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martedì 30 aprile 2013

HABLA CON GIAN DOMANI SONNECCHIERA'

Domani saremo fermi.

Tomorrow HCG will sleep.

Pour le 1er de mai HCG sera sans articles

No HCG manana

La Redazione

VIDEO: GATTI UTILIZZATI COME CAVIE PER LE PROVE DEI PEDIATRI


Video: Gatti utilizzati come cavie per le prove dei pediatri

 

USA, L’INUTILE INTUBAZIONE DEI GATTI NEI CORSI DI EMERGENZA PEDIATRICA
Lunedì, 29 Aprile 2013
PETA DENUNCIA L’UNIVERSITÀ DI SAINT LOUIS (VIDEO)
Un video ottenuto da Peta sotto copertura mostra dei gatti utilizzati per una forma crudele ed inutile di addestramento medico. Il corso Pediatric advanced life support (PALS) si tiene in moltissimi centri specializzati negli Stati Uniti. Benché siano disponibili riproduzioni a grandezza naturale, la Washington University di S. Louis continua ad utilizzare nove gatti per insegnare ai futuri medici come intubare un infante. Nel video si vedono dei praticanti affannarsi a lungo per intubare due gatti. In teoria gli animali dovrebbero essere anestetizzati, ma parecchi partecipanti attestano che i gatti hanno cominciato a risvegliarsi quando la procedura era ancora in corso. Il veterinario dell’Università spiega che ogni gatto può subire fino a 15 intubazioni per sessione e ammette che le trachee degli animali vengono spesso danneggiate durante le esercitazioni, con conseguenti emorragie, edema e patologie polmonari. Ciascuno dei nove gatti può essere sottoposto a questo trattamento fino a quattro volte l’anno per tre anni. “Come mezzo di addestramento – ricorda Cindy Tait, una degli sviuluppatori originali del corso PALS – gli animali non sono d’aiuto, perché la loro anatomia è totalmente diversa da quella dei bambini, il che può condurre fuori strada i partecipanti al corso e dare loro una falsa sensazione di fiducia nelle proprie capacità”. Anche l’American Heart Association è fortemente contraria all’uso di animali nei corsi PALS, data la disponibilità di avanzati simulatori dell’anatomia umana.
Licenza CreativeCommons: Scarica e ri-carica questo video su tuo canale!
Fonte: http://nelcuore.org/blog-associazioni/item/usa-l-inutile-intubazione-dei-gatti-nei-corsi-di-emergenza-pediatrica.html
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Tratto da: Video: Gatti utilizzati come cavie per le prove dei pediatri | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/04/30/video-gatti-utilizzati-come-cavie-per-le-prove-dei-pediatri/#ixzz2RxQDwXrq
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

I BAMBINI GRECI STANNO LETTERALMENTE MORENDO DI FAME


I bambini greci stanno letteralmente morendo di fame (New York Times, 18 aprile 2013)



a cura di Stefano Fait per IxR

Le prossime generazioni penseranno a noi con disprezzo, se non ci ribelliamo a questa carneficina, che riguarda tutti, l’intero pianeta:
http://versounmondonuovo.wordpress.com/2012/10/18/breve-lista-dei-crimini-commessi-contro-il-popolo-greco-dai-premi-nobel-per-la-pace/
*****
“Neanche nei miei peggiori incubi mi sarei aspettato di vedere la situazione in cui ci troviamo” racconta il signor Nikas. “Abbiamo raggiunto un punto in cui i bambini in Grecia stanno venendo a scuola affamati. Oggi, le famiglie hanno difficoltà non solo  a trovare lavoro, ma a sopravvivere”.
L’economia greca è in caduta libera, dopo essersi contratta del 20 per cento negli ultimi cinque anni. Il tasso di disoccupazione ha superato il 27 per cento, il più alto in Europa, e 6 persone su 10 tra chi sta cercando lavoro non lavora da più di un anno.
Queste crude statistiche stanno ridisegnando la vita delle famiglie greche, con sempre più bambini che arrivano a scuola affamati o denutriti, secondo lo stesso governo.
L’anno scorso, circa il 10 per cento degli studenti delle scuole elementari e medie ha sofferto di ciò che i professionisti della sanità pubblica chiamano “insicurezza alimentare”, cioè hanno affrontato la fame o sono stati sull’orlo di farne esperienza, ha detto la dottoressa Athena Linos, docente all’Istituto di Medicina dell’Università di Atene, che dirige anche un programma di assistenza alimentare a Prolepsis, un’organizzazione non governativa di salute pubblica che ha studiato la situazione. “Quando si tratta di insicurezza alimentare, la Grecia è ora scesa al livello di alcuni paesi africani” ha aggiunto.
[…].
Quest’anno il numero dei casi di malnutrizione è esploso. “Un anno fa, non era così”, ricorda Alexandra Perri, un’insegnante, trattenendo le lacrime. “La cosa spaventosa è la velocità con cui sta accadendo.”
Mr. Nikas, il preside della scuola elementare di Pantelis…è arrabbiato per l’indifferenza europea ai problemi della Grecia.
Non sto dicendo che dovremmo solo aspettare che gli altri ci aiutino”, ha detto. “Ma se l’Unione Europea non comincia a comportarsi come questa scuola, dove le famiglie si aiutano perché siamo una grande famiglia, siamo spacciati.


