IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

Cerca nel blog

giovedì 29 marzo 2012

PRIMAVERA ARABA E L'OSCURO RUOLO DEI SERVIZI USA


- di Dagospia-
Stavolta ci sarebbero le prove. Documenti ufficiali, raccolti nel libro “Rivoluzioni S.p.A.” del giornalista Alfredo Macchi (in uscita mercoledì per Alpine Studio Editore e in anteprima su Dagospia), dimostrerebbero per la prima volta come, dietro alle rivolte che hanno caratterizzato la cosiddetta “Primavera Araba”, ci sia lo zampino degli Stati Uniti, interessati a rovesciare i regimi ostili al libero mercato per imporre la propria influenza economica e mantenere il controllo su una zona ricca di risorse energetiche.
Un ruolo fondamentale sarebbe stato giocato dall’Alliance of Youth Movements, organizzazione creata nel 2008, circa due anni prima della vera e propria esplosione della Primavera Araba, dal Dipartimento di Stato di Washington e sponsorizzata dalle maggiori aziende americane.
A quella che da lì a pochi mesi sarebbe diventata la “Movements.org”, partecipano diversi gruppi di giovani attivisti provenienti da tutto il mondo (fra gli altri: Colombia, ex Birmania, Venezuela), compresi quelli del “Movimento 6 Aprile”, protagonista della rivolta in Egitto. Movements.org, che si prefigge di “aiutare gli attivisti per ottenere un più rilevante impatto sulla scena mondiale”, tramite il suo sito internet offre suggerimenti su come aggirare la censura informatica dei regimi, organizza incontri con esperti di software e corsi per usare al meglio i social network. Apparentemente, tutto questo in nome della democrazia e della libertà di pensiero.
Nella pratica, gli americani hanno capito quale potente strumento possa essere la comunicazione 2.0, e quindi in primis i social network come Twitter, Facebook e YouTube. Strumenti in grado di mobilitare i giovani e, se necessario, di rovesciare un regime. Proprio quello che serviva agli Stati Uniti nel caso della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, dello Yemen, della Siria. Come scrive Macchi, sulla base delle analisi dei centri di ricerca strategica della Casa Bianca, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è una scelta obbligata per Washington.
Un cambio di rotta, per gli Stati Uniti, nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.
Nelle rivolte nei vari paesi, diversi attivisti dell’opposizione sarebbero stati addestrati negli Stati Uniti e in una scuola di Belgrado in particolare alla disobbedienza civile e alle tattiche di azione non violenta, molto simili alle tecniche di guerriglia non armata studiate dalla Cia.
Nei giorni delle proteste vennero diffusi, da Anonymous e da altre ignote fonti, alcuni manuali che spiegavano nel dettaglio ai manifestanti come organizzarsi, cosa indossare, cosa scrivere sui muri, quali bandiere portare. Parallelamente alcuni sceicchi arabi hanno finanziato movimenti e loro uomini tra gli insorti. Nei più difficili scenari sarebbero stati inviati sul posto alcuni esperti combattenti per affiancare i ribelli. Macchi racconta di personaggi che hanno combattuto con i ribelli in Libia ricomparsi dopo alcuni mesi in Siria.
Gli Stati Uniti starebbero in pratica sostenendo i moti di rivolta in alcuni paesi del Medio Oriente per evitare che l’area d’influenza cada nelle mani sbagliate. Una partita tra le grandi Potenze per le risorse strategiche che si gioca sulla testa della popolazione civile che, oppressa, combatte per la propria libertà, mentre in gioco c’è soprattutto la competizione tra Stati Uniti, Russia e Cina.
Americani che, pur di raggiungere il loro scopo, si stanno esponendo al rischio di appoggiare movimenti come quello dei Fratelli Musulmani, che hanno comunque importanti (e ingombranti) radici integraliste e che non hanno mai nascosto la loro aspirazione al “trionfo dell’egemonia islamica nel mondo”. Lo stesso rischio che si assunsero nell’armare Osama Bin Laden.


