IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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venerdì 30 novembre 2012

NAPOLITANO SI ALZA LO STIPENDIO


Fonte: liberoquotidiano.it * Link

Nel settore pubblico Re Giorgio è l’unico ad aver salvato lo stipendio dalla spending review: nel 2013 ai 239.192 euro che prende, ne aggiungerà altri 8.835. Pure per le toghe zero tagli.

“Il bel gesto evidentemente non è arrivato. Dopo anni di tagli ai costi della politica, la rabbia popolare e la scure calata anche dal governo di Mario Monti, l’unico a non avere tirato la cinghia nelle istituzioni italiane è Giorgio Napolitano. Certo, nessuno ha osato toccare lo stipendio personale del presidente della Repubblica, aspettando quel bel gesto che non è arrivato. Ma fa impressione scoprire che lo stipendio di Napolitano sarà l’unico in tutto il comparto pubblico ad aumentare nel 2013.
La notizia è nascosta fra i trasferimenti del ministero dell’Economia sui costi della politica raccontati dalla tabella 2 allegata alla legge di stabilità”, spiga il vicedirettore di LiberoFranco Bechis, sul quotidiano di venerdì 30 novembre. Dal Quirinale arriva uno schiaffo agli italiani: Napolitano si alza lo stipendio. Nel comparto pubblico, Re Giorgio è l’unico ad aver salvato la paga dalla spending review: nel 2013 ai 239.192 euro che già prende, ne aggiungerà altri 8.835. L’inquilino del Colle ignora la rabbia dei cittadini tartassati e non si cura nemmeno della spending review che investe gli organi dello Stato. E anche le toghe sfuggono ai tagli: Csm, ermellini, Tar e Corte dei Conti potranno spendere di più.

BOLIVIA: MESSA AL BANDO LA COCA COLA


Giovedì 29 Novembre 2012 


Contropiano.org
Bolivia. Molto di più che un addio alla Coca Cola
Il pieno significato della messa al bando della Coca Cola in Bolivia il 21 Dicembre 2012 Il giorno del solstizio d’estate per la Bolivia significherà il cambio di paradigma, il passaggio dalla Macha cioè dall’egoismo e dall’individualismo alla Pacha ovvero la nuova vita, il vivere in armonia e in fratellanza.


Nei mesi scorsi il Ministro degli Esteri boliviano David Choquehuanca, nel solco della politica del governo di Evo Morales di riappropriazione dell’identità culturale dei popoli originari, aveva annunciato la fine della Coca Cola per il prossimo 21 dicembre, giorno in cui si festeggerà la fine della bibita simbolo dell’economia globalizzata e l’inizio dell’era della 
mocochinche, la bibita di pesca locale e naturale sicuramente più salutare delle corrosive bollicine. 

Con la messa al bando della bevanda nel giorno del solstizio d’estate si chiuderà il ciclo della Macha, la “notte oscura”, l’egoismo, l’individualismo e la divisione, cioè l’estrinsecazione del capitalismo e inizierà la Pacha, la nuova vitail vivere in armonia, il socialismo primitivo delle comunità e la fratellanza. L’avvenimento verrà festeggiato con una cerimonia tradizionale nell’Isola del Sole, situata sul lago Titicaca, alla quale presenzieranno migliaia di indigeni, leader dei movimenti sociali di tutto il mondo e Capi di Stato del continente Latino Americano. 

Per Choquehuanca, esperto della cosmovisione andina, il “Vivir Bien”, cioè il modello che sta attuando il governo di Evo Morales, si può riassumere come il vivere in armonia con la natura, recuperando i principi ancestrali delle culture della regione andina, principi riconosciuti nell’art. 8 della Costituzione Politica dello Stato (CPE).

Per grandi linee e schematizzando, Vivir Bien significa mettere in primo piano e dare priorità alla natura, piuttosto che all’essere umano che si sente parte di essa e rispettoso della Madre Terra o Pacha Mama. Vivir bien è valorizzare la complementarità tra gli esseri umani; recuperare l’identità e la sovranità del paese; dare priorità ai diritti della Madre Terra piuttosto che ai diritti dell’uomo; alimentarsi in maniera naturale secondo il ritmo delle stagioni; proteggere le semenze per evitare i prodotti transgenici; vivere bene è diverso dal vivere meglio che si rapporta al capitalismo; è recuperare le ricchezze naturali del paese e permettere che ne beneficino tutti in maniera equilibrata ed equa; è nazionalizzare e recuperare le imprese strategiche del paese nel quadro dell’equilibrio e della convivenza tra l’uomo e la natura in contrapposizione allo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali; è incoraggiare i popoli a unirsi in una grande famiglia, una grande comunità, come l'America Latina che in questi ultimi anni ha intensificato il processo di unificazione di tutti i popoli, non solo a livello economico con l’Unasur e il Mercosur, ma anche a livello politico con l’Alba e la più recente Celac.

Cosa ha significato per l’economia e per la popolazione boliviana il processo di cambiamento della struttura economica portato avanti in questi anni dal Governo di Evo Morales, in alternativa al sistema economico neoliberista che per venti anni ha sfruttato e ridotto in miseria la maggioranza dei Boliviani?

Anche la Bolivia, come gli altri paesi del continente latino americano, nelle due ultime decadi del ‘900 è stata vittima degli esperimenti svolti dal “laboratorio” neoliberista che considerava l’intervento dello Stato nell’economia dannoso per lo sviluppo del paese e che, al contrario, riteneva che solo lasciando agire il mercato senza restrizioni, fosse possibile aumentare l’efficienza; solo lasciando la determinazione dei prezzi all’interazione dell’offerta e della domanda, potesse esserci un beneficio per la società; solo privatizzando le imprese pubbliche, si potesse riportarle ad un livello di efficienza produttiva; solo restringendo i diritti sindacali e i salari dei lavoratori, fosse possibile un recupero della produttività.