Tratto da: I bambini greci stanno letteralmente morendo di fame (New York Times, 18 aprile 2013) | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/04/30/i-bambini-greci-stanno-letteralmente-morendo-di-fame-new-york-times-18-aprile-2013/#ixzz2RxPqzstP
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LA CURIA E IL CONTO "NASCOSTO" IN SVIZZERA DI 23MILIONI DI EURO


Eredità Faac, la Curia e il conto “nascosto” in Svizzera da 23 milioni di euro


La somma era intestata a Michelangelo Manini, l’imprenditore morto un anno fa, che aveva lasciato il patrimonio della sua azienda di cancelli automatici all’Arcidiocesi di Bologna, scatenando le ire dei parenti: “‘Impossibile porli sotto sequestro perché via Altabella aveva cambiato l’intestazione del conto, vantandone titolo e diritti”
La Curia, un’eredità miliardaria e un ricco conto in Svizzera. La vicenda della mega eredità della multinazionale Faac rivela ogni giorno nuove sorprese. Ora spunta un conto all’estero da 22 milioni e 900 mila euro in una banca svizzera di Lugano. L’intestataria è l’Arcidiocesi di Bologna e quella somma arriva direttamente dal patrimonio di Michelangelo Manini, l’imprenditore morto un anno fa lasciando su questo mondo un impero economico, costruito con le fortune dell’azienda dei cancelli automatici.
Da marzo 2012, quando ne è venuta in possesso, la Curia non aveva mai riportato quella somma in Italia. ”Il conto in Svizzera lo aveva già Manini, in maniera legittima e documentata, poi è passato alla Curia”, spiega al fattoquotidiano.it l’avvocato dell’arcidiocesi Michele Sesta. Il legale poi spiega anche i motivi per cui quei soldi non sono tornati nel nostro Paese da un anno a questa parte: ”In questa situazione la Curia non ne ha disposto, non ha utilizzato quei soldi e quindi il conto è rimasto lì com’era senza alcuna operazione”.
In realtà anche un altro conto di Manini era all’estero al momento della morte del manager: 250 mila dollari a Pamplona, in Spagna. Ma quei soldi sono stati subito convogliati in Italia dall’Arcidiocesi esequestrati. Diversa la situazione del conto elvetico. Secondo i parenti di Manini quei soldi ”non era stato possibile porli sotto sequestro perché la Curia aveva cambiato l’intestazione del conto, vantandone titolo e diritti”. Ora con la comunicazione dei nuovi dati, anche quei 23 milioni dovrebbero finire sotto custodia giudiziaria.
Il giudice del tribunale civile di Bologna Maria Fiammetta Squarzoni il 26 marzo scorso aveva invitato la Curia bolognese a trasferire su un conto corrente e su un deposito titoli ad hoc 36,5 milioni, dispersi tra i diversi conti a lei intestati e che mancavano ai 122 milioni che erano nell’inventario dei beni di Manini. Non solo, il magistrato aveva chiesto all’Arcidiocesi, guidata dal cardinale Carlo Caffarra, di indicare il numero del conto corrente nel quale aveva depositato 14,5 milioni, corrispondenti ai dividendi della Faac.
Tutto infatti è attualmente sotto sequestro, nell’ambito del procedimento sull’eredità della multinazionale che circa un anno fa, alla morte del patron Michelangelo Manini, venne lasciata all’arcidiocesi di Bologna con un testamento che i parenti di Manini hanno poi impugnato. Proprio in attesa del processo che deciderà chi erediterà l’azienda leader dei cancelli automatici, le azioni di Manini della Faac (66 %) e tutto il suo patrimonio (si parla di 1,7 milioni di euro) sono stati sequestrati e affidati a un custode, il professor Paolo Bastia, non senza una strenua opposizione dei legali della Curia.
Ora quei soldi chiesti alcune settimane fa sembrano finalmente essere stati messi a disposizione, ma durante l’udienza l’avvocato dei parenti, Rosa Mauro, ha chiesto di quel conto in Svizzera intestato a Manini. E la Curia ha spiegato che il conto da 22 milioni di euro è sempre lì, nella stessa banca della città elvetica, anche se nel frattempo l’Arcidiocesi si è intestata la titolarità. Al Fatto quotidiano il legale della Curia assicura che non ci sono altri conti esteri intestati alla Chiesa: ”C’è solo un rapporto assicurativo aperto all’estero, una cosa un po’ particolare, che poi è rimasta com’era con Manini”, spiega Sesta. Il rapporto assicurativo è in Lussemburgo e anche questo è finito nell’inventario del custode giudiziario. ”Spesso non siamo d’accordo col giudice”, conclude l’avvocato Sesta. ”Tuttavia abbiamo sempre ottemperato alle sue decisioni”.
Con un fatturato di oltre 200 milioni nel 2011 e 1.400 dipendenti in tutto il mondo, l’azienda Faac di Zola Predosa è uno leader del mercato dei cancelli automatici. Michelangelo Manini al momento della morte possedeva ancora il 66% dell’impero fondato dal padre Giuseppe nel 1965, il restante 34 % è dei francesi della Somfy. Con il sequestro delle azioni Manini alla fine del 2012 e con l’arrivo del custode giudiziario, il cda dell’azienda, in cui la Curia aveva nel frattempo messo i suoi uomini, non è stato modificato, ma gli utili rimarranno in mano al custode.


