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domenica 30 giugno 2013

MARGHERITA HACK: L'INTERVISTA DELL'EDITORE SU INCHIESTA ON LINE. ECCO IL LINK. COPIATELO, LEGGETELO E DIFFONDETELO.

http://www.inchiestaonline.it/ricerca-e-innovazione/quattro-interviste-a-margherita-hack/

sabato 29 giugno 2013

IN RICORDO DELLA NOSTRA GRANDE AMICA MARGHERITA HACK


MARGHERITA HACK



Addio ad una cara amica che ha lavorato con me nella serie tv "Senza perdere mai un giorno". Quando andammo a Trieste a girare la scena successe una cosa divertentissima.

Partimmo un sabato per girare la domenica. Avevo ancora la macchina vecchia che ci lasciò a piedi a 200 km da Trieste. Per fortuna era solo la benzina finita. Scavalcammo, con Lorenzo Giordano, co-regista e co-produttore della serie, il guard rail dell'autostrada e c'infilammo in piena campagna Veneta (eravamo ancora in Veneto) in direzione "casa sconosciuta". Ci accolse un signore con grande simpatia e ci diede la benzina per poter arrivare al prossimo distributore.

Gli raccontammo dove stavamo andando e sorrise con ulteriore dose di simpatia.

Arrivammo a Trieste dopo vari peripezie e arrivai da Margherita che già avevo incontrato diverse volte per il nostro discorso sull'ateismo e sul vegetarianesimo.

Come sempre, con il suo tipico accento Triestino (ehehe, toscano, ovviamente), mi ricevette con gioia e simpatia e il nostro abbraccio fu sincero e sentito.

Anche il suo compagno fu felice d'incontrarmi e, dopo aver parlato del più e del meno tirai fuori il foglio con la parte che avrebbe dovuto recitare.

Nella stanza adiacente, i ragazzi stavano montando le luci e preparando la stanza per la scena.

Margherita, prima di leggere, mi disse che era entusiasta di partecipare con me a questo importantissimo progetto sul lavoro. "Una serie sul lavoro! E' una cosa davvero eccezionale. Ma che parte devo fare, io?"

Non le avevo ancora accennato niente. Semplicemente, aveva accettato sulla fiducia reciproca. Poi lesse la parte e me ne disse di tutti i colori.

La parte che doveva recitare era quella di una medium che frega i soldi ad un malcapitato disoccupato che non sa più dove sbattere la testa e si reca da lei nella speranza di risolvere il suo declino di uomo e di essere umano.

Poi mi sorrise e mi disse: "Io che faccio la medium. Mah! L'è davvero 'na gran trovata! Mah! Fammi un pò leggere bène!"

Lesse la parte in due minuti e provammo subito. A novant'anni non aveva avuto bisogno di leggerla più di una volta. Recitò senza sbagliare mai un colpo. Dovemmo fare più riprese ma lei non sbagliò mai. Sempre precisa, allegra, imponente nella sua maestosa eleganza ed intelligenza.

Di quelle che non se ne trovano e, ahimé, non se ne troveranno mai più.

Un abbraccio da tutti noi.

Non occorre firmare.

IN RICORDO DELLA NOSTRA GRANDE AMICA MARGHERITA HACK


MARGHERITA HACK



Addio ad una cara amica che ha lavorato con me nella serie tv "Senza perdere mai un giorno". Quando andammo a Trieste a girare la scena successe una cosa divertentissima.

Partimmo un sabato per girare la domenica. Avevo ancora la macchina vecchia che ci lasciò a piedi a 200 km da Trieste. Per fortuna era solo la benzina finita. Scavalcammo, con Lorenzo Giordano, co-regista e co-produttore della serie, il guard rail dell'autostrada e c'infilammo in piena campagna Veneta (eravamo ancora in Veneto) in direzione "casa sconosciuta". Ci accolse un signore con grande simpatia e ci diede la benzina per poter arrivare al prossimo distributore.

Gli raccontammo dove stavamo andando e sorrise con ulteriore dose di simpatia.

Arrivammo a Trieste dopo vari peripezie e arrivai da Margherita che già avevo incontrato diverse volte per il nostro discorso sull'ateismo e sul vegetarianesimo.

Come sempre, con il suo tipico accento Triestino (ehehe, toscano, ovviamente), mi ricevette con gioia e simpatia e il nostro abbraccio fu sincero e sentito.

Anche il suo compagno fu felice d'incontrarmi e, dopo aver parlato del più e del meno tirai fuori il foglio con la parte che avrebbe dovuto recitare.

Nella stanza adiacente, i ragazzi stavano montando le luci e preparando la stanza per la scena.

Margherita, prima di leggere, mi disse che era entusiasta di partecipare con me a questo importantissimo progetto sul lavoro. "Una serie sul lavoro! E' una cosa davvero eccezionale. Ma che parte devo fare, io?"

Non le avevo ancora accennato niente. Semplicemente, aveva accettato sulla fiducia reciproca. Poi lesse la parte e me ne disse di tutti i colori.

La parte che doveva recitare era quella di una medium che frega i soldi ad un malcapitato disoccupato che non sa più dove sbattere la testa e si reca da lei nella speranza di risolvere il suo declino di uomo e di essere umano.

Poi mi sorrise e mi disse: "Io che faccio la medium. Mah! L'è davvero 'na gran trovata! Mah! Fammi un pò leggere bène!"

Lesse la parte in due minuti e provammo subito. A novant'anni non aveva avuto bisogno di leggerla più di una volta. Recitò senza sbagliare mai un colpo. Dovemmo fare più riprese ma lei non sbagliò mai. Sempre precisa, allegra, imponente nella sua maestosa eleganza ed intelligenza.

Di quelle che non se ne trovano e, ahimé, non se ne troveranno mai più.

Un abbraccio da tutti noi.

Non occorre firmare.