Conseguenza pratica di queste scelte fu l’attuazione di un programma di privatizzazioni tramite il quale, a un prezzo irrisorio, le maggiori aziende strategiche del paese come la YPFB Giacimenti Petroliferi Fiscali Boliviani, la ENFE Impresa Nazionale delle Ferrovie, la ENTEL Impresa Nazionale delle Telecomunicazioni, l’Impresa Metallurgica Vinto furono consegnate alle transnazionali e ai privati, garantendo loro l’82% degli utili e lasciando allo Stato solo il18%.

Le privatizzazioni, la cancellazione dei diritti sindacali, l’annullamento di qualsiasi forma di stato sociale -l’abdicazione insomma dello Stato nei confronti del mercato- erano misure che rientravano nel pacchetto dei piani di aggiustamento strutturale pretesi dal FMI e dalla BM a garanzia del rinnovo dei prestiti. Questo modello neoliberale produsse la distruzione economica, politica e sociale del paese: su 9 milioni di abitanti, quasi 2 milioni emigrarono in Argentina e altrettanti si disparsero in tutto il mondo.

I movimenti sindacali ed operai furono praticamente annientati e corrotti da 20 anni di neoliberismo. Infatti non furono né gli operai, né i minatori, né la classe media, ma i contadini, da sempre emarginati in Bolivia, che cominciarono a prendere coscienza, ad assumere il ruolo di contestatori del processo neoliberale e a dotarsi di uno strumento politico il MAS-IPSP Movimento Al Socialismo-Strumento Politico per la Sovranità dei Popoli che contava tra i suoi dirigenti indigeni Evo Morales.

Finalmente eletto nel 2005, Evo Morales vara nel 2006 il “Nuovo Modello Economico, Sociale, Comunitario e Produttivo” che è l’antitesi del modello neoliberista, in quanto prevede il primato della politica sull’economia, dello Stato sul mercato. 

Questo paradigma alternativo al modo di produzione capitalista è caratterizzato da uno Stato che pianifica l’economia per la crescita economica e la riduzione della povertà: cioè nazionalizza le risorse strategiche; investe gli utili nel settore produttivo manifatturiero, nel turismo e nell’agricoltura tutti settori che hanno capacità di generare entrate ed occupazione; amministra le imprese pubbliche; assume il ruolo di Banca; redistribuisce l’eccedente con investimenti in programmi sociali - come il Bono Juancito Pinto un contributo per l’istruzione, la Renta Dignidad un vitalizio per gli anziani e il Bono Juana Azurduy un incentivo economico per le mamme - per dare preferenza a quei settori che storicamente non sono stati mai beneficiati.

I risultati sono evidenti: durante il periodo neoliberista tra il 1985 e il 2005 il PIL era intorno al 3%, mentre a fine 2011, nonostante la crisi sistemica che colpisce anche l’America Latina, si è attestato al 5,1%; non solo, anche il PIL pro capite è salito da 871 USD del 2005 a 2.283 USD nel 2011, cioè è quasi triplicato. Gli investimenti tra il 1985 e il 2005 arrivarono, tra pubblici e privati, a 1,5 miliardi di USD, mentre la previsione di investimento per il 2012 di 3,3 miliardi di USD. A dimostrazione poi che le imprese pubbliche, se ben gestite, possono essere produttive è testimoniato dall’attivo raggiunto nel 2011 di 1,3 miliardi di Bolivianos.

Insomma, in soli sei anni di vigenza del nuovo modello, i suoi risultati positivi dimostrano che un’alternativa al modo di produzione capitalistico è possibile, che è percorribile una via diversa per fermare il sistema di dominio del capitalismo e per rifiutare le “cure liberiste” sempre più selvagge, che continuano a mietere vittime nella classe lavoratrice, come sta accadendo oggi in Europa e in modo eclatante in Grecia, dove i tagli alla sanità hanno innescato una catastrofe umanitaria, per 1,2 milioni di disoccupati che da più di un anno hanno perso il più elementare dei diritti: quello alla salute.

Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti

Fonti:

http://www.economiasolidaria.org/noticias/vivir_bien_propuesta_de_modelo_de_gobierno_en_bolivia

http://medios.economiayfinanzas.gob.bo/MH/documentos/Materiales_UCS/Libros/Libro_empresas.pdf

http://www.contropiano.org/it/esteri/item/12859-grecia-alla-fame-un-milione-di-poveri-senza-cure

TELECOM E ACCORDO SULLA PRODUTTIVITA'


Venerdì 30 Novembre 2012 08:31

CONTROPIANO.ORG
Telecom. L'accordo sulla produttività già in azione, e si vede
Nella principale società di telecomunicazioni, non è una novità che si faccia finanza a danno dei salari dei lavoratori. Anche quando raggiungono la "produttività" richiesta. E' un imbroglio, molto pericoloso.
L’accordo sulla produttività, sottoscritto da CISL, UIL, UGL e confortato dai balbettii della CGIL, che ha partecipato a tutte le fasi della trattativa ma sottraendosi dalla firma finale (per ora) per non aver ottenuto il rientro della FIOM ai tavoli negoziali, è una vera azione spregiudicata e "cattiva" dei padroni contro i lavoratori, che potranno essere demansionati e anche filmati con le videocamere durante il lavoro (che c’entra con la produttività?), oggi ampiamente vietato dallo Statuto dei Lavoratori. Si potranno inoltre modificare a piacimento retribuzioni, orari, oltre che ridimensionare ulteriormente diritti di rappresentanza sindacale con regole che saranno definite entro dicembre 2012, saranno previste sanzioni per tutti i sindacati conflittuali che avranno ancora l’ardire di difendere i lavoratori e non rispetteranno “le tregue”, in un perfetto clima da coprifuoco. E’ la fase finale della vendetta contro le conquiste degli anni settanta, che vorrebbe ogni singolo lavoratore isolato di fronte a tanta violenza.

Inoltre, mentre da un lato le controriforme sulla previdenza e l’allungamento dell’età pensionabile obbligano ad una permanenza sul posto di lavoro quella generazione che poteva maturare i requisiti per liberarsi dal lavoro salariato, contemporaneamente si creano in questo accordo le condizioni per “individuare soluzioni utili a conciliare le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori più anziani, favorendo percorsi che agevolino la transizione dal lavoro alla pensione, creando nello stesso tempo nuova occupazione anche in una logica di “solidarietà intergenerazionale”. Se questo fa il paio con le dichiarazioni della Fornero sul tentativo di ridurre i costi tra  fra le esagerate speranza di vita e l’età della pensione, c’è da attivare gesti scaramantici contro chiunque volesse garantire la pensione solo ai morti, cioè a nessuno.