Tratto da: Eredità Faac, la Curia e il conto “nascosto” in Svizzera da 23 milioni di euro | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/04/30/eredita-faac-la-curia-e-il-conto-nascosto-in-svizzera-da-23-milioni-di-euro/#ixzz2RxPUufHv
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RELIGIONI E TABU': ECCO IL KAMASUTRA PER EBREI ULTRA ORTODOSSI


Religioni e tabù, ecco il kamasutra per ebrei ultra ortodossi

In Israele la sessualità è un argomento delicato specie tra i conservatori. Ma un terapeuta di Gerusalemme ha scritto una guida espressamente dedicata a loro.


Bbc
martedì 30 aprile 2013 
CRONACHE LAICHE


Un tempo c'era un sexy shop lungo la strada per andare allo studio del dottor David Ribner, nel centro di Gerusalemme. L'insegna è ancora al suo posto, con grandi lettere rosse, e c'è scritto Sex shop, Sex, Love. Ma si fa fatica a leggere perché le parole sono state graffiate via. Il negozio è fallito e ora non è rimasto che un solo sexy shop in tutta Gerusalemme. Considerato il luogo, la città dell'ortodossia ebraica, in realtà non c'è da sorprendersi. Per fortuna le cose vanno in tutt'altro modo nello studio del dottor Ribner, dove campeggia una fila di scatole piene di lubrificanti, oli per massaggi, vibratori - e una insolita collezione di libri sugli scaffali: La gioia del sesso e altri volumi del genere accanto a testi religiosi ebraici. Faccio notare a Ribner che non ho mai visto una libreria del genere. «Probabilmente non ce ne sono», mi risponde lui.
Il dottor David Ribner è nato negli Stati Uniti. A New York è stato ordinato rabbino e ha preso il dottorato in scienze sociali. Poi si è trasferito in Israele, dove è stato al servizio di devoti pazienti ebrei per 30 anni. Ha fondato un corso di terapie sessuali all'università Bar-Ilan di Tel Aviv. Secondo Ribner, la pubblicazione di un manuale sessuale per ebrei ortodossi era un gesto dovuto. Tra gli ebrei ultraortodossi l'educazione dei maschi e delle femmine si svolge separatamente; ragazzi e ragazze non hanno contatti fra loro fino alla prima notte di nozze, quando ci si aspetta che consumino il loro matrimonio. Ogni contatto con il genere opposto, anche solo una stretta di mano, è permesso esclusivamente tra membri della stessa famiglia, e l'accesso a libri e internet è spesso oggetto di forti restrizioni. Così la Guida all'intimità fisica tra sposi novelli, il manuale che Ribner ha scritto insieme alla ricercatrice ortodossa Jennie Rosenfeld, parte dalle basi: ad esempio spiega la differenza anatomica tra uomini e donne.

