IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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martedì 31 gennaio 2012

REGIME SIRIANO

EL PAIS, 31/01/2012

El Ejército sirio sigue cribando los suburbios de Damasco y ha lanzado una nueva ofensiva sobre Homs, el principal bastión opositor. Bachar el Asad recurre a todas las fuerzas a su disposición para sofocar en lo posible la revuelta y ya no solo emplea las tropas alauíes dirigidas por su hermano Maher, absolutamente fieles al régimen, sino también soldados de reemplazo suníes. Eso ha disparado el ritmo de las deserciones, según la oposición. Jaled Khoja, representante del Consejo Nacional Sirio en Turquía, declaró ayer al diario Hurriyet que muchos militares habían abandonado las filas en los dos últimos días para unirse al Ejército de la Siria Libre, debido al uso de tropas regulares en las operaciones alrededor de Damasco. “La mayoría de los soldados de reemplazo son suníes y no quieren matar gente en barrios suníes”, dijo Khoja, quien aseguró que entre los desertores de esta semana figuraban dos generales. La Guardia Republicana y la Cuarta División Mecanizada, las dos unidades alauíes dirigidas por Maher el Asad, hermano menor del presidente, llevan 10 meses en campaña ininterrumpida. En los primeros compases de la revuelta, iniciada en Daraa, los soldados de Maher el Asad se limitaron a respaldar la actuación de la policía y de los shabiha, las milicias de civiles alauíes patrocinadas por el régimen. Pero desde que Homs escapó prácticamente al control gubernamental, en verano, y algunos grupos de la oposición empezaron a armarse, los 30.000 fieles de Maher no han dejado de desplazarse por el país, dejando a su paso miles de muertos; 5.400 cadáveres, según estimaciones de la ONU, entre los que no se incluyen los de soldados y policías gubernamentales. El Ministerio del Interior declaró ayer que “gran cantidad de terroristas” habían sido “liquidados o detenidos” en la operación lanzada contra los suburbios de Damasco. Testigos citados por Associated Press afirmaron que las tropas de Maher anunciaban previamente su llegada y su intención de arrasar barrios enteros con el fin de que los vecinos huyeran, y luego efectuaban redadas entre los fugitivos para detener a los hombres jóvenes. Un activista opositor aseguró a Reuters que en Ain Tarma, junto a la capital, se había establecido algo parecido a un toque de queda permanente y que los soldados impedían que los comercios y los servicios públicos funcionaran. Manifestantes pisotean en Homs una imagen del ruso Putin, contrario a forzar la salida de El Asad. / REUTERS Otras fuentes de la oposición dijeron, por su parte, que Homs volvía a ser “una zona de guerra” y que más de 70 personas habían muerto durante la jornada del lunes. La oposición asegura que el Ejército utiliza tanques y artillería en algunos barrios de Homs. Resulta imposible verificar los detalles, ya que el régimen sirio ha empezado a conceder visados a periodistas, pero restringe severamente sus movimientos. El presidente El Asad, que aún goza de un importante nivel de popularidad en Alepo y Damasco, que cuenta con una enorme superioridad militar (en el último año recibió de Rusia armamento por valor de casi 4.000 millones de euros) y que se enfrenta a una oposición dividida, usa todos los recursos y toda la violencia a su alcance para sofocar la revuelta. Pero no lo consigue. El creciente número de víctimas y el uso sistemático de la tortura juegan en su contra, al igual que el rápido deterioro económico. Un dólar se cambiaba por 47 libras sirias hace un año; ahora se cambia oficialmente por 57, aunque en el mercado negro se consiguen 70 libras por dólar. Y los precios han subido casi un 50% desde el inicio de la revuelta.

FORO SOCIALE MONDIALE A FAVORE SCARCERAZIONE DI 5 EROI CUBANI

GRANMA INT., 30/01/2012

Il Foro Sociale Mondiale condanna il blocco ed esige la liberazione dei Cinque Le organizzazioni del Foro Sociale Mondiale hanno condannato l’occupazione delle Isole Malvine da parte del Regno Unito, il blocco statunitense a Cuba, ed hanno espresso la loro solidarietà con altre cause latinoamericane e globali. “Noi manifestiamo contro la permanente violazione dei diritti umani e democratici in Honduras, contro l’assassinio dei sindacalisti e degli attivisti sociali in Colombia, come contro il criminale blocco contro Cuba, che dura da più di 50 anni, dice un documento diffuso dall’Assemblea dei Movimenti Sociali del Foro Sociale Mondiale. Il comunicato inoltre esprime la solidarietà dei movimenti sociali per i Cinque Patrioti cubani, illegalmente reclusi negli Stati Uniti, e protesta contro l’occupazione illegale delle Isole Malvine da parte dell’Inghilterra, per le torture e l’occupazione militare degli Stati Uniti e della NATO in Libia e in Afganistan. La nota chiede la solidarietà dei movimenti con tutti i popoli in lotta intorno al mondo e denuncia il processo di colonizzazione e militarizzazione che vive il continente africano; incita a denunciare la criminalizzazione dei movimenti sociali in tutti i luoghi dov’è necessario, ed esige l’eliminazione competa di tutte le armi nucleari che esistono nel mondo. Il documento e stato diffuso durante l’Assemblea dei Movimenti Sociali che si è svolta nell’ambito dell’incontro del Foro Sociale a Porto Alegre, con la partecipazione di circa 40.000 attivisti. Questa edizione ridotta del Foro Sociale è stata dedicata in modo speciale alla preparazione del Vertice dei Popoli, convocato per il giugno prossimo, a Río de Janeiro.
GRANMA INT., 31/01/2012 L'Avana. 31 Gennaio 2012 Il 4 febbraio, protesta mondiale contro piani di guerra all’Iran Un ampio spettro di organizzazioni pacifiste di tutto il mondo hanno coordinato la possibilità di una protesta globale il prossimo sabato 4 febbraio, contro la guerra all’Iran. Le parole d’ordine della campagna, come hanno informato i media della comunicazione, saranno: “No alla guerra, no alle sanzioni, no all’intervento, no agli omicidi contro l’Iran”. Anche se restano solo pochi giorni per la protesta globale, gli organizzatori stanno convocando le forze contro la guerra di tutto il mondo, con il fine di fermare l’attacco militare nordamericano-israelita, le cui possibilità si moltiplicano, con l’enorme spiegamenti di armi degli Stati Uniti nella regione. Tra gli organizzatori esiste anche il consenso contro le nuove sanzioni imposte dal Presidente Barack Obama contro il Banco Centrale iraniano -firmate lo scorso 31 dicembre- che sono in sè stesse un’azione di guerra contro il popolo di questo paese. Anche se i gruppi e i movimenti coinvolti nella protesta sostengono differenti posizioni attorno al governo di Mahmud Ahmadinejad, tutti coincidono che una guerra contro la nazione islamica potrebbe significare una minaccia alla pace nella regione, e a scala globale.

IL MIO DRONE DA PROTEZIONE

GRANMA INT., 31/01/2012

Droni per “proteggere” i diplomatici statunitensi? L’utilizzo di aerei senza pilota da parte dell’esercito nordamericano nella guerra dell’ Afganistan e negli attacchi contro il Paquistan, ora si estenderà al Dipartimento di Stato per usi non bellici: la “protezione” del personale diplomatico nel mondo. Il The New York Times, ha pubblicato che il governo nordamericano sta utilizzando già i droni nel cielo dell’Iraq. L’uso per ora è limitato, date le proteste presentate dal governo iracheno, e sarà difficile che gli USA ottengano il visto buono ufficiale per un utilizzo numeroso. Nonostante tutto, l’amministrazione Obama pretende che la politica di taglio del numero di soldati spiegati nel mondo, si veda compensata da un programma ambizioso di spiegamento dei droni. Sino ad oggi la sicurezza del personale diplomatico nordamericano e dei dipendenti era un impegno delle imprese di sicurezza che hanno eserciti di guardie del corpo. Solo in Iraq sono stati assunti 5.000 agenti di sicurezza per vigilare qualsiasi movimento degli 11.000 cittadini statunitensi che lavorano in questo paese, diplomatici o dipendenti a contratto.

RAFALE DE DESSAULT ED I CACCIABOMBARDIERI

LIBERATION, 31/01/2012

L'Inde a sélectionné le Rafale de Dassault dans le cadre du colossal appel d'offres en vue de lui livrer 126 avions de chasse, ce qui devrait constituer le premier succès à l'export pour cet appareil français, a annoncé mardi une source gouvernementale indienne. Dassault était en compétition avec le consortium européen Eurofighter et son Typhoon. Cet appel d'offres, remontant à 2007, est l'un des plus importants jamais lancés par la troisième puissance économique d'Asie et l'un des plus importants du moment dans le secteur de la défense aérienne. «Il est confirmé que Dassault a remporté le contrat», évalué à 12 milliards de dollars, «étant donné qu'il n'y avait que deux groupes (en compétition) et que c'est celui qui est le moins-disant», a déclaré cette source ayant requis l'anonymat. Le secrétaire d'Etat français au Commerce extérieur, Pierre Lellouche, a confirmé le succès français, soulignant toutefois que le contrat restait à finaliser. «Nous avons remporté le contrat, mais un certain nombre de choses restent à finaliser» et «on est dans une phase de négociation exclusive», a déclaré M. Lellouche sur la radio française BFM. A la Bourse de Paris, le titre de Dassault s'est envolé de 21,72% à 774,94 euros à l'annonce du contrat remporté. La France «se félicite» La France «se félicite de la décision du gouvernement indien de sélectionner» le Rafale, selon un communiqué de l'Elysée confirmant des «négociations exclusives» pour l'achat par New Delhi de 126 exemplaires de l'avion de combat de Dassault Aviation. Le président Nicolas Sarkozy «a pris connaissance de la sélection par l'Inde du Rafale en vue de l'acquisition par l'armée de l'air indienne de 126 avions de chasse», écrit la présidence. La négociation du contrat, ajoute le communiqué, «va s'engager très prochainement avec le soutien total des autorités françaises. Il inclura d'importants transferts de technologie garantis par l'Etat français». «Le Rafale a été sélectionné grâce à la compétitivité de son coût global sur la durée de vie de l'appareil, après une pré-sélection en avril 2011 sur la base de ses qualités opérationnelles de premier plan», poursuit le communiqué. Compétition féroce L'appel d'offres avait attiré les géants mondiaux du secteur qui s'étaient engagés dans une féroce compétition. Le Rafale et l'avion d'Eurofighter avaient été présélectionnés en avril, mettant hors jeu les poids lourds américains du secteur, Boeing et Lockeed Martin, les firmes suédoise Saab Gripen et russe MiG. L'Eurofighter-Typhoon est un avion de combat produit par un consortium formé par les groupes européen de défense et d'armement EADS (46%), britannique BAE Systems (33%) et italien Alenia/Finmeccanica (21%). En Inde, le candidat le moins-disant remporte généralement le contrat. C'est le premier appel d'offres lancé par l'Inde, qui passait jusqu'à présent des contrats de gré à gré et s'est reposée pendant 50 ans sur la technologie soviétique pour ses forces aériennes. Ce contrat stipule que l'Inde, qui cherche à moderniser son armée, achètera directement 18 avions d'ici à 2012, tandis que les 108 autres seront construits en Inde. «Candidat sélectionné» James Hardy, rédacteur en chef de la publication spécialisée Jane's Defence Weekly, a salué la «grande victoire pour le Rafale», tout en prévenant que l'accord final était encore loin d'être conclu. «Le Rafale est le candidat sélectionné, mais n'importe quel étudiant en acquisition (de contrat) sait que cela ne veut rien dire, tant que le contrat n'est pas physiquement signé», a-t-il mis en garde, interrogé par l'AFP. Selon cet expert, la récente dévaluation de la roupie face au dollar et les «tractations contractuelles habituelles» pourraient reporter la signature de plusieurs années. Le juteux appel d'offres avait été au coeur de nombreuses visites officielles en Inde l'an dernier. Le président américain Barack Obama, son homologue français Nicolas Sarkozy, le Premier ministre britannique David Cameron et le chef de l'Etat russe Dimitri Medvedev avaient tous eu à coeur de plaider la cause de leurs avionneurs respectifs.