Tutto questo avviene in un contesto dove la produttività non cresce da vent’anni, secondo quanto dichiara in queste ore l’Istat, e il ruolo richiesto all’Italia da questa Europa del Fiscal Compact è quello di confermarsi paese importatore e non produttore - dall’acciaio alle automobili. Nonostante ciò si continua da decenni, con pessimi risultati, sempre con le stesse logiche di risparmio sul costo del lavoro obbligando i lavoratori a condizioni peggiori ai limiti della sicurezza, sacrificando addirittura la vita sull’altare del profitto, per sovraprodurre merci che non potranno comprare.

Le società di telecomunicazioni, settore strategico e potenzialmente trainante di un rilancio dell’economia, sembrano più interessate ad obiettivi finanziari che alle innovazioni tecnologiche, risparmiando solo e sempre sulle retribuzioni dei dipendenti, lasciando ostentamentamente lo stesso status di agiatezza alla classe dirigente, risparmiata ancora una volta dai sacrifici. E, a proposito di accordi sulla produttività, proprio a Telecom Italia, dopo che i lavoratori hanno raggiunto ed in alcuni casi superato gli obiettivi di produttività prefissati, viene invece negata la conseguente erogazione del Premio di Risultato con l’alibi “concertato”che non si potrebbero sottoscrivere accordi di secondo livello se non sono sottoscritti quelli di primo livello. Il tutto accade tra la rabbia diffusa e le azioni spontanee di protesta dei lavoratori sostenute dal sindacato SNATER in Telecom Italia Sparkle, che fanno da contraltare ai silenzi o alle imbarazzanti prese di posizione di CGIL,CISL,UIL,UGL.

Le firme sull’accordo di Abi, Ania, Confindustria, Lega cooperative, Rete imprese Italia, Cisl, Uil e Ugl danno un quadro devastante di sudditanza estrema e cieca a imposizioni sovranazionali che impongono povertà e disoccupazione a vantaggio degli interessi di banche, assicurazioni e multinazionali; inoltre a quelle stesse sigle sindacali preoccupate di firmare sempre tutto e sempre in fretta, negandosi ai confronti con chi dovrebbero rappresentare, era stato annunciato che avrebbero potuto sottoscrivere questo accordo anche con una “firma elettronica”, inaugurando forse un nuovo metodo per “leggere” gli accordi solo “dopo” che il padrone li avrà scritti ben bene e senza la fatica di essere presenti ai tavoli di trattativa, tanto è richiesto solo di obbedire, se poi vorranno anche credere e combattere la vicinanza con le corporazioni sindacali fasciste sarà sempre più vicina..

E’ una guerra da rispedire al mittente, non consentiremo che le nostre lotte di resistenza e di opposizione a questo ulteriore crudele provvedimento, che pochi o nessun vantaggio porterà all’economia nazionale, vengano affrontate dal governo dei tecnici come un problema di ordine pubblico e rivendichiamo il diritto ad un altro tipo di economia, che nazionalizzi le aziende strategiche e restituisca ai paesi europei la propria autodeterminazione ed autonomia sulle scelte economiche, fiscali e politiche, senza alcuna indulgenza all’Europa dei padroni ed al governo Monti, comprensivo di chi lo sostiene direttamente o indirettamente

NISCEMI: IL MUOS NO PASARàN


Venerdì 30 Novembre 2012 

Contropiano.orgNiscemi. Il Muos no pasaràn
Da una settimana un presidio popolare permanente si oppone al transito e all’arrivo dei camion con le strutture per il Muos, il centro di comunicazioni militari statunitensi in Sicilia.


Un fantasma si aggira… per le strade siciliane. In effetti si tratta di un’autogru telescopica autocarrata (della ditta Comina di Belpasso), necessaria per ultimare l’istallazione delle tre parabole del Muos a Niscemi.
Un presidio permanente, indetto dal Coordinamento regionale dei comitati No Muos, da una settimana si oppone al transito di gru e camion diretti verso la base militare USA, con l’obiettivo fondamentale di impedire l’arrivo dell’autogru.
A conferma del netto rifiuto espresso più volte dai cittadini di Niscemi, gli attivisti hanno potuto organizzare meglio il presidio grazie alla disponibilità di un proprietario locale che ha permesso loro di utilizzare un terreno di sua proprietà, collocato lungo la strada che conduce all’ingresso principale della base.
Attivisti provenienti da tutta la Sicilia (c’è stata anche una visita solidale del sindaco di Palagonia) si alternano nel lavoro di vigilanza.
Per non essere sorpresi, gli aderenti ai Comitati hanno realizzato anche mini presidi mobili per controllare le reti viarie che conducono alla sughereta di Niscemi. Una sorveglianza continua, con turni diurni e notturni.
Questa attività non impedisce ai manifestanti di proseguire nel lavoro di informazione. In particolare, viene denunciato il persistente silenzio delle istituzioni che dovrebbero garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al traffico aereo (ENAC, ENAV, Aeronautica Militare) che continuano a tacere “sui pericoli di interferenza tra le emissioni delle parabole militari MUOS in costruzione e il traffico aereo di Fontanarossa, Sigonella e a breve Comiso […] L’intensità del campo emesso da ciascuna parabola, per distanze inferiori ai 20 Km, supererebbe i 40V/m, mentre il limite di sicurezza previsto perché le strumentazioni di bordo degli aeromobili non subiscano gravi disturbi è di appena 1V/m”, come scrive Peppe Cannella.
Secondo i manifestanti, oltre le gru, bisogna, quindi, “fermare” l’omertà delle autorità italiane.
A questi pericoli va aggiunta la denuncia dei gravi rischi alla salute, determinati dall’inquinamento prodotto dalle antenne, cui sono sottoposti, innanzitutto, i cittadini di Niscemi.
Per tutti questi motivi, il Coordinamento regionale dei comitati No Muos ha organizzato per domenica 2 dicembre una giornata di mobilitazione, di mattina di fronte alla base, di pomeriggio a Niscemi.