Tratto da: Gratta la “primavera araba”, e trovi l’oscuro ruolo dei servizi USA | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/gratta-la-primavera-araba-e-trovi-loscuro-ruolo-dei-servizi-usa/#ixzz1qUo4osnj
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

4 APRILE: INTERNATIONAL DAY FOR MINE AWARENESS


Per quanto l’Italia abbia aderito al Trattato per la messa al bando delle mine antipersona nel 1997 (Trattato di Ottawa), preoccupante è il numero di Stati che ancora non vi hanno aderito e di Stati che ancora ne sono affetti.
Dal 2005 le Nazioni Unite hanno dichiarato il 4 Aprile come la Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sul problema delle mine e a sostegno della Mine Action.
Quest’anno, a differenza dei precedenti, l’Agenzia delle Nazioni Unite per la Mine Action (UNMAS) e la Campagna Internazionale per la messa al bando delle mine (Premio Nobel per la Pace nel 1997), hanno deciso di promuovere a livello globale la Campagna “Lend your Leg”.
Creata nel 2011 in Colombia, su iniziativa della Fondazione Arcangeles, la campagna “Lend your Leg” è nata con la semplice idea di coinvolgere un alto numero di persone che si arrotoli una gamba del pantalone per dimostrare la propria attenzione al problema delle mine (ancora elevato in Colombia).  Ideata su piccola scala ha coinvolto in breve giornali, personaggi famosi, social media, ecc. raggiungendo importanti risultati come l’adozione di una legge che migliora la protezione delle vittime dei conflitti.
Con l’esportazione a livello globale della Campagna si vuole richiamare l’attenzione sul problema delle Mine anti-persona chiedendo agli Sati che ancora non hanno aderito al trattato di Ottawa di farlo urgentemente e a quelli Parte di implementare gli obblighi derivanti dal trattato stesso.
L’Italia vi sta aderendo. Tra i primi a “prestare” la gamba sono stati il Ministro della Salute Balduzzi, La Senatrice Amati, il Presidente della Provincia di Roma Zingaretti e molti altri personaggi ancora dal mondo dello spettacolo allo sport.
Prestando la propria gamba si dimostra di non essere indifferenti alle sofferenze altrui e di ricordarsi che l’Italia stessa era un Paese produttore. Aver smesso di produrre, infatti, non significa aver smesso di causare danni. Molti Paesi hanno ereditato la presenza di mine e di altri ordigni inesplosi sul loro territorio da conflitti terminati decenni di anni fa.
Pubblicizza l’iniziativa tramite siti personali, twitter o facebook e spedisci una tua foto con una gamba dei pantaloni alzata all’indirizzo email web@campagnamine.org oppure vai sul sito www.lendyourleg.org e registrati.

Isotta


Tratto da: 4 Aprile: International Day for Mine Awareness | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/4-aprile-international-day-for-mine-awareness/#ixzz1qUnXZxSd
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