Secondo Ribner la religione ebraica vede il sesso come qualcosa di positivo, ma parlarne apertamente è diventato un tabù. «Il sesso nel contesto coniugale è considerato appropriato», spiega lo studioso. «Oltre, però, non si va. Per questo motivo è diventato praticamente impossibile parlarne». Nella comunità ebraica ortodossa esistono già manuali per i futuri sposi e per le future spose, ma impiegano una terminologia allegorica e vaga. Non ci sono istruzioni esplicite in materia di rapporti sessuali: il libro di Ribner si inoltra dunque in un territorio inesplorato. A scorrerne le pagine salta agli occhi che non ci sono illustrazioni. C'è invece una busta allegata che contiene disegni sessualmente espliciti e un avviso: chi non intende guardarli, getti via l'intera busta. Ribner la apre per mostrarmi il contenuto. Ci sono tre schemi di posizioni sessuali. «Era nostra intenzione spiegare non solo dove mettere i genitali, ma anche come sistemare gambe e braccia», commenta Ribner. «Chi non ha mai visto un film e non ha mai letto un libro, come può sapere come si fa?». I disegni sono semplici, senza volto «per renderli accettabili dalla maggior parte della popolazione senza rischiare di risultare offensivi».
Si ritiene comunemente che gli ebrei ultraortodossi facciano sesso attraverso un buco praticato in un lenzuolo. In realtà secondo Ribner si tratta di una credenza senza fondamento: «Non ci sono prove che attestino che gruppi ortodossi facciano sesso in tal modo. Non accade oggi e non è accaduto nella storia. Non si cita niente del genere in nessun testo della comunità ebraica». Il libro di Ribner è stato adottato anche dal sessuologo di Gerusalemme David Carmi, che lo ha suggerito ad alcuni dei suoi pazienti in quanto «è un valido aiuto per chi, per motivi religiosi, non ha ricevuto alcuna educazione sessuale». Il sesso è un aspetto fondamentale delle relazioni coniugali degli ebrei ultraortodossi, dove oltretutto avere tanti figli è considerato un bene. Ma gli ebrei ortodossi vengono istruiti per la maggior parte in istituti religiosi dove l'educazione sessuale non esiste affatto. Tale silenzio crea una barriera di riserbo intorno all'argomento e chi cerca di autoeducarsi al sesso viene considerato «ribelle e sovversivo», come spiega Carmi.

Il libro di Ribner, uscito lo scorso anno in inglese, sta per essere pubblicato anche in ebraico: questo lo renderà maggiormente accessibile al pubblico di Gerusalemme. Ribner racconta che non è stato facile trovare un traduttore con la mentalità sufficientemente aperta e al tempo stesso con un background ebraico ortodosso. Il problema era tradurre il libro con le parole giuste per renderlo appetibile a un lettore devoto. Il libro usa un linguaggio diretto e affronta argomenti scomodi, inclusi il sesso orale e la masturbazione. Secondo Menachem Friedman, professore di sociologia e autore di numerosi libri sulla comunità ebraica ultraortodossa, l'uscita del libro di Ribner in ebraico non mancherà di suscitare polemiche. «Mi aspetto che la pubblicazione incontrerà reazioni negative, quantomeno presso le falangi estreme della comunità ultraortodossa», dice Friedman. Ma è d'accordo sul fatto che tale libro sia necessario, specie per una giovane coppia di sposi per i quali può essere assai traumatico passare, nel giro di una sola notte, da uno stato di totale separazione dei generi al rapporto sessuale completo.
Per testare le possibili reazioni, prendo una copia del libro e la porto in un centro studi della comunità ebraica ortodossa dove incontro un ventiduenne con il cappello nero e la barba d'ordinanza. Entriamo in una stanza e gli mostro il libro di Ribner. «Non conosco alcun libro del genere», mi dice. «Ma penso che ci sia necessità di spiegare l'argomento e di comprenderlo nel modo giusto». Mi porta di sopra, dove non c'è in giro nessuno, per dare un occhio alle illustrazioni. Ma proprio mentre sta per togliere i disegni dalla busta che li contiene, cambia idea e rimette dentro il plico. «Non sono ancora sposato», mi dice. «Devo aspettare che arrivi il mio turno».

Daniel Estrin

Articolo originale su Bbc, traduzione di Belinda Malaspina

LE RELIGIONI E LA MISURA DEL TEMPO


Le religioni e la misura del tempo

Anche nell'ambito della misura del tempo, il pensiero religioso risulta oramai antiquato e superato.

Pietro Zocconali
venerdì 26 aprile 2013 
CRONACHE LAICHE

Gli esseri umani, sin dai primordi della civiltà, hanno molto presto imparato a riconoscere i cicli lunari (i primi mesi) e gli anni solari, ai quali hanno iniziato a dare una numerazione. Si può immaginare quanta confusione poteva scaturire su questa tematica, tra le varie popolazioni della Terra: i grandi saggi di ogni tribù, quasi sempre coincidenti con i "grandi sacerdoti", portavano avanti una certa numerazione, avendo adottato un certo anno "numero uno" di riferimento, che ricordava, magari, la nascita o la morte di qualche importante e carismatico uomo politico o di religione del posto, o a perenne ricordo di un evento memorabile, positivo o negativo, vero o inventato.
Cercando di effettuare un riepilogo sui principali sistemi di misurazione del tempo, sappiamo che uno dei primi calendari adottati, quello degli antichi egizi, benedetto dal faraone, dio in terra, teneva conto di eventi legati alle inondazioni del Nilo; ma soprattutto, a scandire il passare degli anni, c'era un fenomeno, conosciuto dagli astronomi, che accadeva con precisione estrema: corrispondeva al sorgere della stella Sirio che si osservava, alla latitudine di Menfi, al crepuscolo del mattino del 19 luglio.
Il calendario dell'antica Grecia era già composto da dodici mesi, alcuni di 29 giorni e altri di 30; si adottava così un anno di 354 giorni. Rispetto all'anno solare che conosciamo, mancavano ancora undici giorni. Gli antichi Greci, ad ogni modo, non riuscivano ad accordarsi su un calendario uniforme, e ogni città celebrava un diverso "primo dell'anno".
Nell'antica Roma un calendario già abbastanza efficiente fu riformato e adottato da Giulio Cesare; finalmente vennero istituiti cicli di quattro anni: tre anni di 365 giorni seguiti da uno di 366. Ed è incredibile come da allora rimane fissata la successione attuale dei mesi.