TORINO/VAL SUSA: RETATA CONTRO I NO TAV


Giovedì 29 Novembre 2012 



Contropiano.org
Torino/Val Susa: retata contro i No Tav. La diretta
Arresti e perquisizioni a Torino, Roma, Trento e in Val di Susa, sigilli e demolizioni a Chiomonte. All'alba è scattata una vera e propria retata - l'ennesima - contro il movimento No Tav. Che risponde con nuove proteste. La diretta


17.00 - Oltre ai presidi a Torino e Chiomonte - in piazza del Comune - altri se ne svolgeranno in altre città d'Italia:
ore 18:00 davanti alla Prefettura a Palermo
alle 17:30 in Piazza Matteotti a Modena
alle 18:00 alle Logge dei Banchi a Pisa

15.10 - I NO TAV ANNUNCIANO UNA RAFFICA DI MANIFESTAZIONI

14.40
 - Mentre a Torino una manifestazione è stata convocata dai No Tav in Piazza Castello alle 18, in val di Susa l'appuntamento è alle 20.30 a Chiomonte.

13.00 - C'è ''una regia più alta per questa sospetta rapidità giustizialista a senso unico. Magari direttamente dal Ministero dagli Interni''. Davide Bono, capogruppo del Movimento 5 Stelle nel Consiglio regionale del Piemonte definisce ''provvedimenti a orologeria'' le misure cautelare eseguite questa mattina nei confronti di presunti attivisti No Tav e l'abbattimento delle baracche-presidio in Valsusa. ''Ci aspettiamo che nelle prossime 24 ore, con la stessa solerzia, vengano posti sotto sequestro e demoliti tutti gli edifici abusivi in Piemonte, soprattutto a Chiomonte'', afferma Bono. ''Gran parte delle misure cautelari, il tutto condito da perquisizioni all'alba in casa di persone neanche presenti sul luogo dei fatti contestati, sono state poste in essere - aggiunge - in seguito al presidio presso la società Geodata di Torino: le riteniamo eccessive in un Paese in cui i veri reati contro il patrimonio e la Pubblica Amministrazione non vengono perseguiti, ma aspettiamo con fiducia rapidi sviluppi''.

12.55 - Per questo pomeriggio un presidio di solidarietà con il movimento no Tav e gli arrestati è stato convocato alle 18.00 a Piazza Castello, nel centro di Torino.

12.40 - ''Gli arresti, i sequestri e gli smantellamenti dei presidi No Tav di stamattina sono l'ennesimo episodio di repressione e criminalizzazione del movimento No Tav. Prosegue intanto la militarizzazione della valle come prosegue lo sperpero di denaro pubblico con lavori tanto inutili quanto dannosi. E' vergognoso che mentre si demolisce la sanità pubblica per mancanza di soldi in Val di Susa come sul Ponte sullo stretto si sprechi il danaro dei cittadini, cercando di coprire il malaffare trasformando tutto in una questione di ordine pubblico. Colgo quindi l'occasione per ribadire la piena solidarietà e il pieno appoggio mio e di Rifondazione Comunista al Movimento NO TAV''. Lo afferma Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista.
 
12.30 - Il tam tam sul web, su Facebook e tramite l'emittente antagonista torinese Radio Black Out sta portando a Chiomonte altre decine di militanti in solidarietà con gli attivisti arrestati stamattina. Un gruppo di manifestanti dopo esser stato allontanato dal municipio di Chiomonte ha dato vita a un blocco del traffico sulla statale. Gli attivisti e le attiviste che avevano occupato il Municipio sono state invece identificate e poi rilasciate dai Carabinieri dopo lo sgombero.

12.20 - Il vertice italo francese, in programma a Lione, il 3 dicembre, "deve costituire una tappa decisiva verso il lancio definitivo dei lavori della nuova linea ferroviaria Torino-Lione". E' quanto chiedono in un appello, indirizzato al Premier Mario Monti, i parlamentari italiani ed europei eletti nella circoscrizione Nord Ovest. In particolare, i parlamentari che discuteranno dell'appello con il Comitato Transpadana, in un incontro, domani, a Torino, chiedono di "procedere alla ratifica, entro fine legislatura, dell'Accordo firmato lo scorso 30 gennaio".

12.15 - 
Secondo le agenzie di stampa, che riproducono le veline della Questura di Torino "Due No Tav (un anarchico di Rovereto, già sottoposto ai domiciliari per associazione a delinquere, e un anarchico romano) sono stati arrestati per i fatti del 29 febbraio quando, durante un blocco autostradale organizzato dai No Tav e dalle componenti antagoniste ed anarchiche sull'autostrada A32, era stata assalita una troupe televisiva che svolgeva i servizi per il Corriere della Sera".

12.08
 - "Siamo di nuovo di fronte ad una operazione a orologeria come tutte le altre, messa in campo oggi perché lunedì a Lione c'è l'incontro Monti-Hollande". È il commento di uno dei portavoce del Movimento No Tav della Val di Susa, Alberto Perino. "In Val di Susa c'è una sensazione diffusa tra la gente, e cioè che la procura di Torino sia al servizio del Pd e di Ltf. Non è un giudizio, ma una sensazione", ha precisato Perino, che sta per iniziare una conferenza stampa nell'atrio di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche a Torino. Secondo Perino le operazioni delle forze dell'ordine seguono un teorema di fondo: "Vogliono far credere che il movimento No Tav sia fatto solo di anarchici e antagonisti. È un teorema che cercano di far passare, ma è falso".