SID: ECCO CHI CI SPIA


Venerdì 28 Giugno 2013 15:05


CONTROPIANOSID. Il "Grande Fratello" da oggi c'è e ci spia
La lotta all'evasione è una cosa seria, ma la schedatura di massa dell'intera società, forse lo è anche di più. Quando le buone cause nascondono in pancia le vere minacce alla democrazia. Da domani finiremo tutti dentro il Sid. L'acronimo non corrisponde più ai servizi segreti dell'epoca delle stragi di stato ma a Sistema di Interscambio dei Dati, una nuova arma nelle mani del Fisco che potrà controllare la vita dei contribuenti passando attraverso conti correnti bancari, libretti postali e gestioni finanziarie.
Da domani il rapporto tra il Fisco, gli istituti di credito e le Poste cambia di direzione: fino ad oggi erano gli investigatori dell'Agenzia delle Entrate a dover chiedere alle banche le
verifiche, dopo l'avvio formale di un accertamento. Adesso invece, saranno direttamente e automaticamente le banchee le Poste ad inviare i dati al cervellone dell'Agenzia delle Entrate, dove incrociate con le altre informazioni di cui il Fisco già dispone. Questo ferreo controllo va ad aggiungersi al controllo già in vigore sull'uso dei contanti sopra i 500 euro e alla imposizione - nei fatti - di essere titolari di un conto bancario o di una carta di credito per poter ricevere lo stipendio o la pensione.
Da lunedì  prossimo, il Sid sarà operativo dopo che è stato messo a punto un sistema completamente automatizzato di trasmissione dei dati, che, almeno formalmente, ha dovuto tenere conto delle prescrizioni dell'Autorità garante della privacy.
L'Authority, infatti, è stata perentoria nell'indicare come gestire le informazioni che arriveranno a “Serpico”, il grande cervellone del “Servizio per i contribuenti”. Ma, come noto, tra una legge e le circolari attuative spesso ci si "perde", non ci si capisce, si equivoca, si "interpreta".
I dati che entro il 31 ottobre dovranno essere comunicati all'Anagrafe tributaria riguardano i conti correnti bancari, i conti deposito, i titoli azionari posseduti, gli investimenti finanziari dei clienti, compresi quelli effettuati con le società assicurative, e i rapporti con le fiduciarie. Poi toccherà a Serpico, il vero Grande Fratello,  incrociare i dati bancari con quelli delle utenze telefoniche o idriche, con l'acquisto di un'automobile o di un'abitazione e soprattutto con le dichiarazioni dei redditi.
Così niente di tutti noi resterà mai più anonimo. Sarà poi un algoritmo a selezionare all'interno di Serpico le eventuali dissonenze dei contribuenti e ad inviarle i dati agli agenti
dell'Agenzia delle entrate, che così potranno lavorare su un elenco di potenziali evasori, ma, nei fatti avranno disposizione vita, morte, miracoli e quant'altro di tutti i cittadini.
Il Direttore dell'Agenzia delle Entrate, Befera, l'uomo che fino all'ultimo ha difeso le vessazioni di Equitalia,  ha assicurato che saranno presi in considerazione soltanto scostamenti tra reddito e spese che superano il 20% di quanto dichiarato, mantenendo ferme così le regole del redditometro. Una volta che il Serpico avrà individuato uno scostamento tra quanto speso e dichiarato o qualche altra anomalia, i funzionari
dell'Agenzia delle entrate chiameranno a rapporto il contribuente che dovrà spiegare cosa è accaduto e fornire una giustificazione.
Insomma una sorta di società-Matrix nella quale viene da chiedersi se gli agenti del Fisco che faranno i controlli busseranno educatamente alla porta o entreranno facendo i buchi dal soffitto come sul geniale film "Brasil" di Terry Gillian oppure sfondandole come in 1984.
Occorre ammettere che Orwell è incappato in una seria toppata collocando il Grande Fratello in un sistema simile alla ex Urss, esso non poteva che realizzarsi in occidente.

TAGLI ALLA SCUOLA PUBBLICA PER LA PRIVATA


Altri tagli alla scuola pubblica per finanziare le private
Una prima analisi degli effetti del "decreto lavoro" sulla già disastrata scuola pubblica, effettuata dall'Usb.

Scheda Bozza Decreto Lavoro 26 giugno 2013 sulla Scuola e l'Istruzione art. 5

Altri 12,6 milioni tolti alla Scuola Pubblica Statale a favore del privato e dei “controllori” dell'INVALSI e dell'INDIRE


Questa è solo una piccola parte della nostra analisi che seguirà nei prossimi giorni, magari sul testo ufficiale, su tutti gli argomenti trattati dal Decreto Lavoro “Sfruttato”. Questo Decreto annuncia provvedimenti per 1,3 miliardi da investire. Si va dal Mezzogiorno (con le tessere di povertà) alla “novità” degli stage e tirocini per gli universitari (200 euro di contributi) , passando per l'assunzione di qualche ultra 50 o giovane tra i 18 e 29 anni senza titolo di studio per lavori precari, sfruttati, sottopagati, alla libertà per i Fondi Pensione di riscrivere i loro contratti e via dicendo... da dove vengono i soldi?

Quelli per il “Sud” dai Fondi Europei per il Sud! Cioè soldi loro che le Regioni NON hanno saputo spendere nel quinquennio 2007-2013 (si parla di circa il 60% dei fondi in dotazione che negli anni dei tagli sarebbero stati ossigeno per i lavoratori e le loro famiglie) e quelli per la formazione e specializzazione gestita dai privati mascherati da pubblici (sindacati compresi) direttamente dai fondi della scuola pubblica statale.

Come mai gli altri sindacati non parlano dei finanziamenti alle Fondazioni a partecipazione di natura privata che gestiscono gli Istituti Tecnici Superiori (che non sono gli Istituti tecnici industriali statali -ITIS)?

A voi questa prima “pillola” o “supposta” Formigoni-Gelmini-Carrozza

* A presto la pubblicazione di una tabella con spiegazione e commento ad ogni singolo comma e altro materiale utile sugli ITS

LA TEMPESTA PERFETTA


Martedì 26 Febbraio 2013 12:26

In evidenza


CONTROPIANOTempesta perfetta
Viviamo in tempi rivoluzionari, ma non vogliamo prenderne atto. Usiamo questa espressione in senso “tecnico”, non politico-ideologico. Non ci sono masse intorno al Palazzo d'Inverno, ma la fine di un mondo. Il difficile è prenderne atto.


Si sta rompendo tutto, intorno a noi e dentro di noi, ma quando ci dobbiamo chiedere – fatalmente - “che fare?” ci rifugiamo tutti nel principio-speranza, confidando che le cose, prime o poi, tornino a girare come prima. Per continuare a fare le cose che sappiamo fare, senza scossoni.

Non possono tornare come prima.

Inutile prendersela più di tanto con le singole persone o le strutture – leader, partiti, sindacati, media, confindustria, ecc – che hanno responsabilità pazzesche, naturalmente, ma sono anche totalmente impotenti di fronte a un mondo che si spacca. “Le cose si dissociano, il centro non può reggere”. Non saranno i Bersani, i Berlusconi o i Napolitano a tenere insieme le zolle tettoniche in movimento.

