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giovedì 28 febbraio 2013

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La Redazione

Il papa cambia. Perché tutto resti uguale?


Il papa cambia. Perché tutto resti uguale?

«Nel Conclave il fronte "progressista" è composto da una minoranza debolissima». Parla Daniele Menozzi, professore di Storia contemporanea alla normale di Pisa

Luca Kocci
giovedì 28 febbraio 2013 15:33
CRONACHE LAICHE GLOBALIST

Prima di Benedetto XVI, l'ultima volta che un papa aveva lasciato il soglio pontificio anticipando la propria morte era stato 600 anni fa, nel 1415, con papa Gregorio XII, in una situazione piuttosto complessa, sebbene non unica nella storia della Chiesa: c'erano tre papi - quello considerato legittimo, appunto Gregorio XII, e gli antipapi Benedetto XIII e Giovanni XXIII -, il Concilio di Costanza (1414) deliberò le dimissioni di tutti tre, che però vennero effettivamente rassegnate solo da Gregorio nel 1415; lo stesso Concilio poi depose anche gli altri due antipapi e, dopo un "buco" di due anni, la situazione - e la "successione apostolica" - si normalizzò solo nel 1417 con l'elezione di Martino V, che regnò fino al 1431, ponendo fine al "grande scisma" interno alla Chiesa d'Occidente iniziato 40 anni prima, nel 1378, con la nomina del primo antipapa, Clemente VII.
Tuttavia «il precedente storico che è possibile accostare alle dimissioni di Benedetto XVI è quello di Celestino V, nel 1294», spiega Daniele Menozzi, professore di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa, specialista del papato in età moderna e contemporanea, sui cui ha scritto numerose monografie (fra le altre: Chiesa e diritti umani, Il Mulino, 2011; Chiesa, pace e guerre nel Novecento, Il Mulino, 2008; Giovanni Paolo II. Una transizione incompiuta?, Morcelliana, 2006; Sacro Cuore. Un culto tra devozione interiore e restaurazione cristiana della società, Viella, 2002). Un pontefice, Celestino V, reso famoso dai versi che gli avrebbe dedicato Dante Alighieri nel terzo canto dell'Inferno, raccontando degli ignavi - «vidi e conobbi l'ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto» -, sebbene non tutti i critici danteschi siano concordi nell'attribuzione, preferendo invece riconoscervi Ponzio Pilato, Romolo Augustolo oppure Esaù, che rinunciò alla primogenitura in favore del fratello Giacobbe per «un piatto di lenticchie». Ma «il contesto storico è completamente diverso», precisa Menozzi nell'intervista che ci ha rilasciato, e ci sono una serie di «elementi che oggi sono impensabili».
Professor Menozzi, quali valutazioni è possibile fare sulla decisione di papa Ratzinger di lasciare il pontificato?
Mi pare che si possano formulare due ipotesi. O la rinuncia è motivata dalla constatazione che la linea di governo messa in opera in questi otto anni si è rivelata inadeguata ad affrontare e risolvere i problemi della Chiesa odierna, e dunque Ratzinger ha ritenuto di passare la mano per giungere all'individuazione di un papa capace di esprimere una diversa prospettiva di azione. Oppure la rinuncia trova ragione nella convinzione che quella linea, di per sé valida, non può essere efficacemente realizzata da un papa anziano, debole e con forze calanti, sicché Ratzinger ha pensato che occorra trovare un successore in grado di portarla a compimento con l'energia, la decisione e la determinazione - e forse anche la rigidità - giudicate necessarie. Personalmente ritengo che discorsi, modalità, tempi dell'atto compiuto da Benedetto XVI rendano più probabile questa seconda ipotesi.
E l'ipotesi che in un certo senso sia stato schiacciato da quello stesso potere che si è andato concentrando nella persona del pontefice e all'interno della Curia romana? In un certo senso un potere che fagocita se stesso...