12.00 - La casetta no Tav di Chiomonte é stata smantellata da operai Anas a cui fa capo la proprietà dell'area su cui era stata costruita. Ha affermato in un comunicato la Procura di Torino. ''Nel corso della mattinata militari della Compagnia CC. di Susa hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo, emesso dal Gip di Torino su richiesta della Procura della Repubblica, avente ad oggetto i manufatti abusivi eretti da esponenti del movimento NO-TAV in località Gravella di Chiomonte, su terreno di proprietà privata, di cui era stata denunciata l'occupazione abusiva. Contemporaneamente é stata smantellata la struttura prefabbricata abusiva realizzata anch'essa da esponenti del movimento NO-TAV su terreno di proprietà Anas in adiacenza alla strada provinciale n.233, sempre nel Comune di Chiomonte, a seguito della contestata violazione dell'art. 16 C.d.S. che prevede come sanzione accessoria l'obbligo di rimozione delle opere abusive a carico del proprietario del fondo. A tutela delle maestranze impiegate per l'esecuzione materiale del provvedimento di sequestro e dello smantellamento predetti e per prevenire possibili problemi di ordine pubblico é stato impiegato un contingente di polizia che ha presidiato la zona delle operazioni''.

11.35 - Alcuni attivisti No Tav sono riusciti a penetrare all'interno del Comune di Chiomonte e ne hanno occupato una sala prima di essere sgomberati dai carabinieri che hanno allontanato di alcuni metri anche il nutrito presidio all'esterno della sede comunale. Intanto alcune decine di manifestanti sono riusciti a raggiungere da due lati il campeggio/presidio in località Garavella recintato all'alba dai militari.

11.20 - La baita in legno su Via Avanà a Chiomonte è stata abbattuta da alcune squadre di operai protetti dai Carabinieri. La baita è stata a lungo la sede del presidio attraverso il quale in varie occasioni i manifestanti hanno dato filo da torcere alle forze di occupazione e alle ditte incaricate di iniziare i sondaggi nella montagna. Gli attivisti informano anche che stamattina un altro presidio, quello sistemato nell’area del campeggio, è stato circondato da recinzioni in ferro e interdetto.

11.00 - In contemporanea con la vasta operazione della questura torinese che ha portato a numerosi arresti e perquisizioni tra Torino e la Val Susa, le forze dell'ordine hanno iniziato un duro intervento a Chiomonte, dove i carabinieri hanno posto i sigilli al presidio No Tav intimando ai presidianti di abbandonare la struttura. insieme ai militari sono intervenuti anche gli operai di alcune ditte.

A pochissimi giorni dalla manifestazione prevista a Lione - il prossimo 3 dicembre - è scattata questa mattina all'alba una vasta operazione di Polizia contro i No Tav, sia in Valsusa che a Torino. Nel mirino degli apparati di sicurezza attivisti dei centri sociali del capoluogo piemontese - in particolare l'Askatasuna ma anche il Gabrio - ed esponenti del movimento contro l'alta velocità di vari punti della Val Susa ma anche a Torino, Roma e Trento.
All'alba sono scattate numerose irruzioni e perquisizioni in sedi sociali e appartamenti, che finora hanno portato alla notifica di numerose misure restrittive tra arresti domiciliari,  provvedimenti cautelari e obblighi di dimora (con divieto di permanenza  a Torino).
17 persone in tutto finora, quasi tutti studenti universitari torinesi. Otto ai domiciliari con restrizioni gravi: divieto di visite, uso del telefono e del computer. Per gli altri l’obbligo di dimora (con il divieto di permanenza a Torino); per altri ancora l'obbligo della firma in commissariato. Tra gli obblighi di dimora figura Francesco Richetto del comitato di lotta popolare di Bussoleno.
Per tutti i capi d’imputazione sono violenza, minacce, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento, accensione ed esplosione pericolose.
Gli episodi contestati agli attivisti del movimento No Tav sono due: la presunta aggressione ad un giornalista del Corriere della Sera e l’occupazione temporanea della Geovalsusa, una delle ditte implicate negli appalti del Tav, avvenuta in agosto a Torino. E che aveva scatenato l'ira in particolare dell'amministrazione comunale guidata dal PD Piero Fassino.

MONTI "DISSEQUESTRA" L'ILVA


Giovedì 29 Novembre 2012 22:00




Contropiano.org
Monti "dissequestra" l'Ilva. L'analisi del decreto
Con un'azione autoritaria il governo Monti avoca a sé la gestione della zona dell'Ilva. Ma la scia a Riva la libertà di produrre, fare profitti, avvelenare gli operai e le famiglie.

Il testo del decreto: pdfdecreto_Ilva_1-1_copy.pdf119.47 KB
Stamattina il governo approva il decreto sull'Ilva preparato dall'ineffabile ministro contro l'ambiente, Corrado Clini, ex direttore generale dello stesso ministero che – nell'ordinanza d'arresto dei vertici aziendali e alcuni complici corrotti – viene descritto come “cosa privata” di Riva.

Nel frattempo è stato recuperato in mare il corpo senza vita dell'operaio gruista investito dalla tromba d'aria dell'altroieri mattina. Un altro morto sul lavoro in conto all'Ilva. I lavoratori, tra l'altro, spiegano che quella mattina – quando sono crollate praticamente tutte le gru installate sui moli 3 e 4 - solo grazie al provvedimento di sequestro non erano al lavoro circa 200 operai, altrimenti ci sarebbe stata una strage. Nessuno, infatti, aveva lanciato alcun allarme su quello che stava per succedere, anche se la tromba d'aria era visibile da diversi minuti prima dell'impatto sullo stabilimento tarantino.

In ogni caso, la tromba d'aria ha provocato un disastro ambientale supplementare, che ha aggravato la situazione locale, perché ha trascinato in alto e poi fatto ricadere sullo stabilimento stesso e i quartieri circostanti grandi quantità di quei materiali velenosi depositati all'aperto e che erano stati considerati tra le principali cause di inquinamento e mortalità per tumore.

Il decreto che deve essere approvato oggi è, tanto per cambiare, un golpe istituzionale. E questa è ormai la cifra “istituzionale” del governo in carica.