Come interpretare altrimenti il fatto che le “elezioni più inutili della storia” - definizione nostra – abbiano prodotto la più seria rottura di continuità nel panorama politico italiano?

Era tutto fatto. Un programma di governo “responsabile” scritto in sede europea e noto come “agenda Monti”; una coalizione costruita per “coprirsi a sinistra” senza spaventare i moderati; un polo moderato-centrista in realtà “estremista europeo”; un governo “ineluttabile” Bersani-Monti (con Vendola addetto ai “diritti civili”, che in fondo non costano niente). Gli antagonisti? Impresentabili in Europa, come il jokerman di Arcore e il comico di Genova; oppure riedizione minore di un arcobaleno fallimentare, fisicamente rappresentato da magistrati progressisti. Ma magistrati.

Un paese diviso ha prodotto una rappresentanza divisa. E non è colpa della “gente”, dell'”individualismo”, del menefreghismo. Perché queste tabe italiche sono il corrispettivo esatto di una struttura produttiva che magari presenta ancora isole di eccellenza, ma “non fa sistema”; di una società frammentata nel modo di produrre ricchezza, di estrarre reddito, di sopravvivere. Ma un paese dove la produzione di ricchezza “non fa sistema” è un paese senza spina dorsale, senza baricentro, senza disegno. E che ha aggravato queste sue caratteristiche negative – addirittura esaltate come “potenzialità” ai tempi in cui gli imbecilli dicevano che “piccolo è bello” - in seguito allo smantellamento delle poche colonne portanti della produzione nazionale, nonché dalla privatizzazione delle banche di “interesse nazionale”. Metafora precisa, quest'ultima, di un paese senza un “interesse nazionale” identificabile; e quindi frantumato in tanti e diversi interessi privati, corporativi, locali, di nessuno spessore progettuale. Di nessuna incidenza sulla scala dimensionale – almeno continentale – su cui si prendono le decisioni vere.

Un paese composto in buona parte di figure sociali con “redditi spurii”, che presentano perciò “identità multiple”. Parliamo di redditi spurii in senso marxiano, non legal-giudiziario. Un mafioso che si arricchisce con il traffico di droga ha un reddito illegale, ma non spurio; la sua identità sociale è chiara anche per lui, non presenta ambiguità e tantomeno tentennamenti. Un pensionato o un lavoratore dipendente (o un piccolo negoziante o una partita Iva) che ha un salario (una pensione o dei ricavi d'attività), e magari “integra” affittando la seconda casa a dei migranti, cui può aggiungere qualche cedola dai Bot o dai fondi comuni di investimento... questo insieme è un reddito spurio, che fa vivere un'identità sociale mutevole e mutante. Che vota in un modo se pensa più all'Imu e in un altro se gli pesano maggiormente addosso le “riforme” Fornero delle pensioni o del mercato del lavoro. Berlusconi o Bersani, dipende da cosa offrono... E il primo sa vendere meglio.


Lo spappolamento sociale – se è ancor vero che “l'essere sociale produce la coscienza” - si è rivelato appieno in questo voto. E non è ricomponibile per via “istituzionale”, mettendo assieme frammenti di rappresentanza politica. Ma è quello che faranno, che sono condannati a fare e che Napolitano cercherà di costringerli a fare. Un “governissimo” pro tempore, per “fare poche cose”, alcune “riforme strutturali che i mercati si attendevano”. E una legge elettorale meno idiota.
Nemmeno il tempo di scriverlo, ed ecco che Berlusconi si mostra disponibile, Bersani zittisce chi pensa a nuove elezioni, Monti tace preparandosi a indicare un nome tra i suoi possibili sostituti.
Insomma: una risposta “normale” a uno smottamento rivoluzionario. Un suicidio al ralentì.


La domanda centrale, decisiva, posta da queste elezioni è soltanto una. E viene posta indirettamente, in ogni talk show, da quanti ci tengono a rappresentare il “senso di responsabilità”: si resta in questa Unione Europea o ci si mette nella prospettiva di uscirne?

Qualsiasi risposta comporterà disastri inenarrabili e un terremoto prolungato nel nostro sistema di vita. “Restare” significa infatti accettare i vincoli del fiscal compact (50 miliardi tagli annuali alla spesa pubblica per i prossimi 20 anni), il pareggio di bilancio (impossibilità di mettere in campo una qualunque politica economica nazionale), la distruzione del “modello sociale europeo”, le allenze militari e i conflitti conseguenti. “Uscirne” significa affrontare le tempeste e la speculazione di mercati finanziari vendicativi, squilibri di grandi dimensioni e senza soluzioni a breve termine, cercando alleati mediterranei e “latini” - al momento in tutt'altre faccende affaccendati - per una zona monetaria “non euro” e non stupidamente nazionalista. Chi si aspetta ricette facili per "rimettere le cose a posto" si rivolga a un predicatore o alla neuro.

Il corpo elettorale italiano, ieri, ha detto al 60% che le “politiche europee”, i diktat della Troika (Ue, Bce, Fmi) non possono essere più accettate. Il problema – gravissimo – è che questo rifiuto è per metà composto di interessi e immaginario reazionari, localistici, “personali”. E per l'altra metà di risposte variamente e soggettivamente “democratiche e popolari”. Ma senza un progetto, un'idea fondante, una visione all'altezza della “tempesta perfetta” che il mondo – non solo l'Italia o l'Europa – sta vendendosi velocemente addensare. Tutto, in teoria, affidato a un'infinita discussione da fare tra soggetti singoli che solo alla fine troveranno il consenso su qualcosa. Ma quel qualcosa, oltre che distillato per via di partecipazione democratica, sarà anche “efficace”? Non ci scommetteremmo. La complessità del mondo reale eccede di gran lunga le competenze individuali non strutturate in “sistema”, sia conoscitivo che “operativo”.


Sul rifiuto di rispondere chiaramente a questa domanda, infine, si è infranto in modo definitivo il "far politica" – proprio della “sinistra radicale” bertinottiana e post-bertinottiana – che avanzava molte e giuste critiche alle politiche europee e/o governative per poi acconciarsi a un'alleanza elettorale con chi rappresenta con assoluta nettezza queste politiche: il Pd. Sappiamo bene che in questo frangente non c'è stato un accordo elettorale in tal senso; ma per gran parte delle piccole forze racchiuse nella “lista Ingroia” (capitanate da Di Pietro, Diliberto, lo stesso Ingroia) ciò è avvenuto solo per il netto rifiuto da parte del Pd, non per una scelta “indipendente”. Una sindrome da “amici traditi” che si è avvertita per tutta la campagna elettorale ed è esplosa nei primi giudizi dopo i risultati.