PORTOGALLO COME GRECIA?

LIBERATION, 31/01/2012

Rassemblée au chevet de la Grèce, l'Europe pourrait devoir retourner à celui d'un autre de ses grands malades : le Portugal. Alors que la situation s'améliore sur le marché de la dette, même pour des pays en difficulté comme l'Espagne et l'Italie, les taux de Lisbonne n'ont cessé de grimper ces dernières semaines. Comme le montrent ces graphiques de l'agence Bloomberg : VEDI IL GRAFICO SU: http://www.liberation.fr/economie/01012387031-le-portugal-vers-un-scenario-grec Pourquoi cette hausse ? Une partie de l'explication tient à la dégradation de la note portugaise de deux crans par l'agence Standard & Poor's, mi-janvier. Les obligations portugaises sont désormais classées en catégorie «Spéculative». «Or, les fonds d'investissement sont souvent obligés de détenir une certaine proportion de titres de catégorie "Investissement", explique Thibault Mercier, économiste chez BNP Paribas. Ils se sont donc déssaisis de façon presque mécanique des titres grecs, ce qui a fait monter les taux.» Les conséquences de cette hausse sont limitées pour l'Etat portugais puisque, ayant bénéficié l'an dernier d'une aide de 78 milliards d'euros, il n'emprunte plus à long terme sur les marchés. Mais la situation témoigne du scepticisme des investisseurs sur la situation du pays. Malgré les très sévères mesures d'austérité adoptées par celui-ci, alliant hausses massives des prélèvements et coupes impitoyables dans les dépenses publiques. Austérité-récession, l'engrenage Cette défiance des marchés tient à la situation économique du pays, mais également au contexte européen, et en particulier grec. En interne, la rigueur s'accompagne d'une solide récession, attendue à plus de 3% pour 2012. Sans surprise : dès juin dernier, le nouveau Premier ministre Pedro Coelho annonçait à ses concitoyens deux «années terribles» de récession et de chômage - ce dernier dépasse aujourd'hui les 13%. D'où des dépenses sociales supplémentaires et une baisse des rentrées fiscales. «Le problème majeur que nous affrontons est le financement de l'économie, ajoute le chef du patronat, Antonio Saraiva dans la presse locale. Il y a une réduction des lignes de crédit, les demandes qui sont faites à la banque ne sont pas accordées. Ou le gouvernement parvient à réduire les dépenses pour générer cette aide ou il devra la solliciter à l'extérieur.» L'ombre grecque Cette mauvaise conjoncture fait craindre aux investisseurs que le Portugal ne doive négocier une réduction de sa dette auprès des banques, à l'image de ce que la Grèce négocie actuellement avec ses propres créanciers. Or, la très laborieuse avancée des discussions à Athènes n'a pas de quoi les rassurer. Les banques pourraient devoir renoncer à bien plus qu'elles ne l'envisagaient - peut-être jusqu'à 70% de leurs créances sur l'Etat héllène. Dans le cas du Portugal, les banques locales, mais aussi espagnoles, seraient les premières touchées. Aggravant encore la situation de ces deux économies en grandes difficultés. Un cas pas si désespéré Il n'est pas dit, cependant, que le Portugal suive jusqu'au bout le chemin de croix grec. Alors qu'Athènes a été critiquée par la troïka pour son supposé manque d'enthousiasme à appliquer les réformes, Lisbonne a reçu un satisfecit européen. Sa bonne volonté pourrait lui permettre de compter sur un nouveau coup de pouce financier en cas de besoin. «L'Union européenne ne retirera pas son soutien [au Portugal et à l'Irlande] tant que leurs programmes seront correctement mis en oeuvre», a déclaré lundi Pedro Coelho. De plus, malgré les difficultés, un accord entre la Grèce et ses créanciers semble possible prochainement. Il ramenerait la dette héllène à un niveau moins insoutenable qu'actuellement. Avec pour effet attendu une détente générale sur les marchés. Enfin, le salut pourrait venir de la BCE. Non pas, comme on l'a longtemps attendu, via des opérations massives de rachat de dette; mais par un nouveau prêt géant aux banques européennes, attendu pour la fin février. En décembre, une opération du même genre avait injecté près de 500 milliards d'euros dans le système bancaire, une manne à laquelle beaucoup attribuent la relative détente observée depuis sur les marchés.

L'ITALIA CHE SPECULA SUL CIBO

di Sara Seganti, ALTRE NOTIZIE.ORG 31/01/2012

Anche l’Italia fa la sua parte, piccola ma rilevante, nella speculazione sui generi alimentari. Land grabs e investimenti speculativi nei mercati delle materie prime sono due cause all’origine di numerosi conflitti ambientali che percorrono il sud del mondo e che, non di rado purtroppo, si trasformano anche in gravi conflitti alimentari. Infatti, anche se non tutti i conflitti ambientali si trasformano in conflitti alimentari, è generalmente vero il contrario: e cioè che ogni crisi alimentare nasce con la compartecipazione di un conflitto ambientale. I due ambiti sono strettamente interconnessi: ad esempio, la tendenza all’accaparramento di larghi appezzamenti di terra, il land grabbing, da parte di imprese o Paesi stranieri come sta avvenendo in Africa senza regolamentazione alcuna, genera immediati conflitti ambientali con le popolazioni che ne usufruivano e scatena, sul medio termine, crisi alimentari. Perché più terra cade nelle mani degli stranieri e meno cibo rimane per il consumo interno; più materie prime si trasformano in biocarburanti, più è difficile reperire gli alimenti locali; più aumentano i prezzi, più si specula sui mercati finanziari degli alimenti. Finché non si verificano le emergenze alimentari, che non sono affatto meno gravi che nel passato, nonostante sarebbe possibile nutrire meglio quel miliardo di persone che nel mondo soffre la fame. Anche se l’Italia non compare nelle prime file dell’elenco dei responsabili, sempre più numerose sono le notizie circa il diffuso coinvolgimento anche delle aziende italiane nella speculazione sul cibo tramite l’acquisizione di terre fertili nel sud del mondo e la speculazione finanziaria sui mercati delle materie prime alimentari. Giulia Franchi della Campagna per una riforma della Banca Mondiale ha dichiarato al quotidiano Italia Oggi di stimare in 1,5 milioni gli ettari comprati da aziende italiane negli ultimi anni nel sud del mondo. Il fenomeno del land grabbing riguarda, infatti, anche grandi gruppi privati italiani come Eni e Benetton, Agroils e Green power attivi nel grande giro d’affari dei combustibili alternativi a quelli di origine fossile, in genere attratti dalla produzione a basso costo di agrocarburanti nel continente africano. Secondo un rapporto pubblicato da "Action Aid" sui biocarburanti, nel 2010, il settore si è espanso rapidamente negli ultimi dieci anni anche per via degli obiettivi posti dall’Ue, e ad oggi l’Italia ne produce 2 milioni e 257 mila tonnellate l’anno. Definitivamente osteggiati dagli ambientalisti e non solo, i biocarburanti sono verdi nelle intenzioni e per nulla sostenibili nella pratica. Secondo la ricerca “Coltivare denaro, come le banche europee e la finanza privata guadagnano dalla speculazione sul cibo e dall’accaparramento di terre”, presentata da Friends of the Earth e da altre Ong europee, come da Campagna per una riforma della Banca Mondiale, anche due grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo e Unicredit sono attivamente coinvolte nelle speculazioni sul cibo. Si legge nel documento che Eurizon Capital Sgr, facente capo al gruppo Intesa Sanpaolo, gestisce ben 73 diversi fondi, molti dei quali investono in materie prime alimentari quotate in borsa. Così come Fonditalia, parte di Banca Fideuram, a sua volta in parte partecipata dal gruppo Intesa-Sanpaolo, gestisce numerosi investimenti in materie prime alimentari. Sempre secondo il rapporto di Friends of the Earth, Unicredit investe direttamente o promuove investimenti in materie prime alimentari e accordi sulle terre, attraverso il gruppo Pioneer Investments e finanzia direttamente o indirettamente aziende che operano nel settore dell’agrobusiness nei mercati emergenti. Nel Novembre 2011, il documento riporta che Unicredit stessa ha dichiarato che la dimensione del loro coinvolgimento nei mercati dei derivati delle materie prime “coltivate” si aggira su un valore netto di 91 milioni di dollari in Pioneer S.F. - EUR Commodities e di 153 milioni in Pioneer Funds - Commodity Alpha. C’è da stupirsi? Ovviamente no, visto che le banche e i fondi d’investimento di tutto il mondo partecipano alla speculazione sul cibo che già da qualche anno si è rivelata estremamente redditizia ed è ad oggi, non solo perfettamente legale, ma anzi completamente integrata in quell’approccio liberista all’agricoltura che ancora gode di grande influenza, nonostante i gravi danni provocati. Queste operazioni sono infatti avvenute negli anni con la sostanziale connivenza di una larga fetta di quegli operatori internazionali come la Banca Mondiale o la FAO che avrebbero dovuto difendere, e a volte addirittura creare, la sovranità alimentare dei paesi più poveri senza riuscirci. I conflitti ambientali e alimentari generati dall’acquisto di terre in paesi stranieri si assomigliano tutti tra di loro: questo genere di massicci investimenti esteri non dimostrano attenzione per le comunità locali e le loro necessità. Di recente, l’associazione Crocevia impegnata sul tema del land grabbing ha raccontato la storia di un’azienda a partecipazione italiana, la Senathol Abe Italia, che è finita nel bel mezzo di aspre polemiche e proteste in Senegal per via della concessione da parte del consiglio rurale di 20.000 ettari di terre fertili per la coltivazione della jatropha su appezzamenti che prima erano terre comunitarie, utilizzate da tutti per i pascoli e per le attività agricole. Attualmente, e anche per via della morte di una persona durante gli scontri, il progetto è stato sospeso, probabilmente solo per essere riproposto tra breve. Ciò non toglie che le comunità rurali necessitano di un quadro di riferimento normativo, al di là dei loro governanti, a cui appellarsi per difendere il loro utilizzo delle terre pubbliche anche quando non esistono leggi in patria. Ed è compito della comunità internazionale fornire queste indicazioni.

