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giovedì 29 agosto 2013

IL BALLETTO PER LO PSICONANO: LA VIGNETTA DI ALDO ARPE


I BAMBINI SOTTOGHIACCIO


mercoledì 28 agosto 2013
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Ecco un documento agghicciante. I bambini messi sotto ghiaccio per conservarne i corpi per almeno due giorni. Queste piccole vittime innocenti erano stati uccise col gas dai mercenari atlantisti in luoghi diversi. Dovevano poi essere radunati nel luogo della sceneggiata e sembrare uccisi da poco. Per conservarne i corpi, con quelle alte temperature, sono stati messi sotto ghiaccio. Ricordiamo che le prime immagini del massacro hanno cominciato a circolare il giorno 20, quando il massacro dovrebbe essere avvenuto, secondo questi delinquenti, il giorno 21. Per cui le foto erano disponibili un giorno prima dei fatti....


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Nel testo si dice 21 Agosto, ma l'occhielllo in rosso evidenzia la data di pubblicazione, il 20


Fonte: http://informare.over-blog.it/article-agghiacciante-la-foto-dei-bambini-messi-sotto-ghiaccio-per-avere-il-tempo-di-preparare-la-messinscen-119714647.html

I GOVERNI VOGLIONO I DATI DA FACEBOOK


mercoledì 28 agosto 2013
In un comunicato Facebook dichiara che i governi di 74 paesi nei primi sei mesi del 2013 hanno chiesto i dati di 38mila utenti. Metà delle richieste sono venute dagli Stati Uniti. L’Italia ha chiesto al social network californiano i dati di 2.306 utenti. Nel caso dell’Italia Facebook ha fornito dati alle autorità nel 53 per cento dei casi.
Facebook ha pubblicato questi dati sulle richieste dei governi come già hanno fatto Google e Microsoft, spiega Associated Press.
Social network come Facebook e Twitter negli ultimi anni hanno assunto un ruolo fondamentale nell’organizzazione delle proteste, anche in paesi non democratici. Anche per questo i servizi di intelligence di tutto il mondo hanno cominciato a studiarli. Tutti conoscono il ruolo di queste piattaforme nelle primavere arabe e nella rivoluzione verde in Iran.

Twitter e Facebook sono stati usati anche nelle ultime proteste in Turchia, ma Facebook aveva negato che il governo avesse richiesto i dati degli utenti. Invece dall’ultimo comunicato emerge che le autorità turche hanno chiesto i dati di 173 account e Facebook ha rilasciato informazioni nel 43 per cento dei casi.

Fonte: http://www.internazionale.it/news/tecnologia/2013/08/27/i-governi-hanno-chiesto-a-facebook-i-dati-degli-utenti/

IL CANALE DI SUEZ NON SI ATTRAVERSA


mercoledì 28 agosto 2013
Riceviamo e trasmettiamo in tempo reale un aggiornamento secondo il quale il capo della giunta militare egiziana che ai primi di luglio ha rimosso dal potere l'Ex-presidente Mohammed Mursi e il suo Governo della Fratellanza Musulmana, Generale Al-Sisi avrebbe chiuso al traffico militare statunitense il Canale di Suez, bloccando la strada ad alcuni incrociatori a stelle e strisce e ai tender di rifornimento per le unità navali di Washington già presenti nel Mediterraneo.

Questo sviluppo potrebbe avere profonde e interessantissime conseguenze per il futuro degli eventi siriani visto che un ritardo anche di pochi giorni nei programmi bellici di Obama e nani a lui asserviti potrebbe risultare nella totale cancellazione degli stessi.

La decisione, peraltro, metterebbe la giunta militare egiziana in rotta di collisione con l'Arabia Saudita, che si era mostrata favorevole alla rimozione dal potere dei Fratelli Musulmani (tendenzialmente vicini al Qatar) e aveva promesso assistenza economica al Cairo.