È finita “la sinistra” discendente dalla cultura del Pci, indecisa via di mezzo tra accettazione dell'ordine capitalistico e tenue aspirazione a smussarne le asperità eccessive. Può non essere un male, se si parte dal rispondere in modo chiaro alla domanda principale. Perché ora questo paese ha davvero preso il “sentiero greco”, e non ci si deve più fidare di nessun “candidato nocchiero” che parte dal desiderio di “normalità”, invece di prendere atto della tempesta in atto. Ci sarà da tremare e lottare, da pensare correndo.

In tempi rivoluzionari, occorre capire dove si va rompendo la faglia e avanzare proposte altrettanto di rottura. Non abbiamo bisogno di mezze pensate, di vecchi poltronisti, di dottor tentenna. Quel tempo è scaduto.

VERSO LA BANCAROTTA


L'Italia verso il baratro della bancarotta, lo dice Mediobanca

By Edoardo Capuano - Posted on 25 giugno 2013 ECPLANET
MediobancaConto alla rovescia, allarme rosso firmato Mediobanca: l’Italia si avvicina rapidamente alla bancarotta, perché oggi il contesto macroeconomico «sta colpendo l’economia italiana più pesantemente». Aggravante fondamentale, l’euro: a differenza del ’92, quando il debito era denominato in lire, oggi il nostro paese «non può più contare sulla leva della svalutazione».
Messo alla frusta dalla crisi economica e sottoposto alla tortura del rigore che colpisce aziende e famiglie attraverso il taglio selvaggio della finanza pubblica, il sistema-Italia agonizza, le imprese licenziano o chiudono, i consumi crollano e quindi il gettito fiscale decresce, peggiorando ulteriormente la situazione del debito statale. Nella trappola dell’austerity aggravata dalla crisi di liquidità – euro che la Bce eroga col contagocce, e solo al sistema bancario privato – stanno per franare anche le banche: il mercato immobiliare, la loro vera garanzia di solvibilità, è ormai in caduta verticale. Si avvicina il fantasma-Cipro: prelievo forzoso dai conti correnti per ricavare il denaro che Bruxelles nega all’Italia.
Entro sei mesi tutto sarà chiaro, riassume Mattia Feltri sul “Fatto Quotidiano”: o si ritrova un po’ di crescita, oppure il peggioramento della Cipro bancomatcrisi, nell’economia reale e sui mercati finanziari «potrebbe costringere il paese alla richiesta di salvataggio». Lo afferma l’analista Antonio Guglielmi in un report di Mediobanca Securities, la controllata londinese di Mediobanca specializzata in intermediazione finanziaria.
Un rapporto riservato, consegnato soltanto ai clienti, che ha allarmato gli istituti di credito: la divulgazione di analisi pessimistiche sullo stato della situazione italiana non può che far precipitare la crisi, facendo fuggire gli “investitori”. Ai quali, notoriamente, non interessa che un paese abbia “i conti in ordine”, come vuole Bruxelles; al contrario, l’unico indicatore che conta è l’aspettativa di ripresa, che nel nostro caso è pari a zero. E mentre Enrico Letta continua a rimandare i problemi, dall’Iva all’Imu, secondo il report di Guglielmi il tempo sta per scadere.
Senza più lo scudo della moneta sovrana, di fronte alla recessione il paese è letteralmente indifeso, esposto all’attacco speculativo dei “signori dello spread”, i fantomatici “mercati” che puntano alla demolizione dell’economia nazionale per poi mettere le mani, a prezzi stracciati, sull’industria dei beni e dei servizi. Il rapporto di Guglielmi, aggiunge il “Fatto”, sottolinea un fenomeno inquietante: di recente, sul mercato finanziario, il rendimento dei Btp ha superato quello dei Bot di pari durata. E perché mai i “mercati” chiedono un interesse più basso per un Bot che dovrà essere rimborsato tra sei mesi rispetto a un Btp ventennale emesso 19 anni e sei mesi fa? Intuitivo: i signori della finanza chiedono più soldi per i Btp, proprio perché a rischio: sentono vicino il collasso dell’Italia. «Questa differenza di rendimento non ha alcuna ragione di esistere – conferma Guglielmi – a meno che i mercati non stiano facendo differenza tra i bond a rischio ristrutturazione (Btp) e La disperazione della Greciaquelli che non sono soggetti a ristrutturazione (Bot e strumenti di mercato monetario )».
Traduzione: gli “investitori” si aspettano che già nei prossimi sei mesi l’Italia possa dichiarare una parziale bancarotta sul suo debito, come ha fatto la Grecia. Risultato immediato: la fuga dei grandi fondi di investimento dai paesi mediterranei. Possibili detonatori collaterali: la Federal Reserve che comincia ad asciugare liquidità, la Slovenia che chiede aiuto per le sue banche, l’Argentina che sembra a un passo da una nuova bancarotta. Incrinature pericolose, che minacciano la stremata finanza pubblica degli Stati ex sovrani dell’Eurozona, disabilitati nella loro funzione vitale di spesa a sostegno del sistema-paese. Primo allarme, lo spread: il differenziale di rendimento tra i nostri bond e quelli tedeschi, ammette Feltri, «dipende quasi esclusivamente da variabili che non controlliamo: se torna a salire, come sta succedendo, l’Italia potrà fare molto poco».
La bassa crescita, provocata dalla scure delle “riforme strutturali” avviate dal governo Monti, ha di fatto aggravato – come ovvio – la situazione del debito pubblico, oggi arrivato a 2.041 miliardi di euro. Guglielmi scarta subito l’idea di una maxi-patrimoniale, dato che Monti non ha neppure realizzato la mappatura della ricchezza degli italiani, premessa indispensabile per rendere equo un simile intervento.
Inoltre, «introdurre una tassa straordinaria sulla casa sembra politicamente poco fattibile», dal momento che «con l’Imu, l’imposizione sugli immobili ha già superato la media europea (1,6% del reddito disponibile totale contro l’1% di media)». Casse statali in rosso, e dunque: caccia agli spiccioli per puntare a sopravvivere per qualche mese. Secondo Mediobanca, si possono Antonio Guglielmi, di Mediobanca Securitiesrecuperare 75 miliardi «senza danneggiare i consumi», cioè con una super-patrimoniale e una tassazione sui capitali fuggiti all’estero.
Per la precisione, potrebbero arrivare 3-7 miliardi alzando le aliquote sulle rendite finanziarie (esclusi i titoli di Stato), applicando alla finanza lo stesso carico fiscale che oggi grava sugli immobili. Altri 43 miliardi si ricaverebbero applicando il modello francese: un prelievo una tantum a carico dei maxi-patrimoni, del valore superiore a 1,3 miliardi. Poi i capitali nascosti in Svizzera, che potrebbero fruttare altri 20 miliardi. E altri 2, se proprio necessario, potrebbero giungere da un condono edilizio. «Una cura che darebbe un segnale al mercato, rendendo più credibile la nostra posizione». Ma non basterebbe, aggiunge Feltri, «perché Mediobanca Securities identifica un’altra emergenza che la politica italiana finge di non vedere: le banche». Lo stesso Guglielmi avverte che il tasso di copertura cash dei crediti problematici nelle banche italiane si è ridotto dal 51% del 2007 al 40 del 2013. «Significa che se un prestito non viene rimborsato, in tutto o in parte, le banche sono molto più dipendenti dalle garanzie reali, che di solito sono immobili». Problema: i prezzi delle case stanno crollando: «Dal picco del 2008 si sono ridotti del 12%, contro il 25% della Spagna».
Nella simulazione di Mediobanca Securities, le banche italiane potrebbero correggere al ribasso del 45% il valore degli immobili che hanno in bilancio: in questo caso, la copertura dei crediti (contanti più garanzia) resterebbe al 100%. «Ma se invece volessero mantenere il tasso di copertura attuale, 125%, basterebbe un calo dei prezzi immobiliari del 10% per spazzare via il 17% del capitale, calcolato secondo i parametri di “Basilea 2”». Le banche, insomma, sono fragili. «E abbiamo perso l’occasione di farle salvare all’Europa: ora si è affermato il “modello Cipro”», conclude Feltri. «L’Eurogruppo ha deciso che se una banca ha bisogno di aiuto, l’Esm (il fondo salva-Stati) ci metterà parte dei fondi, massimo 60 miliardi. Gli altri li dovrà recuperare lo Stato nazionale». Come? «Convertendo obbligazioni in azioni, prelevando dai depositi, tassando i cittadini». Solo tre mesi fa, sempre Guglielmi suggeriva di creare una “bad bank”, nella quale collocare gli asset “tossici”, ma l’Abi si è molto risentita. Nel frattempo, la situazione è peggiorata: «Possiamo solo sperare che l’Italia non debba mai porsi il problema, ma dal rapporto di Guglielmi l’approccio “wait and see”, aspetta e spera, pare il più pericoloso di tutti». Allo Stato strangolato dall’Unione Europea potrebbe restare un’unica possibilità: spremere a sangue i cittadini.
Fonte: libreidee.org