RUDRA E IL PADRE

ARTICOLO 21, 31/01/2012

Se tuo padre muore dopo due giorni passati sotto la tutela dello stato, come minimo vuoi sapere le cause della sua morte, prima ancora che vengano accertati i diversi gradi di responsabilità. Rudra, Elia e Aruna sono i figli di Aldo Bianzino, falegname umbro morto in circostanze ancora da chiarire il 14 ottobre 2007 dopo due giorni di detenzione nel carcere di Perugia. I figli di Bianzino hanno attraversato in questi anni diverse fasi processuali. Prima l'archiviazione del processo per omicidio volontario, poi l'apertura del processo per omissione di soccorso in cui l'unico imputato è Gianluca Cantoro, guardia penitenziaria in servizio al Carcere di Capanne la notte in cui morì Aldo. All'udienza del 16 Gennaio, i medici legali, consulenti del Pubblico Ministero si sono confrontati su tesi opposte con il perito di parte civile, il Dott. Vittorio Fineschi. Il punto di partenza è comune: Aldo Bianzino è morto per un'emorragia sub aracnoidea, inoltre è presente una lacerazione epatica. Ma che cosa ha provocato questa emorragia? Potrebbe essere stato un aneurisma, per altro mai riscontrato su Bianzino. I periti si scontrano anche sulle cause delle lesioni al fegato: il consulente del p.m. sostiene possano essere state causate da manovre rianimatorie, al perito di parte civile questa pare essere un’ipotesi del tutto improbabile: le cause scatenanti potrebbero essere altre, non esclusa l’origine traumatica. Nell’ultima udienza del 23 gennaio, i tre figli hanno ascoltato per la prima volta l'imputato, Gianluca Cantoro, sovrintendente della polizia penitenziaria, accusato di omissione di soccorso. La guardia giurata ha negato in qualsiasi modo di aver ricevuto e ignorato una qualsiasi richiesta di aiuto da parte di Aldo Bianzino: “Nessuno chiese l’intervento medico, il campanello della cella non ha mai suonato, l’ho visto sempre dormire nel suo letto “. Quella notte accaddero alcune stranezze che la guardia non ha saputo spiegare: ad esempio il fatto che la finestra della cella di Bianzino fosse spalancata ed era autunno inoltrato quando alle otto di mattina l’uomo fu ritrovato senza vita. Nel capo di imputazione si scrive che Cantoro non fece i passaggi di ispezione delle celle dalle tre e alle sette del mattino, almeno questo è quanto si può dedurre dalle telecamere interne. “Io ho fatto i miei giri, i miei controlli- ha dichiarato l’imputato - le telecamere riprendono solo otto secondi ogni due minuti “. Al termine dell’udienza i legali di parte civile, Fabio Anselmo, Cinzia Corbelli e Massimo Zaganelli, hanno richiesto una nuova perizia medico legale per chiarire le cause della morte. Alla richiesta si sono opposti il pubblico ministero e l’avvocatura dello stato in base al principio che “è estranea a questo processo”, si è invece astenuto il legale che difende il sovrintendente di polizia. I giudici decideranno alla fine dell’istruttoria, il prossimo 27 febbraio. I figli di Aldo Bianzino hanno diffuso questo comunicato: "Dopo che lo stato ci ha restituito nostro padre morto, quando viceversa stava benissimo prima del suo arresto, ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso. E’ incredibile che, se l'imputato non si è opposto alla richiesta di perizia sulle cause della morte di nostro padre, si siano invece opposti proprio i massimi rappresentanti dello Stato: il pubblico ministero e l'avvocato del ministero di grazia e giustizia. Ne deduciamo che se l'imputato non teme la perizia, la temono invece loro. Ci chiediamo in tutto ciò dove sia l'interesse pubblico e della collettività, vista la natura del processo. Siamo indignati, i figli di Aldo Bianzino Elia, Rudra e Aruna Bianzino." Tutto cominciò in un casolare sulle colline di Perugia. Qui abitava Aldo Bianzino, 44 anni, con la seconda moglie, Roberta Radici e con il figlio Rudra, quattordicenne, quando fu arrestato per la coltivazione di qualche piantina di marijuana. La storia ci parla non solo di un uomo morto in un carcere nel quale era entrato in perfetto stato di salute, ma ci propone anche la vicenda del figlio più giovane, a cui la vita ha strappato l’adolescenza, costringendolo a diventare grande. Ed è la prima e quasi violenta sensazione che si prova quando lo si vede e lo si sente parlare. “Rudra ma quanti anni hai ?” “Sono ancora minorenne” ci disse l’anno scorso, quando lo incontrammo per la prima volta a Roma. Chissà, forse Rudra sarebbe stato così lo stesso, maturo e profondo. Ti ascolta e poi sorprendendoti risponde alla vera domanda che non hai avuto il pudore e il coraggio di fargli: “La mia casa è sperduta sulle colline, c’è un lungo sterrato” ci telefona poco prima dell’appuntamento, “aspettatemi al distributore che vi vengo a prendere”. Rudra arriva alla pompa di benzina di Pietralunga dentro al suo ape cross, sorridente e contento di vederci. Entriamo in un bar, la gente ci guarda, tutti hanno ben presente chi è Rudra. Alla domanda come stai risponde : "Il mio avvocato è stato aggredito, ecco come sto”. Vorremmo andarci piano con le domande, ascoltarlo e basta, ma abbiamo poco tempo, e lui ha chiaro quello che vogliamo sapere da lui. “Mi sento come in prigione, incastrato in una situazione irrisolvibile. Se muore tuo padre e tu hai 14 anni, probabilmente ti sembra di aver già perso molto. Poi se perdi dopo qualche mese tua nonna novantenne, probabilmente assorbi il colpo. Poi però, quando muore qualche mese dopo anche tua madre, allora sei certo di aver perso tutto, di essere solo, di non aver riferimenti, non c’è nessun che ti dice cosa devi fare o che ti spiega cosa fare. Ho vissuto a lungo come sospeso, in una casa senza regole, senza porte e doveri, nemmeno libero di piangere, perché tanto non arrivava nessuno quando avevo bisogno. Ma questa casa non l’ho mai voluta abbandonare, rappresenta la memoria che non se ne deve andare. Da questa casa è ripartita in qualche modo la mia seconda vita di bambino, come se fossi tornato piccolo con una lunga lista di perché. Perché è morto tuo padre e nessuno ti dice il motivo. Perché se un uomo entra in carcere sano e giovane, ne esce morto dopo due giorni. Perché per sapere cosa è successo devi assumere un avvocato, devi andare in tribunale a vedere gente che litiga e che poco ha a che fare con te e la tua realtà. Perché devi imparare in tribunale, invece che a scuola, termini giuridici, perché devi affidarti ad un avvocato e perché devi anche pagarlo. Già, i soldi: un tempo li chiedevo per il gelato, il cinema, semplicemente quando servivano. Poi, invece avevo proprio bisogno di soldi, quelli veri. Soldi per l’avvocato, per i documenti, per le bollette, ma prima di tutto soldi per mangiare. Se muoiono i tuoi genitori e hai 14 anni, allora lo Stato ti cerca un tutore, altrimenti ti mette in istituto. Per questo motivo mio zio ha lasciato il suo lavoro in Germania ed è venuto a vivere con me, con suo nipote. Ha perso il lavoro là, ma qui non l’ha trovato. Di cosa viviamo? Sto ancora utilizzando i soldi che mi ha dato Beppe Grillo, che qualche hanno fa mi ha aperto un conto, in cui ha depositato una cifra consistente, che ora sta per esaurirsi. Oggi ho 18 anni, quest’anno finisco le superiori, mi piacerebbe continuare gli studi, ma anche in questo caso mi chiedo se valga la pena di lasciare qui parte della mia vita per continuare a scontrarmi con le istituzioni che non hanno mai risposto alla mia unica domanda: "Come è morto mio padre?". Oltre ad aver perso tutti i miei affetti ho anche perso fiducia non solo nello Stato, ma in qualsiasi autorità, in qualsiasi adulto che ricopra un ruolo istituzionale, gente che dovrebbe proteggerti e invece ti lascia orfano e senza nemmeno spiegarti il perché. Io sono sempre qua, tornate presto e la prossima volta se avete più tempo saliamo insieme fino alla mia casa in collina. Vi mostrerò la strada dove ho visto per l’ultima volta mio padre mentre se ne andava sulla macchina dei carabinieri”.

GUFI E CIVETTE

ARTICOLO 21, 31/01/2012 di Luca Gaballo *

La settimana è iniziata sotto il segno del gufo. Moodys ha preparato il lunedì prospettando il rischio di default multipli per i paesi della zona Euro. Il Financial Times nello stesso giorno ha aperto la sua edizione online del mattino facendo i conti in tasca alle banche europee. Tra il dare e l’avere delle obbligazioni emesse e di quelle sottoscritte si evidenziava un buco prevedibile di circa 200 miliardi di euro. Il Fondo Monetario faceva sapere che non aveva in batteria nessun prestito speciale per Italia e Spagna. Dalla sua sede di Parigi, intanto, l’OCSE rivedeva al ribasso le stime, dando per certa la recessione nei paesi della zona euro. Nonostante ciò, Le borse hanno brindato con rialzi record trainati guarda caso proprio dal settore bancario. Probabilmente il volo dei gufi impedisce quello delle Nottole. La Nottola di Minerva, simbolo della ragione, scriveva Hegel, si alza solo al tramonto, quando cioé tutto è finito, può solo spiegare perché le cose sono andate in un certo modo, ma, finché dura l’azione, la ragione è assente, e la nostra povera testa è destinata a non capire. In realtà le spiegazioni abbondano e sono tutte buone, e nessuna. Io scelgo quella che mi sembra più capace di dare risposte soddisfacenti alle domande che girano. La novità più rilevante riguarda lo spread. E’ sceso. Non perché in Italia le cose vadano meglio, al contrario. Oggi i BTP triennali sono stati collocati al tasso record di 7,89 e quelli decennali al 7,56, confermando la pericolosa geometria della curva invertita sui rendimenti. Lo spread va giù perché i rendimenti sul bund tedesco si sono rialzati. La forbice tra i titoli meno buoni e quelli migliori in Europa si è ristretta. Nel senso che stiamo tutti peggio. Il movimento è appena accennato ma rappresenta una inversione di tendenza. Non accadeva da Agosto, da quando cioé, la BCE ha iniziato il suo programma di acquisto di titoli italiani e spagnoli mentre il governo Berlusconi tesseva manovre la sera per disfarle la mattina nella costernazione generale. Significa che i mercati stanno iniziando nuovamente a percepire la zona Euro come un insieme destinato a durare e non come una serie di vagoni condannati a staccarsi l’uno dall’altro. Bicchiere mezzo pieno? Può darsi. Come diceva l’eroe di un vecchio western all’italiana “degli ottimisti sono piene le fosse” però, l’impressione generale, tra gli operatori sui mercati, tra le grandi firme di politica internazionale, tra gli osservatori autorevoli è che “In Europa qualcosa si muove”, di questo qualcosa l’Italia è parte e che questo qualcosa accadrà presto. Il peggioramento del rendimento tedesco indica che la Germania sta per assumersi una parte del rischio che grava sui bond di tutti, che il rigore richiesto andrà di concerto con una mano protettrice per i deboli. Vedremo stasera, a conclusione di un Eurogruppo cruciale appena cominciato. *Luca Gaballo - Rainews

RAI ARROGANCE

GIUSEPPE GIULIETTI, ARTICOLO 21, 31/01/2012

La Rai è ormai travolta dalla arroganza e dal ridicolo, ed è difficile dire quale dei due atteggiamenti sia ormai prevalente. Oggi la Rai si è autocommissariata, anzi è stata definitivamente commissariata dalla banda del conflitto di interessi. Nessuno può continuare a dare una copertura di qualsiasi natura a questa situazione, la vita di questo consiglio di amministrazione si è ormai conclusa e non c'è motivo alcuno di prolungarne la agonia. Al governo chiediamo solo di dare immediata conseguenza alle dichiarazioni del presidente Monti e di inserire già nel prossimo provvedimento, sia la liberalizzazione del settore dei media e delle frequenze, sia una norma per "recidere definitivamente ogni legame improprio con i governi, le forze politiche, le lobbies di ogni natura" come hanno opportunamente chiesto tutte le associazioni sindacali e professionali del giornalismo italiano. Ogni giorno perso sarà un ulteriore contributo alla colpevole dissoluzione di un bene pubblico. Restiamo infine in attesa delle inevitabili decisioni che la Corte dei Conti dovrà assumere anche in relazione ai modi, ai tempi, ai metodi che hanno segnato i comportamenti della direzione generale e di alcuni consiglieri di amministrazione. Un grazie, infine, al consigliere Nino Rizzo Nervo (nella foto) che si è dimesso, siamo sicuri che non resterà solo e che anche altri a cominciare dal "Presidente di garanzia" vorranno seguite il suo esempio.