Fonte: http://palaestinafelix.blogspot.it/2013/08/il-generale-al-sisi-mette-semaforo.html

IL MODELLO KOSOVO


l “modello Kosovo”: un motivo in più per contrastare i piani di guerra in Siria

-Gianmarco Pisa- INFORMARE X RESISTERE
La recente evocazione del “modello Kosovo” da parte degli Stati Uniti come “modello” per una sempre più incombente campagna di guerra contro la Siria non intende concretizzare semplicemente una “opzione militare” (come la gran parte degli analisti tende a ritenere) bensì vuole rappresentare un vero e proprio “disegno strategico”: quello di una aggressione militare, fondata sugli interessi nazionali e la propensione imperialistica del sistema statunitense e mirata ad un “cambio di regime” in Siria, nell’ottica di un nuovo “Medio Oriente” da plasmare ad uso e consumo degli interessi e della presenza strategica degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’area. Ritenere il “modello Kosovo” semplicemente alla stregua di una opzione militare tra le tante a disposizione degli Stati Uniti significa infatti negare alla guerra del Kosovo quel carattere, al tempo stesso paradigmatico costituente, da essa assunto anche nei piani del Dipartimento di Stato e della NATO.
La complessità della guerra del Kosovo, con il suo lungo dopo-guerra, può essere riassunta in almeno tre fattori:
a) il carattere “costituente” della campagna militare dell’Alleanza Atlantica per il ridisegno dello scenario regionale, l’assestamento della competizione strategica con Russia e Cina e l’insediamento di un vero e proprio protettorato strategico (di ordine politico e militare come dimostra l’installazione della base di Camp Bondsteel) nel cuore dell’Europa e della UE, a crocevia di ragioni geopolitiche e di interessi economici,
b) la mortificazione del ruolo dell’ONU, tenuta ai margini del processo decisionale di legittimazione internazionale dell’iniziativa militare, chiamata di conseguenza ad intervenire solo ex-post, con una sorta di legittimazione spuria ed un rinnovato impegno nella ricostruzione civile di ordine non militare (UNMIK),
c) la conferma del carattere etno-politico delle cosiddette nuove guerre (M. Kaldor) con tutto ciò che questo significa in termini di strumentalizzazione politica della questione etnica e religiosa, frammentazione delle composizioni multi-nazionali e multi-confessionali, successo dell’aberrante principio di “Stato della Nazione”.
Raffrontare questi fattori con gli elementi presenti sulla odierna scena siriana può fornire qualche utile indicazione per orientarsi nel ginepraio medio-orientale, sullo sfondo della competizione strategica con la Russia, l’Iran, e, soprattutto, la Cina, nella regione, e con la disgregazione di Stati che, a prescindere dalla loro corrispondenza agli standard, peraltro in vulgata occidentale, di “libertà” e “democrazia”, rappresentano degli ostacoli o avversari al progetto neo-imperialistico degli Stati Uniti e dei loro alleati in quello scacchiere.
La guerra del Kosovo, datata 1998-1999, vede nella primavera del 1998 il momento di avvio di una più ampia repressione della popolazione albanese da parte della polizia jugoslava, innescata dall’intensificarsi della guerriglia separatista e dell’attività terroristica dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la formazione para-militare albanese-kosovara che si opponeva militarmente al governo legittimo nella regione. Nel corso dell’autunno del 1998 si contano già, secondo stime dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, oltre 200.000 profughi, sebbene risalga proprio all’autunno del 1998 la proposta di mediazione conseguita nella negoziazione di alto livello tra R. Holbrooke (inviato degli Stati Uniti) e S. Milosevic (presidente della Jugoslavia), la quale prevedeva il sostanziale ritiro di buona parte delle forze armate jugo-slave dalla zona e l’ampia smilitarizzazione dell’UCK che avrebbe dovuto cessare le proprie attività terroristiche, sotto il controllo di una missione di osservazione, monitoraggio e verifica internazionale da parte dell’OSCE.
