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venerdì 29 giugno 2012

LA CHIESA CATTOLICA LUCRA COL PORNO

La Chiesa lucra col porno: 1 miliardo e mezzo in libri per adulti


La Weltbild è una produttiva azienda tedesca che possiede un discreto numero di librerie e ha un fiorente commercio on line. Fino a qui nulla di strano, ai più smaliziati potrebbe scappare giusto un sorriso, scoprendo che i loro prodotti principali sono volumi erotici e un considerevole catalogo di dvd per adulti, in fondo, nel mondo di oggi, la pornografia non fa più molto scalpore, anzi.

AGORAVOX, 29/06/2012

La sorpresa viene fuori, quando si scopre che la società è controllata interamente dai Vescovi della chiesa tedesca.1,6 miliardi di euro, non proprio uno scherzo, entravano nelle casse del clero attraverso questo commercio, diciamo, poco ortodosso, almeno per chi professa castità, astensione e disconosce le più elementari pratiche di prevenzione nel sesso.
Proprio a seguito della notizia, lo scorso novembre si erano mobilitati molti gruppi cristiani conservatori, per chiedere la cessione dell'attività, non giudicandola in linea con i principi e la morale di un'impresa clericale. Per questo si era arrivati a decidere di vendere la società. Ma negli ultimi giorni, ancora un colpo di scena, in un recente articolo il Frankfurter Allgemeine Zeitung rivela che non ci sarà alcuna dismissione, solo una trasformazione in una fondazione e Carell Halff, delegato amministrativo, conferma, aggiungendo:




"Ho colto molto positivamente la decisione. È la scelta più giusta per la società e i sui i 6500 dipendenti"



Intanto l'assemblea dei soci avrebbe deciso che tutti i proventi saranno destinati ad opere caritatevoli, culturali e religiose, senza possibilità di guadagno per gli stessi. A questo punto, però ci sarebbe da chiedersi cosa intendano per "religiose", augurandoci di non scoprire altri "dubbi" campi semantici per questa parola.






GUERRA E FAME NEL SUD SUDAN

Guerra e fame: un anno d’indipendenza del Sud Sudan


Alla vigilia del primo anniversario dell’indipendenza del Sud Sudan, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sui crimini commessi dall’esercito nazionale e dai gruppi armati d’opposizione e sui flussi indiscriminati di armi, per lo più ucraine e cinesi ma anche provenienti dal vicino Sudan, che hanno provocato danni e sofferenze alla popolazione civile.

AGORAVOX, 29/06/2012

Degli scontri armati lungo il confine, tra Sudan e Sud Sudan, intorno alla zona petrolifera contesa di Abyei, si è saputo poco. Il mantenimento dell’accordo per la smilitarizzazione dell’area regge a fatica.



Ancora meno informazioni sono giunte a noi sul conflitto interno tra le Forze armate sud sudanesi (Spla) e l’Esercito di liberazione del Sud Sudan (Ssla), la principale formazione armata di opposizione. Gli attacchi indiscriminati negli stati di Alto Nilo, Jonglei e soprattutto Unità hanno causato pesanti perdite tra la popolazione civile, con migliaia di persone costrette a fuggire.



Si calcola che dal 20 al 25 per cento della popolazione non abbia potuto coltivare la terra nella stagione delle piogge. L’accesso agli aiuti umanitari è stato reso difficile dalla presenza delle mine lungo le strade.



Nel primo anno d’indipendenza, oltre alle inevitabili difficoltà legate alla costruzione di istituzioni civili, le autorità sud sudanesi hanno dovuto gestire il ritorno dal Sudan delle persone che avevano perso la nazionalità e i profughi interni causati dalla guerra con il Sudan e quelli, soprattutto nella regione di Mayom, causati dal conflitto interno. La situazione sta peggiorando.



Chi ha fornito le armi per alimentare il conflitto interno? Il rapporto di Amnesty International fornisce prove sull’uso di carri armati T-72M1 difabbricazione ucraina, impiegati dalle forze armate del Sud Sudan per attaccare le zone urbane di Mayom. Solo pochi mesi fa, cinque T-72M1 erano ancora presenti nel centro della città. Questi tank erano arrivati illegalmente, prima dell’indipendenza, via terra dal Kenya: qui, nel porto di Mombasa, avevano attraccato tre navi salpate dal porto ucraino di Oktyabrsk, appartenenti a compagnie ombra registrate nel territorio dell’Unione europea.



L’opposizione armata dell’Ssla ha usato invece fucili modello 56-1 di provenienza cinese nei combattimenti intorno a Mayom, Mankiem e Riak. Mine anticarro modello 72, sempre made in China, sono state seminate lungo le strade della regione di Mayom, rendendo anche difficile l’arrivo degli aiuti umanitari.



Un alto ufficiale dell’Ssla ha dichiarato ad Amnesty International che le sue forze hanno recentemente ricevuto dal Sudan una fornitura “nuova di zecca” di kalashnikov, mortai e mitragliatrici.



Lunedì si aprono, a New York i negoziati finali per l’adozione da parte delle Nazioni Unite di un Trattato sul commercio di armi. Nelle intenzioni di Amnesty International, questo trattato dovrebbe pretendere da tutti i governi di porre fine ai trasferimenti di armi di fronte al rischio che queste potrebbero essere usate per compiere gravi violazioni dei diritti umani. Il caso del Sud Sudan è uno degli esempi più evidenti di questa stringente necessità.



AUTOGESTIONE COME SPAZIO PUBBLICO

da Eddyburg




Autogestione dello spazio pubblico

Data di pubblicazione: 30.05.2012



Esperienze nazionali e internazionali di autogestione, animazione, promozione culturale negli interstizi metropolitani. Adriano Solidoro e Sandro Medici, il manifesto, 30 maggio 2012 (f.b.)



Scene di vita di neo-bohème

di Adriano Solidoro



Molto si è già detto a proposito dell'occupazione della Torre Galfa, e successivamente di Palazzo Citterio, da parte del collettivo artistico milanese Macao. E molto se ne dirà ancora, perché è una vicenda che non può dirsi conclusa con gli sgomberi. A Milano la discussione è ancora accesa e le domande che sono emerse, per la politica e per la città, sono tante. Il dibattito si è per lo più fin qui concentrato sulle questioni legate alle condizioni della legalità dell'occupazione o sulle ragioni e la forma di protesta degli occupanti. Come è giusto. Come è ovvio. E tuttavia, a mente fredda e con animi rasserenati, l'intero tema può essere valutato in un'ottica differente, appropriata alla complessità degli interessi in gioco, che non sono solo quelli della proprietà degli immobili o di un gruppo di «creativi», ma di aree urbane, di comunità, della città tutta.



Si è per esempio appena sfiorato il tema dell'integrazione, tra politiche cittadine e politiche culturali, delle opportunità che possono nascere da un inserimento della scena artistica indipendente in queste strategie. Il modello è quello di città come Parigi, Londra, Berlino, Amsterdam e Amburgo dove gli edifici abbandonati, anche privati, possono essere affidati agli artisti con la vigilanza delle amministrazioni o dove associazioni nate occupando abusivamente spazi vuoti, ora collaborano con l' amministrazione cittadina, dando il proprio contributo di innovazione e creatività. Certo, le «buone pratiche» internazionali, anche quelle eccellenti, non sono ricette che vanno bene per tutti e per ogni città, come differenti sono le comunità per natura e obiettivi. Ma sono comunque opportunità di apprendimento intorno a un denominatore comune, quello dell'integrare, nelle politiche e nelle strategie cittadine, pratiche alternative di innovazione in sistemi locali capaci di offrire discontinuità ad alcuni contesti in degrado.