Perché diciamo questo?
Basta leggere il testo.
In nessun punto viene minimamente accennato a una possibile correlazione tra attività iindustriale (alle condizioni produttive attuali) e aumento esponenziale dei tumori all'interno della fabbrica e nella città. Il generico riferimento alla "salute" sembra così più un auspicio o una "prece", che non una preoccupazione dello Stato.
Il punto istituzionalmente decisivo è l'ultimo, l'art. 4: “I provvedimenti di sequestro adottati dall'autorità giudiziaria che risultino in contrasto con quanto stabilito dal presente decreto legge perdono efficiacia”. La preoccupazione fondamentale è infatti azzerare la possibilità stessa che la magistratura possa esercitare il controllo di legalità (che riguarda una serie di circostanze ben più vasta di quelle contenute nel decreto) sull'Ilva.

La “continuità del funzionamento produttivo dello stabilimento siderurgico Ilva s.p.a. costituisce una priorità strategica di interesse nazionale”, anche in presenza di “criticità” per l'ambiente e la salute. Anzi, soltanto la “continuità produttiva” permetterebbe – contro ogni evidenza – la bonifica del sito.

La base legale (art. 1), che dovrebbe – mai condizionale fu più obbligato – vincolare l'azienda a risanare il sito, è l'Autorizzazione integrata ambientale dello scorso 26 ottobre (emanata dallo stesso ministero), che viene considerata “parte integrante del presente decreto”. E quindi “è in ogni caso autorizzata la prosecuzione dell'attività produttiva”. Non mancano le finte minacce per l'azienda, là dove si accenna alla possibile “revoca dell'Autorizzazione” ove fosse “riscontrata l'inosservanza anche ad una sola delle prescrizioni” lì impartite.

Per essere chiari, la “strategicità” dell'impianto per l'”interesse nazionale” non implica affatto una gestione o un controllo statale di quanto viene fatto a Taranto. I “titolari dell'Autorizzazione” (la famiglia Riva tramite il presidente, l'ex prefetto Bruno Ferrante) sono infatti “ammessi alla detenzione dei beni dell'impresa”, senza alcun impedimento. Tranne quelli, come già detto, dovuti dall'osservanza delle disposizioni dell'Aia.

Ma chi dovrebbe controllare che i Riva non continuino a far porcate ammazzando operai e popolazione?

Non più i “custodi” nominati dalla procura di Taranto, ma un “garante” che potrà avvalersi “dell'apporto dell'Ispra” (prestigioso istituto nazionale di monitoraggio ambientale, che da alcuni anni però viene messo sistematicamente in condizioni di non poter funzionare “grazie” al taglio dei finanziamenti, al blocco del turnover e alla incerta continuità prestazionale dei precari che popolano in gran numero i suoi laboratori).
Di quali mezzi disporrà per conto proprio questo “garante”? Nessuno. La sua attività, infatti, non potrà – secondo l'art. 3 del decreto – comportare “nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Insomma: non faccia nulla. Ci pernserà poi lo stesso ministro a “riferire annualmente alle Camere circa l'ottemperanza delle prescrizioni dell'Aia”.

Il governo (potere esecutivo) si fa insomma garante dei profitti privati della famiglia Riva, esautorando le facoltà di controllo della magistratura (potere giudiziario) grazie a un decreto legge che supera – probabilmente con un voto di fiducia – i poteri del Parlamento (potere legislativo).

Se non è un golpe questo...

L'UNICA CRESCITA E' QUELLA DEI DISOCCUPATI


Venerdì 30 Novembre 2012 


Contropiano.orgL'unica "crescita" è quella dei disoccupati
I dati dell'Istat, pubblicati poco fa, confermano una tendenza che appare inarrestabile: 2,87 milioni. La china è ormai quella spagnola, se non ancora quella greca. "Grazie" alla Troika.

Il rapporto Istat completo: pdfOccupati_e_disoccupati_mensili_-_30_nov_2012_-_Testo_integrale.pdf631.17 KB
Le serie storiche (formato Excel): xls201210_serie_storiche.xls192 KB

A ottobre 2012 gli occupati sono 22 milioni 930 mila, sostanzialmente stabili rispetto a settembre. Su base annua, invece, si registra un calo dello 0,2% (-45 mila unità). Va sottolineato con forza che questa "tenuta" è da attribuire soltanto all'esistenza della cassa integrazione. La quale, oltre a garantire un reddito comunque ridotto, formalmente "conserva" il posto di lavoro. Per cui un cassintegrato non è ufficialmente un disoccupato fin quando non interviene il licenziamento vero e proprio, con la messa in "mobilità".
Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale, invariato rispetto a dodici mesi prima. Anche in questo caso, per capire le dinamiche statistiche, altrimenti ingannevoli, bisogna ricordare che il numero di anziani che lascia il lavoro è in genere molto più alto di quello dei giovani che arrivano all'"età lavorativa". Questo fa sì che il "tasso di occupazione" (la percentuale degli occupati fra quanti sono in età da lavoro) risulti stabile aanche se gli occupati diminuiscono in termini assoluti.

Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 870 mila, aumenta del 3,3% rispetto a settembre (+93 mila unità). La crescita della disoccupazione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile. Su base annua si registra una crescita del 28,9% (+644 mila unità). e' questo il dato che non subisce "distorsioni" statistiche in nessun caso. Il numero assoluto di senza lavoro è in aumento verticale, dunque; a un ritmo insostenibile e per cui non si prevede inversione di tendenza.

Il tasso di disoccupazione si attesta quindi all'11,1%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a settembre e di ben 2,3 punti nei dodici mesi. Un dato, ricordiamo, che non comprende (non può neppure farlo, secondo le regole Eurostat valide per tutte le rilevazioni europee) né i cassintegrati, né i precari (che anzi sono considerati "occupati" a tutti gli effetti), né i cosiddetti "scoraggiati" che il lavoro hanno smesso pure di cercarlo.