I 10 CD JAZZ IMPERDIBILI DEL 2011

I 10 CD JAZZ IMPERDIBILI DEL 2011

GRUPPO RIELA

Se l'azienda paga i conti ma non riceve commesse per vivere CINZIA GUBBINI 30.01.2012 IL MANIFESTO

Il Gruppo Riela era la 14.ma azienda più ricca della Sicilia. Poi è stata confiscata, e oggi è in liquidazione. Se arriva lo Stato si salvi chi può? No, è che oggi l'azienda di trasporto costa. E non regge il mercato. Il 10 gennaio sono state avviate le procedure per la liquidazione del gruppo Riela. E' un'altra azienda sequestrata alla criminalità organizzata che muore. Come accade per 9 aziende su 10 tra quelle che vengono sottratte al potere mafioso - lo ha ricordato di recente Domenico Posca, presidente degli Amministratori giudiziari. Un dato che di per sé è una denuncia. La Riela verrà liquidata perché «non riesce a stare sul mercato», dice la determinazione del 19 luglio dell'Agenzia per i beni confiscati. Dietro questa formula, per nulla asettica, si nasconde la storia di un gruppo di trasporto che nel 1999 era la quattordicesima azienda più ricca della Sicilia. Un'azienda che ha fatturato anche trenta milioni di euro e dato lavoro a 250 dipendenti. La sua chiusura, dunque, rappresenta un duro colpo per la provincia di Catania, ma anche un messaggio pericoloso: le aziende che vengono tolte alla mafia non ce la fanno. Quando arriva lo Stato si salvi chi può. Oggi le condizioni del gruppo Riela sono molto diverse rispetto al suo "glorioso" passato che, però, è stato glorioso anche sotto controllo pubblico. E' che, a un certo punto - per ragioni ancora da capire, visto che nessuno è mai finito sotto inchiesta - gli amministratori (se ne sono succeduti tre dall'anno del sequestro, nel lontano '95) non si accorgono che la famiglia Riela sta cercando di riprendersi l'azienda. Come? Semplicissimo: fondando un nuovo consorzio, Se.Tra, che pian piano comincia a svuotare il gruppo accaparrandosi tutti i clienti e diventando addirittura il principale creditore della Riela. Se ne accorgono i magistrati, e mettono Se.Tra sotto sequestro, ipotizzando che lo scopo del consorzio fosse presentarsi come naturale acquirente una volta giunti all'alienazione del bene confiscato. Il consorzio vince il riesame, ma perde in Cassazione. Da allora, però, non si è più proceduto con l'ulteriore sequestro. Intanto praticamente tutti gli ex dipendenti - che hanno capito subito quale fosse il cavallo "vincente" - lavorano in un'azienda del consorzio Se.tra. Che, tra l'altro, usa un logo che evoca il gruppo Riela. Hanno tanti clienti e vanno alla grande. Non solo: Se.tra ha chiesto indietro al gruppo Riela 6 milioni di euro. Un decreto ingiuntivo che se arrivasse a buon fine la porterebbe al fallimento. E' uno dei motivi che ha spinto l'Agenzia nazionale a liquidare. Questo l'intricato intreccio della storia del gruppo, considerato un vero e proprio "caso di scuola" dagli addetti ai lavori. E dunque ci sta anche la liquidazione, inesorabile destino per le aziende confiscate. Senonché da qualche anno ci sono persone che stanno cercando di rimettere in pedi l'azienda. E ci credono. Tra loro c'è il direttore tecnico. Si chiama Mario Di Marco: è un dipendente finito in mobilità dopo aver lavorato per anni alla Ce.sa.Me. (700 dipendenti, fallita nel 2004). Poteva aspettare la pensione e invece ha accettato l'incarico. Tratta Riela come fosse una sua creatura. Non vuole farla morire perché vede un futuro. Sono in corso trattative importanti per nuove commesse. Niente che possa competere con il passato da leone della Riela, ma probabilmente abbastanza per mantenere 22 dipendenti. E soprattutto per non spegnere una fiammella di legalità in un territorio ammorbato dalla disoccupazione e in un settore - quello del trasporto - considerato tra i più infiltrati dagli interessi mafiosi. Le modalità degli scioperi di questi giorni, d'altronde, hanno mostrato gente in azione con cui non conviene scherzare. La nuova Riela non frequenta questi circuiti. Lavora molto con i gruppi di acquisto solidale che sono stati i primi a dargli fiducia. Accettando di pagare un prezzo più alto per il trasporto rispetto alle tariffe stracciate di quel "mercato" su cui Riela non riesce a stare. E' quello che Di Marco chiama «il prezzo della legalità». Le tariffe Riela possono essere anche del 30% più care. E il motivo sta nel fatto che Riela, essendo amministrata dallo Stato, è "costretta" a rispettare le regole. Contratti a posto, tasse pagate, revisioni perfette, bolli in ordine, orario di lavoro rispettato. Si può "stare sul mercato"? «Ma in questi anni siamo riusciti a stabilire nuovi contatti, imprenditori che apprezzano la nostra affidabilità. Forse anche la nostra storia», racconta Di Marco. E' lo stato che sembra latitare. Assistenzialismo? No, Di Marco chiede lavoro. «Perché mai i tabacchi italiani devono essere trasportati da una ditta spagnola?», si domanda. E' impossibile immaginare che le aziende con partecipazioni pubbliche - ce ne sono a decine, da Finmeccanica, al Poligrafico - prevedano una collaborazione con le aziende confiscate? «Soluzioni di questo tipo sono state prese in considerazione - risponde il vice prefetto Maria Rosaria Laganà dell'Agenzia per i beni confiscati - ma bisogna anche tenere in considerazione le regole della concorrenza: non ci possono essere aziende facilitate rispetto ad altre». Già, il mercato. «Sulla Riela è stato fatto di tutto, compreso un tavolo per ricollocare i dipendenti», precisa. Certo, ma nessun futuro per un'azienda che è stata un "nome", in Sicilia? «Se ci fossero novità - spiega Laganà - andrebbero certamente prese in considerazione. Ma dovrebbero essere commesse consistenti, in grado di durare nel tempo». Insomma, uno spiraglio c'è. Solo se le commesse aumentassero. Ma in quanti sono disposti a sostenere il «costo della legalità»?

ALTRO CHE PALESTINA! ISRAELE STA BENE, SONO GLI ALTRI CHE FA STAR MALE!

31/01/2012 - LA STORIA, LA STAMPA Israele la faccia tosta fa start-up I laureati sono in Israele il 45% della popolazione (in Italia il 15%) È il Paese con la più alta densità di nuove imprese. Un libro racconta il miracolo e ne spiega le ragioni IRENE TINAGLI Se si chiede ad alcuni dei più affermati imprenditori e investitori dov’è la nuova Silicon Valley, molti risponderanno: Israele. In effetti i dati sono sorprendenti. È il Paese con la più alta densità di start-up al mondo (una ogni 1.844 cittadini), un livello di investimenti di venture capital che, nel 2008, era due volte e mezzo più alto di quello registrato negli Stati Uniti, 30 volte maggiore del livello europeo e 80 volte di quello cinese. Ed è il secondo Paese dopo gli Stati Uniti per numero di imprese quotate al Nasdaq. Per rendere un’idea: un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe assieme. Ma cosa c’è dietro il «miracolo economico» d’Israele? Alcuni economisti e studiosi stranieri lo hanno spiegato con le politiche economiche che hanno fortemente incentivato la ricerca e la nascita di aziende tecnologiche (Israele ha il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo), altri con le privatizzazioni e le liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu quando era ministro delle Finanze (e in particolare la sua riforma del sistema bancario), altri nell’enorme riserva di capitale umano del Paese, con il 45% della popolazione in possesso di istruzione universitaria (un dato invidiabile se confrontato con il 15% italiano). Ciascuno di questi fattori ha certamente svolto un ruolo importante nella crescita israeliana. Ma dipingono un quadro molto incompleto, che trascura il contesto storico e culturale di un paese che ha caratteristiche assai peculiari, elementi che ne hanno influenzato (e continuano a influenzare) la traiettoria di sviluppo. Chiunque abbia avuto modo di conoscere alcuni dei protagonisti di questa rinascita - per lo più giovani ingegneri, programmatori, imprenditori - si è certamente reso conto che il segreto del successo di queste persone non può essere semplicemente ascritto a una specifica politica industriale o economica, ma è legato a qualcosa di più profondo che pervade il loro modo di pensare e lavorare, di affrontare sfide e problemi. Questo qualcosa è perfettamente descritto da Start-Up Nation , un libro Dan Senor e Saul Singer già pubblicato negli Stati Uniti, che ora esce in Italia, da Mondadori, con il titolo Laboratorio Israele (pp. 264, 18). Un insieme di analisi e racconti da cui emerge come le continue e enormi difficoltà che questo Paese ha dovuto affrontare abbiano forgiato il carattere e lo spirito della sua gente, e come ciascuno di questi ostacoli sia stato trasformato in punto di forza. Ed è questa prospettiva storica che ci mostra, per esempio, come un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici abbia imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccata dalle vicende militari, diventando uno dei sistemi economici più produttivi e affidabili. E come la necessità di investire così tanto in difesa e di avere un’obbligo di servizio militare dai due ai nove anni per tutti i giovani israeliani (a cui vanno aggiunti 20 anni di riserva) sia stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale e personale dei cittadini (l’esercito israeliano non solo ha tecnologie sofisticatissime, ma fa uso di sistemi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelli di Harvard o Stanford). Persino i frequenti boicottaggi di tutte le loro merci hanno svolto una parte, stimolando gli israeliani a dedicarsi ad attività e prodotti piccoli e immateriali come i software e le tecnologie legate alle comunicazioni e a Internet. Per non parlare del ruolo della loro lunga diaspora, che li ha resi cosmopoliti, pronti ad affrontare e adattarsi a qualsiasi contesto e, soprattutto, aperti all’immigrazione. Migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele: dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Mengistu Haile Mariam agli ebrei romeni scappati dal regime di Ceausescu. Per non parlare degli 800 mila ebrei russi che vi si riversarono dopo il crollo dell’Unione Sovietica (equivalenti a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca). Eppure ognuna di queste persone ha ottenuto la cittadinanza lo stesso giorno in cui è arrivata in Israele. Un complesso insieme di fattori che ha reso questo popolo tremendamente tenace, imprenditoriale e «problem solver». Esattamente quello che serve per competere oggi e per attrarre investimenti da ogni angolo del mondo. Può sembrare incredibile che gli investimenti stranieri in Israele siano triplicati negli stessi anni in cui sono aumentati gli attacchi terroristici. Ma come ha detto Warren Buffett quando ha investito 4,5 miliardi di dollari in un’azienda israeliana: non è importante se un missile distruggerà uno stabilimento. Lo stabilimento si ricostruisce. Quello che è importante è il talento dei lavoratori e dei manager, la loro affidabilità, la reputazione che si sono costruiti nel mondo. Ecco cosa attrae aziende come Intel, Google o Microsoft. Le sfide per Israele non sono certo finite. Preoccupa il nuovo rallentamento dell’economia internazionale che si profila per il 2012. E preoccupano il recente apprezzamento dello shekel sul dollaro e le previsioni sull’inflazione. Ma se questo Paese riuscirà a tener vivo quello spirito che gli ha fatto trasformare ogni difficoltà in elemento di forza, è probabile che riuscirà ancora a farcela.