La proposta di mediazione cadde nel vuoto per l’assenza di ogni progresso in ordine alla smilitarizzazione e per la prosecuzione delle attività della guerriglia armata nel cuore della regione; nel Gennaio 1999, la mediazione poté dirsi completamente fallita e la situazione peggiorò drammaticamente, a causa della spirale ritorsiva tra la guerriglia albanese-kosovara e la repressione da parte delle milizie jugoslave, fino allo stallo di ogni colloquio diplomatico e all’esaurimento della missione stessa dell’OSCE. Poco dopo, nel mese di Febbraio 1999, fallirono anche i negoziati intrapresi a Rambouillet tra una delegazione albanese e una delegazione jugoslava, sotto la pressione degli Stati Membri del c.d. “Gruppo di Contatto” (vale a dire Stati Uniti, Gran Bretagna, Russia, Francia, Germania e Italia). La proposta di accordo venne infatti respinta sia dalla delegazione albanese-kosovara (perché non sanciva esplicitamente la futura indipendenza del Kosovo), sia dalla delegazione jugoslava (perché prevedeva il dispiegamento sul territorio jugoslavo di una forza militare della NATO con libertà assoluta di movimento e di azione contro il principio medesimo di sovranità).
Nel giro di poche settimane, nel Marzo 1999, la guerriglia albanese-kosovara, convinta dalle pressioni, rassicurazioni e raccomandazioni statunitensi, dichiarava di accettare la proposta di Rambouillet, lasciando così la parte jugoslava sola nel rifiuto della proposta, peraltro ampiamente viziata dall’aperta faziosità del tavolo di negoziazione e dal carattere-capestro delle clausole imposte. A tutto ciò si somma, da parte dei comandi militari della Jugoslavia, la convinzione di riuscire a sconfiggere “sul campo” la guerriglia dell’UÇK nonostante l’ormai probabile intervento militare dell’Alleanza Atlantica, fino a prefigurare l’eventualità di una ipotetica spartizione della regione, per rivendicare l’acquisizione di un’area del Kosovo etnicamente omogenea.
Nel giro di appena cinque giorni, dal 20 al 24 Marzo 1999, si sviluppò una dura campagna repressiva tra quelle messe in atto sin dall’autunno precedente dalle forze jugoslave nella regione, al punto da causare, in un lasso di tempo così breve, ca. 15.000 profughi. Tale circostanza venne manipolata e strumentalizzata dai circuiti mediatici e politici “occidentali” al punto da farne il presupposto “oggettivo” dell’aggressione. Lo stesso 24 Marzo 1999, i Paesi dell’Alleanza Atlantica cominciarono i bombardamenti su tutto il territorio della Serbia, ufficialmente in chiave dissuasiva, senza mandato di legalità da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dunque in conclamata, aperta e palese violazione della legalità e della giustizia internazionale.
La strategia seguita dall’Alleanza Atlantica mostra chiaramente come l’obiettivo immediato non fosse quello di evitare un’incombente tragedia umanitaria e proteggere la popolazione albanese-kosovara in pericolo, piuttosto quello di sconfiggere militarmente la Jugoslavia di Slobodan Milosevic, al fine di accelerarne la disgregazione e di consentire una rimozione del gruppo dirigente socialista, imponendo l’abbandono del Kosovo come contropartita della salvaguardia della Serbia, ovvero – se necessario – procedendo ad una vera e propria debellatio del governo, del sistema e del principio stesso della Jugoslavia in quanto tali. Lo mostrano la scansione e l’intensità dei bombardamenti (al ritmo di centinaia di raid aerei giornalieri): vennero attaccati e distrutti, anche in tal caso in violazione della giustizia internazionale, obiettivi non-militari e infrastrutture civili, impianti industriali, raffinerie di petrolio, oleodotti, ponti, ferrovie e strade, sino al bombardamento di Belgrado (il precedente più vicino era stato il bombardamento nazista, del 6 Aprile 1941) e di obiettivi quali la sede della televisione jugoslava e perfino il palazzo dell’ambasciata cinese in Serbia, per non parlare degli edifici governativi e delle centrali elettriche (inizialmente bombardate a ripetizione con “bombe alla grafite”).