Prima di giungere ai giorni nostri, infine, l'ultima riforma, nel Medioevo, è stata quella relativa al Calendario Gregoriano. Papa Gregorio XIII, infatti, nel 1582 riformò il calendario, facendolo partire dall'anno 1 con la nascita di Cristo ed aggiornò in modo più scientifico la regola degli anni bisestili ancora oggi in uso. Infine, su consiglio dell'astronomo Clavius, soppresse i giorni dal 5 al 14 ottobre 1582 (dieci giorni), per ovviare al ritardo accumulato nei secoli dal calendario di Giulio Cesare; per essere precisi, dopo la mezzanotte del mercoledì 4 ottobre 1582 si è passati a venerdì 15 ottobre. Una curiosità: un antico noto proverbio dice che "santa Lucia è il giorno più corto che ci sia". Ciò sta a testimoniare che prima della riforma di Gregorio XIII, il 13 dicembre era veramente la giornata con il più breve intervallo di luce solare tra alba e tramonto, data spostatasi dopo la riforma intorno al 21 dicembre. Sta a dimostrare inoltre che la chiesa romana, sin dagli albori, aveva iniziato a commemorare santi, martiri e ricorrenze varie legandoli ai giorni dell'anno, e santa Lucia era ed è festeggiata in quel giorno di dicembre.
Noi siamo abituati a Internet, abbiamo nelle nostre stanze quello che qualcuno ha chiamato il nuovo focolare: il televisore; ma allora, più si era lontani da Roma e più tardi giungevano e soprattutto venivano accettate e messe in atto le decisioni papali: per dare un'idea, nelle "lontane" Svezia e Gran Bretagna il "Calendario Gregoriano" entrò in vigore soltanto 170 anni dopo. È bene sapere, comunque, che questo calendario, essendo adottato da nazioni sotto l'influenza della religione cristiana, non è adottato in tutti i continenti, poiché diverse nazioni (con qualche miliardo di esseri umani) seguono altre datazioni; vivono non solo in un altro giorno dell'anno, ma anche in un altro anno, indipendentemente dalla data di nascita di Gesù.

In concomitanza con il nostro 2010 d.C., tanto per fare qualche esempio, anno più, anno meno, in Cina stavano tranquillamente vivendo il 4706-7; in India, dipendendo delle varie religioni, il 2065-6, il 1936 o il 5112 (ma come fanno?); ancora, nell'Islam stanno vivendo il 1431-32, in Israele il 5770-71, in Giappone il 2570, in Iran e presso i curdi il 1388-9, nello Sri Lanka il 2553-4, in Eritrea il calendario copto riporta il 1726-7.
Teoricamente, riformando di nuovo il calendario, o meglio, la numerazione degli anni, per far contenta tutta l'umanità, si potrebbe partire con l'anno 1 prendendo in considerazione l'anno solare in cui è apparso il primo uomo sulla Terra, ma quello è chiaramente impossibile da determinare. Magari si potrebbe chiamare anno 1 l'anno in cui si è verificata la prima testimonianza dell'intelligenza umana sulla Terra; ma è difficile determinare anche quello, poiché con i ritrovamenti archeologici sarebbe sempre più retrodatabile, con conseguente resettaggio di tutta la datazione. Si potrebbe partire dal 9000 a.C., periodo fissato come inizio dell'"Età Neolitica" e quindi della storia dell'uomo. Ma se poi venisse ritrovato qualche reperto archeologico ascrivibile al neolitico e risalente ad epoche precedenti?
Ci si dovrà accontentare per ora dell'attuale datazione adottata dagli "occidentali", un po' troppo "cristianocentrica", mi si passi il termine; non si può non notare come sia unilaterale, al limite dell'irrispettoso verso le altre religioni praticate sulla Terra, e anche verso chi non segue nessuna religione e che, magari, vorrebbe che l'anno 1 coincidesse con la nascita di Galileo, di Leonardo, Einstein o Vasco Rossi (ognuno è libero di credere o non credere, venerare o no chi gli pare). D'altronde quasi un secolo fa un certo uomo politico italiano, riuscendo ad avere una certa influenza, decise di ricominciare dall'anno uno "dell'era fascista", e il suo conteggio è andato avanti per una ventina di anni.
Scrive il sociologo Francesco Alberoni (da Il mistero dell'innamoramento): I grandi movimenti inaugurano una nuova era, un ricominciamento del tempo. Il cristiano incomincia a contare il tempo dalla nascita di Cristo, l'islamico dall'Egira. (.) Lo stato nascente di ogni nuovo movimento costituisce esso stesso il tempo divino delle origini. Con esso ha origine il mondo, ha inizio una nuova era. Novus ordo saeculorum.
In conclusione, sembra proprio incredibile che ai nostri giorni, raggiunta ormai la globalizzazione, non sempre termine negativo, con l'opportunità per ogni popolo della Terra ha di essere in contatto con tutti gli altri, è strano che non si sia ancora trovato un modo unico di conteggiare il tempo, a prescindere dalle religioni e dai sacerdoti, magari affidandosi agli uomini di scienza; un modo universale di conteggio di giorni, mesi, anni, che risulterebbe una panacea per ogni tipo di interazione a livello internazionale. Qualcosa, insomma, che ricalchi quanto fu fatto ad opera della Rivoluzione francese, sulle orme dell'Illuminismo, per unificare e razionalizzare i sistemi e le unità di misura con la creazione del sistema metrico-decimale.