LA SETTIMANA PIU' FREDDA DA 27 ANNI

L'Italia sfida il grande freddo LA STAMPA, 31/01/2012

Una giovane donna passando davanti al Colosseo a Roma si protegge dal freddo indossando i guanti e il cappello SERVIZIO Le previsioni meteo per i prossimi giorni + Il mito della sicurezza assoluta BRUNO GAMBAROTTA Da oggi l’ondata che nel fine settimana raggiungerà il picco. Da Nord a Sud i Comuni si attrezzano per affrontare l’emergenza. E a Torino è già polemica: era proprio necessario chiudere le scuole per neve? ANDREA ROSSI TORINO Stavolta le Alpi non hanno fatto da muro. E l’ondata di freddo siberiano che sta flagellando l’Europa dell’Est oggi si abbatterà sull’Italia, insieme con la perturbazione in arrivo dalla Gran Bretagna e dalla valle del Rodano. Nei Balcani il termometro è sceso a meno 25, in Polonia a meno 27. Si contano i morti: almeno cinque in Serbia, altrettanti in Polonia e Bulgaria, una ventina in Ucraina. Il gelo farà crollare le temperature anche in Italia: minime sotto i dieci gradi, non solo in montagna, ma anche in molte città. Già ieri in Veneto i valori sono crollati: meno 16 a Marcesina, meno 14 ad Asiago. Secondo gli esperti si toccheranno i livelli più bassi degli ultimi ventisette anni. Molti Comuni hanno deciso di correre ai ripari: a Genova, Milano, Venezia e Roma alcune stazioni ferroviarie resteranno aperte anche di notte per consentire ai senza fissa dimora di ripararsi dal freddo. Torino ha rafforzato il servizio di accoglienza notturna, aggiungendo settanta posti letto. La Coldiretti lancia l’allarme: le coltivazioni invernali di verdure e di ortaggi in campo aperto sono a rischio, così come gli uliveti e alcune piante fruttifere. Con il gelo tornerà la neve. Tra sabato e domenica era toccato a Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e parte della Lombardia. Ora si ricomincia: il dipartimento della Protezione Civile ha emesso un allerta meteo valido da oggi per le prossime 24-36 ore. La neve tornerà a cadere su Torino - non più venti centimetri come domenica, solo una decina - dove non si è ancora sopita la polemica dopo la decisione del Comune di tenere chiuse le scuole, ieri. Anzi, sul sindaco Fassino sono piovuti i rimproveri del presidente della Provincia Saitta, suo compagno di partito: «Si è preoccupato più del dovuto, eravamo d’accordo di non emettere alcuna ordinanza». Nevicherà anche sul resto del Piemonte, Lombardia e Liguria, ma dal pomeriggio le precipitazioni si estenderanno su Emilia Romagna, Toscana, Marche e Umbria, e dalla serata sconfineranno in Lazio, Abruzzo e Molise: prima soltanto sopra i 400-600 metri d’altitudine, poi anche fino a 100-300 metri. Nevicherà anche a Roma? Possibile, ma per ora secondo i meteorologi è improbabile. «Il rischio tra domani sera e mercoledì è basso, la neve è attesa principalmente nell’entroterra, mentre sulla costa arriverà la pioggia», spiega il responsabile del Centro funzionale della Protezione civile del Lazio, Francesco Mele. L’ultima nevicata nella Capitale risale a due anni fa. Intanto, però, ci si attrezza: in provincia di Roma sono stati allertati i volontari e le strutture secondo le procedure del piano neve e sono state distribuite oltre cento tonnellate di sale. Anche in Toscana, Umbria e Marche la Protezione civile ha dichiarato l’allerta. A Firenze, dove dovrebbe cominciare a nevicare oggi alle tre del pomeriggio, è stata riunita l’unità di crisi. A Genova le scuole e gli impianti sportivi chiuderanno alle due del pomeriggio, i mercati a mezzogiorno. Il rischio è che la neve - cadendo a basse temperature e perciò ghiacciando subito - possa causare disagi al traffico, soprattutto nelle grandi città. Stesso discorso per le autostrade: su tutta la rete, e in particolare al Nord, è stata perciò attivata una task force di duemila mezzi e cinquemila addetti così da garantire la normale circolazione. Nelle ultime ore il maltempo ha imperversato anche al Sud, soprattutto in Sicilia. Su Catania si è abbattuto un violento nubifragio che ha allagato molte strade. A Misterbianco, un Comune distante pochi chilometri, dieci automobilisti e uno scuolabus carico di studenti sono rimasti intrappolati in un vortice d’acqua. Sull’Etna, invece, a causa di una bufera di neve, quattro giovani sono rimasti bloccati in auto. Per salvarli sono dovuti intervenire gli uomini del soccorso alpino.

BIOCARBURANTE ED ALGHE

Biocarburante a base di alghe Un nuovo microbo ci aiuterà Le piante del mare sono una fonte ideale di biomassa, ma finora è stato difficile e costoso sfruttarne a pieno le potenzialità. Ora un gruppo di ricerca cileno-statunitense ha trovato la soluzione: un batterio modificato e tanta costa coltivata a macroalghe di 

GIULIA BELARDELLI, LA REPUBBLICA, 30/01/2012 

L'IDEA di farci aiutare dalle alghe per produrre biocarburanti e sostanze chimiche rinnovabili accarezza da tempo i pensieri di chi è consapevole che, continuando così, la crisi energetica diventerà una componente endemica delle nostre società. Fino a poco tempo fa, tuttavia, le alghe brune non erano considerate una fonte di biomassa sufficientemente economica per competere ad armi pari con i carburanti derivati dal petrolio. Ora, grazie a una scoperta realizzata dal Bio Architecture Lab (BAL 1) di Berkeley, la situazione potrebbe cambiare: i ricercatori, infatti, hanno costruito in laboratorio un microbo molto speciale, capace di estrarre dalle piante del mare i loro zuccheri principali e farle diventare, finalmente, una sorgente "green" e potenzialmente "cheap" da cui ricavare carburanti e composti chimici privi di olio nero. Lo studio, a cui la rivista Science 2 ha dedicato una copertina, è stato condotto in parte negli Stati Uniti e in parte in Cile. È qui, infatti, che il BAL gestisce quattro "fattorie di alghe", anche se - spiegano i ricercatori - "le coltivazioni potrebbero essere implementate ovunque, in qualsiasi paese con un tratto costiero". 

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LE NUOVE DIPENDENZE CREATE DAL WEB

Azzardo, porno, giochi di ruolo dilagano le dipendenze online

LA REPUBBLICA, 27/01/2012

Ragazzini incapaci di distaccarsi da Second Life, giovani adulti calamitati da chat erotiche e da siti hot, famiglie portate alla disperazione per l'incapacità di gestire umanamente e economicamente queste crisi. Ne parlano i medici che sono in prima linea nel fronteggiare le nuove addictionLe più penetranti: l'azzardo e il porno online, le chat erotiche e i giochi di ruolo. Ma non le uniche. Perché le nuove dipendenze di nicchia, sino a pochi anni fa, hanno attecchito nel tessuto sociale trascinandosi dietro migliaia di persone. E la rincorsa alle cure è stata immediata. Anche da parte di strutture sanitarie pubbliche, come l'ospedale le Molinette di Torino e il policlinico Gemelli di Roma, oltre a numerosi Sert, i servizi ambulatoriali gratuiti che fanno capo al Servizio sanitario nazionale. E' qui che negli ultimi due anni i casi sono aumentati del 70% fino a toccare punte del 100%. Lì dove fino a qualche tempo fa si curavano solo dipendenze da alcool o da droga, gli specialisti si sono trovati di fronte decine di casi di pazienti prigionieri di queste nuove ossessioni. Anche se, fino a oggi, numeri certi su quante persone ne siano vittime non ne esistono e quelli che circolano sono estrapolati da ricerche, studi contenuti e ricavati da "gruppi" e dunque su scala ridotta. Nel frattempo, però, il sottobosco, specie quello online, moltiplica nuove dipedenze e la rincorsa si fa sempre più faticosa per gli esperti perché, come le ha definite già nel 2002 lo psichiatra M. D. Griffiths, si tratta spesso di "dipendenze sommerse". A corrodere le anime, in questi casi, non è una sostanza (alcol, droghe, tabacco) ma un comportamento ossessivo che spesso non lascia spazio ad altro, e che è difficile da "catturare" perché "non sempre sono presenti sintomi evidenti. E gli adolescenti spesso tendono a minimizzare il loro coinvolgimento in questo tipo di attività", dice Valentina Albertini, coautrice con Francesca Gori del Quaderno del CEsvot (Centro servizi volontariato Toscana) "Le nuove dipendenze, analisi e pratiche di intervento". Un esempio? Chi pensava che Second Life, il mondo parallelo costruito in rete, fosse una moda passeggera dovrà ricredersi. E infatti quell'universo virtuale - nato nel 2003 da un'idea della società Linden Lab, fondata da Philip Rosedal nel frattempo diventato miliardario - in quattro anni ha creato una community di ventidue milioni di iscritti che fattura milioni di dollari al mese. Ma trasformandosi in una realtà in grado, in alcuni casi, di intrappolare le anime. "Esistono casi di ragazzi che arrivano da noi perché incapaci di staccarsi da Second Life, come da altri giochi di ruolo dove la creazione di un avatar, l'immagine che viene usata per rappresentarli, crea non poche difficoltà relazionali. Il mondo reale pian piano scompare lasciando posto a una dipendenza totale e immaginifica", racconta Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e responsabile delle nuove dipendenze del Centro studi e ricerche Nostos di Senigallia e autore di Internet e le sue "dipendenze". Valutazione, diagnosi e trattamento. Non meno pericolosa la passione per la zona "rossa" del web - le chat erotiche e il porno online - come dimostrano i numeri messi insieme da un studio Nostos del 2011: su 500 persone di età compresa tra i 17 e i 66 anni, il 4 per cento è rientrato nella casella di chat-sex addiction mentre il 6 non riesce a rinunciare a guardare online video hot, e in entrambi i casi si tratta di persone che non superano i 46 anni. Ma internet non è l'unico mezzo in grado di produrre e moltiplicare dipendenza: con lui lo shopping, il lavoro, l'uso spasmodico dei telefonini e dei social network, per fare degli esempi. Anche se la più temuta resta la Rete perché in grado di contenere tutte le passioni-ossessioni. Per lo psichiatra Giorgio Schiappacasse, responsabile del Sert Ponente Genovese "è fondamentale l'intervento di un esperto quando la situazione diventa per la famiglia ingestibile. Ci sono capitati casi di ragazzi dipendenti dal computer, che passavano le loro giornate in camera attaccati a internet senza mai mangiare. Quando la famiglia provava ad affrontare la situazione c'erano scene drammatiche. Ma i genitori hanno un ruolo importante, sono loro a dover diventare i "registi" della situazione". E nel giro di pochi mesi al sert ligure sono arrivate oltre quaranta richieste di aiuto: fino a due anni erano rarissime. Secondo Donato Munno, responsabile dell'ambulatorio per le nuove dipendenze alle Molinette di Torino, il gioco d'azzardo online e le dipendenze dalla rete sono "un fenomeno sommerso con scarsa consapevolezza del disturbo, e quindi difficilmente chi ne soffre si presenta in ambulatorio. Accade solo quando la situazione diventa insostenibile all'interno della famiglia, sia per motivi comportamentali che economici, o quando il diretto interessato comincia a presentare gravi sintomi di dipendenza psicologica e quindi di astinenza". Dal suo osservatorio "le vittime delle new addiction sono soggetti di ogni età e di entrambi i sessi: una trasversalità che sottolinea l'importanza di dedicare attenzione al fenomeno sia in ambito clinico che di ricerca". Mentre Federico Tonioni, responsabile dell'ambulatorio per le dipendenze da internet del Policlinico Gemelli di Roma, dove in tre anni sono passate circa trecento persone, fa una netta distinzione: "Per un ragazzo che si sente solo, Facebook o le chat sono un modo di comunicare come lo sono i giochi di ruolo, dove lo spazio e il tempo vengono vissuti in maniera diversa, in cui è fondamentale il modo di rappresentarsi". E continua facendo notare che "un conto è l'aiuto che possono dare questi mondi a chi si sente solo e ha problemi a relazionarsi, un altro è come intervengono nella naturale crescita di un adolescente e nel suo processo di acquisizione di identità, visto che possono essere in grado di compromettere la capacità di stare soli, un valore che rende liberi e forti". Tonioni, peraltro autore di "Quando internet diventa una droga - Ciò che i genitori devono sapere", edito da Einaudi, conclude avvertendo: "Non va dimenticato che si tratta di mondi seducenti, un'orgia di relazioni". Per lui la parola dipendenza non sempre è corretta: "Tra i giovani parlerei più di abuso. Un abuso che può portare a una dipendenza, a problemi psichiatrici oppure a nulla regredendo in maniera del tutto naturale. Dobbiamo metterci in testa - conclude - che abbiamo l'obbligo di imparare dai nostri figli e non essere autorevoli ma godere di autorevolezza. E credo che noi medici dovremmo intervenire solo quando c'è del dolore mentale". 