VAL DI SUSA: VOLANTINI A SCUOLA E TI SOSPENDONO


A Susa la scorsa settimana è successo qualcosa di molto particolare, presso l’Itis, istituto tecnico medio superiore, gli studenti no tav hanno distribuito dei volantini nelle classi. I medesimi volantini  veniva in contemporanea distribuiti dal movimento al mercato della cittadina, in quella che è una importanete e costante opera di informazione praticata da anni. A Susa inoltre hanno sede due ditte a dir poco particolari, di cui abbiano narrato la storia a più riprese, si tratta della ditta Italcoge e della ditta Martina. Entrambe le ditte, oltre ad essere fallite e misteriosamente risorte più volte sono state scelte da LTF (Lyon Turin Ferroviare general contractor Torino Lione) per allestire le recinzioni a filo spinato e muri del cantiere di Chiomonte. Entrambe poi, e non è poco sono state coinvolte dall’inchiesta Minotauro della procura torinese sull’infiltrazione della ndrangheta al nord. Se da sempre il movimento no tav dice tav=mafia non è solo per le tesi del procuratore Fernando Imposimato o per le esperienze degli altri cantieri italiani ma per una triste esperienza diretta, fatta di queste inchieste locali ma anche di presidi bruciati, macchine bruciate, lettere minatorie con proiettili di cui però la magistratura sembra non interessarsi.
Queste cose difficilmente vengono raccontate dai quotidiani e dai tg, scomode, che sfiorano interessi troppo grandi, ecco perché allora diventa fondamentale un’informazione libera, fatta di articoli, lettere, cronache sul web e anche e soprattutto volantinaggi, nei mercati, nei cortei e anche nelle scuole. In queste scuole ed in particolare in quella di Susa studia anche uno dei figli di questi imprenditori che ricevuto il volantino con il nome del papà è tornato a casa e queste le parole del padre in un’intervista al quotidiano LaStampa “Mio figlio è tornato a casa abbastanza scosso, finora avevo sempre tenuto un profilo basso. Ma questa volta non potevo lasciare correre…”. Cosa ci si aspetta da un padre in questa situazione? Che provi a spiegare la situazione al figlio? Che si penta magari scoprendo che ha dei figli ed è una vergogna quello che sta facendo? Se fosse un buon padre certo ma se è un mafioso come si legge sui volantini o meglio sulle inchieste e nei tribunali ecco che da tale si comporta e alza immediatamente il telefono minacciando il preside della scuola. Preside che vede il suo istituto querelato e decide da subito di diventare alleato del signor Martina proponendo per i ragazzi individuati come autori del volantinaggio una punizione esemplare, una settimana di sospensione dalle attività didattiche. Ieri il consiglio di istituto ha bocciato la proposta del preside che ancora una volta si è ritrovato solo e schierato a difesa, lo diciamo anche noi della mafia. I professori hanno difeso i ragazzi, loro evidentemente non hanno tornaconti o se non un precario stipendio, il preside, dalla sua poltrona di manager ha forse troppo da perdere a schierarsi. I ragazzi invece si difendono da soli e con i loro collettivi si stanno preparando a rilanciare l’iniziativa, anche questi episodi aiutano e fanno crescere, come si usa dire “fanno scuola”. In ultimo una tiratina d’orecchie al concetto e alla teoria dell’antimafia la dobbiamo fare. Troppo spesso nelle scuole, nelle conferenze viene raccontata l’antimafia come concetto astratto, teoria, conferenze, grandi discorsi. Qui si parla di pratica, si parla di episodi che sono antimafia nella sua essenza più vera. Avere il coraggio di urlare un modo mafioso di fare affari, denunciare a gran voce quanto accade, in maniera pubblica davanti a tutti, mettendoci la faccia, urlare i nomi e scriverli. Dire che il tav è mafia e le ditte coinvolte sono mafiose è vero ed è giusto (basta leggere del comportamento del sig. Martina in questa vicenda per capirlo). L’invito che facciamo a tutte le associazioni antimafia è quello di schierarsi con i giovani notav. E’ molto importante la possibilità che danno ai ragazzi di fare grandi e pacifici cortei come quello di Genova di Libera, di poche settimane fa in cui tutti gridano forte No alla Mafia! E’ altrettanto importante il lavoro e la possibilità che danno ai giovani riconvertire in buoni frutti e buone semine i terreni sequestrati ai mafiosi. Ora però questi ragazzi non vanno lasciati soli, vanno aiutati e sostenuti per il loro coraggio e la loro determinazione. Nel modo più diretto e semplice hanno fatto antimafia dal basso, hanno fatto ciò che ritenevano giusto. Per noi e per tutti è il momento di schierarsi, di sostenerli, di aiutarli.


Tratto da: succede in Val Susa. Volantini a scuola e ti sospendono | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/succede-in-val-susa-volantini-a-scuola-e-ti-sospendono/#ixzz1qUn9TAfv
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