Notti bianche a Stalingrad



I modelli proposti da queste città enfatizzano anche come molte attività culturali abbiano ormai luogo al di fuori della sfera dell'ufficialità. Radio di quartiere suonano la musica di band do it yourself, esperimenti di Social tv allestiscono propri palinsesti sui contenuti prodotti dagli utenti, documentari indipendenti hanno festival dedicati e vengono proiettati anche nelle scuole, e performance artistiche partecipative, giochi urbani e iniziative di guerrilla gardening reinventano lo spazio urbano a beneficio della comunità. Si tratta di pratiche emergenti che, pur fuori dalle logiche commerciali e dalle costrizioni dell'accademia e della moda, indicano la necessità di superare la distinzione tra cultura e controcultura, mainstream e underground, popolare e avanguardia, entertainment e sperimentazione. L'eclettismo è il tratto distintivo di questa produzione culturale.



Agli appuntamenti organizzati dai centri sociali partecipa oggi un pubblico eterogeneo, che varia da coloro che si riconoscono nell'area della dissidenza, a studenti, a giovani professionisti, fino a artisti e designer già affermati che ricercano nell'atmosfera underground il tocco dell'autenticità. E nei negozi di design, agli oggetti proposti dai grandi nomi si affiancano quelli realizzati con materiale di riciclo da piccole botteghe artigianali. Si tratta insomma di una produzione (e di un consumo) eclettico e onnivoro, che si destreggia tra i diversi stili e registri. È il fenomeno della neo-bohème, così come lo ha definito Lloyd Rodwin studioso del Mit e autorità mondiale nel campo della pianificazione urbana. Un contesto culturale in cui le espressioni di arte indipendente non sono più interpretabili esclusivamente come in opposizione alla cultura mainstream o come resistenza alla cultura egemonica, ma come «nicchie» di mercato. Nicchie nelle quali alcune città hanno già cominciato a riconoscere una risorsa significativa, a dimostrazione che nei governi locali cresce la consapevolezza delle opportunità provenienti da politiche culturali non limitate alla fornitura di servizi locali. Sostenere le arti e la cultura, anche quella alternativa e indipendente, è anche sostenere lo sviluppo (e la ripresa) dell'economia locale.



Ma come può avvenire l'integrazione tra politiche urbane e culturali e scena artistica indipendente? A Parigi, l'integrazione è avvenuta in concomitanza con l'elezione a sindaco di Bertrand Delanoé nel 2001 (poi rieletto nel 2008). Dopo 25 anni, il controllo del governo locale tornava a un Consiglio comunale socialista e il mutamento politico si è presto tradotto in nuovi orientamenti. Agli artisti viene concesso l'utilizzo di spazi temporanei per lavorare e esporre, oltre all'opportunità di offrire attività culturali alle comunità dei quartieri. Così facendo, l'amministrazione cittadina si attribuisce il merito dell'emergere di nuove scene culturali e creatività locali, le quali rappresentano potenziali fattori di messa in moto di dinamiche di riqualificazione urbana. Per le aree interessate, la presenza di artisti in spazi in disuso rappresenta un valore simbolico, ma anche economico, in un'ottica di rivitalizzazione (e rivalutazione) che passa anche attraverso le attività culturali. È una strategia non priva di opportunismo, ma per gli artisti rappresenta un riconoscimento del proprio ruolo sociale, oltre che una concreta opportunità.



Il caso del quartiere La Chapelle- Stalingrad illustra bene come la dinamicità della scena artistica indipendente possa rappresentare uno strumento di pianificazione e come gli artisti indipendenti possano essere vettori simbolici del passaggio dal degrado all'allure bohème. A lungo trascurata dalle autorità locali, l'area di La Chapelle-Stalingrad ha ospitato dal 2001 diversi tipi di intervento urbano, alcuni dei quali sono stimolati dalla partecipazione di collettivi della scena indipendente. Numerosi spazi in disuso vengono destinati ad attività culturali e artistiche. La maggior parte delle performance durante la prima Nuit blanche (idea poi esportata in tutto il mondo) si è tenuta qui, così come altre iniziative simbolo del cambiamento di orientamento culturale e politico di Parigi. Iniziative che sono state strumenti di marketing locale e «city branding» rivolti alla cittadinanza, per comunicare quanto le autorità locali facciano per la comunità, e al tempo stesso azioni per attrarre turisti, nuovi residenti e investimenti.



Concedere l'utilizzo temporaneo a comunità di artisti è anche un vantaggio per i proprietari degli immobili che in questo modo evitano la fatiscenza degli spazi e il rischio di occupazioni illegali. L'azienda delle ferrovie francesi, Sncf, proprietaria di molte aree in disuso del quartiere di La Chapelle-Stalingrad, per esempio, ha messo in atto una strategia interessante (non meno opportunistica) per affrontare il problema. Nel momento in cui un edificio è vuoto e non è oggetto di piani di recupero specifici, l'azienda autorizza associazioni no-profit e collettivi artistici a occuparli. Ciò con grande vantaggio del quartiere, in quanto fruitore di servizi sociali ed attività culturali.



Tra le macerie del Muro



In linea con le politiche culturali cittadine, il Comune parigino ha steso nel 2006 la prima convenzione di occupazione, un contratto fiduciario per l'occupazione temporanea ma legale di un immobile da parte di una comunità di artisti. Dal 2006 a oggi, altri 17 collettivi hanno sottoscritto lo stesso tipo di contratto di occupazione. La convenzione stabilisce che il Comune possa visionare l'attività degli occupanti, i quali si impegnano a curare la manutenzione dell'immobile e a svolgere attività artistiche, senza fini di lucro. Ogni situazione viene vagliata nella sua specificità. Se valutata positivamente, l'occupazione viene concessa per un periodo di tempo dietro il pagamento di un affitto di locazione per lo più simbolico.



Altri esempi di politiche cittadine che integrano luoghi di produzione artistica indipendente nel tessuto culturale ed economico vengono da Berlino. Nonostante il grande sviluppo urbanistico seguito alla Caduta del Muro, il paesaggio della città rimane disseminato da una grande quantità di spazi vuoti e aree interstiziali in stato di degrado. Siti in disuso che possono venire concessi temporaneamente o ad interim a vari attori urbani, attivisti o artisti, associazioni o imprenditori culturali. Questo tipo di utilizzo degli spazi si innesta nelle politiche economiche e urbane e nelle narrazioni orientate alla promozione di Berlino come «città creativa». Narrazioni riprese e diffuse dai media negli ultimi dieci anni.



Nel 2001, come a Parigi anche a Berlino si insedia al governo della città una coalizione di sinistra. Guidata dal sindaco Klaus Wowerei (attualmente al terzo mandato), la giunta eredita una città sull'orlo della bancarotta e ben poco spazio di manovra. Rispetto ad altre città tedesche, il tasso di crescita di Berlino è rimasto basso mentre quello della disoccupazione è in crescita. Uno dei pochi settori floridi è quello delle industrie creative. Diversi fattori spiegano la rapida crescita di questo settore a Berlino: in particolare la disponibilità di abitazioni a buon mercato, una preesistente concentrazione di realtà culturali alternative e una scena musicale e artistica che attrae giovani imprenditori culturali da tutto il mondo. L'utilizzo temporaneo di immobili in disuso è la conseguenza della necessità di spazi da parte di questa scena di sperimentazione culturale e artistica. Un esempio ne è Skulpturenpark, un progetto culturale e artistico collaborativo pensato da un collettivo di artisti attivisti che dal 2006 dà vita ad attività artistiche e interventi site-specific per la rivitalizzazione del quartiere di Mitte, un'area già lottizzata per costruzioni future.