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151 SCUOLE IN MENO IN CAMPANIA DAL 2012

La Regione taglia le scuole ci saranno 151 istituti in meno Il provvedimento riguarda il periodo 2012-2013. Palazzo Santa Lucia: è il primo passo per raggiungere la quota di istituti che ci è stata chiesta dal ministero 

LA REPUBBLICA, 31/01/2012 

Su proposta dell’assessore all’Istruzione Caterina Miraglia, è stata approvata la riorganizzazione della rete scolastica per l’anno 2012 – 2013. In tutta la Campania sono previste 151 scuole in meno, di cui 134 per il primo ciclo e 17 per il secondo. Questo è solo il primo step per raggiungere quota 285 così come chiestoci dal ministero della pubblica istruzione in base alla legge 111 del 2011. Napoli con la sua provincia avrà 57 autonomie in meno, Caserta 27, Salerno 38, Avellino 15 e Benevento 14. "E' stata una scelta sofferta ma necessaria”, afferma l'assessore regionale all'Istruzione ed edilizia scolastica Caterina Miraglia. “La Campania – aggiunge l’assessore - ha un gap negativo da recuperare nei confronti della altre regioni che in passato hanno già fatto importanti operazioni di dimensionamento e di riorganizzazione della rete scolastica. Siamo arrivati al piano definitivo dopo un lungo percorso concertato con le Province, le forze sociali e l’Anci fin dal mese di giugno allorchè condividemmo le linee guida. 

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AUTO ELETTRICA

"Le elettriche aggravano lo smog senza rinnovabili" E' di nuovo polemica: secondo l'Istituto per la ricerca ecologica Oeko-Institut il problema della produzione di energia l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il 2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25% 

di VINCENZO BORGOMEO, LA REPUBBLICA, 31/01/2012

"Senza un deciso aumento dell'offerta di energia da fonti rinnovabili, le auto elettriche rallenterebbero la soluzione del problema dell'inquinamento ambientale invece di contribuire a risolverlo". E' il risultato di uno studio tedesco condotto dall'Istituto per la ricerca ecologica Oeko-Institut e reso noto dal quotidiano Tageszeitung in edicola oggi. E chi è già pronto a contestare questa teoria sappia che è stata confermata dallo scorso rapporto indipendente commissionato lo scorso anno congiuntamente da Greenpeace, Friends of the Earth Europe e Transport & Environment. Le organizzazioni ambientaliste denunciarono come l'auto elettrica "potrebbe addirittura far aumentare le emissioni di CO2, a meno che non sia alimenta a energia verde". "Le automobili elettriche - ci ha spiegato Andrea Lepore, responsabile della campagna Clima di Greenpeace - sono un importante strumento per la transizione verso un modello di trasporto sostenibile ma il loro sviluppo deve essere accompagnato da un adeguato impegno per garantire la loro alimentazione con energie rinnovabili". Secondo il rapporto, dal titolo "Energia verde per le auto elettriche", la normativa europea in materia di emissioni dalle automobili è inadatta perché il meccanismo dei "super crediti" consente ai produttori di usare la vendita di veicoli elettrici per compensare la continua produzione di automobili a elevate emissioni: per ogni auto elettrica venduta, i costruttori possono vendere oltre tre veicoli ad alta emissione senza conteggiarli ai fini del calcolo delle emissioni di CO2. Un aumento del 10% nelle vendite di auto elettriche potrebbe portare in Europa a un aumento del 20% delle emissioni di CO2 nel settore automobilistico. "Chiediamo - spiegano le organizzazioni ambientaliste - che i "super-crediti" siano eliminati nelle attuali e future normative sulle emissioni di CO2, a partire da quella, ora in discussione, per la regolamentazione delle emissioni dei furgoni. Inoltre, tutte le auto elettriche vendute sul mercato europeo dovranno essere dotate dei cosiddetti "contatori intelligenti", strumenti che consentono ai veicoli di essere in carica solo quando sono disponibili eccedenze di energia, per lo più da fonti rinnovabili". Ma torniamo alla ricerca, commissionata dal ministero dell'Ambiente di Berlino, che ha rivelato come "l'immissione sul mercato di un milione di vetture entro il 2022 taglierebbe l'attuale livello di emissioni di CO2 del 6%, mentre con la diffusione di motori a benzina più efficienti la riduzione sarebbe pari al 25%". Tutto dipende insomma da come si produce l'energia elettrica. Secondo uno studio Fiat - l'unico disponibile al momento, ad una vettura elettrica che circoli (sempre non alimentata da rinnovabili) andrebbe addebitata un'emissione di C02 pari a 60 g/km in Italia e 40 g/km in Francia o Germania, paesi che notoriamente producono energia in modo più pulito del nostro. Insomma, a rendere poco 'verdi' le auto elettriche sarebbe l'alto consumo di corrente da fonti non rinnovabili. Il risparmio di emissioni per l'ambiente sarebbe effettivo solo se l'aumento nel consumo di energia elettrica fosse coperto da elettricità prodotta dalle rinnovabili. Non è un caso che la Smart, per il suo progetto di fortwo elettriche, prima ancora di cominciare a vendere le sue auto, abbia fatto in accordo con l'Enel per dimostrare che tutte le sue auto a noleggio sono ricaricate con rinnovabili. 

LEGGI LA SOLUZIONE SU: http://www.repubblica.it/motori/attualita/2012/01/31/news/le_elettriche_aggravano_lo_smog_senza_rinnovabiki-29054256/?ref=HREC2-29

I MORTI DELLA SIRIA

Siria, cento morti in un giorno Mosca blocca l'Onu: "No guerra civile" Tra le vittime 55 civili. Oggi la riunione del Consiglio di sicurezza che discuterà del piano della Lega Araba per porre fine alle violenze. L'ostacolo da superare è la contrarietà della Russia 

 LA REPUBBLICA, 31/01/2012 NICOSIA - 

Nella giornata di ieri in Siria sono state uccise almeno un centinaio di persone, tra le quali 55 civili caduti sotto i colpi delle forze di sicurezza fedeli al regime del presidente Bashar Al Assad. Il bilancio delle vittime è stato reso noto dall'organizzazione d'opposizione Osservatorio siriano dei diritti umani. Quaranta civili sono morti nella zona di Homs, nove a Deraa, cinque nei sobborghi di Damasco, dove ieri i militari hanno condotto una massiccia campagna per riprendere il controllo del territorio dai ribelli, e una a Idleb, nel nord-ovest. Fra le persone uccise, precisano gli attivisti, vi sono almeno dieci disertori, sei uomini delle forze di sicurezza e 25 soldati dell'esercito regolare siriano. In vista della riunione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che valuterà il piano della Lega araba per porre fine alle violenze, Damasco ha denunciato le dichiarazioni "aggressive" rilasciate da esponenti dell'amministrazione Usa e di altri governi occidentali. "Le dichiarazione aggressive degli americani e degli occidentali contro la Siria stanno aumentando in maniera scandalosa", si legge in un comunicato del ministero degli Esteri diffuso dall'agenzia Sana. E contro l'ipotesi di una risoluzione di condanna di Assad è tornata schierarsi la Russia: una scelta simile aprirebbe "la strada a una guerra civile", avverte il vice ministro russo degli Esteri Gennady Gatilov, e significherebbe "non provare a cercare un compromesso". 

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INDAGARE I VERTICI DELLA COSTA

I legali di alcuni naufraghi: "Indagare i vertici della Costa" La richiesta degli avvocati Ilardi e Compagna in vista dell'incidente probatorio del 3 marzo, durante il quale verrà aperta la scatola nera. Da oggi operativo il piano per il recupero degli arredi e delle suppellettili. Condizioni meteo in peggioramento 

LA REPUBBLICA, 31/01/2012 ISOLA DEL GIGLIO (Grosseto) - 

I legali di alcuni dei naufraghi della Costa Concordia chiedono che la procura di Grosseto "valuti l'opportunità" di iscrivere nel registro degli indagati i dirigenti della compagnia. In vista dell'incidente probatorio previsto per il 3 marzo in cui verrà aperta la scatola nera, gli avvocati Pietro Ilardi e Francesco Compagna hanno depositato in Procura anche una consulenza tecnica sui rilievi satellitari riguardanti la nave e i passaggi fatti negli anni precedenti vicino alla costa. L'iscrizione nel registro degli indagati dei vertici della Costa, sottolineano i legali, può esser fatta "alla luce degli elementi di prova già acquisiti nei loro confronti" ed è necessaria proprio in vista dell'incidente probatorio e, dunque, dell'irripetibilità degli accertamenti da effettuare. "A prescindere da ogni valutazione di merito - sottolineano Ilardi e Compagna - la mancata iscrizione nel registro degli indagati di tutti i potenziali responsabili rischia di determinare la dispersione di elementi di prova decisivi: i risultati dell'incidente probatorio richiesto dalla procura non potranno essere utilizzati nei confronti di coloro che non parteciperanno all'accertamento a mezzo dei propri legali e dei proprio consulenti tecnici". IL DOSSIER 1 - LA TIMELINE 2 Sul fronte delle ricerche e del recupero, è in arrivo all'Isola del Giglio il nuovo pontone che sarà utilizzato per il trasporto dei rifiuti della Concordia così come previsto nel piano presentato ieri dalla società armatrice al comitato tecnico scientifico. Da oggi è infatti operativo il piano per la parte riguardante il materiale galleggiante e ingombrante della nave, arredi e suppellettili, che saranno trasferiti a Talamone. Prosegue intanto la messa in sicurezza delle parti non sommerse dello scafo e si sta valutando se ci sono le condizioni per proseguire con le operazioni subacquee. Il tempo, tuttavia, è in peggioramento: si prevedono venti da deboli a moderati che tenderanno a rinforzare in serata. Intanto uno dei legali di Schettino non reputano impossibile che il loro assistito torni a fare il comandante: "In via teorica è possibile che Schettino torni a fare il comandante", ha detto l'avvocato Salvatore Parascandola, ospite di "24 Mattino" su Radio 24. "Teoricamente può - ha detto il legale -, ma praticamente vedremo gli sviluppi della situazione. A me non ha detto che non metterà mai più piede su una nave. L'ho letto sui giornali". Parascandola ha anticipato la linea difensiva in vista del Riesame che il 6 febbraio dovrà decidere sugli arresti domiciliari per Schettino: "Noi diciamo che deve essere liberato. Non sussistono né pericolo di fuga né di inquinamento delle prove. La fuga è possibile per tutti gli italiani, ma il comandante ha famiglia, patrimonio qui nel suo paesino e poi ha un onore da difendere e che vuole difendere". 