INPS E FALSI INVALIDI


L’argomento delle truffe all’Inps da parte dei falsi invalidi è già stato trattato nel PAssepartout in altre occasioni. Lo abbiamo fatto quando si trattava di casieclatanti ma pur sempre isolati, non riferiti a qualcosa di più generale. Stavolta, invece, sono stati resi noti e sono disponibili dati più ampi, e quello che ne esce è un quadro sconvolgente, ed è quindi doveroso tornare sull’argomento.
Partiamo dal fatto che da quando il nostro istituto nazionale di previdenza ha deciso di iniziare un nuovo corso controllando a tappeto la veridicità delle malattie agli “invalidi” che godono di pensione conseguente, i controlli sono stati finora 250mila. Grazie al solo fatto di averli avviati questi controlli, 36.902 pensioni (il 14,76% del totale monitorato) sono decadute subito per il semplice fatto che i “richiamati” non si sono nemmeno presentati alla visita, vedendosi così automaticamente tolto l’appannaggio (di conseguenza sono state avviate le indagini per constatare se esistono gli estremi della truffa, e arrivare così all’eventuale richiesta di restituzione totale del denaro versato). Rispetto invece alle visite effettuate, altri 34.752 finti menomati sono invece risultati “abili arruolati” al convivere civile, e da subito sono rimasti senza contributo, e anche per loro vale la regola del controllo “a posteriori” per verificare se esistono gli estremi della truffa.
Non disponendo dei dati relativi a Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige (definiti dagli ispettori Inps “irrilevanti”), è utile sapere nel particolare che la media nazionale di malversazione specifica è pari al 28,42% dei casi finora accertati, e che a guidare questa speciale classifica del raggiro sono Campania (con il 37,90%), Basilicata (appena sotto: 37,64), Molise (35,93), ma poi arriva una quasi insospettabile Umbria (35,69) appena davanti al Lazio (34,68) e via via a scendere tutti gli altri, fino alle “quasi virtuose” Marche, dove però nemmeno lì manca un buon 14,29% di profittatori alle spalle di tutti noi.
A proposito del Lazio, è utile sapere che finora risulta essere l’unica regione ad aver preso in considerazione l’ipotesi che tutto l’iter per il riconoscimento dell’invalidità avvenga per via telematica: “stranamente” e trasversalmente, all’on line si oppongono finora tutte le altre, semplicemente ostentando l’inanità più assoluta. Evidentemente, è molto meglio affidarsi alle ”cure” di qualcuno che conosce corridoi e meandri della burocrazie di settore e magari anche di qualcuno della commissione medica preposta – soprattutto, guarda un po’, in periodo elettorale, quando le domande aumentano in media del 25% rispetto al normale – anche se quasi ovunque l’Inps è ormai presente con un suo rappresentante, e di conseguenza la truffa diventa impossibile.
E quando la copertura del territorio da parte dei medici Inps diventerà totale sarà molto più difficile far passare per malati anche i figli cardiopatici dei cardiopatici, e non stiamo scrivendo a vanvera, visto che un episodio del genere è successo a Napoli, dove padre, madre e tre frugoletti al seguito risultavano talmente messi male a livello di cuore da riuscire a riscuotere tutti e cinque la pensione. I controlli avviati sul caso hanno appurato che invece stavano tutti benissimo, magari adesso ne pagheranno anche le conseguenze, e un po’ di batticuore conseguente forse inciderà – ma speriamo non più di tanto, soprattutto ai pargoli – sul loro stato di salute generale.
Se genitori tanto premurosi sono stati prontamente denunciati, stessa sorte è toccata ad un altro beneficiato dal nostro sistema sanitario nazionale che non doveva esserlo, abitante sempre nella stessa città. Il malato, “immaginario” ma anche “immaginato” come tale da chissà quale onesta commissione, riscuoteva ben tre pensioni, e una era quella che certificava addirittura una sua totale “demenza”. Quando la Direzione antimafia del posto, nel corso di un altro tipo di indagine, ha scoperto in un muro della sua magione contante per ben otto milioni di euro, non è bastata la sua dichiarazione – che poteva senz’altro contribuire ad avvalorare la sua condizione di folle – rilasciata a verbale, cioè che il denaro era accumulato grazie ad una (onesta?) professione di “usuraio”: il nostro eroe è andato dritto in galera e con un appannaggio dello Stato dei tre precedentemente accumulati su cui poter contare in meno, con tanto di accusa di riciclaggio di denaro sporco (quella sull’appropriazione indebita nei confronti dell’Inps se la vedrà recapitata fra quattro mura).
Il bello è che proprio nel suo stesso quartiere, Santa Lucia, quasi ironicamente dedicato proprio alla santa protettrice dei non vedenti, si sia registrato il numero più alto di “finti ciechi” finora smascherati, particolare che può prestarsi a facili battute di spirito, ma che invece testimonia come la fantasia possa anche risultare estremamente sgradevole, se portata alla luce. Anzi: riportata, visto è (era) tanta la cecità registrata nel circondario: un miracolo, e nemmeno di San Gennaro, ma della più modesta Lucia, che sulla carità cristiana di molta gente del suo quartiere era evidentemente disposta a chiudere un occhio, se non due.
In soldoni, e proprio parlando di questi, il nostro Paese perde almeno 5 miliardi l’anno in elargizioni per pensioni che non dovrebbero essere pagate: un conto presto fatto tenendo conto della proiezione sui 250mila controlli finora effettuati e che quindi – unendo la percentuale di chi semplicemente non si presenta alla visita a quella di chi invece viene smascherato dopo averla fatta – fissa in almeno un falso invalido su quattro quelli che godono di pensione di invalidità non dovuta. Un totale che corrisponde ad una Finanziaria corposa, paragone che basta e avanza per farci girare la testa e magari anche a sentirci poco bene. Sintomi speriamo passeggeri e in nessun caso sufficienti per spingerci, comunque, a chiedere qualsivoglia tipo di invalidità dato che, come abbiamo visto, da qualche tempo c’è chi riesce a riconoscere le persone sane da quelle che accampano malesseri inesistenti, e agisce di conseguenza. Meglio evitare maldestri tentativi e pessime figure, ché prima o poi le conseguenze si pagano. Senza sconti, e con tanto di interessi.