Anche a Londra, la concessione di spazi temporanei ad artisti è una politica diffusa. L'Arts Council e alcune associazioni di artisti mediano con i proprietari di immobili per concessioni temporanee di spazi in disuso in cambio di lavori di restauro e manutenzione o dietro pagamento di locazione a prezzi molto vantaggiosi. La zona sud di Peckham è quella che negli ultimi anni ha visto il maggior numero di occupazioni. Zona associata all'alto tasso di criminalità e alle gang giovanili più che all'arte, Peckham è oggi teatro di una fiorente scena artistica indipendente che si avvale dei molti spazi industriali dismessi in prossimità di due importanti scuole d'arte, Goldsmiths School of Arts e Camberwell College. Scena artistica neo-bohème che partecipa alla riqualificazione dell'area attraendo molti artisti emergenti. Le occupazioni possono sembrare a molti sinonimo di degrado e marginalità, ma le molte realtà di Parigi, Berlino, Londra - e anche di Amsterdam e Melbourne, città che conducono politiche simili - testimoniano che artisti indipendente, collettivi, attivisti e centri sociali possono essere agenti di cambiamento, ricoprendo il ruolo di pionieri nel recupero di aree urbane.



Conflitti e mediazioni



Una prospettiva, tuttavia, non priva di problemi. Così come è avvenuto per Berlino, e in misura diversa per Parigi, è necessaria una rivisitazione delle procedure di pianificazione e di concessione. dato che gli utilizzi temporanei degli immobili non sono normalmente considerati come una fase del ciclo di vita dello sviluppo urbano, ma vengono associati a periodi di crisi, di mancanza di visione e di pianificazione. Tuttavia, al di là dei preconcetti, gli esempi di dinamicità di gallerie d'arte, teatri, spazi per attività temporanee dimostrano che questa prassi di utilizzo può diventare un elemento proficuo e innovativo nella cultura urbana contemporanea. In un periodo di restrizioni finanziarie e di devolution, in cui i governi locali dispongono di possibilità di investimento molto limitate, l'esempio, in particolare, di Berlino mostra come l'innovazione culturale nasca spesso in città «in crisi», che soffrono di un processo di deindustrializzazione, di crescita lenta o di contrazione.



Ulteriori problemi derivano dalle potenziali situazioni di conflittualità. Integrare l'attenzione ai movimenti alternativi o della controcultura nelle politiche urbane e culturali e nei discorsi del city marketing significa per le autorità locali sostenere - sebbene con cautela, e a volte persino nervosamente - forme di differenziazione e di alterità che possono anche essere in opposizione al proprio esercizio. Senza contare le difficoltà legate al ruolo di mediatore di cui il governo locale si deve far carico, dovendo equilibrare la richiesta di spazi con la disponibilità a concederne l'utilizzo da parte della proprietà. Né mancano questioni di sicurezza da considerare con attenzione. E ancora: spesso, anche in presenza di un accordo contrattuale che sancisce la temporaneità dell'occupazione, gli occupanti non intendono andarsene o chiedono di essere ricollocati altrove. I casi recenti di tentativo di sgombero di luoghi istituzionalizzati, e ormai luogo di pellegrinaggi turistici, dal quartiere Christiania a Copenhagen ai collettivi artistici di Les Frigos a Parigi e di Tacheles Berlino, sono lì a dimostrarlo. Inoltre, consapevoli del rischio di perdere la propria controcultura identitaria firmando un contratto o una convezione che implicitamente riconosce i benefici del sostegno culturale e amministrativo delle istituzioni, molti artisti mantengono un approccio antagonista verso la struttura pubblica. Così, pur ottenendo la disponibilità di utilizzare spazi offerti, preferiscono, fedeli al principio di mobilità, l'occupazione illecita di altri immobili. È la scelta, per esempio, per la quale ha optato Macao, che pure ricevendo l'apertura al dialogo della giunta Pisapia e l'offerta di spazi alternativi alla Torre Galfa, non ha voluto riconoscere la validità dell'interlocuzione e ha occupato Palazzo Citterio come atto dimostrativo dell'indipendenza del movimento.



Una nuova flessibilità



Si capisce quindi quali e quante siano le sfide poste dalle pratiche di uso temporaneo. Sfide lanciate alle forme convenzionali di pianificazione urbana, ma anche lezioni sulle opportunità di impiego delle risorse e sulle nuove forme di flessibilità ben diverse dai processi di sviluppo proposti dalla pianificazione delle autorità pubbliche o dal mercato.



La Rivoluzione Culturale

di Sandro Medici



Nella loro ritmica ormai battente e incalzante, le varie occupazioni "culturali" che si vanno moltiplicando nelle nostre città (l'ultima, Macao a Milano) stanno lì a segnalare che sta emergendo un nuovo bisogno che rivendica un nuovo diritto: quell'urgenza immateriale a costruire e a esprimere un proprio immaginario. Un impulso sociale intensissimo, esito della nostra contemporaneità, ma sequestrato da un sistema pubblico-privato mediocre, conformista e discriminatorio.



In queste lotte affiorano pratiche e contenuti che alludono a un nuovo modello di creare arte e cultura: sia per le modalità collettive, condivise, partecipate, insomma democratiche con cui si gestiscono le occupazioni, sia per il rifiuto di gerarchie disciplinari e formali della produzione artistica che si promuove al loro interno.Attraverso l'autogoverno del ciclo produttivo si ribaltano i tradizionali rapporti tra chi progetta e chi esegue, tra chi realizza e chi fruisce. Con la riappropriazione diretta dei palcoscenici e delle platee si spezza il modello classico che finora aveva regolato e gestito la manifattura immateriale, dove c'è chi finanzia e chi dirige, chi riceve un salario e chi paga il biglietto: un modello autoritario ed escludente, a volte opaco, spesso clientelare. Al contrario, queste esperienze vivono in un regime di democrazia assoluta (quasi ossessiva), nel rispetto di tutti e ciascuno, dove si contribuisce "al massimo delle proprie possibilità" e si riceve "al massimo dei propri bisogni".



Insomma, è in corso una rivoluzione culturale. Forse analoga a quella che tutto travolse negli anni Sessanta, quando gli "apocalittici" prevalsero sugli "integrati", e finalmente anche in Italia irruppe il moderno.Ora come allora, la politica fatica assai a cogliere questo cambiamento. Con le istituzioni pubbliche sempre più omologate e parassitarie, oltreché scarnificate dai tagli nei bilanci, e il mercato privato sempre più standardizzato e scadente, nutrito dal peggiore sfruttamento e improntato alla più odiosa discriminazione. Il berlusconismo di questi ultimi anni ha totalmente deteriorato il sistema: non ci sono leggi e regole, non c'è incentivazione alla produzione né tutela del lavoro, non c'è più ricerca espressiva né si valorizzano opere e contenuti. Resta solo l'indegno rituale delle nomine nei consigli di amministrazione. Ci si continua a contendere i direttori artistici e si litiga per piazzare manager, consulenti e perfino parrucchieri e falegnami, a promuovere autori e interpreti e finanche l'ultimo figurante, l'ultimo orchestrale.



Intanto, da Roma a Catania, da Venezia a Napoli, si susseguono esperienze di movimento che rivendicano il diritto a una produzione culturale indipendente. Entrano nei teatri abbandonati e li riattivano per evitare che muoiano o che si trasformino in sale da gioco, supermercati, miniappartamenti, palestre, centri benessere e chissà cos'altro. Occupano spazi vuoti e inutilizzati per trasformarli in centri di creatività, dove accendere scintille di piacere, dove suonare e cantare, recitare e ballare, creare suggestioni, allestire feste e spettacoli, invitare la gente a stare insieme e accoglierla con un sorriso. Per riprendere una felice definizione di Guido Viale sul manifesto di venerdì scorso: «È una nuova declinazione del rapporto tra arte e vita».