IL PATRIMONIO PERSONALE DI BERGOGLIO


439 MILIARDI DI EURO CIOÈ 439000 MILIONI DI EURO È IL PATRIMONIO PERSONALE DI JORGE MARIO BERGOGLIO RAÌS DEL CRIMINALE STATO DITTATORIALE CATTOLICO-FASCISTA DEL VATICANO E CAPO DELLA CRIMINALE SETTA FONDAMENTALISTA E ASSASSINA DELLA CHIESA CATTOLICA. Fonte Tribunale del Popolo grazie a Ennio Montesi

PEPPE VOLTARELLI E CANZONIERE GRECANICO SALENTINO A NYC

GIORNAFASCISTI: IL NUOVO SOSTANTIVO DEL GRANDE ENNIO MONTESI


GIORNAFASCISTI ITALIANI DELL’ORDINE DEI GIORNALISTI (*) di Ennio Montesi
http://www.facebook.com/pages/Il-Vaticano-ha-invaso-Litalia-Ennio-Montesi-Termidoro-Edizioni/336943103033853

di Ennio Montesi

Esistono bizzarri, tronfi, grotteschi e ridicoli individui i quali, spompinandosi da soli nelle loro redazioni giornalistiche oppure in raccoglimento come collaboratori, si auto definiscono al suono di strombazzanti fanfare, “giornalisti” in quanto, a loro insindacabile dire, appartenenti alla superiore cricca di cervelli pensanti dell’Ordine dei Giornalisti, ordine voluto nel 1925 dal criminale dittatore fascista Benito Mussolini il quale, oltre ad essere stato il fautore di smisurate discriminazioni sociali, di criminali leggi razziali e di crimini efferati contro l’umanità, fu anche il nemico storico numero uno dell’informazione italiana e fu contro ogni forma di libertà di espressione, di opinione e fu contro la libertà di stampa.

Tali angoscianti quanto inutili individui “giornafascisti professionisti” e “giornafascisti pubblicisti” italiani che si stampano addosso scarabocchiando mezze confuse notizie sui loro illeggibili e imbavagliati tabloid ottimi per incartare il pesce, e farfugliando nei loro omertosi microfoni, nulla hanno a che fare con il vero, moderno e libero giornalismo il quale, di certo, non ha bisogno di schedare le persone e di allinearle a nessun “ordine”. Per poter dire la propria opinione, scrivere, parlare e dare informazioni è ridicolo, oltre che molto preoccupante e terrorizzante, il solo pensare che tutto ciò lo si possa fare solo ed esclusivamente se il proprio nome è scritto su di un quaderno che un misterioso tizio orwelliano custodisce in un cassetto di scrivania.

Qualsiasi individuo di un paese democratico pensasse o ritenesse che questa sia la giusta regola liberale e democratica da seguire e da applicare, sarebbe un povero e miserabile individuo da fare curare immediatamente da un bravo psichiatra. Sarebbe come se per salvaguardare e vigilare sulla Democrazia, sull’Uguaglianza e sulla Libertà di un popolo ci si mettesse a sentinella un gruppo di assassini criminali nazisti delle SS del Terzo Reich di Adolf Hitler.

Fino a quando esisterà il farlocco Ordine dei Giornalisti, voluto dal criminale dittatore fascista Benito Mussolini, in Italia non ci sarà mai, e mai potrà esserci, libera informazione. Solo sopprimendo l’Ordine dei Giornalisti si potrà dare vita alla vera, ancora sconosciuta e proibita (al popolo italiano) libertà di informazione e di stampa. A maggior ragione ricordando che nel dopoguerra tutte le associazioni fasciste furono sciolte, dichiarate illegali e con il divieto assoluto di ricostituzione.