Non credo che l'accentramento del potere di governo nelle mani del papa sia stato determinante nella rinuncia di Benedetto XVI: non riesco a vedere un papa che, dotato di troppo potere, non è in grado di gestirlo. Mi pare piuttosto che Ratzinger si sia reso conto dell'impossibilità di governare la conflittualità interna alla Curia. È vero che scontri interni alla sede romana sono sempre esistiti nella storia del papato e che le dimensioni elefantiache assunte oggi dalla Curia li hanno ingigantiti. Mi pare tuttavia che la linea del papato li abbia esasperati, finendo per renderli ingovernabili. Un esempio è fornito dal tentativo di recuperare i tradizionalisti: è evidente che i suoi ripetuti fallimenti hanno indotto i settori curiali contrari alla accettazione delle condizioni via via poste dai lefebvriani per continuare il dialogo con Roma a cercare posizioni di maggior potere da cui arginare la temuta deriva tradizionalista del pontificato. Ma più in generale con la sua azione di governo erede della tradizione intransigente ottocentesca - che prospetta una presenza direttiva della Chiesa su aspetti della vita collettiva che le persone si sentono invece in grado di autodeterminare - Ratzinger ha accentuato le contraddizioni tra la comunità ecclesiale e la società. E le varie fazioni presenti in Curia hanno potuto far leva su questo aspetto per "ideologizzare", e dunque massimizzare, le loro istanze di potere, irrigidendo i conflitti, probabilmente fino ad un punto di non ritorno. Indicativa di questo aspetto è la vicenda del maggiordomo, Paolo Gabriele, che ha asserito di aver tradito la fiducia del papa per aiutarlo a fare il bene della Chiesa.
È possibile fare qualche parallelo con le dimissioni dei pontefici che lo hanno preceduto nella storia della Chiesa?
Tutte le abdicazioni di papi sono legate a momenti di crisi profonda nella vita della Chiesa. Sui pontefici della storia antica non si può dire molto, dal momento che storia e leggenda sono inestricabilmente connesse. Invece i casi medievali di Benedetto IX, Gregorio VI e Gregorio XII mi sembra che presentino differenze radicali rispetto ad oggi. Allora, forse, il precedente storico che è possibile accostare alle dimissioni di Benedetto XVI è quello di Celestino V, nel 1294. Ma se è indubbio che Ratzinger ha considerato con attenzione l'esempio di Pietro da Morrone - non va dimenticato che nel 2009, durante la visita a L'Aquila, depose il pallio sull'urna di Celestino V, in segno di omaggio -, tuttavia il contesto storico è completamente diverso: basti pensare al ruolo giocato nella vicenda di Celestino dall'invadenza del potere politico e del cardinal Caetani, il futuro Bonifacio VIII, nella quotidiana gestione della Chiesa: tutti elementi che oggi sono impensabili.
Negli ultimi decenni si è assistito ad una progressiva "sacralizzazione" del pontificato e dei pontefici: basti pensare al fatto che, in particolare sotto Pio XII e Giovanni Paolo II, i papi hanno proceduto alla canonizzazione dei loro predecessori, quasi a voler santificare il ministero petrino e, di conseguenza, chi quel ministero esercita. Le dimissioni di Ratzinger potrebbero invece contribuire a interrompere questa tendenza, alla desacralizzazione del papato, alla sua umanizzazione?
Da un certo punto di vista la rinuncia rappresenta una normalizzazione del papato. Come è noto, i vescovi, raggiunto il settantacinquesimo anno di età, sono tenuti a rassegnare le dimissioni. Il papa è il vescovo di Roma. Pur con il privilegio di decidere da sé il momento in cui abbandonare il ministero, senza dovere quindi sottostare alle norme canoniche, anche il vescovo di Roma si allinea alla normativa prevista per l'episcopato universale, secondo cui ad un certo punto della vita occorre abbandonare le funzioni svolte. Naturalmente questo atto non vincola i successori, che saranno liberi di adeguarsi o meno al precedente. Ma tra la rinuncia al governo della Chiesa universale, anche se dovesse diventare prassi futura del papato, e la desacralizzazione della figura del papa, che è stata profondamente introiettata nella mentalità cattolica durante gli ultimi due secoli, passa un abisso.
La sacralizzazione è ormai quindi un dato immodificabile?