Insomma, si libera la cultura dalla gabbia del mercato e si strappa alla speculazione il patrimonio immobiliare. A nessuno sfugge quanto tali esperienze, nel loro affermare il primato del valore d'uso sul valore di scambio, siano in assoluta controtendenza rispetto al dominante modello economico, totalmente asservito alla mercificazione di uomini e cose, così come di conoscenze ed espressività. Bisogni e interessi opposti che depositano un antagonismo inconciliabile, che a sua volta, inevitabilmente, precipita in conflitto sociale: come quello che si sta consumando a Milano su Macao e dintorni. E prim'ancora, l'Angelo Maj, il teatro Valle, il cinema Palazzo, l'Astra, Garagezero, a Roma. E in tante altre analoghe battaglie, un po' dappertutto.C'è insomma in questo paese una vastissima area creativa, un insieme di professionalità, intelligenze, risorse, talenti che finalmente (e liberamente) affrontano a viso aperto la contemporaneità. Un movimento che non essendo né pubblico né privato, sfugge sia alle liturgie istituzionali che ai parametri del mercato. Tutta questa vitalissima animazione, avventata quanto determinata, restituisce una domanda politica che non può più restare inevasa, o peggio rifiutata e sgomberata.In altri paesi, in Germania, in Francia, questo tipo di esperienze vengono valorizzate e perfino finanziate: diventano servizio sociale, offerta culturale. Qui da noi, al contrario, sono scoraggiate, contrastate e a volte represse.



E ciò accade non solo per tutelare le accademie, i manierismi, gli agonizzanti repertori che stancamente ripropongono istituzioni culturali sempre più polverose e sempre più dipendenti dal potere politico. Ci si scaglia contro questi movimenti anche per salvaguardare le rendite immobiliari, i profitti speculativi, gli utili finanziari che ormai imprigionano l'urbanistica delle nostre città. Per difendere quei luoghi e quegli spazi, i tanti luoghi e i tanti spazi che sarebbero necessari per ospitare e far crescere la cultura indipendente. Quelle stesse volumetrie che i sindaci vengono obbligati a vendere per compensare la riduzione dei bilanci comunali e, nello stesso tempo, consentire la ripresa del mercato immobiliare.In tutte le nostre città c'è un consistente patrimonio dismesso e inutilizzato, edilizia residuale, volumetrie abbandonate, scatole vuote sparse nei quartieri. Forti, caserme e rimesse militari, ex stabilimenti produttivi, depositi inutilizzati, ex mercati, parcheggi, magazzini in disuso, fabbricati svuotati di funzioni. Tutta questa cubatura potrebbe essere ristrutturata e restaurata e poi riconvertita verso un utilizzo culturale, affinché diventino (o tornino a essere) beni comuni disponibili.



È un patrimonio immobiliare che va strappato alla logica della valorizzazione privata e riadattato a ospitare cantieri e laboratori creativi. Antenne e terminali insieme: sonde che intercettano il bisogno di socialità, collettori dell'offerta di servizi territoriali. Officine aperte a ciclo continuo che vivano di progetti ed esperienze, ma anche di semplici spunti e fantasie: che ascoltino e selezionino idee e proposte, nuovi linguaggi e nuovi strumenti, individuino e allevino nuovi talenti e nuove espressività, sui quali costruire stupori e fascinazioni, via via in grado di suscitare un salto nell'immaginario collettivo.Un circuito di "casematte" che facciano da contrappunto vitale alla monotonia urbana. Luoghi che favoriscano le condizioni affinché si sviluppi un processo condiviso, lungo il quale più soggetti intervengano. In un democratico e scambievole itinerario di autoformazione, con l'obiettivo di realizzare un prodotto culturale inclusivo. Una creatività che certo coinvolga emotivamente, susciti piacere, entusiasmo, ma anche costruisca coscienza critica, consapevolezza civica, e non da ultimo attivi percorsi professionali, sviluppi economie, distribuisca reddito, inauguri modelli di gestione innovativi.



Un programma di alfabetizzazione sociale, un grande progetto di animazione artistica. Ecco quel che ci vorrebbe per movimentare e stimolare la scena territoriale: inoculare globuli rossi nei nostri anemici e impauriti quartieri. Va da sé che un progetto di questo genere potrebbe perfino svelenire quelle relazioni umane sempre più ostili e incattivite. Ritrovarsi insieme in circostanze fuori dall'ordinario, come corpi senzienti disposti e fors'anche inclini all'allegria in una festa, durante uno spettacolo, non più annidati e barricati nei propri ridotti condominiali, alleggeriti dai consueti risentimenti, insomma gli uni vicini agli altri, a guardarsi e annusarsi, crea quel composto di chimica molto organica, quella tensione magnetica che possono facilmente suscitare cordialità e vicinanza, sentimenti di reciproca disponibilità.Oggi, grazie alle battaglie di riappropriazione culturale che attraversano il paese, tutto ciò potrebbe diventare possibile. Certo, aiuterebbe se sindaci e ministri, istituzioni e partiti riuscissero a capire che l'arte e la cultura sono soprattutto pratica sociale.

LA CONOSCENZA COME BENE COMUNE

da Eddyburg




La conoscenza come bene comune

Data di pubblicazione: 16.06.2012



Autore: Olstrom, Elinor



E’ scomparsa Elinor Ostrom, la prima donna insignita del Premio Nobel per l’economia, acuta studiosa dei beni comuni e militante per la loro difesa. Riprendiamo la commemorazione da Sbilanciamoci.org, 16 giugno 2012



Il 12 giugno è morta Elinor Ostrom, insignita nel 2009 del premio Nobel per l'Economia. La ricordiamo pubblicando un estratto dell'introduzione al volume "La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica", a cura di E. Ostrom e di C. Hess, pubblicato da Bruno Mondadori nel 2009.



Con la parola “conoscenza” (knowledge() si intendono in questo libro tutte le idee, le informazioni e i dati comprensibili, in qualsiasi forma essi vengano espressi o ottenuti. Il nostro approccio è in linea con quello di Davenport e Prusak (1998, p. 6), i quali scrivono che «la conoscenza deriva dalle informazioni come le informazioni derivano dai dati». Machlup (1983, p. 641) ha introdotto questa distinzione fra dati, informazioni e conoscenza, in cui i primi sono frammenti di informazione allo stato grezzo, le informazioni sono costituite dall’organizzazione contestualizzata dei dati, e la conoscenza è l’assimilazione delle informazioni e la comprensione del modo in cui esse vanno utilizzate. In questo libro impieghiamo il termine “conoscenza” per riferirci a tutte le forme di sapere conseguito attraverso l’esperienza o lo studio, sia esso espresso in forma di cultura locale, scientifica, erudita o in qualsiasi altra. Il concetto include anche le opere creative come per esempio la musica, le arti visive e il teatro. Alcuni ritengono che la conoscenza sia “dialettica”,
nel senso che possiede una doppia “faccia”: in quanto merce e in quanto elemento fondante della società (Reichman e Franklin 1999; Braman 1989). Questa doppia funzionalità – come esigenza umana e come bene economico – è indizio immediato della natura complessa di questa risorsa. Acquisire e scoprire conoscenza è al contempo un processo sociale e un processo profondamente personale (Polanyi 1958).





Ancora: la conoscenza è cumulativa. Nel caso delle idee l’effetto cumulativo genera vantaggi per tutti nella misura in cui l’accesso a tale patrimonio sia aperto a tutti, ma sia quello dell’accesso sia quello della conservazione erano problemi seri già molto prima dell’avvento delle tecnologie digitali. Una quantità infinita di conoscenza attende di essere disvelata. La scoperta delle conoscenze future è un tesoro collettivo di cui dobbiamo rispondere di fronte alle generazioni che ci seguiranno. Ecco perché la sfida di quella attuale è tenere aperti i sentieri della scoperta.