A voler complicare di più l'argomento, si sa che la lunghezza dei nostri anni dipende dai giri effettuati dal nostro pianeta intorno al Sole. Ad esempio il pianeta Mercurio, il più vicino al Sole, per effettuare la sua rivoluzione impiega circa 88 giorni terrestri, mentre Plutone impiega circa 248 anni terrestri. Mi chiedo cosa succederà, a causa del nostro sistema di conteggio del tempo dipendente dai giri della Terra intorno al Sole, quando inizieremo a colonizzare veramente lo spazio, e soprattutto quando entreremo in contatto con intelligenze extraterrestri. Quel giorno saremo costretti ad adottare una datazione universale, indipendente dal tempo della rotazione terrestre, e meno che mai dalla nascita di Cristo o dall'Egira, fenomeni molto campanilistici e di nessuna rilevanza per le intelligenze provenienti da altri sistemi stellari o addirittura da altre galassie.
Per risolvere il problema l'unica soluzione sarà quella di adottare una data astrale, un'unica numerazione che prescinderà dai tradizionali giorni, mesi, anni terrestri; un numero assoluto valido in tutto il grandioso sistema universale e scandito come da un battito atomico. Come dire che anche nell'ambito della misura del tempo, così come dovrebbe essere nella bioetica, nel diritto, nella cosmologia, nell'antropologia, nell'epistemologia ecc., le religioni hanno fatto il loro tempo, e che la parola, finalmente, passi alla Scienza, alla Ragione dell'Uomo, all'oggettività.