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2011: RECORD DI FURTI E RAPINE

2011, un anno record per furti, rapine e borseggi Boom di assalti alle abitazioni: +28%. Reati contro il patrimonio aumentati del 15%. La quota degli stranieri irregolari denunciati in Italia per reati di droga ha raggiunto il 34,5% del totale. Tra il 2004 e il 2007 l'incremento era stato più graduale e legato agli scippi e ai borseggi 

di FABIO TONACCI, LA REPUBBLICA, 31/01/2012 

UN DILAGARE di rapine a mano armata negli appartamenti. E un esercito di scippatori e borseggiatori in strada a minacciare la sicurezza pubblica. La criminalità in Italia sta vivendo una svolta. Nel 2011, dopo anni di calo costante, c'è stata un'impennata a sorpresa dei reati contro il patrimonio, aumentati del 15 per cento rispetto al 2010. Per le rapine nelle abitazioni è un vero quanto allarmante boom: sono cresciute del 28 per cento in pochi mesi. Un'inversione di tendenza che spiazza i sociologi e preoccupa tutte le forze di polizia. A documentarlo sono i dati riservati che le prefetture di tutta Italia stanno inviando al Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, e che Repubblica è in grado di anticipare. I furti in appartamento sono cresciuti nell'ultimo anno del 15 per cento, così come le rapine e i borseggi. Gli omicidi sono "stabili": 610 casi nel 2011. Aumenta invece il peso degli stranieri nella contabilità criminale. La percentuale degli immigrati senza permesso di soggiorno nel totale delle denunce per reati legati alla droga è arrivata a 34.5 per cento. Un record, non è mai stata così alta. Sono numeri ricavati dalle denunce presentate a Carabinieri, Polizia e Guardia di Finanza. Sono provvisori, perché ancora non tutti gli uffici hanno provveduto a inviare le statistiche. Ma chi li sta raccogliendo prevede che quelli definitivi sulle rapine e i furti saranno corretti al rialzo, intorno al 18-19 per cento. Abbastanza per parlare di emergenza sicurezza. Emergenza che i recenti casi di cronaca nera avevano fatto solo intuire. Per esempio il duplice omicidio a scopo di rapina del commerciante cinese e della figlioletta di pochi mesi, avvenuto a Roma qualche settimana fa. O lo scippo con aggressione di sei giorni fa in centro a Milano, di cui è stata vittima una imprenditrice che girava in bicicletta. Episodi che hanno fatto rumore, ripresi da tutti i telegiornali. 

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TRUFFA DEI PARIOLI

Madoff dei Parioli, depone la Guzzanti "Mi sono sentita un'imbecille" L'attrice in tribunale: "Tutta la mia famiglia ha investito nella società Eim, senza problemi, fino al 2008. Dei 537mila euro che ho dato a Torrgiani in dieci anni, ne ho perso 150mila". Ieri ha testimoniato David Riondino: "Volevo riportare i soldi in Italia, ho perfino pagato 65mila euro per lo scudo fiscale ma non ho visto nulla" LA REPUBBLICA, 31/01/2012 

 "Ho perso almeno 150mila dei 537mila euro, frutto del mio lavoro, che nell'arco di dieci anni avevo affidato alla Eim di Roberto Torregiani ma, al di là dell'aspetto economico, l'intera vicenda mi ha provocato un senso di insicurezza e di angoscia anche nei confronti dei miei familiari che hanno in buona parte perso i loro risparmi. Mi sono sentita un'imbecille, sensazione che non fa mai bene". Così Sabina Guzzanti testimoniando in tribunale nel processo contro Gianfranco Lande, l'uomo accusato di aver raggirato migliaia di risparmiatori della Roma bene attraverso una società di investimenti con sede ai Parioli, la Egp Italia. L'attrice racconta davanti ai giudici della IX sezione la sua disavventura fin dall'inizio: "Nel 1999 quando conobbi Roberto Torregiani (il socio di Lande, ndr.) mia madre aveva investito la liquidazione e mi aveva detto di essersi trovata bene perché soddisfatta degli investimenti. La seguìi sia per una ragione di convenienza economica sia perché avevo la possibilità di recuperare i soldi nel giro di pochi giorni se ne avessi avuto il bisogno". L'attrice ha poi riferito che "Torregiani si limitava a procacciare i clienti, mentre degli investimenti si occupava Lande, suo socio, che descriveva come un genio della finanza. Non sapevo che Eim non fosse abilitata a operare sul mercato, altrimenti non avrei fatto alcun investimento. Ho sempre ritirato i miei soldi, senza problemi, fino al 2008, dopo mi sono accorta che la questione era sempre più complicata. In Eim hanno investito tanti familiari: mia nonna, mia madre, mia sorella Caterina, mio padre Paolo, i miei cugini Sandro e Grazia Balducci. Nel 2008, quando cominciava la crisi mondiale, ero più consapevole dei rischi che si potevano correre in Borsa e chiedevo informazioni a Lande che invece mi rassicurava, suggerendomi di non disinvestire. Da mio cugino, poi, ho saputo che loschi individui, che frequentavano gli uffici di Lande, sono riusciti a recuperare il denaro investito a suon di minacce. Fu lo stesso Lande a dirgli che erano dei camorristi". Ieri è stata la volta di un altro personaggio dello spettacolo, David Riondino: "In questa vicenda ho perso circa 450 mila euro, soldi messi da parte in circa 10 anni e che mi sarebbero serviti per realizzare progetti e qualche sogno". 

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AGRICOLTURA

LA REPUBBLICA, 30/01/2012

Bruxelles prepara la rivoluzione della Pac A rischio quattro miliardi di rimborsi Ogni anno l'Unione Europea spende 57 miliardi di euro per l'agricoltura, più di un terzo del bilancio europeo. Ma la relazione sulle Politiche agricole comunitarie, presentata dal commissario Lacian Ciolos, rischia di provocare un terremoto nella produzione italiana, assegnando i sussidi non più in base alla spesa storica ma solo in base all'estensione. Così però la cifra effettivamente incassata dalle imprese italiane potrebbe calare da 5,3 miliardi a 800 milioni, mettendo in crisi migliaia di aziendeAddio filari di viti, alberi d'ulivo, aranceti, campi coltivati a zucchine o melanzane. Per l'agricoltura italiana si prospetta un 2013 nero, proprio quando la situazione economica non è davvero idilliaca. Cosa sta per succedere? Semplice. La relazione sulle Politiche agricole comunitarie, presentata dal commissario all'Agricoltura, il romeno Lacian Ciolos, prevede il progressivo passaggio dei rimborsi diretti della Ue dall'attuale spesa storica, estensione più qualità ed entità dei prodotti, alla semplice dimensione territoriale dell'azienda. Per l'Italia una vera "spada di Damocle". Nel giro di poco tempo i rimborsi calerebbero di 800 milioni di euro rispetto ai 5 miliardi e 300 milioni del 2011. Un esempio. Oggi, per ogni ettaro destinato ad un prodotto agricolo con il marchio di qualità il rimborso diretto dell'Unione Europea è di 2 mila euro l'anno. Con i nuovi parametri si ridurrebbe a duecento. Perché continuare a produrre olio di alta qualità o vino a denominazione d'origine controllata? Meglio mettere tutto a prato o a pascolo per ottenere rimborsi più alti. Il tutto in nome di una strana "green economy" che penalizza i paesi mediterranei, in primo luogo Grecia e Italia, proprio quelli che oggi se la passano peggio. All'agricoltura 57 miliardi l'anno. Come funziona oggi il sistema agricolo europeo? La Ue stanzia 57 miliardi di euro l'anno per sostenere la produzione e lo sviluppo dei territori rurali. In soldoni, parliamo del 35 per cento del bilancio comunitario, secondo qualcuno una quota troppo ampia, " Va detto, però che, mentre altre politiche beneficiano dell'intervento nazionale - afferma Dario Stefàno, coordinatore nazione degli assessori all'Agricoltura - quella agricola è l'unica politica economica che gli Stati membri hanno completamente delegato all'Europa. Ma in termini di spesa pubblica complessivamente generata in Europa, l'agricolura intercetta risorse pari a meno dell'uno per cento". Come viene oggi suddivisa la torta? Tra quelli in testa alla classifica, l'Italia incassa 5 miliardi e 300 milioni, meno del 10 per cento del totale, la Francia circa 10 miliardi, la Germania quasi 7, la Spagna ed il Regno Unito poco più di 4 miliardi di euro. L'aria è cambiata con l'ingresso dei Paesi dell'Est europeo. Nazioni dove prevalgono le grandi distese pianeggianti, poco coltivate, con uno scarso valore aggiunto. Ma il loro massiccio ingresso nell'Unione Europea sta facendo pendere la bilancia verso un'agricoltura fatta di grandi pascoli dove gli investimenti sono minimi. Se poi aggiungiamo il consenso alle nuove politiche agricole di Francia e Germania c'è poco da stare allegri. Nei prossimi mesi, a Strasburgo, la battaglia sarà all'ultimo sangue: e l'Italia dovrà combattere fino alla fine visto che gli ultimi tre ministri all'Agricoltura, Zaia, Galan e Romano, per motivi diversi, hanno frequentato di rado il Parlamento Europeo. I dati italiani. Eppure il settore agricolo è di vitale importanza per l'Italia e per l'Europa. Nei Paesi della Ue le aziende sono circa 10 milioni occupano una superficie agricola di 160 milioni di ettari e danno lavoro ad oltre 8 milioni di persone. In Italia i lavoratori impegnati nel settore sono 900 mila e le aziende circa due milioni. "Lo scarto evidente è dato dai "dopolavoristi" cioè quelle persone che hanno lasciato la campagna per un altro lavoro ma continuano ad impegnarsi nel settore - commenta Dario Stefàno, assessore all'Agricoltura della Regione Puglia - un fenomeno che conferma una sorta di nanismo strutturale nel quale spesso la famiglia coincide con l'apporto di lavoro aziendale. Malgrado tutto la produzione lorda vendibile supera i 40 miliardi di euro con un contributo al Prodotto interno lordo pari al 5 per cento. Questo contributo aumenta di molto se si considera il ruolo svolto dall'agricoltura nella produzione di qualità, Dop e Ipg, e dalla crescita costante degli agriturismi". Intanto i tempi stringono. La relazione del commissario Ciolos prevede una trasformazione più o meno del 37 per cento della dimensione agricola in prato o pascolo e a pagarne le conseguenze saranno soprattutto delle aziende montane. 