I giornafascisti professionisti e giornafascisti pubblicisti possono dare, sin da subito, segno di rispetto dell’etica, da essi stessi sbandierata in ogni occasione, possono dare segno di serietà e segno di lealtà verso il popolo italiano. Per poterlo fare debbono semplicemente cancellarsi dall’inutile, anacronistico e opprimente Ordine dei Giornalisti svuotandolo dei loro nomi affinché sparisca e venga sotterrato per sempre. I giornafascisti uscirebbero così dal proprio fetido pollaio dimostrando, prima a se stessi, e poi al prossimo che bavagli, notizie omertose, manipolazione e assenza di notizie sono solo un brutto e vergognoso ricordo, un gravissimo errore sociale da non ripercorrere mai più. Il giornafascista che avrà il coraggio e l’onestà di cancellarsi dall’Ordine dei Giornalisti farà nascere il vero giornalista che giace e attende dentro di sé. Il giornafascista che aggrappandosi a motivazioni fantasiose sul perché e sul per come non possa uscire dal lercio pollaio, resti tranquillamente a fare il pollo e il giornafascista. Il popolo è abbastanza intelligente per saperlo riconoscere ed evitare.

Ennio Montesi
(*) giornafascista (gior-na-fa-scì-sta) s.m. e f. (pl.m. -i) persona iscritta all’Ordine dei Giornalisti, esistente in Italia e voluto nel 1925 dal dittatore fascista Benito Mussolini con l’intento di imbavagliare e di controllare l’informazione e la stampa di regime. Deriva dall’unione di ‘giornalista’ e ‘fascista’, per sottolineare la mancanza di libertà di informazione e di stampa per tutti i giornalisti iscritti all’Ordine dei Giornalisti. Giornafascista è un neologismo coniato dallo scrittore Ennio Montesi il 18 agosto 2012 introducendolo nell’articolo dal titolo “Giornafascisti italiani dell’Ordine dei Giornalisti”.

“Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non vivano della loro segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri.” Joseph Pulitzer, Fondatore Premio Pulitzer

“La speranza è quel velo della natura che nasconde le nudità della verità.” Alfred Bernhard Nobel, inventore della dinamite e ideatore del Premio Nobel

Ennio Montesi
Il Vaticano ha invaso l’Italia
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LA REDAZIONE

I CONSULENTI DELLA REGIONE LAZIO


Il controllo della Corte dei Conti

Ma quanto ci costano i consulenti della Regione Lazio?

Nel 2011 sono stati presentati elaborati «sintetici e generici». Alcuni pagati un sacco di soldi
Il Consiglio regionale del Lazio
Studi e consulenze «incompleti o incongrui». Elaborati «sintetici nella forma e generici nei contenuti». Incarichi, in tutti i casi, remunerati con decine di migliaia di euro. Non c’è pace per la Regione Lazio. Stavolta a sollevare il caso è la sezione di controllo per il Lazio della Corte dei Conti, che ha recentemente approvato la relazione sul rendiconto generale della Regione per l’esercizio finanziario 2011. Si parla ancora del periodo Polverini. Tra le tante criticità emerse - sono una ventina, si va dalla «mancata trasparenza nella costruzione del bilancio del consiglio regionale» alla vicenda dei «contributi ai gruppi consiliari» - c’è un capitolo particolarmente curioso. Quello dedicato al “ricorso a soggetti esterni”.
Dati singolari, che alcuni giorni fa sono finiti anche sulle pagine romane del quotidiano La Repubblica. La lettura del documento è effettivamente interessante, specie per quanto riguarda gli incarichi di «consulenza, studio e ricerca». Incarichi più che legittimi, sia chiaro. Dopotutto se è vero che la «Pubblica amministrazione deve espletare i compiti istituzionali attraverso i propri dipendenti in virtù del c.d. “principio della autosufficienza”» - così ricorda la Corte dei Conti - è anche evidente che «il ricorso occasionale a professionisti esterni costituisce una risorsa ed uno strumento di cui le amministrazioni hanno, a volte, obiettivamente bisogno». Insomma, nulla di male ad affidare consulenze a stimati e riconosciuti esperti della materia. A patto di alcune accortezze. Non ultimo il principio di «proporzionalità fra il compenso corrisposto e l’utilità conseguita dall’Amministrazione». E qui ai magistrati contabili qualche dubbio è venuto.
Il paragrafo dedicato all’analisi dei singoli elaborati dei consulenti del Consiglio regionale lascia sorpresi. Anzitutto per un problema di trasparenza. La legge 266/2005 obbliga la trasmissione alla Sezione di controllo della Corte dei Conti degli atti di spesa per studi e incarichi di consulenza di importo superiore a 5mila euro. Peccato che «tale flusso documentale - si legge nel documento - non risulta pervenuto in modo sistematico». Non è tutto. «Dall’esame dei fascicoli cartacei e informatici con cui l’ufficio del Segretario generale del Consiglio ha trasmesso gli elaborati di cui trattasi - prosegue la Corte dei Conti - è risultato che gli stessi risultano incompleti, o contenenti elaborati incongrui rispetto all’oggetto dell’incarico comunicato».
Qualche esempio. Secondo i dati pubblicati, nel 2011 la Regione Lazio ha corrisposto 35mila euro al professor Claudio Lena. Eppure la Corte lamenta di non aver potuto controllare i dettagli dell’incarico perché «il fascicolo fornito relativo a Claudio Lena risulta privo di relazione per il cui argomento risulta conferito l’incarico, mentre contiene altra relazione avente oggetto diverso». Non è l’unico. «Il fascicolo fornito, relativo a Rosica Cecilia, risulta privo di relazione». In questo caso la consulenza è costata ai contribuenti 16.500 euro. Eppure «è stata trasmessa esclusivamente una auto-relazione del consulente di 10 pagine attestante l’attività di consulenza tecnico-organizzativa e di supporto svolta». Più particolare il caso di Alessia Albani. L’importo dei suoi servizi è pari a 22mila euro. Eppure per il suo nominativo, così scrive la Corte dei Conti, «non risulta trasmesso alcun fascicolo».
Ancora. «Dall’esame di un campionamento degli oggetti delle consulenze conferite - spiegano ancora i magistrati contabili - è emerso l’estrema genericità dell’oggetto del conferimento, cui corrisponde un elaborato scritto sintetico nella forma e generico nei contenuti». Vengono elencati alcuni casi. C’è il lavoro di Alessandra Tibaldi dal titolo “Lazio: fenomenologia locale di una crisi globale- Analisi e proposte». L’importo complessivo della consulenza è di 33mila euro, ma «la relazione rinvenuta nel fascicolo prodotto dall’Amministrazione consta di 9 pagine, e contiene elementi generali di inquadramento dell’argomento». Per la consulenza di Ofelia Palombo risulta essere stata corrisposta la cifra di 30mila euro. In merito alla sua ricerca sulle “Pari Opportunità nei luoghi di lavoro”, la Corte dei Conti scrive: «La relazione rinvenuta nel fascicolo prodotto dall’Amministrazione consta di 7 pagine, e contiene elementi generali di inquadramento dell’argomento». Nel documento viene citato anche lo “Studio comparativo degli statuti e dei regolamenti dei consigli regionali - con particolare riferimento all’autonomia finanziaria della Regione di un campione significativo di regioni italiane”. Opera di Fabrizio Dani (33mila euro la sua consulenza). Stavolta la relazione è di sole 3 pagine. «Ad essa - specifica la Corte dei Conti - sono allegate 6 pagine in cui sono riprodotti stralci degli statuti della Regione Veneto, Piemonte, Umbria». 