Tratto da: L’Inps e i falsi invalidi: uno su quattro non ce la fa più a fare il finto malato | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/linps-e-i-falsi-invalidi-uno-su-quattro-non-ce-la-fa-piu-a-fare-il-finto-malato/#ixzz1qUmf7VgS
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

MORTI SUL LAVORO. LA BATTAGLIA DI ROSARIO


di Bruna Iacopino
“Sono indignato e incazzato, questo lo può scrivere perchè è la verità” la voce è quella di Rosario D’amico, figlio di Antonio, morto in seguito ad incidente sul lavoro il 6 marzo 2002. Dopo 10 anni appena la settimana scorsa si è concluso il processo, dichiarato prescritto, benchè una simile richiesta “ non fosse stata avanzata neanche dagli avvocati della controparte”. Precisa Rosario, anche lui operaio Fiat.
Rosario e la sua famiglia non si danno pace non si capacitano che un processo per omicidio colposo arrivato al secondo grado, con tre condanne comminate in primo grado ( 3 su 7 imputati) alla fine venga dichiarato prescritto.
“Siamo costretti ad aspettare che la sentenza venga resa pubblica, 90 giorni circa, per capire cos’è successo, cosa scriverà il giudice, in che modo le testimonianze pesanti che sono state rese verranno messe da parte, in che modo ancora verranno rese vane le dichiarazioni spontanee rese dal carrellista, il ragazzo che stava alla guida del muletto che quel giorno investì mio padre…”
In quelle dichiarazioni spontanee infatti c’è un mondo che si svela, un mondo fatto di carenze nella sicurezza, precarietà, mancata formazione.
“Il ragazzo- continua Rosario- ha dichiarato spontaneamente di non aver mai fatto corsi di formazione, ha chiaramente parlato di carenze a livello di norme di sicurezza, ha detto della sua condizione di precario, e che quel giorno correva con il muletto perchè si sentiva pressato da ritmi di lavoro sempre più serrati, ha fatto nomi e cognomi parlando con le lacrime agli occhi e chiedendo scusa alla mia famiglia…”
E tutto questo è svanito di colpo.
A distanza di 10 anni Rosario si sente ributtato indietro nel tempo.
“Sono stato trattato male dal giudice!” Dice amareggiato. “Chiedevamo solo giustizia ed ecco invece cosa abbiamo ottenuto… esistono video, testimonianze, ricostruzioni dei periti che dimostrano come effettivamente ci fosse una carenza di sicurezza, mancanza di passaggi pedonali e specchietti eppure non è stato sufficiente…”
Anzi, come se non bastasse al momento di pronunciare la sentenza, i famigliari sono stati circondati dalla polizia “senza alcun motivo” racconta ancora Rosario, incredulo.
Intanto lui, ancora operaio Fiat, è stato spedito al famigerato “reparto confino”, quello di Nola, dove c’è Fiat logistic “ …dove- dice- il lavoro sta solo sulla carta, ma realmente non esiste… lì ci sta la gente che dava fastidio a Pomigliano.”
E quello che lo preoccupa non è tanto il lavoro, non è la cassa integrazione straordinaria che finirà per lui nel 2013, e certo in un territorio come quello campano è un problema grosso, quello che gli preme adesso è raccontare la sua storia: “ Perchè un cittadino onesto non può morire nella più totale indifferenza!”


Tratto da: Morti sul lavoro. La battaglia di Rosario | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/morti-sul-lavoro-la-battaglia-di-rosario/#ixzz1qUmJ9BtY
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