Pietro Zocconali, sociologo e presidente Associazione nazionale sociologi 

REDDITO MINIMO: LE CONDIZIONI PER FARLO


      L’esperienza del reddito di garanzia nella provincia di Trento dimostra che anche nel nostro paese si possono avviare serie misure contro la povertà, basate sul criterio dell’universalismo selettivo, senza far saltare i bilanci pubblici. A patto però di rispettare alcune condizioni.
    LE MOLTE OMBRE DELLE ESPERIENZE ITALIANE
    Nel dibattito politico si riaffaccia il tema del reddito minimo (garantito, di inserimento, di solidarietà attiva, di inclusione, o come lo si voglia chiamare). Di recente Tito Boeri e Roberto Perotti (LINK) hanno riaperto con lucidità la discussione.
    L’arretratezza della situazione italiana risalta vistosamente dal confronto con i paesi dell’Unione Europea. (1) Ma emerge altrettanto crudamente se si guarda a gran parte delle esperienze italiane di contrasto della povertà che si sono succedute negli ultimi quindici anni, a partire dal reddito minimo di inserimento (Rmi), e dallo stesso modo confuso con cui l’argomento è affrontato nel discorso pubblico.
    Nel 1998 il Rmi era decollato in maniera promettente, come sperimentazione su piccola scala – in una quarantina di comuni – orientata ad “apprendere dall’esperienza” in vista di una auspicabile generalizzazione del programma alla scala nazionale.
    Ma le cose sono procedute in maniera contraddittoria e confusa, a causa di due cesure, dovute rispettivamente al ciclo politico e al riassetto in chiave “federalista” introdotto dalla riforma costituzionale del 2001.
    Al ciclo politico si devono la chiusura dell’esperienza del Rmi, sostituito con la Legge finanziariaper il 2004 da un fantomatico “reddito di ultima istanza”, mai attuato. Ancora più solerte, poi, è l’abrogazione, dopo una manciata di mesi, nel maggio 2008, del reddito di base del Friuli Venezia Giulia, decollato nel settembre 2007. In entrambi i casi, ciò avviene col subentro di un’amministrazione di centrodestra a una di centrosinistra. E non si tratta soltanto di chiusure di specifiche esperienze, ma di cambiamenti di rotta, che accantonano la prospettiva stessa di un’organica politica di contrasto della povertà in favore di molteplici interventi che poggiano sul tradizionale impianto categoriale del welfare italiano, su maggiori margini di discrezionalità, su un sovraccarico di compiti affidati agli enti locali, per di più accompagnato da trasferimenti di risorse magri quando non decurtati.
    La riforma costituzionale del 2001 comporta l’ulteriore spostamento delle competenze in tema di assistenza sociale dallo Stato alle Regioni. Stimola sì l’iniziativa delle Regioni, ma è un’iniziativa tanto vivace quanto segnata da inadeguatezze. Esemplari, in proposito, sono le carenze, quando non le incongruenze, del reddito di cittadinanza (!) della Campania e del reddito minimo garantito delLazio. Due le evidenze salienti, e preoccupanti.
    La prima è che si parla di «sperimentazione», ma in sostanza si afferma che i programmi sonoprovvisori, di breve durata, segnati dalle ristrettezze del bilancio.
    La seconda è che si imbocca l’illusoria strada dei pronunciamenti enfatici (il titolo della legge campana è rivelatore), affiancati da programmi che li contraddicono: nelle due Regioni l’intervento consiste, di fatto, nel solo trasferimento monetario, per di più in cifra fissa quindi neppure correlato ai fabbisogni delle famiglie povere (nel Lazio addirittura è su base categoriale e personale); vi è un forte razionamento, sicché la percentuale di beneficiari rispetto ai richiedenti ammissibili è decisamente bassa.
    In sostanza, non si sono venuti consolidando strumenti in grado di dare attuazione a un coerente, progressivo impegno sul versante della lotta alla povertà. E c’è da interrogarsi se ci sia, nelle classi dirigenti, così come nell’opinione pubblica, adeguata consapevolezza dei termini del problema. Ne sono una spia la sciatta disinvoltura con cui in appelli pubblici si parla, vagamente, di “reddito di cittadinanza”; o tout court il fatto che lo si nomini a sproposito, quanto si avanza una proposta (dal Movimento 5 Stelle, se ben capiamo) che nulla c’entra: quella di un reddito minimo a termine, di tre anni, per i senza lavoro .
    IL CASO DELLA PROVINCIA DI TRENTO
    Ma un serio, sostenibile, reddito minimo si può cominciare a realizzare. A breve, Acli e Caritas lanceranno un “patto aperto contro la povertà”, che poggerà su una circostanziata proposta di introduzione progressiva del “reddito di inclusione sociale”. (2)Inoltre, qualcuna delle esperienze in atto si iscrive fra le virtuose. Il caso più recente è quello del reddito di garanzia (Rg) della provincia autonoma di Trento: un trasferimento monetario che porta a6.500 euro annui il reddito disponibile equivalente (in base all’Icef, l’indicatore della situazione economica familiare trentino, una versione affinata dell’indicatore nazionale), accompagnato da azioni di integrazione sociale e di attivazione al lavoro.
    I lineamenti amministrativi e finanziari del Rg sono stati recentemente illustrati su questo sito da Gianfranco Cerea. Qui ci soffermiamo su analisi della sua equità ed efficacia, che l’Istituto per la ricerca valutativa sulle politiche pubbliche (Irvapp) ha iniziato a condurre dal momento in cui il programma è stata disegnato.
    Un primo indicatore del grado di equità di una politica di sostegno al reddito (e l’unico che qui considereremo) è costituito dal fatto che sia molto alta la proporzione dei beneficiari che hanno davvero titolo per riceverla, che non ci siano cioè falsi positivi”. Nel corso del primo anno di applicazione della misura (2010), gli uffici della provincia di Trento – attraverso accurati controlli – hanno accertato che circa il 7 per cento delle famiglie inizialmente ammesse alla misura non rispettavano le condizioni di ammissibilità. I controlli sono stati poi rafforzati affiancando all’Icef un “controllo dei consumi” e attraverso interventi della Guardia di finanza. La numerosità dei falsi positivi si è sensibilmente ridotta e si può ragionevolmente assumere che oggi la loro presenza sia pressoché nulla.
