grazie all’amicizia con l’ex segretario socialista, ispirò la legge Iervolino-Vassalli sulla punibilità dei tossicodipendenti, una norma che consentiva alle comunità terapeutiche dell’epoca – fra cui la Saman – di ricevere ingenti finanziamenti da parte dello Stato. Benché prosciolto, su Francesco Cardella pendevano ben sette rogatorie internazionali richieste dai magistrati della Dda di Palermo, convinti che il “guru” di “Saman”, sul delitto Rostagno, sapesse molto.

“Cardella era convinto”, dice il suo legale Nino Marino, memoria storica dell’antimafia trapanese, “che se si fosse presentato in Italia per deporre, sarebbe stato arrestato e condannato”. Quindi se ne è rimasto in Nicaragua, senza farsi sfiorare dall’idea di scrivere un memoriale o quantomeno degli appunti per aiutare la giustizia italiana, fino a quando nello scorso agosto, a 71 anni, un infarto fulminante lo ha stroncato portandosi la sua vita e i suoi eventuali segreti. Perché su una cosa non dovrebbero esserci dubbi: “Cardella sapeva”, seguita l’avvocato Marino. “Craxi all’epoca possedeva gli strumenti giusti per dare una attendibile di lettura dell’omicidio e sicuramente ne ha parlato con lui”. Chissà quali erano le confidenze che fra il 1988 e il 1989 scorrevano sul filo telefonico Trapani-Roma?

Rostagno era stato assassinato la sera del 26 settembre 1988 da un commando armato fino ai denti nei pressi della comunità, nelle campagne di contrada Lenzi, mentre tornava dagli studi di Rtc, l’emittente televisiva dalla quale ogni giorno denunciava il micidiale intreccio fra mafia, massoneria deviata e politica corrotta. Per gli editoriali e le inchieste sul delitto del sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, sulla loggia segreta “Iside 2” che operava all’interno del circolo culturale ‘Scontrino’ (che faceva da copertura), e sui torbidi affari della politica locale, era stato avvisato “di non dire minchiate” dal boss di Castelvetrano, Mariano Agate. Ma era tutto il sistema a non tollerarlo più, mentre la sua popolarità aumentava a dismisura e lui negli ultimi mesi della sua vita – quando la ‘Primavera’ palermitana di Leoluca Orlando sconvolgeva assetti consolidati da tempo per quell’alleanza ‘anomala’ con i comunisti – meditava un impegno in politica con i movimenti della sinistra trapanese.

Chissà quali informazioni ‘segrete e riservate’ affluiscono all’ex inquilino di Palazzo Chigi nei giorni convulsi del dopo Rostagno. Chissà se arrivano solo da parte di organi investigativi ufficiali, o anche da organi investigativi non ufficiali? E sì, perché la Trapani di allora – punto nevralgico del traffico d’armi con la Somalia ai tempi della cooperazione con l’ex dittatore Siad Barre, e coagulo di interessi inconfessabili fra Cosa nostra, massoneria deviata e politica corrotta – pullula di agenti dei servizi segreti deviati e dell’organizzazione paramilitare Gladio, il cui responsabile, il maresciallo Vincenzo Li Causi (‘agente con licenza di uccidere’), è lo stesso che aveva capeggiato, per conto di Craxi, l’’operazione Lima’ – un’operazione costata 5 miliardi di vecchie lire e giudicata illecita dall’opposizione – per difendere il presidente del Perù Alain Garcia dai guerriglieri di Sendero Luminoso. Li Causi, prima di Trapani, lo ritroviamo in Somalia, dove viene ucciso in circostanze misteriose nel torbido contesto del traffico d’armi.

Chissà perché di quei nastri non resta traccia, malgrado qualcuno dei carabinieri addetti all’ascolto telefonico li definisca ‘interessanti’. E chissà perché spariscono pure i brogliacci dove si dovrebbe fare l’elenco minuzioso, con tanto di data e di ora, di quelle intercettazioni. E come mai il procuratore, negli stessi momenti, si affretta a dichiarare che ‘a Trapani la mafia non esiste?’, malgrado l’uccisione del sostituto procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto, la scoperta della raffineria di eroina più grande d’Europa (un ricavato di 5 miliardi al giorno di vecchie lire), e quell’attentato fallito al giudice Carlo Palermo, che per errore aveva causato la morte di una madre e di due bambini.

Già prima ancora che Rostagno morisse, gli alti vertici della magistratura e dell’Arma sapevano che Rostagno, poche settimane prima del delitto, non solo era riuscito a fare un’incursione nei locali della ‘Iside 2′, una delle logge massoniche più potenti d’Italia, ma era venuto a conoscenza del fatto che Licio Gelli era in rapporti strettissimi con il Gran Maestro della ‘Iside 2′ Gianni Grimaudo, e che lo stesso Gelli, qualche anno prima, si era recato a Mazara del Vallo, ospite del boss Mariano Agate e del suo braccio destro Natale L’Ala. Magistrati e carabinieri di Trapani sapevano che il giornalista stava indagando segretamente su questa ‘cosa grossa’. E sapevano che un sottufficiale dell’Arma di Trapani, il brigadiere Beniamino Cannas, aveva convocato Mauro in caserma per interrogarlo proprio su questi argomenti.