IN QUESTI PROFESSORI C'E' QUALCOSA DI NAZISTA


di Giovanni Bacciardi
La scelta del governo di concentrare l’attenzione sull’art. 18 non mi convince del tutto. Ne avremo modo di riparlarne.
Rimaniamo sull’art. 18.
L’attenzione e’ rivolta sull’uso strumentale che puo’ essere usata dalla motivazione economica per licenziare per altri motivi.
In sostanza se il motivo economico sussiste il licenziamento e’ giustificato.
Dunque la produttività, la competitività in sostanza la ragione del profitto giustifica il licenziamento. Se il licenziamento di un lavoratore permette di ottenere un profitto maggiore può essere licenziato e sostituito da un lavoratore (non solo da una macchina) che permette la realizzazione di un profitto maggiore. Questa e’ una motivazione che rientrerà nella ragione “per motivazioni economiche”. In questo caso la discriminazione e’ piu’ grave di ogni altra motivazione (di razza, di religione, di sesso, etc.) questa e’ una motivazione razialmente antropologica l’unica che solo il nazismo ha adoperato per selezionare la razza. I piu’ deboli naturalmente e socialmente non hanno diritto al lavoro e dato che sono inutili oggi li espelliamo dal lavoro e domani magari dall’esistenza. Io sono un ex professore ma devo ammettere che nel nazismo alcuni professori si posero all’avanguardia di queste tesi. I darwinismo non piu’ come analisi ma come programma razziale (selezione della specie) diventa il riferimento e tutto per difendere il profitto che nonostante sia la maledizione attuale dell’umanità sono disposti a tutto pur di ottenerlo.
In conclusione la “motivazione economica” anche se motivata (nel senso che non e’ strumentale) non va accettata in quanto tale come giusta causa.


Tratto da: Governo Monti: In questi professori c’e’ qualcosa di nazista. | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/governo-monti-in-questi-professori-ce-qualcosa-di-nazista/#ixzz1qUlxeDeT
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