Immodificabile no, ma sicuramente non sono sufficienti le dimissioni di un papa ad interrompere ed infrangere questa tendenza. Il papa, nei primi secoli cristiani era definito "successore di Pietro", poi è diventato "vicario di Cristo" e infine, con una forte insistenza su questo punto nell'età della secolarizzazione, "vicario di Dio". Si tratta di un meccanismo in atto da secoli, fortemente radicato nella mentalità cattolica, che difficilmente può essere smontato dalle dimissioni di un pontefice. Mi pare insomma che occorra un tempo lungo e ulteriori gesti per desacralizzare la figura papale.
Ma le dimissioni di Ratzinger rappresentano davvero un evento rivoluzionario?
L'atto è senza dubbio inusuale rispetto ai collaudati meccanismi dell'istituzione ecclesiastica ed è reso ancora più clamoroso dalla differenza con la scelta di Giovanni Paolo II di rendere la sua malattia e la sua morte testimonianza del modello di vita cristiana da lui giudicato esemplare. Ma che la rinuncia al pontificato rappresenti un evento "rivoluzionario" potremo saperlo sono nei prossimi mesi, e forse già l'esito del Conclave ci aiuterà a capirlo.
Un gesto tanto eclatante da far dimenticare tutta l'azione di governo di Ratzinger - per non parlare del ventennio abbondante in cui è stato prefetto della Cdf - fortemente restauratrice, trasformandolo in un papa riformatore?
In questi giorni si è scatenata una massiccia apologetica, probabilmente motivata anche dall'intento di far dimenticare le concrete sconfitte che la linea di governo di Benedetto XVI ha incontrato nel misurarsi con quasi tutti i nodi della attuale situazione ecclesiale.
E se le dimissioni, preso atto dell'incapacità di governare la Chiesa - come ammesso esplicitamente nel discorso in cui Ratzinger ha annunciato la rinuncia al pontificato -, sono solo un modo per orientare in maniera decisiva il Conclave nella scelta del suo successore? Un po' come gli imperatori romani che indicavano il loro "delfino" quando erano ancora in vita...
Dai discorsi che Benedetto XVI ha fatto dall'annuncio delle dimissioni fino all'inizio della "sede vacante" in effetti è possibile tracciare l'identikit del suo successore così come Ratzinger lo vorrebbe: relativamente giovane, dotato di energia, severità e capacità di governo per realizzare quello che da parte sua non è riuscito a fare. Ed è inevitabile, nonostante le scontate dichiarazioni di non intromissione ed interferenza, che Ratzinger influirà su Conclave: ogni suo atto, ogni sua parola, ogni suo gesto hanno avuto ed avranno un peso. Anche la tempistica mi sembra per certi aspetti studiata: costringere i cardinali ad agire in fretta, perché è difficile arrivare a Pasqua senza che ci sia già il nuovo papa.
Nel Conclave esiste un "fronte progressista?"
Non credo. Ma se c'è, è debolissimo. In effetti si tratta di un Conclave interamente nominato, e "blindato", da Wojtyla e da Ratzinger: davvero difficile individuarvi un'ala progressista.
Quindi ci troveremo con un nuovo papa ancora conservatore?
Dipenderà dai cardinali riuniti in Conclave: se qualcuno avrà il coraggio di presentare le difficoltà che la riproposizione di una linea neo-intransigente ha incontrato, allora i giochi potrebbero riaprirsi. Credo che se nel Conclave si avvierà una discussione vera sul ruolo della Chiesa nella società contemporanea, a partire dalla constatazione dei fallimenti del progetto di neo-cristianità avanzato negli ultimi due decenni, allora potrà aprirsi qualche spiraglio. In questa ottica potrebbe esserci lo spazio per qualche mutamento e verificarsi qualche sorpresa.
La Chiesa sarà la stessa dopo questo avvenimento?
Il problema del cambiamento della Chiesa, come mostra tutta la letteratura storica sulle riforme, si gioca su due livelli: l'interiore trasformazione spirituale dei credenti e la modificazione delle strutture istituzionali. Di per sé la decisione personale di Benedetto XVI di rinunciare al ministero petrino, perché non si sente più in grado di svolgerlo per l'avanzare dell'età, non incide molto su nessuno dei due ambiti. Ma può aprire nella comunità ecclesiale, e si può auspicare già nel Conclave, una riflessione sulla linea tenuta dal pontificato, sulla sua adeguatezza pastorale e missionaria, sulla sua capacità di rispondere ai bisogni degli uomini e delle donne di oggi. Dalle risposte date a queste domande dipenderà la possibilità di un cambiamento.
Luca KocciAdista online