    La questione più importante che pone un programma quale il Rg trentino riguarda, però, la sua capacità di migliorare le condizioni di vita delle famiglie beneficiarie. Su questo argomento, Irvapp ha svolto una rigorosa valutazione degli effetti secondo l’approccio controfattuale. Sono state condotte due rilevazioni, a distanza di due anni l’una dall’altra (2009 e 2011), su un campione di 600 famiglie che hanno avuto accesso al Rg e su un campione di oltre 900 famiglie con reddito disponibile equivalente superiore, ma non troppo, alla soglia dei 6.500 euro annui e si sono misurate le variazioni nelle condizioni di vita rispettivamente registrate dai due campioni, nel biennio. Si è quindi calcolata la differenza fra queste variazioni – la cosiddetta differenza nelle differenze: nella ragionevole ipotesi che in assenza del Rg sarebbero state le stesse nei due gruppi, questa differenza fornisce una credibile stima degli effetti del programma. I risultati principali sono riassunti nella tavola che segue. Essa riporta la media dei miglioramenti (o peggioramenti) in alcuni significativi ambiti delle condizioni di vita conosciuti dalle famiglie trattate e imputabili causalmente al Rg.
    Tavola: Valutazione degli effetti del RG sui fenomeni di deprivazione materiale, sulla spesa per consumi e sulla partecipazione al mercato del lavoro nell’arco dei due anni seguenti all’ingresso nel programma, secondo la nazionalità del capo-famiglia. Valori medi.
    Condizioni di vita
    Nazionalità del capo-famiglia
    Italiana
    Straniera
    Probabilità di vivere in condizioni di deprivazione
    -0,04
    -0,16**
    Spesa mensile per consumi alimentari (in euro)
    -7,12
    +96,99*
    Spesa mensile per beni durevoli (in euro)
    +113,50*
    +75,85*
    Tasso percentuale di partecipazione alla forza lavoro
    -4,86
    +5,93*
    Tasso percentuale di disoccupazione
    - 6,05*
    +4,02
    * p˂0,10; ** p˂0,05
    Fonte: Irvapp, 2012, Rapporto preliminare sugli impatti del reddito di garanzia nel periodo ottobre 2009-ottobre 2011, a cura di N. Zanini.
    Dai dati si possono trarre interessanti conclusioni sul Rg:
    • ha effetti più marcati tra gli immigrati che tra i nativi, per la buona ragione che tra le famiglie che hanno accesso al Rg, le condizioni di vita dei primi sono mediamente peggiori;
    • produce una riduzione dei rischi di trovarsi in condizioni di severa deprivazione materiale e lo fa in misura davvero incisiva nel caso delle famiglie immigrate;
    • aumenta significativamente le capacità di spesa mensile per alimentari degli immigrati, ma non per i nativi (per i quali rimane sostanzialmente invariata), perché questi ultimi appartengono molto più spesso dei primi a famiglie di dimensioni assai ridotte, composte da soggetti anziani e con minori bisogni di carattere alimentare;
    • consente significativi incrementi della spesa mensile in beni durevoli, e lo consente più per i nativi che per gli immigrati proprio perché i primi devono sostenere minori spese alimentari.
    • le misure di attivazione previste dal Rg non producono effetti incisivi sull’occupazione (si noti che le variazioni nel tasso di partecipazione alla forza lavoro e nel tasso di disoccupazione sono dello stesso segno, peraltro negativo per i nativi e positivo per gli immigrati). Naturalmente, quest’ultimo risultato va giudicato alla luce della generale contrazione dell’occupazione indotta dalla crisi economica e tenendo conto che, in ogni caso, il Rg non genera alcun disincentivo alla partecipazione al mercato del lavoro.
    GLI INSEGNAMENTI DELL’ESPERIENZA TRENTINA
    L’esperienza del Rg trentino in atto, ormai, da tre anni e mezzo, dimostra che è possibile dar vita, anche nel nostro paese, a serie misure contro la povertà basate sul criterio dell’universalismo selettivo, senza per questo far saltare i bilanci pubblici.
    In particolare, il Rg trentino prova che quegli obiettivi possono essere raggiunti a condizione: (i) di modulare l’ammontare e la durata delle erogazioni in rapporto alla consistenza dei reali bisogni dei beneficiari, (ii) di controllare sistematicamente il rigoroso rispetto delle condizioni di ammissibilità alla misura e iii) di accompagnare il sostegno monetario con interventi di attivazione rispetto al mercato del lavoro. In effetti, il costo medio annuo della misura trentina è stimabile in 16 milioni di euro, pari a meno di 3 euro al mese per residente.
    L’esperienza del Rg dimostra, infine, che le misure di reddito minimo richiedono un attento, quasi quotidiano, governo del loro funzionamento al fine di renderle via via più efficienti, eque ed efficaci. Questi risultati possono essere raggiunti solo se al disegno “politico” e “amministrativo” della misura si accompagna, fin dall’inizio, il disegno “tecnico” della sua valutazione; se quest’ultima si configura anche come rigorosa valutazione degli effetti, improntata alla logica controfattuale, e non solo come generico monitoraggio di carattere amministrativo e contabile;  infine, se gli esiti della valutazione di impatto sono presi in seria considerazione da quanti rivestono le responsabilità politiche e amministrative.
    (1) Vedi recentemente Perazzoli G., “Reddito minimo garantito: ce lo chiede l’Europa”, Micromega, 3, 2013, pp. 175-187.
    (2) Buona parte delle valutazioni sull’esperienza italiana vengono da Spano P., U. Trivellato e N. Zanini, “Le esperienze italiane di misure di contrasto della povertà: che cosa possiamo imparare?”; Quaderno tecnico n 1, 2013, che sarà presto disponibile nei siti di Acli e Caritas.