FASCISMO DI MERCATO. LA "VOCAZIONE EUROPEA" DI MONTI


Le “regole del mercato” e della “libera circolazione” non ammettono una presenza umana che disturbi il manovratore e la “fluidità” delle merci. I “consigli” europei di Monti rovesciano i princìpi delle costituzione continentali.   Non c’è limite alla protervia del capitale, lo sappiamo. Ma questo progetto europeo, spedito una settimana fa dal presidente della Commissione, l’ex giovane maoista portoghese José Manuel Durao Barroso, al Parlamento europeo supera i limiti della fantasia per calarci nella realtà dei fatti presenti e del vicino futuro. In pratica, prendendo le mosse da uno studio guidato da Mario Monti un paio di anni fa, si “consiglia” all’Europa di eliminare quel fastidio alla “libera circolazione” delle merci e del profitto che si chiama sciopero. Naturalmente, per facilitare il compito, sarebbe bene che venisse eliminata anche la libertà dei lavoratori di associarsi in sindacato e di esercitare questa attività sui luoghi di lavoro. Il “modello Marchionne” prende le mosse negli stessi giorni in cui il killer dagli occhi di ghiaccio che guidava allora la Bocconi stendeva le note qui di seguito pubblicate. E’ finita un’epoca, ripetiamo spesso. E il capitalismo sembra irresistibilmente tentato dal tornare alle origini, ovvero ai metodi dell’accumulazione originaria. Quando lo sciopero (come in Germania fino al 1845) era punibile con la pena di morte, si assumevano killer privati per assassinare gli operai che protestavano o si organizzavano. Ma naturalmente ricorrendo a riconoscimenti formali ai “diritti fondamentali” che “non possono essere toccati”, per carità, pur se devono essere “armonizzati” con le necessità dell’impresa. Che diventano sempre prioritarie. Corriamo troppo? Siamo estremisti? Leggete con i vostri occhi e riaccendete il cervello. La poposta dell Comissione: pdfProposta Commissione 311242-en.pdf309.68 KB Lo studio di Mario Monti da cui ha preso le mosse: pdfRapporto Monti sul mercato unico.pdf643.03 KB   
La risoluzione Barroso è in discussione al parlamento europeo. Ma Strasburgo non può modificare il testo: prendere o lasciare
Sciopero addio, l’Ue ci prova
L’Europa vuole rendere «compatibili» le proteste dei lavoratori con le regole del mercato unico. La proposta riprende un documento preparato dal professor Monti nel 2010 su incarico della Commissione
Loris Campetti Mario Monti colpisce ancora. Ma questa volta, data la sua nota vocazione europea, colpisce a livello – per ora – continentale. Il 21 marzo la Commissione europea ha varato un testo basato sul documento chiesto da Barroso all’allora libero docente Mario Monti, che rischia di imprigionare il diritto di sciopero. Il testo va sotto il nome di «consigli di regolamentazione dell’esercizio del diritto di promuovere azioni collettive nel contesto della libertà d’impresa e della garanzia dei servizi». La filosofia insita nel testo varato dalla Commissione sulla base del documento Monti è semplicissima: i diritti dei lavoratori vanno armonizzati con quelli economici. Siccome non esiste sciopero degno di tale nome che non vada in contrasto con l’impresa contro cui esso è rivolto, è ovvio che si vuole fortemente ingabbiare ogni possibilità di conflitto. A meno che, naturalmente, l’esercizio di un diritto sacrosanto non sia ritenuto «compatibile» con gli interessi, tanto per essere espliciti, del padrone. Cioè mai, almeno sul piano della logica. Da Strasburgo, dove il testo della Commissione Josè Manuel Barroso è appena stato recapitato, arrivano i primi allarmi. Innanzitutto a preoccuparsi sono alcuni parlamentari italiani che hanno imparato a conoscere la filosofia del presidente del consiglio Monti. Tra questi c’è sicuramente Sergio Cofferati, il cui rapporto con l’articolo 18 non va certo spiegato ai lettori del manifesto. Quando il parlamento europeo incaricherà le commissioni competenti di analizzare il testo della Commissione, l’ex segretario generale della Cgil si occuperà, molto probabilmente, di spiegare ai suoi colleghi europarlamentari la pericolosità di una tale svolta nell’area geografica del perduto «modello sociale europeo». Le commissioni non hanno possibilità di emendare il documento ma soltanto di «proporre alcune modifiche», oppure di rigettarlo in toto, che sarebbe l’opzione più tranquillizzante. Quel che emerge dal testo Monti-Barroso è che i diritti connessi alla sfera economica vengono prima dei diritti dei lavoratori. Di conseguenza, il diritto del lavoro può essere condizionato quando non impedito da quello dell’impresa. Se questa filosofia dovesse essere approvata dall’europarlamento, i vincoli già esistenti per i dipendenti pubblici sarebbero estesi anche ai lavoratori occupati nei settori privati. E di conseguenza si estenderebbero a tutti i limiti al diritto di sciopero. Per fare un esempio, l’essenzialità del lavoro di un operaio alla catena di montaggio sarebbe equiparata a quella di un medico ospedaliero. Si va oltre il liberismo per sfociare nell’assurdo e nella provocazione. C’è di più. Cosa potrebbe accadere per la rappresentanza dei lavoratori nelle aziende? Il libero esercizio dell’attività sindacale potrebbe addirittura essere considerato in contrasto con i «diritti dell’impresa», visto che è nelle facoltà delle rappresentanze sindacali indire scioperi e in generale iniziative di lotte a tutela della condizione e dei diritti di chi lavora. C’è un filo logico che tiene insieme la cosiddetta «riforma del mercato del lavoro» e questa fantastica trovata europea. Se guardiamo all’impianto dei provvedimenti presi sul mercato del lavoro, è evidente nell’approccio dei professori la priorità dell’impresa sui lavoratori. Il presidente Monti sta attraversando l’Estremo Oriente per spiegare che finalmente in Italia si è introdotta la libertà di licenziamento. Persino il giudice è stato tolto di mezzo e ora finalmente i diritti connessi alla sfera economica sono considerati prevalenti sui diritti connessi al lavoro. Il padrone ha sempre ragione, al massimo sarà tenuto a monetizzare il danno prodotto. Addirittura l’onere della prova in caso di licenziamento per motivi economici non è più dell’imprenditore, ma dell’operaio che dovrà dimostrare che invece il suo licenziamento ha ben altre motivazioni, rappresenta cioè una discriminazione. Questa filosofia, che grazie al presidente Monti da Roma rischia di estendersi all’intera Unione europea, segna il rovesciamento del fondamento stesso della nostra Carta costituzionale, nonché evidentemente dello Statuto dei lavoratori, basati sul presupposto che il soggetto più debole va protetto con maggiori tutele. Oggi invece il soggetto degno di maggiori tutele e diritti rischia di diventare il più forte, cioè l’impresa. Alla base di tutto c’è il mercato, alle cui esigenze tutto va piegato: leggi e uomini. Il testo consegnato al parlamento europeo ha già subito una prima serie di correzioni che ne hanno addolcito il gusto, senza però privarlo del suo veleno. Tant’è che, secondo l’ufficio giuridico della Cgil, «i rischi di impatto sui sistemi di relazioni sindacali sono ridimensionati, seppur non scongiurati». La partita è aperta e ora il mazzo delle carte passa nelle mani dell’Europarlamento di Strasburgo. Sarebbe utile che le organizzazioni sindacali facessero sentire la loro voce, non solo nel ruolo di «mediatori» istituzionali ma anche di promotori di conflitto sociale in difesa di quel che resta del modello sociale europeo.