COLPA DEGLI ITALIANI?


Elezioni, il carro degli sconfitti è sempre vuoto

"Colpa degli italiani". Il capro espiatorio del centrosinistra è già pronto. A mascherare la responsabilità di chi non ha saputo interpretare le pance degli elettori.

Cecilia M. Calamani
mercoledì 27 febbraio 2013 08:36
CRONACHE LAICHE GLOBALIST

«Apriremo il parlamento come una scatoletta di tonno». Detto, fatto. Beppe Grillo, il «buffone», il «populista», come è stato definito bipartisan, ha dato una stoccata micidiale al sistema politico-partitico italiano delle spartizioni parlamentari. Il suo risultato si somma al prevedibile disastro indotto dal Porcellum, l'orrenda legge elettorale varata dal Pdl, che con i suoi premi di maggioranza al Senato su base regionale ha rimarcato ancor di più l'ingovernabilità di un paese diviso in tre.

Maggioranze relative a parte, ha vinto il «vaffanculo!», il «mandiamoli a casa!» e sembra che la colpa sia degli italiani che hanno votato male. Non di chi non è riuscito a conquistare il loro voto. Anzi, a sentire i protagonisti di questa campagna elettorale, nessuno ha perso. Non ha perso Berlusconi, che millanta un successo strepitoso fingendo di dimenticare i risultati del 2008, rispetto ai quali la sua coalizione è scesa del 17,7 per cento alla Camera e del 16,6 al Senato. Non ha perso il centrosinistra, che si dice «prima forza politica del Paese» nonostante abbia preso addirittura meno voti di quando, cinque anni fa, ha perso le elezioni (5,9 per cento di voti in meno alla Camera e 8,5 in meno al Senato). Non ha perso Vendola, che dicendo «missione compiuta» dimostra di non aver capito che la vera «missione» non era portare in parlamento una manciata di suoi adepti ma vincere le elezioni. Non ha perso Monti, che si aspettava di meglio ma in fondo si accontenta del risultato. Non ha perso Casini, che si è sacrificato sull'altare di una coalizione centrista di più ampio respiro. Sembra che gli unici a dichiarare il fallimento siano stati Fini e Ingroia, quest'ultimo persino scaricandone la responsabilità su Bersani.