Assicurare l’accesso alla conoscenza diventa più facile se se ne analizza la natura e si mette bene a fuoco la sua peculiarità di bene comune. Questo approccio è in contrasto con la corrente letteratura economica, nella quale la conoscenza è stata spesso indicata come tipico esempio di bene pubblico “puro”: un bene disponibile per tutti e il cui uso da parte di una persona non limita le possibilità d’uso da parte degli altri. Nella trattazione classica dei beni pubblici, Paul A. Samuelson (1954, pp. 387- 389) ha classificato tutti i beni che possono essere utilizzati dagli esseri umani come puramente privati o puramente pubblici. Samuelson e altri, tra cui Musgrave (1959), hanno posto tutta l’enfasi sull’
esclusione: i beni dal cui uso gli individui potevano essere esclusi andavano considerati privati. Nell’affrontare questi problemi, gli economisti si concentrarono dapprima sull’impossibilità dell’esclusione, per poi orientarsi verso una classificazione basata sull’alto costo
dell’esclusione. Da quel momento i beni sono stati trat-tati come se esistesse una sola dimensione. Solo quando gli studiosi hanno sviluppato una duplice classificazione dei beni (V. Ostrom ed E. Ostrom 1977), è stato pienamente riconosciuta l’esistenza di un loro secondo attributo. Il nuovo approccio ha introdotto infatti il concetto di
sottraibilità (a volte definita anche
rivalità) – per cui l’uso del bene da parte di una persona sottrae qualcosa dalla disponibilità
dello stesso per gli altri – come fattore determinante di pari importanza per la natura di un bene. Ciò ha condotto a una classificazione bidimensionale dei beni. La conoscenza, nella sua forma intangibile, è rientrata allora nella categoria di bene pubblico, dal momento che, una volta compiuta una scoperta, è difficile impedire ad altre persone di venirne a conoscenza. L’utilizzo della conoscenza (come per esempio la teoria della relatività di Einstein) da parte di una persona non sottrae nulla alla capacità di fruizione da parte di un’altra persona. Questo esempio, naturalmente, si riferisce alle idee, ai pensieri e al sapere derivanti dalla lettura di un libro: non al libro in quanto oggetto, che sarebbe classificato come bene privato.



In questo volume impieghiamo le espressioni
beni comuni della conoscenza e
beni comuni dell’informazione in maniera intercambiabile. Alcuni capitoli si concentrano in particolare sulla comunicazione scientifica e accademica, ma le questioni discusse hanno un’importanza cruciale che si estende ben al di là della “torre d’avorio”. Ciascun
capitolo si dedica a un particolare aspetto della conoscenza in forma
digitale, principalmente perché le tecnologie che consentono una distribuzione globale e interattiva dell’informazione hanno trasformato

radicalmente la struttura della conoscenza come risorsa. Uno dei fattori critici relativi alla conoscenza digitale è la continua e radicale trasformazione (“ipercambiamento” o (hyperchange) ( delle tecnologie
e delle reti sociali che coinvolge ogni aspetto della gestione e del governo delle conoscenze, compresi i modi in cui esse sono generate, immagazzinate e conservate.



I sempre più numerosi studi sui vari approcci ai beni comuni della conoscenza mostrano la complessità e la natura interdisciplinare di queste risorse. Alcuni beni comuni della conoscenza risiedono al livello locale, altri al livello globale o in una posizione intermedia e tutti sono suscettibili di una molteplicità di utilizzi diversi e sono oggetto di interessi in competizione. Le aziende hanno premuto per misure più rigide a tutela di brevetti e copyright, mentre molti ricercatori, studiosi e professionisti si impegnano per assicurare il libero accesso alle informazioni. Le università si trovano su entrambi i fronti del dibattito sui beni comuni: da una parte, sono detentrici di un crescente numero di brevetti e fanno sempre più affidamento sulle sovvenzioni alla ricerca da parte delle aziende; dall’altra, incoraggiano il libero accesso alla conoscenza e la creazione di archivi digitali per i risultati delle ricerche svolte nei loro dipartimenti.



Gran parte dei problemi e dilemmi che affrontiamo in questo libro sono sorti in seguito all’invenzione delle nuove tecnologie digitali. L’introduzione di nuove tecnologie può rivelarsi decisiva per la robustezza o la vulnerabilità di un bene comune. Le nuove tecnologie possono consentire l’appropriazione di quelli che prima erano beni pubblici gratuiti e liberi: così è avvenuto, per esempio, nel caso di numerosi “beni comuni globali” come i fondali marini, l’atmosfera, lo spettro elettromagnetico e lo spazio. Questa capacità di appropriarsi di ciò che prima non consentiva appropriazione determina una meta-morfosi sostanziale nella natura stessa della risorsa: da bene pubblico non sottraibile e non esclusivo, essa è convertita in una risorsa comune che deve essere gestita, monitorata e protetta, per garantirne la sostenibilità e la preservazione.

DAFNE CAVALCA ANCORA: DI URI AVNERY

Uri Avnery


June 30, 2012
Daphni Rides Again

DON’T TELL anyone, but in many a demonstration, when we were standing and proclaiming our message of peace and justice, knowing that not a word about it would appear in the media, I secretly wished for the police to come and beat us up.



That would attract the media, who would convey our message to the general public – which was, after all, the whole purpose of the exercise.



This happened last week.
REMEMBER DAPHNI LEEF? She was the young woman who could not pay her rent and put up a tent in Tel Aviv’s central Rothschild Boulevard, starting a protest movement that in the end brought almost half a million people to a mass social protest.



Imitating Tahrir Square, their slogan was: “The people demand social justice!”



Like all of us, the powers that be were totally unprepared. Faced with this new and threatening phenomenon, they did what politicians always do in such a situation: the government beat a sham retreat, appointed a committee, ceremoniously adopted its findings and then sat on its hands.



Since the end of last year's “Social Summer”, next to nothing has changed. If there was any movement at all, it was for the worse. CEOs doubled their salaries, and the poorer became even less able to pay their rent.



At the end of the summer, the mayor of Tel Aviv, Ron Huldai, nominally a member of the Labor Party, sent his “inspectors” to demolish the hundred tents in the Boulevard. The protest went into prolonged hibernation over the winter and good old “security” pushed “social justice” off the agenda.



Everyone expected the protest, like the sleeping beauty, to come to life again this summer. The question was: how?





NOW IT is happening. With the official beginning of summer, June 21, the protest started again.



There were no new ideas. Daphni and her friends obviously believed that the best way was to repeat last year’s success in every detail.



They went back to Rothschild Boulevard, tried to put up their little tents and called upon the masses to join them.



But there was a huge difference between this year and the last: the element of surprise.



Every strategist knows that in war, surprise is half of victory. The same is true in political action.



Last year, the surprise was complete. Like the Egyptians crossing the Suez Canal on Yom Kippur 1973, Daphni and her friends surprised everyone, including themselves.



But surprise cannot be warmed up again like coffee.



This time, the authorities were prepared. Lengthy – if secret – consultations have obviously taken place. The Prime Minister was determined not to be humiliated again – not after TIME magazine crowned him “King Bibi” and the German vulgar mass-circulation paper, BILD, followed suit, enthroning his wife, Sara, too. (Sara’le, as she is generally called, is as popular as Marie Antoinette in her time.)



The orders of Netanyahu and his minions for the police were evidently to put down any protest forcefully and right from the beginning. The mayor decided to turn the boulevard into a fortress against the tent-dwellers. (The French word “boulevard” is derived from the German “Bollwerk” which means fortification, because citizens loved to stroll atop the city walls. They still do in the beautiful Tuscan town of Lucca.)



It seemed that Netanyahu learned a lot from Vladimir Putin, who paid him a courtesy visit this week. Weeks ago, last year’s protest leaders were summoned to the police and interrogated about their plans – something unheard of in Israel (for Jews within the Green Line). The legality of this procedure is doubtful, to say the least.





SO WHEN Daphni appeared on the scene, everything was ready.



Mayor Huldai’s “inspectors”, who have never before been seen in a violent role, attacked the few dozen protesters, shoved them roughly around and trampled on their tents.