Eppure oggi, al processo sul delitto Rostagno – unici imputati il boss di Trapani Vincenzo Virga e il killer Vito Mazzara – l’ex brigadiere stranamente non ha ricordato questo particolare. Ci sono volute tre udienze perché, al cospetto del verbale di interrogatorio firmato da lui, gli tornasse la memoria. E chissà perché – malgrado queste notizie clamorose – allora i carabinieri scartarono la tesi del delitto di mafia (entrando in contrasto con la Polizia) e portarono avanti l’ipotesi dell’omicidio commesso dai piccoli spacciatori di droga che odiavano Rostagno?

Ventitré anni contrassegnati dalle amnesie, ma anche, per dirla con Antonio Ingroia, Pm del processo Rostagno, ‘dai depistaggi e dalle gravi anomalie investigative’. Una coincidenza che pochi minuti dopo il delitto, in seguito alla perquisizione dei carabinieri, dal tavolo del giornalista sparisca una audiocassetta dove Mauro avrebbe registrato i nomi di mafiosi e di massoni (fra cui Cardella), e una videocassetta (con la scritta ‘Non toccare’) dove avrebbe filmato l’atterraggio di aerei C130 – sfuggiti al controllo radar – sulla pista militare di Kinisia, contrassegnata da misteriose sigle non appartenenti all’Aeronautica militare, ma che potrebbero essere di Gladio? Da quei velivoli, secondo le ricostruzioni dei magistrati, si scaricavano delle armi destinate alla Somalia e ai Paesi dell’ex Jugoslavia.

Una spy story ambientata in una Sicilia dove non si muove foglia che la mafia non voglia, ma dove non è difficile intravedere, anche dopo ventitré anni, la mano dei servizi segreti deviati. Per farsi un’idea dei ‘buchi neri’ che in questi anni hanno contrassegnato le indagini, basta leggere una ‘riservata’ che l’ex procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo spedisce nel 1996 (otto anni dopo l’omicidio) al collega di Caltanissetta: si parla di ‘fascicoli mancanti’, di ‘fascicoli inseriti con notevole ritardo’, di ‘rapporti acquisiti soltanto otto anni dopo dal Reparto Operativo dell’Arma dei carabinieri’ solo perché ‘questo Ufficio’ ne è venuto ‘casualmente a conoscenza’, ma anche di un rapporto dove ‘non c’è stranamente traccia di deposito ufficiale’ e di ben ‘dieci faldoni’ che dovrebbero essere allegati ma di cui ‘non vi è traccia’. Un esplicito riferimento viene riservato alla chiusura delle intercettazioni telefoniche tra la Saman e Craxi, e anche allo ‘strano comportamento’ del procuratore Coci, che ha mostrato ‘disinteresse’ ‘per le telefonate in questione’. Non è difficile leggere fra le righe lo sconcerto per la ‘decisione presa dai carabinieri di chiudere con esito negativo le intercettazioni in oggetto, con motivazioni a dir poco incredibili’.

Ma le ‘coincidenze’ non si fermano qui. In un rapporto giudiziario dei carabinieri di Trapani, datato 22 giugno 1987, si fa l’elenco degli insegnanti che fino all’86, quando scoppia lo scandalo della ‘Iside 2‘, hanno tenuto i corsi dentro il centro ‘Scontrino’. Fra questi ci sono le mogli di qualche magistrato trapanese. Uno si chiama Carmelo Lombardo. La consorte tiene dei corsi per ‘assistenza agli handicappati’. Lombardo è colui che, dopo il delitto Rostagno, dichiarò fallito l’editore di Rtc, Puccio Bulgarella, legato ai Minore e fino alla metà degli anni Ottanta, con 20 miliardi di fatturato l’anno, uno dei più ricchi imprenditori della provincia. Dopo l’omicidio di Totò Minore, che lo garantiva soprattutto nel settore degli appalti, per Bulgarella cominciò un lento e inesorabile declino, un declino che la presenza ingombrante di Rostagno a Rtc probabilmente affrettò. “Il giudice Lombardo”, dice l’avvocato Marino, “oltre alla moglie che insegnava al centro ‘Scontrino’, intratteneva un intenso rapporto con il Gran Maestro della ‘Iside 2′, Gianni Grimaudo, e col suo vice Natale Torregrossa: lo documentano dei filmati durante alcune feste. Lombardo dichiarò fallito Bulgarella senza aspettare l’esito del concordato preventivo presentato dall’imprenditore e accettato dai creditori. Il Consiglio superiore della magistratura, ritenendo che ci fosse una incompatibilità ambientale, lo trasferì a Palermo”.

L’altro magistrato si chiama Massimo Palmeri. Ha indagato sul delitto Rostagno dal ’92 al ’95, anno in cui ha presentato richiesta per l’archiviazione delle indagini, successivamente respinta dal Gip. Anche la moglie di Palmeri dal’85 all’86 ha tenuto “corsi per segretaria d’azienda” all’interno del centro “Scontrino”, ma ancora nessuno a Trapani sapeva che dentro quel circolo operasse una loggia massonica molto pericolosa. Una coincidenza anche questa.