Tutto ciò ha un solo significato: nessuna tra queste mummie politiche ha capito la lezione. Gli elettori italiani non li vogliono, non si fidano, sono stufi. Sono arrivati al "tanto peggio tanto meglio" efficacemente sintetizzato dai vaffanculo grillini. Questi signori non hanno perso grazie a Grillo ma grazie a loro stessi, e se avessero l'umiltà di accorgersene dovrebbero dimettersi immediatamente da ogni carica nel loro partito.
A cominciare da Bersani, il cavallo dato per vincente in questa corsa elettorale. Primo, perché se avesse fatto una opposizione almeno decente al governo Berlusconi e non si fosse prestato a fare da servile spalla al successivo governo tecnico oggi non avrebbe perso; secondo, perché se al suo posto il Pd avesse presentato una faccia nuova in grado di cogliere il malumore e trasformarlo in rottura con il passato (ogni riferimento a Renzi è puramente voluto) le elezioni le avrebbe vinte battendo Grillo sul suo stesso terreno. Terzo, perché non è stato capace di cogliere un segnale drammatico che invece non è sfuggito e non sfugge al suo avversario naturale, Berlusconi, il quale ci ha costruito sopra non solo la sua fortuna politica, ma anche la "rimonta" dopo esser stato dato per spacciato: l'analfabetismo politico degli italiani.
Il linguista Tullio De Mauro, intervistato proprio qualche giorno fa dalFatto Quotidiano ha rivelato che più della metà degli italiani «ha difficoltà a comprendere l'informazione scritta e molti anche quella parlata» grazie all'«analfabetismo di ritorno», quel fenomeno che riguarda chi, pur avendo imparato a leggere e scrivere, a causa del disuso intellettuale non ha più le capacità di comprensione del discorso, anche politico. Il che si traduce, in tema di elezioni, in un voto «di pancia» con ovvie conseguenze per la democrazia, afferma De Mauro.
Questo aberrante dato, dallo stesso Berlusconi alimentato attraverso la sistematica distruzione della istruzione pubblica, è stato usato dal Pdl per costruire la sua fortuna politica, arrivando in questa campagna elettorale a promettere le stesse balle di sempre. Il Pd, invece, lo ha semplicemente ignorato. A quali "pance" ha parlato Bersani? Non certo a quelle deluse e rabbiose, che vedono nella casta politica il peggior nemico. Eppure, tra queste pance non ci sono solo gli analfabeti di ritorno, quelli abbagliati dal fantomatico rimborso dell'Imu, ma i giovani, più o meno colti, ai quali è precluso un futuro. Ci sono gli arrabbiati e gli sconfitti, quelli che guardano con costernazione e disgusto a un sistema politico e partitico corrotto, colluso, che si alimenta del suo stesso potere mentre il Paese va a picco.

Gira sui social network, in queste ore, uno slogan: «Quando uscite di casa, prendere a schiaffi un italiano su tre. Lui non sa perché, voi sì». Anche Piergiorgio Odifreddi, solitamente lucido e ficcante nelle sue analisi, rimarca il concetto scrivendo sul suo blog: «Il problema non sono Berlusconi o Grillo, il problema siamo noi». "Noi" che non abbiamo votato centrosinistra, cioè. Ma siccome "noi" siamo questi e questi resteremo finché una politica davvero lungimirante non si industri per elevarci da elettori "di pancia" a elettori "di testa", gli schiaffi che lo slogan invoca dovrebbero essere diretti a chi non è stato capace di incarnare il desiderio di cambiamento, di placare il grido di sfiducia. Che si alza non solo dalle pance, ma anche dalle teste di tanti elettori.
Gli schiaffi li dovrebbero prendere Bersani, il suo partito e i suoi alleati. Sono loro che hanno perso. Sono loro che non hanno saputo fornire un'alternativa, ignorando le grida che da anni vengono dal basso. Non gli italiani che, analfabeti e non, hanno solo manifestato il vuoto di cui sono per primi vittime.

Cecilia M. Calamani 

TERZA REPUBBLICA


«Seconda Repubblica: il deserto dei diritti»

Auspicando una Terza Repubblica. Torna alla memoria in questi giorni un brano del pensiero di Stefano Rodotà pubblicato sulle pagine di Repubblica il 3 gennaio scorso.