When the protesters did not cede their ground, the police were deployed. Not just ordinary police officers, but also the specially trained riot police and police commandos. The photos and videos show policemen attacking protesters, hitting and kicking them. One policeman was shown choking a young woman with both his hands. Daphni herself was thrown to the ground, kicked and beaten.



Next day, the pictures appeared in the papers and on television. The public was shocked.



When 12 protesters were brought to court, after spending the night under arrest, the judge sharply criticized the police and sent them home.



The next day, a second demonstration took place to protest against the treatment of Daphni. Again the police attacked the protesters, who reacted by blocking central thoroughfares and smashing the glass doors of two banks.



The government, the police chiefs and the mayor were horrified. “A well-prepared riot by violent thugs!” the commander of the country’s police force called the event in a specially convened press conference. “Vandalism!” the mayor chimed in.





AT THE time these events occurred, a group of Palestinian, Israeli and international activists were holding a protest in Sussia, a small Arab village on the edge of the desert south of Hebron.



For a long time, the occupation authorities have been trying to drive the Palestinians from this area, in order to enlarge the neighboring settlement (which bears the same name) and in future annex the area. After the Arab houses were destroyed, the inhabitants found refuge in ancient caves. From time to time the army tries to drive them out, blocking the wells and arresting the people. All of us in the peace movement have taken part in protests there at one time or another.



Compared to what happened there, the Rothschild events were child’s play. The police employed tear gas, rubber-coated steel bullets, water cannon and “skunk water” – a stinking substance that clings to the body for days and weeks.



There is a lesson there. Police officers who are routinely employed to put down the protests in Bil’in and other places in the West Bank and then are sent to Tel Aviv cannot be expected to become London policemen overnight. Brutality cannot be stopped forever on the Green Line. Sooner or later, Bil’in was bound to come to Tel Aviv.



Now it’s here.





SO WHAT NOW? A public opinion poll taken this week shows that 69% of Jewish Israelis (Arabs were not asked) support the renewed protest, and 23% said that violent protests may become necessary.



Hours after publication, Binyamin Netanyahu announced that the planned tax raise for the poor and the middle class had been dropped. Instead, the budget deficit would be allowed to rise dramatically. This is blatantly against Netanyahu’s basic convictions and shows how afraid of the protest he is.



But this, of course, will not effect any real change in the structure of our economy, which is being sucked dry by the huge military-industrial complex, as well as by the settlers and the orthodox. Daphni and her friends refuse to go into this. But that’s where the money is, and without it the welfare state cannot be resurrected.



They also refuse to engage in politics, rightly fearing to lose a lot of support if they did. But, as has been said, if you run away from politics, politics will follow you.



There is no chance at all for any real gain for social justice without a major shift in the political setup of the country. As of now, King Bibi and his right-wing cohorts reign supreme. The right-wing bloc controls a huge majority of 80% in the Knesset, leaving the remnants of the left-wing bloc completely powerless. In such a situation, change is impossible.



Sooner or later, the social protest movement will have to decide to enter the political arena. The right thing to do is to turn it into a political party – something like “Movement for Social Justice” - and run for the Knesset.



The 69% of supporters will shrink, of course. But a sizable part will remain and create a new force in the Knesset.



People who have habitually voted for Likud or Shas would then be able, for the first time, to vote for a party that conforms to their vital economic interests, upsetting the obsolete Israeli division between Left and Right and creating a completely new division of power.



This may not bring about the decisive change on the first attempt, but the second effort may well succeed in doing so. Anyhow, from the first day on it would change the agenda of Israeli politics.



Such a party would be compelled, by its own momentum, to embrace a program of peace, based on the two-state solution and of a secular, liberal, social-democratic system.



This just might be the beginning of the Second Israeli Republic.

I BERSAGLI IMMOBILI IN BAHREIN

Bahrein. "Bersagli immobili"


Continuano senza sosta i processi contro gli attivisti per i diritti umani. Accusato anche un undicenne. Tre in tre giorni, e con tre accuse diverse. Questa l’agenda di Nabil Rajab, presidente del Bahrain Centre for Human Rights (BCHR) e direttore del Gulf Centre for Human Rights.

di Marta Ghezzi da Amman, OSSERVATORIO IRAQ

Arrestato per l’ennesima volta il 6 giugno scorso, era stato rilasciato su cauzione solo lo scorso 28 maggio.
Le accuse questa volta vanno dall'organizzazione di manifestazioni non autorizzate al coinvolgimento in attività illegali e incitamento alla rivolta.
Ma quello che sembra preoccupare di più le autorità di Manama sono i social network e l’uso che Najab ne fa.
Alla sbarra Najab si è dovuto difendere due volte dall’accusa di diffamazione tramite rete: la prima volta, per 4 tweet contro il ministro degli Interni e la sua incapacità nel gestire le indagini sulle morti civili nel paese durante gli scontri con la polizia, la seconda per diffamazione contro i cittadini di Muharraq, ex capitale del regno e ora centro religioso.
L’accusa formalizzata avrebbe a che fare con 6 post, sempre su twitter, lesivi del loro senso della patria, secondo gli accusatori.
Quello che si legge nei tweet è cosa un po’ diversa: sono rivolti in prima persona a premier del Bahrein, al quale Najab chiede le dimissioni e rivolge accuse di corruzione.
"Data la mancanza di un sistema giudiziario indipendente e/o giusto, lontano dagli standard internazionali, ho deciso di boicottare il processo a mio carico. Il sistema giudiziario in Bahrein, oggi, è uno strumento usato contro chi difende i diritti umani e contro le persone che chiedono democrazia e giustizia", riporta il BCHR sul sito.
"Sono diventato un bersaglio perchè esercito il mio diritto a difendere i diritti umani, diritto riconosciuto dalla Costituzione".
Ad essere bersaglio del sistema in Bahrein non è solo Nabil Rajab, ma anche Abdulhadi al Khawaja. E con lui tutta la sua famiglia, in prima fila la figlia Zainab.
S' è concluso il 28 maggio scorso, dopo 110 giorni, lo sciopero della fame di al Khawaja. O meglio, lo ha dichiarato concluso lui stesso, anche se nei fatti era dall’aprile scorso che le autorità militari e sanitarie lo sottoponevano ad alimentazione forzata.
La prima apparizione pubblica di al Khawaja, fondatore e ex direttore del BCHR, dal suo arresto, più di un anno fa, risale al 22 maggio, data in cui finalmente è stato celebrato il processo davanti ad una corte civile.
Dopo essere stato condannato all’ergastolo da un tribunale militare, al Khawaja chiedeva a gran voce una revisione.
lla sbarra, in sedia a rotelle, Abdulhadi al Khawaja si è dichiarato innocente per le accuse avanzategli (affiliazioni terroristiche e reati contro la corona), ha testimoniato le violenze e le ingiustizie subite nei mesi di detenzione e ha chiesto il suo rilascio immediato, la caduta di ogni accusa, l’annullamento della sentenza militare e garanzie per poter continuare il suo lavoro a difesa dei diritti umani in Bahrein.
"Il mio arresto è un crimine. Non c’è nessun motivo per prolungare la mia detenzione", ha detto in aula.
Abdulhadi al Khawaja è attualmente in carcere, in attesa di un nuovo dibattimento.
A 24 ore dalla fine dello sciopero della fame del padre, è uscita invece dal carcere Zainab al Khawaja, blogger e attivista per i diritti umani.
Arrestata durante le manifestazioni contro la Formula 1 in aprile, ha scontato una pena ad un mese di detenzione per assemblea illegale e resistenza a pubblico ufficiale.
La fedina penale di Zainab è però molto lunga, come la lista di pendenze: due tra le tante sono blocco del traffico (processo celebrato il 24 maggio, con riaggionamento al due novembre) e insulti verso un ufficiale di polizia (le è stata comminata una sanzione amministrativa di 200 dinari bahreiniti, che si è però rifiutata di pagare).
Fissata per questi giorni anche la seconda udienza a carico di Ali Hasan Alqudaihi. Fermato il 13 maggio per manifestazione illegale da agenti in borghese, ha scontato quasi un mese di carcere. Ali ha 11 anni, e con lui in galera in Bahrein ci sono finiti altri 60 minori dal febbraio 2011, almeno 3 dei quali condannati a pene che vanno fino ai 15 anni di carcere.