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/consulenze-regione-lazio#ixzz2XbXaMe2c

BANCHE DI STATO


Ristrutturazioni, non nazionalizzazioni

“Se serve, lo Stato entri nel capitale delle banche”

Federal Reserve, Cina, eurozona e squilibri globali. Chiacchierata informale con Alberto Bisin
Alberto Bisin
Alberto Bisin non la manda a dire. E se c’è bisogno di prendere una posizione netta, lo fa senza indugi. L’occasione in cui Linkiesta ha incontrato il professore di Economia della New York University è la presentazione del suo ultimo libro, Favole e numeri, edito dall’Università Bocconi. Un libro che vuole andare oltre la classica atmosfera che c’è intorno all’economia in Italia. Troppo invischiata con tesi cospirazioniste e poco con i numeri e i modelli econometrici. È proprio questo imbastardimento che negli ultimi due anni ha generato storpiature incredibili, come quella secondo cui l’Italia dovrebbe uscire dall’eurozona per rilanciare la propria economia. E proprio per questo motivo, Linkiesta ha optato per una discussione molto informale, a colpi di macroeconomia e Negroni, passando per alcune dinamiche demografiche che stanno rompendo gli equilibri globali.
Mentre siamo con questo drink di fronte, il mondo finanziario sta parlando solo della Federal Reserve. Le parole di Ben Bernanke, che hanno aperto la via al ritiro della liquidità erogata con il Quantitative easing (Qe). In effetti, non c’è mai stata così tanta liquidità sui mercati finanziari. Non è leggermente spaventoso?
Lo è, eccome. E l’exit strategy non potrà che essere graduale, per evitare shock. È anche una questione di comunicazione delle misure. I mercati sanno che questo scenario straordinario dovrà prima o poi finire. Bernanke ha voluto preparare gli investitori per quello che sarà. È logico. Tuttavia, l’economia americana è ancora in difficoltà e solo un costante monitoraggio dei dati potrà determinare il rientro del Qe.
Oltre alla Fed, c’è anche l’eurozona che continua a essere in difficoltà. Ora c’è stato l’accordo sul Single resolution mechanism (Srm), cioè il meccanismo di risoluzione delle banche. Un altro passo verso l’unione bancaria. Siamo nella giusta direzione?
Certamente è un accordo importante. L’unione bancaria è cruciale per l’area euro. L’obiettivo è quello di rompere il circolo vizioso fra banche e Stati. Insomma, quella è la via. Raggiungerla è un po’ più difficile, ma i passi si stanno facendo.
Eppure, nel Srm c’è l’istituzionalizzazione del bail-in, come avvenuto a Cipro…
Sì, forse sarà ingiusto per alcuni attori, ma occorre trovare un modo per far fallire le banche.
Ha un senso, in effetti.
I mercati finanziari reagiscono male se non viene spiegato loro le cose, è normale che sia così. Ma si sente l’esigenza di trovare una via ragionevole per far fallire le istituzioni bancarie che non ce la fanno. È l’unica soluzione.
Il bail-in può funzionare? Oppure una bad bank?
Vedi, il giorno in cui gira voce di un bail-in in una banca, ci sarebbe il panico. Così come era stato per Cipro, anche se questo era un caso molto particolare.
Particolare sia per i depositi, prevalentemente russi, sia perché è un’isola, quindi i capital control sono più facili da gestire.
Esatto. Si è potuto colpire direttamente solo alcuni tipi di depositi. E si è potuta gestire la criticità di un controllo sui capitali in modo più semplice che in altri luoghi. Resta il fatto che fosse per me ci dovrebbero essere altre soluzioni.
Quali?
Le altre tre contenute della proposta di meccanismo di risoluzione bancaria preparata dall’Ue nel giugno 2012, ovvero attività di M&A fra le banche, creazione di una banca ponte, formazione di una bad bank. Bisogna capire come ristrutturare una banca. E se questo significa che uno Stato debba entrare con del capitale dentro un istituto bancario per ricapitalizzarlo e ristrutturarlo, ben venga. Ma occhio…
Cosa?
Che nessuno dica che si tratti di nazionalizzazione. Nessuno vuole nazionalizzare le banche. Si tratta solo di ristrutturazione.
Anche perché poi vorrei vedere la Germania cosa potrebbe obiettare. Del resto, sono tanti i malumori ogni volta che si tratta di spendere soldi pubblici o di perdere sovranità, come nel caso del Single supervisory mechanism (Ssm), il meccanismo di supervisione bancaria Ue.
Non dimenticare che anche noi, tutti noi, siamo entrati nell’euro perdendo sovranità. È una condizione necessaria per andare verso l’obiettivo comune di un bilancio unico. E per arrivare a quello bisogna che anche la Germania ceda. Un esempio è l’Ssm, cruciale anch’esso. La sostanza di tutto è solo una: l’eurozona senza convergenza fiscale non ce la può fare.
Eppure si parla di austerity e dei suoi effetti nefasti.
No no, aspetta. Io impazzisco quando sento le discussioni sull’austerity.
Perché?
Per un semplice fatto: che non c’è un problema di austerity.
Questa è grossa però. Pensa dirlo ai greci o ai portoghesi.
Ma è vero. Se tu mi dimostri che politiche espansive durante una recessione portano a un incremento del Pil futuro, è stupendo. Ma non è così. Le politiche anticicliche non funzionano. Il consolidamento fiscale serve, perché sono state spese risorse con molta facilità negli ultimi anni.
Mi viene un mente un report del Credit Suisse di pochi giorni fa. In Italia, per esempio, la spesa pubblica è in aumento, dal 2011 al 2014 e si passerà il 50% del Pil. Non proprio uno scenario entusiasmante, vero?
Affatto. Qui c’è una questione molto chiara: o si cambia la struttura della spesa, o non si rientra. Molto semplice. E questo si fa tramite tagli strutturali, non lineari.
Se io sono abituato a questo tenore di vita, perché dovrei ridurlo?
Giusto, nessuno rientrerà perché manca la voglia di farlo.
Altro che austerity… però la prossima volta vallo a dire a Paul Krugman.
Guarda, ti rivelo un segreto: quando arriva a casa mia il New York Times e mia moglie vede che c’è un editoriale di Krugman, nasconde il giornale prima che arrivi, in modo che io eviti di leggerlo, rovinandomi la giornata.
Ha un senso. Però in Italia e nel mondo si discute di quanto sia duro il consolidamento fiscale. Ma chiunque sa qualcosa di economia, sa che in un regime di risorse finite e aumento demografico, bisogna trovare un equilibrio. Forse è anche per questo che le classi medie mondiali sono in tumulto.
Anche per quello, certo. Da un lato c’è un Occidente che sta fronteggiando un livello di spesa che non è più sostenibile. Dall’altro stanno emergendo nuove classi medie ancora acerbe, ma che crescono con un ritmo molto veloce. E bisogna evitare gli squilibri.
Come si può uscire da questo impasse?
Con più partecipazione di Cina e India a livello globale. Le loro classi medie scalpitano e bisogna lasciar loro spazio. È vero che le risorse sono finite, ma l’Occidente può controbattere con l’innovazione. E su questo punto di vista gli Stati Uniti sono ben più avanti dell’Italia, ma anche del’eurozona. Pensa solo a quanto è difficile fare start-up in Italia. Però c’è un altro aspetto da non sottovalutare.
Quale?
Che l’attuale classe media occidentale è praticamente fregata. E la conseguenza è che è a rischio la competitività globale. Solo con l’innovazione si può pensare di migliorare la situazione.
Prima di finire il Negroni, domanda da un milione di dollari, o forse anche più. Proviamo a immaginare l’eurozona fra cinque anni. Come la vedi?
Ti assicuro: non ne ho la più pallida idea. E non voglio nemmeno provare a indovinare, come fanno tanti. Gli attuali modelli non possono essere sicuri. Possono indicare una direzione, una via da seguire, ma sono troppe la variabili. Troppe.