Stefano Rodotà
giovedì 28 febbraio 2013 12:31
CRONACHE LAICHE GLOBALIST

«Vent'anni di Seconda Repubblica assomigliano a un vero deserto dei diritti (eccezion fatta per la legge sulla privacy, peraltro pesantemente maltrattata negli ultimi anni, e alla recentissima legge sui diritti dei figli nati fuori del matrimonio). Abbiamo assistito ad una serie di attentati alle libertà, testimoniati da leggi sciagurate come quelle sulla procreazione assistita, sull'immigrazione, sul proibizionismo in materia di droghe, e dal rifiuto di innovazioni modeste in materia di diritto di famiglia, di contrasto all'omofobia. La tutela dei diritti si è spostata fuori del campo della politica, ha trovato i suoi protagonisti nelle corti italiane e internazionali, che hanno smantellato le parti più odiose di quelle leggi grazie al riferimento alla Costituzione, che ha così confermato la sua vitalità, e a norme europee di cui troppo spesso si sottovaluta l'importanza».
Stefano Rodotàla Repubblica (3 gennaio 2013)

IL GRILLO DELLE FAVOLE: LA VIGNETTA DI ALDO ARPE


ENNIO MONTESI SULLE DIMISSIONI DI RATZINGER

SULLE DIMISSIONI DEL RAÌS JOSEPH RATZINGER

“In tanti mi hanno chiesto, e continuano a chiedermi, quale sia il mio pensiero sulle dimissioni del criminale raìs Joseph Ratzinger, dittatore dello Stato dittatoriale cattolico-fascista del Vaticano. Non è dato saperlo e non si sapranno mai quali possano essere le vere motivazioni. Di fatto, tali dimissioni volontarie o forzate che siano, portano ad accelerare il processo irreversibile e inarrestabile della fine della più grande associazione criminale e assassina della storia, della setta fondamentalista Chiesa cattolica-Vaticano.” Ennio Montesi

TI FRUSTO POICHE' SEI STATA STUPRATA


Cento frustate perchè stuprata

Il patrigno la violentò e uccise il figlio che ebbe con lei. Il tribunale però ha condannato la quindicenne, poichè ha avuto un raspporto sessuale prima del matrimonio.
Cento frustate perchè stuprataARTICOLOTRE-Redazione- -28 febbraio 2013-Una sentenza che ha dell'assurdo. Unaquindicenne, vittima di unostupro da parte del patrigno è stata condannata da un tribunale delle Maldive a 100 frustrate per aver avuto un rapporto sessuale prima del matrimonio.
Il processo, che si è concluso dopo un anno d'odissea, è stato lo sbocco naturale di un'indagine della polizia a carico del reo patrigno della ragazza, colpevole di averla stuprataingravidata e aver poi ucciso il figlio avuto con lei. Per questo l'uomo è ancora in attesa di condanna.
Ma, intanto la ragazzina dovrà pagare per una colpa che non ha. Il governo delle Maldive, dichiaratosi contrario alla sentenza, ha promesso di cambiare la legge, in modo tale che un caso simile non si possa mai più verificare.
Zaima Nasheed, portavoce del tribunale per i minorenni, ha inoltre raccontato che la quindicenne è stata condannata anche a scontare otto mesi di arresti domiciliari in una struttura per minori, poiché non più vergine. Riguardo le frustate, le riceverà non appena avrà raggiunto i diciotto anni, sempre che lei non richieda, espressamente, che la sentenza sia anticipata.
Il mese scorso un’altra giovane ha subito la stessa sorte. Amnesty International si sta mobilitando affinchè qualcosa, anche nelle Maldive, muti.

KRUGMAN E IL VOTO


Il Nobel Paul Krugman commenta “Il bordello del voto, i politici italiani sono poco raccomandabili”