21 giugno 2012



BATTAGLIA SUI DRONI

Usa/Onu: al Palazzo di Vetro é battaglia sui droni


Da qualche mese, le pressioni dei funzionari Onu sul governo statunitense per limitare l'usoindiscriminato dei droni in territori non direttamente collegati alla 'guerra globale contro il terrorismo', sono sempre più espliciti. Christof Heyns, relatore speciale delle Nazioni Unite, ha denunciato come il governo di Washington, effettuando attacchi con aerei senza pilota stia infrangendo il diritto internazionale e il rispetto dei diritti umani.

di Nino Orto  OSSERVATORIO IRAQ

Un aereo senza equipaggio (UAV), comunemente noto come drone, è un velivolo senza pilota che può essere gestito autonomamente da un computer interno oppure tramite controllo remoto.
Può essere utilizzato per il monitoraggio e la sorveglianza del territorio, per la prevenzione di attività ostili, nonché per bombardamenti mirati.
Negli ultimi anni si è affermato come fondamentale strumento di supporto delle truppe occidentali in teatri di conflitto e come prezioso strumento per la prevenzione dagli attacchi da parte dei 'nemici'.
Tuttavia, le numerose vittime civili causate dai bombardamenti dei droni hanno riacceso le polemiche sull'opportunità di impiegarlo in questi contesti.
Anche l'Italia vanta sei droni Predator A-plus e sei Predator B (entrambi i modelli utilizzati solo per la ricognizione), e fa parte della schiera di nazioni occidentali che hanno adottato questa nuovo modo di gestire i conflitti.
La dichiarazione del funzionario Onu nasce da una complessa negoziazione che dura da anni e che vede coinvolti i paesi maggiormente colpiti da questo tipo di bombardamenti (Pakistan, Yemen, Sudan, Afghanistan), l’Onu, e il governo statunitense.
Da ormai molto tempo si cerca far rientrare l’utilizzo dei droni nell’ambito della legislazione internazionale ma, la ferma opposizione di Washington, non ha finora prodotto risultati concreti.
La ACLU stima che dal 2002 in Pakistan, Yemen e Somalia, ben quattromila persone sono state uccise dai droni statunitensi. Di questi, una percentuale significativa erano civili.
L'ambasciatore pakistano ha più volte denunciato in sede Onu la perdita costante di vite umane a causa dell’utilizzo di velivoli senza pilota, criticando fortemente la politica americana nel suo paese.
"Troviamo l'uso dei droni essere totalmente controproducente nella guerra contro il terrorismo e riteniamo che tale strategia causi maggiori livelli di violenza, piuttosto che una loro riduzione", ha dichiarato il numero uno della diplomazia di Islamabad.
La quantità di raid e morti sono aumentati in maniera significativa dall’insediamento di Barack Obama, ovvero da quando il presidente ha elevato al primo posto della sua strategia di guerra la campagna dei droni targata CIA.
L’amministrazione statunitense ha adottato da tempo una definizione ancora più ampia di ciò che costituisce una minaccia terroristica che può essere ritenuta un obiettivo militare, ed il costante aumento di attacchi aerei con droni in Yemen e Pakistan ne è la riprova.
Molti diplomatici ed esperti del settore invece, come ad esempio Ted R. Bromund, ricercatore senior presso la Fondazione Heritage, sono sempre più convinti che la classificazione del conflitto come guerra convenzionale serva solo ad evitare al Pentagono le stringenti leggi internazionali sul tema dei diritti umani e della protezione dei civili.
Fino a quando la dottrina dominante di Washington sarà quella di svincolare le proprie forze armate dalla legislazione internazionale e non sottoporle a nessun controllo di tipo normativo, appare impossibile far rientrare l’uso dei droni all’interno delle normative vigenti.
26 giugno 2012



CURDI: UN POPOLO IN MEZZO AL FUOCO

Curdi: dall’inferno siriano a quello iracheno


Dopo diverse ore di viaggio arrivano nei campi oltreconfine. Per circa 5000 persone è l’inizio di una quotidianità fatta solo di polvere e pareti di tela.

di Francesca Manfroni
A meno di venti chilometri a sud di Dohuk, appena passato un campo profughi, ne compare subito un altro. Diverse tende bianche e una montagna di polvere.

Nonostante tutto, i bambini giocano.
'Benvenuti a Qamishlo', uno dei tanti accampamenti speciali allestiti nella regione semi-autonoma del Kurdistan iracheno, vicino al confine siriano.
Il campo, sorto nel 2004, è famoso per aver accolto la gioventù curda protagonista delle manifestazioni anti-Assad del marzo di quell’anno.
A metà maggio, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite stimava una presenza di 3.673 cittadini siriani di origine curda. Ora, secondo i dati ufficiali del Dipartimento provinciale che si occupa di sfollati e migrazioni, avrebbero superato quota 5000.
Ali è uno dei 3.500 giovani giunti nel Kurdistan iracheno senza famiglia.
"Volevamo solo scappare dall'inferno della guerra. Ci sono contrabbandieri che ti fanno pagare circa 400 dollari per oltrepassare il confine”.
Altri sostengono di aver pagato 850 dollari.
In Iraq si arriva attraversando il fiume Tigri, di notte, a bordo di piccole imbarcazioni. I trafficanti di esseri umani trasportano tra le 14 e le 25 persone a volta.
La maggior parte dei coetanei di Ali si trova in Iraq per aver rifiutato la coscrizione nell'esercito siriano, sebbene tra loro vi siano anche molti disertori.
Da quando ha raggiunto il campo “vivo, dormo e mangio in una tenda con altre 24 persone".
"In realtà prima avevamo paura a chiudere gli occhi, perché eravamo preoccupati per i serpenti e gli scorpioni - la zona ne è piena ", spiega Othman, un altro giovane profugo, che siede accanto ad Ali.
"Ora abbiamo imparato a prenderli senza ucciderli - si vanta –. Gli tagliamo le code, così non ci possono mordere".
"Abbiamo molto tempo e nulla da fare”, si lamentano i ragazzi del campo.

Mentre le autorità di Dohuk assicurano libertà di movimento, i curdi siriani sostengono invece di essere intrappolati nei campi a causa della mancanza di uno status ufficiale, che gli impedisce di trovare un alloggio e un lavoro.

Nelle ultime settimane almeno 300 giovani sarebbero rientrati in Siria, per disperazione.
Lì le violenze non sono ancora cessate, ma qui “è impossibile sopravvivere".
25 giugno 2012 OSSERVATORIO IRAQ



LA POESIA DI ALDO ARPE: GENOVA PER NOI




GENOVA PER NOI
(una sintesi in corso)
 
  
OPIZZINO D’ALZATE TIRANNO
PER IMPETO DI POPOLO
QUI PERDEVA LO STATO E LA VITA
1436  (1)
 
IO TI BATTEZZO NEL NOME DEL PADRE, DEL FIGLIO,
DELLO SPIRITO SANTO
E DELL’ANTIFASCISMO  (2)
 
CARLO VIVE  (3)
 
 
CI DEV’ESSERE QUALCOSA DI SPECIALE DA QUESTE PARTI
SE…..
 