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I MILIARDARI DI PARIGI

Filo spinato e guardie, ecco il «ghetto» dorato dei miliardari parigini Villa Montmorency, il quartiere residenziale a più alta densità di super ricchi della capitale, dove nessuno può entrare 

CORSERA, 31/01/2012 Stefano Montefiori PARIGI -

L'autobus della linea 52 ferma a pochi metri dalla sbarra e dai divieti di ingresso, e a due passi c'è la fermata del métro. La città intorno vive a un ritmo un po' più rallentato rispetto ai quartieri turistici (la Tour Eiffel non è lontana) o a quelli multietnici come Barbès, ma ci sono pur sempre i soliti tabacchini e supermercati. Villa Montmorency, la più insospettabile delle gated community (comunità chiusa) europee, si è ricavata uno spazio inviolabile proprio qui, all'interno della Parigi già malinconica e alto borghese del XVI arrondissement, quella fotografata con maestria e benevolenza da Vittorio Storaro in «Ultimo Tango», e bollata dai parigini più inclini all'invidia sociale come «il quartiere dei ricchi»: ambasciate, consolati, sedi di rappresentanza delle grandi società (Eads, per esempio), condomini per famiglie molto benestanti, scarsa diversità sociale e zero vita notturna. Un mortorio, insomma. Villa Montmorency, Parigi (Stefano Montefiori) Ma all'interno del mortorio del «XVI» c'è una zona ancora più riparata e protetta, sorvegliata 24 ore su 24 da tre turni di due guardiani all'ingresso, e poi guardie private di notte, e telecamere, cancelli e - sembra un cliché ma è vero - anche un po' di filo spinato. «La Villa Montmorency non è pubblica», si legge sui cartelli, anche se le sei avenue che la compongono sono regolarmente indicate nelle cartine della città e fanno parte a tutti gli effetti del comune di Parigi. Nella Francia che da sempre vede la ricchezza con sospetto, che ha cominciato a crocifiggere Dominique Strauss-Kahn quando salì su una Porsche Panamera (ben prima dello scandalo del Sofitel) e che ancora non perdona a Nicolas Sarkozy le vacanze sullo yacht di Vincent Bolloré nel 2007, c'è una «città proibita» nel cuore della capitale che è fisicamente inaccessibile ai cittadini comuni, e che si batte contro il progetto del sindaco Delanoë di costruire, dall'altra parte del boulevard, le case popolari imposte dalla legge, che darebbero ospitalità a 200 persone meno abbienti. I residenti di Villa Montmorency, poco propensi al protagonismo, hanno fondato una specie di associazione di copertura - «Porte d'Auteuil environnement» - per impedire con petizioni e proteste la costruzione di «Hlm» (abitazioni ad affitto moderato) che finirebbero per snaturare la natura esclusiva - è il caso di dirlo, visto che esclude gli altri - della zona. 

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LA SCHIFOSA CLASSE DIRIGENZIALE ITALIANA

Tangenti, arrestato ad della Venezia-Padova In manette Lino Brentan. Denaro in cambio di assegnazioni senza gare di appalto. Mazzette per oltre 170 mila euro. I fatti dal 2005 al 2009 CORSERA, 31/01/2012

VENEZIA - L'Ad dell'Autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan, è stato arrestato dalla Guardia di finanza lagunare nell'ambito di un'inchiesta su tangenti. L'amministratore è accusato di corruzione. L'operazione - scrive in un comunicato la Finanza - costituisce la prosecuzione dell'indagine svolta nei mesi scorsi a carico dei vertici del settore edilizia della Provincia di Venezia strettamente legati a un gruppo di imprenditori locali, che riuscivano perciò a farsi assegnare la quasi totalità dei lavori pubblici del settore Edilizia senza neppure dover ricorrere a pubbliche gare di appalto. In questo contesto, Brentan «colletto bianco garante degli accordi corruttivi» sarebbe stato l'uomo che, dietro compenso di denaro, avrebbe assicurato agli imprenditori trattamenti di «riguardo» negli affidamenti di lavori e consulenze. In pratica Brentan ricorreva al sistema del frazionamento delle opere in più lotti per ridurre l'ammontare del costo dei lavori e poterli così affidare ad assegnazioni dirette. In altri casi faceva invece ricorso al «cottimo fiduciario» (la vecchia «trattativa privata») senza che ne ricorressero i presupposti. Oltre agli arresti domiciliari all'ex amministratore delegato della Venezia-Padova ed ex assessore ai lavori pubblici della Provincia di Venezia sono stati sequestrati 170 mila euro. Sarebbe infatti questa, secondo la Finanza la somma che l'uomo avrebbe intascato attraverso le tangenti. Gli episodi che vedono coinvolto Brentan risalgono al periodo che va dal 2005 al 2009 (altri in epoche precedenti non sarebbero stati approfonditi in quanto già prescritti) e sarebbero sostanzialmente tre. Tre tangenti, o parti di esse, ricevute dall'arredatore Dario Guerrieri (35 mila euro), dall'imprenditore edile Silvano Benetazzo (60 mila) e dal consulente «acustico» Luigi Rizzo che avrebbe eseguito lavori per un milione e 100 mila euro e avrebbe dato il dieci per cento. 

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CASALE MONFERRATO E IL RISARCIMENTO FASULLO

Casale pensa al rifiuto dei risarcimenti milionari per i morti di amianto Il sindaco: siamo orientati a dire no. Il 18 dicembre scorso la maggioranza aveva accettato la bozza d'intesa CORSERA, MARCO IMARISIO, 31/01/2012

CASALE MONFERRATO (Alessandria) - «Quando si arriva all'ultimo minuto bisogna giocare con prudenza». La premessa è di natura cestistica, perché da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l'importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine. «Esistono però le condizioni per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l'offerta di transazione fatta al Comune dall'imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull'amianto». Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena. Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata. Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse. Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d'intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant'anni ha diffuso nell'aria e nei polmoni il micidiale polverino. Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d'amianto che il 13 febbraio andrà a sentenza. Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi. Maledetti e subito, dall'incasso sicuro. Fu una brutta notte, quella. Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte. Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall'amianto. In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi. Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica. Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un'altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent'anni di lotta per giungere alla verità. Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell'Ambiente Corrado Clini. Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali. La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio. L'impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit. «Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l'appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato. Ha sempre rivendicato la bontà della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale». Il sì all'offerta dello «svizzero» ha avuto l'effetto collaterale di un ritorno del dramma dell'amianto al centro dell'attenzione. Petizioni, assemblee, mobilitazioni. Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte. Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino. C'è stato l'esempio dei piccoli comuni dell'alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta. Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l'immagine di Casale. «Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice. Non può aggiungere altro. L'ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui. C'è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio. 

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SESSO E TUMORE ALLA GOLA

Tumore alla gola in aumento a causa del sesso Le infezioni da papilloma virus sono in crescita nella popolazione maschile e giustificano casi di neoplasie ADRIANA BAZZI, CORSERA, 28/01/2012

Non importa il tipo di sesso, il rischio di prendersi un’infezione alla gola da papilloma virus (Hpv) c’è sempre. Per gli uomini più che per le donne. Ecco perché gli uomini, più delle donne, si ammalano di tumore all’orofaringe. Si sa, fin dal 2007, che esiste un legame fra questo tipo di tumore e l’infezione da papilloma virus di tipo 16 (di virus, infatti, ne esistono diversi tipi e alcuni sono responsabili anche del tumore alla cervice uterina, oltre che di condilomi), ma non si conosceva la diffusione dell’infezione. LA RICERCA - Ecco, allora, che un gruppo di ricercatori americani dell’Ohio State University a Columbus, ha coinvolto oltre 5500 persone, che già facevano parte di uno studio, denominato Nationa Health and Nutrition Examination Survey, le hanno accolte in unità mobili sottoponendole a gargarismi di circa 30 secondi con un colluttorio che poi veniva analizzato alla ricerca del virus. Gli studiosi hanno trovato che almeno il 10 per cento degli uomini presentava l’infezione, con un picco fra i 30 e i 34 anni e un altro fra i 60 e i 64. Nelle donne, invece, l’infezione era presente soltanto nel 3,6 per cento dei casi. ALCOL E SIGARETTE - «L’infezione orale da papilloma virus è causa di una certa percentuale di tumori all’orofaringe – ha spiegato la ricercatrice nel lavoro appena pubblicato su Jama– I tumori, correlati al virus, sono strettamente associati ai comportamenti sessuali, mentre esiste un’altra quota di tumori, negativi per l’Hpv, che invece sono correlati all’abuso di alcol e di sigarette. Almeno il 90 per cento dei tumori da Hpv sono provocati dal virus di tipo 16 e l’infezione orale aumenta di 50 volte il rischio di andare incontro alla neoplasia». Lo studio ha mostrato che la diffusione dell’Hpv era favorita dal numero di partner indipendentemente dal tipo di sesso praticato, vaginale o orale. La trasmissione per contatti non sessuali – dice ancora lo studio – è limitatissima. I RISCHI DELL’INTIMITA’ - I risultati di questa ricerca pongono il problema della prevenzione dell’infezione con i vaccini che già esistono per il tumore alla cervice uterina. Al momento però – sottolineano gli autori – non si conosce l’efficacia del vaccino contro le infezioni orali e non ci sono elementi sufficienti per suggerire la vaccinazione nella prevenzione del cancro alla gola.

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UDIENZA MILLS

CORRIERE DELLA SERA, 31/01/2012

Mills, l'udienza per la ricusazione dei giudici fissata per il 18 febbraio Il processo a Berlusconi va avanti ma i giudici non potranno emettere la sentenza prima della decisione sulla ricusazione I giudici della Prima sezione della Corte d'Appello di Milano hanno fissato per il prossimo 18 febbraio l'udienza, che si terrà a porte chiuse, per discutere l'istanza di ricusazione avanzata da Silvio Berlusconi nei confronti del collegio del processo Mills. In quella data la richiesta dell'ex premier verrà discussa nel merito dopo che la Corte, lunedì, l'ha giudicata ammissibile. I TESTIMONI - Il legale di Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini, all'inizio dell'udienza del processo Mills, alla quale l'ex premier non era presente, come ha spiegato l'avvocato Piero Longo, «perché impegnato a Roma». ha insistito sulla questione del taglio dei testimoni della difesa deciso dai giudici parlando di una «grave lesione del diritto della difesa». Prima che iniziasse l'esame della consulente della difesa Claudia Tavernari, l'avvocato Ghedini ha preso la parola per spiegare che la difesa «non può apparire acquiescente» alle decisioni prese dal collegio presieduto da Francesca Vitale e quindi «ai fini della verbalizzazione, noi insistiamo affinché il tribunale ci consenta di sentire i tre testimoni che ci ha negato nell'ultima udienza (Gironi, Marcucci e Briatore, ndr) e chiediamo che il tribunale rimandi l'esame della nostra consulente al termine della fine della testimonianza di Mills (che dovrebbe concludersi venerdì prossimo, ndr)». 

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