paul krugman bordello votoARTICOLOTRE-Redazione- 28 febbraio 2013-"La responsabiltà del boom dell'aspirante comico,Silvio Berlusconi, e del comico vero, Beppe Grillo, è del signorMonti, il proconsole voluto dalla Germania ad imporre austerità e schiacciare unìeconomia già in difficoltà". E' l'impietoso giudizio giudizio del premio Nobel Paul Krugman sull'esito delle elezioni politiche italiane.
Colpa di un'Europa infatuata del rigore, i cui dirigenti non hanno capito che l'aumento delle tasse avrebbe peggiorato le cose. e che non ammette che le politiche imposte ai paesi debitori hanno avuto un effetto disastroso "I sostenitori dell'austerità sono sempre più petulanti e deliranti" prosegue Krugman.
Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha ammesso di aver sottovalutato i danni che l'austerità ha inflitto, i paesi hanno visto aumentare il rapporto tra debito pubblico e Pil, con tassi di disoccupazione sempre più alti. 
Addirittura Olli Rehn, vice presidente della Commissione Europea è arrivato a dire che il programma greco avrebbe avuto una crescita duratura.
Secono Krugman "Gli osservatori esterni sono terrorizzati dalle elezioni italiane, ed è giusto così: anche se l'incubo di un ritorno di Berlusconi al potere non si materializzasse, una dimostrazione di forza da parte di Berlusconi, o di Grillo, o di entrambi destabilizzerebbe non solo l'Italia ma tutta l'Europa".
E conclude "I politici italiani sono poco raccomandabili".

LA LAMPREDA DEL NEW JERSEY: MA PERCHE' L'HANNO UCCISA?


Il mostro del New Jersey

ARTICOLOTRE, 28/2/13  Il Mostro del New Jersey è un esemplare di lampreda di dimensioni mai viste. Si raccomanda attenzione a chi è solito frequentare i fiumi
il mostro de new jerseyRedazione – 28 febbraio 2013 Nel fiume Raritan, inNew Jersey, Doug Coutler ha pescato un mostro marino dalle dimensioni insolite.
La foto ha fatto il giro del mondo ed ha aperto una discussione tra esperti su quale tipo di specie acquatica si tratti. 
Doug stesso ritiene che sia una lampreda, una tipologia di pesce che si nutre delle interiora degli altri pesci tramite una suzione branchiale. Può ingurgitarne fino a 40 chili, ed un esemplare di dimensioni tali a quella pescata da Coutler, potrebbe risultare pericolosa anche per un essere umano. Per questo è raccomandata cautela e attenzione a chi è solito fare gite ai fiumi.

SCLEROSI MULTIPLA


Sclerosi multipla. Uno studio di ricercatori torinesi smonterebbe il metodo Zamboni

sclerosi multipla metodo zamboniARTICOLOTRE-Redazione- 28 febbraio 2013-Fra il metodo Zamboni e la cura della sclerosi multipla non ci sarebbe alcuna relazione.
E’ un articolo pubblicato sulla rivista “Clinical Neurology and Neurosurgery”  a affermarlo citando uno studio del Centro Sclerosi Multipla dell’ospedale Maria Vittoria di Torino diretto dal dottor Daniele Imperiale.
La ricerca condotta su oltre 80 pazienti con sclerosi multipla e 60 soggetti di controllo, ha dimostrato – in linea con altri lavori già pubblicati in letteratura – l’assenza di un’associazione statisticamente significativa tra la CCSVI e la malattia. 
“Negli ultimi anni – spiega il dottor Daniele Imperiale, responsabile della Neurologia dell’ospedale Maria Vittoria di Torino – si è sviluppato un ampio dibattito nella comunità scientifica, amplificato grandemente dai mass media, circa la possibile relazione tra l’insorgenza della sclerosi multipla e la presenza di anomalie delle vene che drenano il sangue dell’encefalo, la cosiddetta “Insufficienza Venosa Cronica Cerebro-Spinale” descritta nel 2009 dal chirurgo vascolare Paolo Zamboni”.
 Negli studi del professor Zamboni, “la CCSVI è stata rilevata quasi esclusivamente nei pazienti con sclerosi multipla rispetto ai soggetti di controllo e questa osservazione ha portato a ipotizzare una relazione causale tra le anomalie venose e la sclerosi, relazione che non ha trovato conferma in diversi studi pubblicati,tra cui anche il nostro recentissimo lavoro”.  
La sclerosi multipla è una delle più comuni malattie del sistema nervoso centrale, che si manifesta più frequentemente tra i 20 e i 40 anni e rappresenta la causa più frequente di disabilità neurologica tra gli adulti.