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/intervista-bisin-negroni#ixzz2XbXGwCFl

LINKIESTA E MARGHERITA HACK


L’intervista a Linkiesta di un anno fa

È morta Margherita Hack, una vita tra le stelle

Mariassunta D’Alessio
La prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia. È morta a Trieste
L’astrofisica Margherita Hack è morta la notte del 28 giugno all’ospedale Cattinara di Trieste, dove era ricoverata da una settimana per problemi cardiaci. Aveva compiuto 91 anni il 12 giugno scorso.
Fiorentina, era una delle astrofisiche italiane più importanti. Era famosa nel mondo scientifico, ma anche per il suo impegno sociale e politico. Fu candidata di sinistra alle elezioni regionali, nel 2005 in Lombardia e nel 2010 nel Lazio, mentre nel 2006 e nel 2013 si è candidata alle politiche.
La Hack è stata la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia, ha svolto una importante attività di divulgazione e dato un forte contributo alla ricerca sulle stelle. All’università di Trieste ha dato vita nel 1980 a un Istituto di Astronomia che è stato poi sostituito nel 1985 dal Dipartimento di Astronomia, che la scienziata ha diretto fino al 1990. Era membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society.
«Grande comunicativa, ha stimolato molti giovani a fare ricerca», ha detto Luigi Nicolais, presidente del Cnr

Riproponiamo l’intervista concessa a Linkiesta

Novanta anni appena compiuti e ben portati. E un curriculum che cercheremo di sintetizzare davvero in breve. La professoressa Margherita Hack, ha insegnato astronomia all’Università di Trieste e ha diretto l’Osservatorio Astronomico di quella città, portandolo a rinomanza internazionale. Membro delle più prestigiose società fisiche e astronomiche Margherita Hack è stata anche direttore del Dipartimento di Astronomia dell'Università di Trieste. È membro dell' Accademia dei Lincei e ha avuto varie collaborazioni con l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) e con la Nasa (National Aeronautics and Space Administration). Ma con il suo carattere e il suo modo di fare la professoressa Hack si fa amare ed apprezzare anche fuori dall’ambito scientifico. E non finisce mai di stupire.
Guardare le stelle professoressa dovrebbe essere un’esperienza unica… Ma a furia di stare con il naso all’insù, non è che ci si dimentica poi della vita reale?
In realtà le stelle non si guardano. Oggi a guardarle non troveremmo nulla di nuovo rispetto al passato. Noi analizziamo le radiazioni emesse dalle stelle. Dalle conoscenze ricavate in laboratorio sulle leggi della radiazione, le leggi dei gas, le leggi della struttura della materia, ricaviamo quali sono le condizioni fisiche di una stella, la sua temperatura, la sua densità, la composizione chimica, la sua struttura interna, le fonti della sue energia (le reazioni nucleari), come il consumo di queste fonti faccia “invecchiare “ la stella e con questi studi deduciamo l’evoluzione di una stella.
Parlando di scoperte scientifiche, bisogna dire che sono avvenute più scoperte in questi cento anni che non nei venti secoli precedenti. Come ce lo possiamo spiegare?
Nel passato una grande scoperta avveniva a distanza di secoli. Poi di anni. Nel XX secolo siamo arrivati a considerarle a distanza di mesi. Per appassionare i giovani alle scienze “dure”, matematica, fisica e chimica, occorre insegnarle meglio e di più alle scuole medie. Con più pratica di laboratorio e facendo lavorare in prima persona gli studenti. Inoltre ci vuole più attenzione alla scienza da parte dei governi. Più finanziamenti per la ricerca. Più posti da ricercatore.
La vita degli scienziati è diversa da quella degli altri?
Gli scienziati sono persone come tutte le altre. Anche se il loro lavoro può essere appassionante, vivono in questo mondo e ne condividono i problemi quotidiani, le passioni politiche e anche quelle sportive; possono essere atei o credenti, misantropi o amanti del prossimo, come tutti gli altri esseri umani.
I nostri ricercatori fuggono all’estero. Ma manca il brain drain, cioè il ricambio tra giovani di diverse nazionalità. Quale potrebbe essere la cura perché questo possa accadere?
La cura? Più fondi per la ricerca e più attenzione ai neo dottori di ricerca. E non lasciarsi sfuggire i migliori
Lei si batte da tempo per il testamento biologico, cosa ci può dire in proposito?
Che è necessario. E che è un segno di alta civiltà e anche della laicità dello Stato.


Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/margherita-hack-intervista#ixzz2XbWxiSWu