Tratto da: Fascismo di mercato. La “vocazione europea” di Monti | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/fascismo-di-mercato-la-vocazione-europea-di-monti/#ixzz1qUldXHKV
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

COM'E' STATA SVENDUTA L'ITALIA


Di Antonella Randazzo (2007)
Era il 1992, all’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.
Cos’era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali?
Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.
Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata “privatizzazione”.
Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l’uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L’attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.
Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.
Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: “Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi”.
Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il “nuovo corso” degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.
Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della “strategia della tensione”, e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un’autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27 maggio un’altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse “colpire le opere d’arte nazionali”, ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle “menti più fini dei mafiosi”.[1]
Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull’economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria.
Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia: “la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo stato e piegarlo ai propri voleri”, Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: “non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste”.[2]
I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: “Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm”.[3]
Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: “Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti”.[4]
Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo.[5]
Che gli assassini di capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.
Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: “Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana”.[6] Lo stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco, disse: “Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove”.
Probabilmente, le tecniche d’indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell’anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell’onestà e dell’assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La Repubblica: “Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato”.[7]
L’omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell’élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: “Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura… Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi… è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove”.[8]
Infatti, quell’anno gli italiani capirono che c’era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all’élite che coordina le mafie internazionali.
Quell’anno l’élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma voleva rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.
Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: “Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso:  delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona”.[9]
Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: “Bisogna stare attenti, molto attenti… Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione… Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est… Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche”.[10]
Anni dopo, l’ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: ”Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo”.
Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).
In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli.Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina ela Galbani.
La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti.
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.
Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare  la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.
Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia.
La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra, venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell’Europa e dell’Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.
In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani.
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:
Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell’economia produttiva e l’esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l’Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[11]
Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell’ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un’inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L’attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l’attacco, l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d’Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del “Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà”, durante l’esposto contro Soros:
È stata… annotata nel 1992 l ’esistenza… di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell’apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria “Goldman Sachs & co.” come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della “Albertini e co. SIM” di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del “Quantum Fund” di Soros.
III. L’attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht “Britannia” della regina Elisabetta II d’Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell’industria di stato italiana. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L’agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l’intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[12]
I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.
Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:
I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo… è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell’unificazione monetaria.[13]
Il giorno dopo, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché “se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco”.
Le nostre autorità denunciavano il potere dell’élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana.
Il Movimento Solidarietà fu l’unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell’economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[14]
Il 6 novembre 1993, l ’allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare “le procedure relative al delitto previsto all’art. 501 del codice penale (“Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio”), considerato nell’ipotesi delle aggravanti in esso contenute”. Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.
Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.
Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva “risanare il bilancio pubblico”, ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti ProveraPirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.
Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.
Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,  si fecero avanti per attuare un’opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.
Il titolo, che durante l’opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.
Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).
Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.
La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale.
Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull’esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.
Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni.
Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.
I Benetton hanno incassato un bel po’ di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell’Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.
Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.
La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l ’amministratore delegato di Trenitalia,Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell’ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un’azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.
Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il  controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E’ simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: “Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom”.[15]Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie (“Bond”) con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.
Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.
I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).
La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I “Partners” non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza.
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di “Mani Pulite”, che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.
A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese.
Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
[1] http://www.reti-invisibili.net/georgofili/ 
[2] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[3] La Repubblica , 28 maggio 1992.
[4] La Repubblica , 10 giugno 1992.
[5] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[6] La Repubblica , 23 giugno 1992.
[7] La Repubblica , 25 giugno 1992.
[8] La Repubblica , 27 maggio 1992.
[9] La Repubblica 11 agosto 1992.
[10] L’Unità, 12 agosto 1992.
[11] Solidarietà, anno IV n. 1, febbraio 1996.
[12] Esposto della Magistratura contro George Soros presentato dal Movimento Solidarietà al Procuratore della Repubblica di Milano il 27 ottobre 1995.
[13] Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Democratica , Rivista N. 4 gennaio-aprile 1996.
[14] Solidarietà, anno 1, n. 1, ottobre 1993.
[15] La Repubblica , 5 settembre 1999.
http://www.disinformazione.it/svendita_italia2.htm


Tratto da: Come è stata svenduta l’Italia | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/28/come-e-stata-svenduta-l%e2%80%99italia/#ixzz1qUlPXZAC
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!