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni, infine, diminuisce dello 0,7% rispetto al mese precedente (-95 mila unità). Il tasso di inattività si attesta al 36,0%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 1,5 punti su base annua. Vale la notazione fatta prima: se (per ragioni banalmente anagrafiche) escono dall'età lavorativa - per esempio - 200.000 anziani e diventano "potenzialmente attivi" 100.000 ragazzi, la percentuale di "inattivi" diminuisce.
Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 639 mila e rappresentano il 10,6% della popolazione in questa fascia d'età. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, ovvero l'incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 36,5%, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 5,8 punti nel confronto tendenziale. Sono dati pesanti, perché dicono chiaramente che gli ultimi governi hanno sempre mentito spudoratamente quando toglievano diritti ai "garantiti" in nome dell'"occupazione giovanile". Hanno bastonato sanguinosamente i padri e tengono disoccupati i figli:  questa è la verità, anche statistica

PALESTINA ALL'ONU



Contropiano.org
Palestina all’Onu: Israele tra isteria e sindrome da accerchiamento
Nuovo duro colpo per Israele dopo la sconfitta di Gaza. All'Onu il fronte del 'no' alla Palestina si è ristretto assai, e il voltafaccia di Italia e Germania pesa come un macigno su un paese che si sente accerchiato. E che risponde con l'isteria e la propaganda.


Il riconoscimento da parte dell’Assemblea dell’Onu della Palestina era scontato. Ma alla fine ieri il numero di paesi che hanno votato contro è stato di parecchio inferiore a quanto ci si potesse aspettare fino a qualche ora prima.

La repentina giravolta da parte del rappresentante del governo italiano, che nel pomeriggio di ieri aveva annunciato il suo assenso alla richiesta da parte della Palestina, è da questo punto di vista assai significativo, visto che l’Italia intrattiene da decenni ottime relazioni politiche, commerciali, industriali e militari con il cosiddetto Stato ebraico. E che proprio recentemente il ministro Terzi e lo stesso premier Monti ha riconfermato l’incrollabile amicizia tra Roma e Israele. Non a caso ieri l’ambasciatore israeliano a Roma si è detto assai ‘deluso’ della scelta del governo italiano.

Ma anche il mutamento di opinione dell’ultim’ora da parte del governo tedesco, passato in poche ore dal no all’astensione, ha pesato molto sul morale israeliano.

Alla fine quindi il fronte del ‘no’ non solo si è dimostrato assai minoritario numericamente, ma anche limitato agli Stati Uniti, alla stessa Israele e a pochissimi altri paesi satellite: Canada, Micronesia, Repubblica Ceca, Isole Marshall, Nauru, Palau e Panama.

Un risultato, indubbiamente, dell’ondata di indignazione scatenato in tutto il pianeta dall’ennesima strage di civili a Gsaza, così come era successo pochi anni fa per Piombo Fuso, anche all’interno delle opinioni pubbliche dei paesi che sostengono Israele a spada tratta.

Ma a pesare sul nuovo scenario alle Nazioni Unite è sicuramente un cambiamento di atteggiamento da parte dell’amministrazione statunitense. Che ha ovviamente confermato un ‘no’ scontato, sostenuto però questa volta con una verve e una determinazione assai inferiore al passato. Sulle relazioni con Israele da parte dell’amministrazione Obama pesano anni di contrasti forti sulla strategia da adottare in Medio Oriente. Tel Aviv spinge – con le buone e con le cattive – per obbligare Washington a imbarcarsi in una aggressione militare contro l’Iran che le classi dirigenti statunitensi, almeno per ora, non condividono. E soprattutto ora Washington è stata costretta, per mantenere la propria egemonia sul Nord Africa e sul Vicino Oriente, a rimodulare la propria strategia, abbandonando nell’ultimo anno i vecchi regime corrotti e dittatoriali per sostenere un nuovo ruolo egemonico delle borghesie islamiche e liberali in economia. E lo dimostra il ruolo assegnato dall’amministrazione Obama all’egiziano Morsi nel raggiungimento di un cessate il fuoco tra la resistenza palestinese e Israele dopo 8 giorni di bombardamenti sulla Striscia di Gaza. Suonato come una sconfitta a parte delle classi dirigenti e a buona parte di un’opinione pubblica israeliana sempre più guerrafondaia ma al tempo stesso sempre più isolata a livello internazionale. Obama ovviamente non vuole e non può abbandonare Tel Aviv a sé stessa, ma non può neanche permettere che gli interessi israeliani mettano in discussione il difficilissimo equilibrio raggiunto tra gli interessi americani e quelli dei Fratelli Musulmani in Medio Oriente.

L’isolamento di Israele, da questo punto di vista, aumenta a vista d’occhio e le sconfitte su Gaza prima e all’Onu poi potrebbero accelerare una crisi di prospettive dello ‘stato ebraico’ che sembra senza precedenti.

Basta leggere le reazioni isteriche dei rappresentanti di Israele e delle lobby sioniste in giro per il mondo, in queste ore, per accorgersene. Da chi accusa Mario Monti di appoggiare Hamas (!) a chi, come Dimitri Buffa, accusa la comunità internazionale, nella fattispecie 52 personalità di tutto il mondo, di voler “boicottare militarmente Israele, cioè impedire agli stati di fornire allo stato ebraico le armi per difendersi dall’ostilità dei Paesi arabi e dall’Iran, oltre che dal terrorismo di Hamas”. Il che secondo il ‘giornalista’ de l'Opinione, il più filoisraeliano in giro per l’Italia (Fiamma Nirenstein vive in Israele) “equivale a decretare una nuova Shoà nell’arco di tre o quattro anni”.

“Ora si ricomincia: Israele contro il resto del mondo” conclude Buffa che rivela una sindrome da accerchiamento che in parte coglie elementi di realtà – il crescente isolamento israeliano – ma in parte rivela anche una percezione vittimistica dei sostenitori di Israele che negli ultimi anni sembra aver provocato più danni che risultati positivi per la propaganda sionista.

Sul sito di propaganda sionista italiano ‘Informazione corretta’ (sic!) si possono leggere invettive contro la crescente e negativa influenza delle Ong sui governi di tutto il mondo oppure allarmi sul pericolo rappresentato dall’Iran che sarebbe sottovalutato dagli stessi amici di Israele. E non manca il dileggio per coloro che credono veramente che Arafat sia stato avvelenato e ucciso da agenti israeliani.

Ma ancora più istruttivo è leggere i commenti della stampa israeliana. Concentrata a sminuire l’importanza del riconoscimento da parte dell’Onu della Palestina come ‘stato non membro’ nei territori di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est occupati da Israele nel 1967.