SE DA OLTRE CINQUANT’ANNI È CASA DELLA CULTURA DI QUELLI CHE CON  MUSICA E POESIA POSSONO FAR VOLARE ANCHE CHI LE ALI NON LE HA
 
SE RIESCE AD ESSERE UNA BABELE DI CULTURE, DI LINGUE, DI NAZIONALITÀ, DI ETNIE, DI DIALETTI, DI LAVORI, DI MESTIERI, DI SOFFERENZE, DI DELUSIONI, DI FELICITÀ, DI OPPRESSIONI, DI SPERANZE, DI CREDI E DI MISCREDI, CON LINGUAGGI NORMALI, FORBITI, IN DIALETTO, IN CANTATO O IN QUALCHE LINGUA INCOMPRENSIBILE ARRIVATA DA CHISSÀ DOVE.
TUTTO A SPINGERE, A VOLERSI VITA
 
SE NELLE SALE DEI SUOI SOVIET HANNO VOLUTO CONFRONTARSI E CONTORCERSI TUTTE LE CONTRADDIZIONI IN SENO AL POPOLO
 
SE AD ANA MARIA DE JESUS RIBEIRO DA SILVA È DEDICATA LA PIÙ BELLA PASSEGGIATA CHE SI CONOSCA  (4)
 
SE I SUOI MARINAI PAGAVANO IL DIRITTO A PARLARE CON LA RIDUZIONE DELLA PAGA
 
SE IL RE D’ INGHILTERRA  VERSAVA UNA TASSA AL DOGE PER DIFENDERE LE SUE NAVI DALLA PIRATERIA SARACENA
 
SE GLI OFF-LIMIT VIETAVANO AGLI AMERICANI DI AVVENTURARSI NEI VICOLI   (5)
 
SE IL 25 APRILE DEL 45 QUI SI FIRMÒ NELLE MANI DI UN OPERAIO IL PRIMO ATTO DI RESA DELLE TRUPPE NAZISTE IN ITALIA
 
SE IL 30 GIUGNO DEL 60 L’INSURREZIONE POPOLARE SBARRO LA STRADA AI FASCISTI E APRÌ UN NUOVO PERIODO NELLA VITA DELLA REPUBBLICA
 
SE NEL LUGLIO DEL 2001 LA CITTÀ SOLIDARIZZAVA CON I RIBELLI AL G8 ANCHE IN FASCE SOCIALI INASPETTATE
 
NON ESISTE VITA PIÙ LIBERA DI QUELLA DI MARE
 
NON ESISTE VITA DOVE LA COSTRIZIONE DELLA LIBERTÀ SIA PIÙ FORTE CHE RINCHIUSI IN UNA SCATOLA DI LATTA SEPARATA DA TUTTO
 
È NELLE ZONE DI CONFINE TRA TERRA E MARE CHE SI REALIZZA LA VERITÀ
 
È DAL PUNTO DI VISTA DEL BAGNASCIUGA DI UNA CALATA  CHE SI PUÒ ESSERE LA LIBERÀ DELL’ANONIMATO E IL LEGAME CON LA STORIA CHE SI È
 
 
 
 
 
 
Note:
 
(1)       antico marmo in via San Siro nei pressi della chiesa che era il duomo prima che San Lorenzo ne sopprimesse la funzione intorno al mille
 
(2)       da “Così in terra, come in cielo” di Don Andrea Gallo, ed. Mondadori
 
(3)       graffiti inneggianti Carlo Giuliani ucciso in P.zza Alimonda dai carabinieri durante le manifestazioni contro i G8
 
(4)       la passeggiata Anita Garibaldi a Nervi
 
(5)       scritte ancora visibili (forse fatte con il catrame) sui muri sotto i portici di via Turati che vietavano alle truppe americane l’ingresso ai vicoli ritenuti troppo infidi per potersici avventurare in tempi di guerra fredda

ALDROVANDI: UNA VERGOGNA PER L'INTERO PAESE


Voglio credere, e anzi credo senza dubbio, che l’infelice uscita del bravo ministro Cancellieri sia stata nient’altro che una scusabile gaffe.
Forse il ministro in questi giorni avrà letto lo squallore che scrivono alcuni personaggi riguardo un ragazzo ucciso e la sua famiglia, quale malsana idea hanno questi soggetti della magistratura e della giustizia, con quali gravi squilibri interpretano l’uso della violenza.
Per la madre di Aldrovandi, le parole usate sono ““….spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…”. la firma è di uno dei condannati per l’omicidio, Paolo Forlani.
“La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!” scrive un altro commentatore. E così via, fra insulti che ci si vergogna a leggere, senza il più elementare rispetto per la vita, per il dolore, per la giustizia: nient’altro che odio.
Siamo seri, questa gente fa paura. E’ una vergogna sulla quale il Ministero dell’Interno dovrebbe intervenire con fermezza.  E’ ora di  abolire dall’universo culturale italiano la vecchia idea, davvero originale, che la Polizia sia in qualche modo sospesa in una specie di aurea magica, per cui, come dice la sig.ra Santanchè con indistinguibile chiarezza  “ gli uomini delle forze dell’ordine, anche se sbagliano,non sono mai assassini.  E via dicendo.
Nel caso di Aldrovandi, dei colpevoli ci sono, e se c’è una questione di giustizia che rimane, è che debbano scontare ben poca pena (3 anni e 6 mesi ma c’è la riduzione per l’indulto) per unomicidio colposo, che in virtù dei fatti  a molti sembrava –e sembrava anche a me – poter configurarsi come un più grave omicidio preterintenzionale.
Che poi debbano pure insultare una famiglia distrutta e un ragazzo ucciso, oltre che la magistratura, mi sembra davvero all’apice dell’assurdo.
Proprio non si capisce perchè la Polizia, cioè chi sa e può usare la forza, debba godere dei favori di un garantismo istituzionale ipertrofico, stucchevole e anche un po’ balordo.
Federico Aldrovandi è diventato il simbolo di una battaglia per i diritti umani in Italia, e il suo omicidio ha segnato l’inizio di una maggiore presa di coscienza verso fenomeni di violenza fisica e verbale non più sopportabili.
Le storie di Gabriele Sandri, Giuseppe Uva, Stefano CucchiMichele FerrulliStefano Brunetti, sono solo alcune delle vicende oscure, più o meno chiarite, che investono direttamente le forze dell’ordine.
La Polizia, chiaramente, non può prescindere dalla fiducia dei consociati. Ma la fiducia non può fondarsi, ontologicamente, sulle nebbie di assurde protezioni che si scontrano con le più banali idee di democrazia dei rapporti Stato/cittadino.
Mi sembra indicativo, a riguardo, quel che è successo solo pochi giorni fa, quando dei poliziotti, guardando il film proibito Diaz, hanno riconosciuto come tutto questo sia inaccettabile.
Distinguere è un processo cognitivo necessario a qualsiasi vera conoscenza e per distinguere serve essere chiari con le parole. Chiari sul reato di tortura. Chiari nel dire anzichè “se ci sono stati degli abusi, come sembrerebbe, è giusto che vengano puniti” un più convincente ” Ci sono stati degli abusi gravi ed è giusto che vengano puniti“.
Chiari nel censurare fermamente l’ennesima provocazione su Facebook da parte di gente che credo sia assolutamente incapace di indossare una divisa, né di rappresentarne le istanze.


Tratto da: Aldrovandi, una vergogna per l’intero Paese | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/06/27/aldrovandi-una-vergogna-per-lintero-paese/#ixzz1zAMPGMMk
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

DIMENTICANZE.


di  Non leggere questo blog
Il Ministro del Lavoro Fornero, intervistata dal Wall Street Journal:
Il lavoro non è un diritto, deve essere guadagnato, anche attraverso il sacrificio.
Costituzione Italiana, su cui il Ministro ha giurato solo qualche mese fa:
ARTICOLO 4 (prima parte) – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.


Tratto da: Dimenticanze. | Informare per Resisterehttp://www.informarexresistere.fr/2012/06/29/dimenticanze/#ixzz1zALu5Nhq
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!