“Tutto quello che otterrà Abu Mazen con questa risoluzione sarà di elevare il proprio profilo in un momento in cui si era ritrovato impopolare e irrilevante, e di accrescere aspettative irrealistiche fra i palestinesi. Darà loro la sensazione di non dover fare concessioni, di non dover scendere a patti con l’esistenza di uno stato ebraico, di non dover fermare l’odio contro gli ebrei che è endemico nella loro politica e cultura popolare”. Alan Edelstein, del Times of Israel, non è proprio sfiorato dal sospetto che se a occupare le terre palestinesi fossero i cinesi o gli svedesi i legittimi abitanti di quei territori odierebbero questi ultimi invece degli ebrei?

“La manovra all’Onu di riconoscere lo Stato di Palestina nel territorio finito sotto controllo israeliano (!) dopo la guerra dei sei giorni del 1967 rientra nella spudorata campagna volta a ottenere da parte delle Nazioni Unite la delegittimazione ufficiale del controllo di Israele non solo su luoghi come Ma’aleh Adumim – una città di 40.000 abitanti a 7 km di Gerusalemme, che in tutte le ipotesi di accordo dovrebbe rimanere israeliana – ma anche di luoghi che echeggiano di significati religiosi, storici e culturali per il popolo ebraico come il quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme e il Muro Occidentale (“del pianto”). La manovra dell’Olp all’Onu è sbagliata e irragionevole, e non farà che andare ad aggiungersi alla lunga serie degli errori storici della dirigenza palestinese che risalgono perlomeno al 29 novembre 1947, quando i palestinesi non colsero la loro concreta chance di ottenere nazionalità e auto-determinazione. Come oggi” scrive invece il Jerusalem Post. Che rimuove accuratamente l’uso dei termini ‘occupazione’ e ‘colonia’, sostituiti invece da ‘territorio finito sotto il controllo israeliano’ e ‘città’ in un utilizzo autoassolutorio della lingua che la dice lunga sui fantasmi di un paese in guerra con la propria coscienza, prima ancora che contro il resto del mondo.

Ma le autocensure linguistiche non possono cambiare una realtà che la stessa stampa israeliana non nasconde. Haaretz  parla di "sconfitta umiliante" e di "campanello d'allarme": "Germania, Gran Bretagna, Italia e altri Paesi amici hanno mandato un messaggio a Israele con il loro voto, la pazienza per l'occupazione si sta esaurendo". Anche il più destrorso Yediot Ahronot ha definito il voto del Palazzo di Vetro "una debacle politica". "Il premier Netanyahu", ha scritto, "non ha saputo valutare l'entità della rabbia che c'é nel mondo verso Israele".

Ci sono tutti gli elementi affinché l’opinione pubblica israeliana faccia un passo indietro rispetto ai propri sogni di dominio nella regione. Ma pare proprio che non sarà così. Moshe Feiglin, uno dei candidati emergenti del Likud alla prossime elezioni politiche ed esponente del movimento dei coloni, propone oggi l’estensione immediata della sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania, l’assunzione del controllo esclusivo di Israele sulla Spianata della Moschee, e la fuoriuscita di Israele dall'Onu. “Se la Svizzera se l'é cavata bene senza essere all'Onu, possiamo farcela anche noi'' promette l’astro nascente del Likud.
Sorvolando sul fatto che la Svizzera non occupa nessun territorio non suo e non è circondata da popolazioni giustamente ostili.V


NOT IN MY NAME!


giovedì 29 novembre 2012


Not in my name sarà ceduta la più piccola goccia di sovranità nazionale
Not in my name verrà smantellato lo Stato Sociale
Not in my name i partiti che hanno distrutto l'Italia si ricicleranno come salvatori della Patria
Not in my name i giornali che hanno fatto della menzogna un'arte riceveranno un solo euro di finanziamento pubblico
Not in my name ci saranno ancora le pensioni d'oro
Not in my name rimarremo nell'euro
Not in my name saranno distrutte le piccole e medie imprese
Not in my name i concessionari di Stato continueranno a lucrare su beni pubblici
Not in my name si faranno Grandi Opere inutili senza fare le opere di cui ci sarebbe bisogno
Not in my name chi ha fatto della politica un mestiere rimarrà al suo posto dopo aver rovinato l'economia italiana
Not in my name la grande distribuzione ucciderà il commercio locale e l'agricoltura italiana
Not in my name si costruirà un solo inceneritore vicino ai centri urbani per edificare su terreni degli "amici"
Not in my name lo stato continuerà a regalare miliardi al Vaticano
Not in my name l'Italia parteciperà alle guerre altrui come in Afghanistan o in Libia
Not in my name gli alti funzionari pubblici percepiranno stipendi da nababbi
Not in my name sarà ancora permesso il falso in bilancio
Not in my name non sarà riconosciuto il reato di tortura: che in Italia non esiste e non lo vogliono introdurre
Not in my name l'Italia non avrà una legge anticorruzione
Not in my name l'Italia non avrà una legge contro i conflitto di interessi
Not in my name sarà più eletto alla presidenza del Consiglio chi non ha avuto una legittimità popolare
Not in my name la legge elettorale potrà essere cambiata dai partiti che ne sono i beneficiari, ma solo attraverso un referendum
Not in my name esisterà ancora Equitalia
Not in my name svenderemo l'Italia alle banche e all'alta finanza per un debito illegittimo.
Not in my name sono stati approvati in parlamento MES, pareggio di bilancio e fiscal compact
Not in my name la RAI sarà più gestita dai partiti e ora anche dai banchieri
Not in my name la finanza sostituirà la politica
Not in my name la finanza guiderà la politica
Not in my name la prima casa potrà essere ipotecata per tasse non pagate o soggetta all'IMU

...Continua...

(Suggerisci nei commenti i tuoi "not in my name" sul post nella nostra pagina Facebook: i più significativi saranno aggiunti all'elenco... che è interminabile...)



Fonte: nostra rielaborazione di un post pubblicato su Facebook