La campagna militare, tuttavia, non raggiunse l’esito dichiarato: non è servita alla rimozione dal potere di Slobodan Milosevic e non ha concorso in alcun modo alla protezione della popolazione albanese del Kosovo. Si assiste così al sorprendente – voluto – paradosso di una guerra, non combattuta direttamente dalle presunte controparti, mediata dalla retro-azione di specifici interessi internazionali, fomentata dalle pressioni delle maggiori potenze imperialistiche, mirata a ri-legittimare in termini di potenza la presenza USA e NATO nella regione e conclusa con uno stallo spettacolare che avrebbe portato, quale unico esito plausibile, l’alternativa secca tra la cancellazione della statualità Jugoslava e la liquidazione della comunità albanese del Kosovo. Quella che, prima della guerra, con il finto negoziato di Rambouillet, si proponeva di avviare il processo dell’auto-determinazione, della separazione e dell’indipendenza del Kosovo, dopo la guerra, la tragedia umanitaria e i 78 giorni di cosiddetti “bombardamenti umanitari”, si traduceva negli Accordi di Kumanovo, che riconoscevano l’integrità territoriale e la sovranità serba sul Kosovo pur garantendo a quest’ultimo una “ampia e sostanziale” autonomia, costituendo le basi per il mandato della missione ONU e di quella NATO.
Dopo l’accettazione della Jugoslavia del piano di pace elaborato dai Paesi del G8 e dell’incorporazione di tale piano di pace nella nota Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, i Paesi NATO misero ufficialmente fine ai bombardamenti il 10 Giugno 1999. La guerra è costata come nessuna precedentemente combattuta in Europa, salvo quella di Bosnia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ed a pagarne il prezzo, come sempre, i civili indifesi: 78 giorni di bombardamenti di crescente intensità, che hanno pesantemente colpito sia il tessuto industriale sia le principali infrastrutture della Serbia (dal grande impianto automobilistico Zastava alle fabbriche di elettrodomestici, dalle raffinerie di petrolio alle autostrade, dai ponti sul Danubio, tutti distrutti tranne uno, agli aeroporti civili, alle strade e alle ferrovie), con stime che sono state peraltro tutte riviste in crescita. Secondo una valutazione del quotidiano “Borba”, i danni inferti ammontano a oltre 10 miliardi di dollari nella sola Belgrado, con 600 edifici danneggiati o distrutti, e oltre 100 miliardi di dollari nell’intero territorio della Serbia. Tanto per intenderci, due volte e mezzo l’interno prodotto interno lordo della Serbia (40 miliardi di dollari) del 2013. Infine, secondo valutazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ca. 280.000 profughi, tra serbi, montenegrini e Rom provenienti dal Kosovo, senza contare i danni del lungo dopo-guerra: imposizione della maggioranza etnica albanese sugli affari della vita pubblica del Kosovo, marginalizzazione delle minoranze, ghettizzazione dei serbi-kosovari nelle loro enclavi chiuse, distruzione dell’economia e della società e disoccupazione stimata al 50% della popolazione.
Ecco, in breve, il piano strategico racchiuso all’interno dello sbandierato “modello Kosovo” che si va pro-pagandando anche per l’odierna Siria: un progetto di disgregazione e devastazione, umana e materiale, in spregio del diritto e della giustizia, indifferente a qualsiasi autentica ragione “democratica” o “umanitaria”, alimentato da una virulenta strumentalizzazione dei fatti e da una spietata manipolazione dell’informazione, cui è necessario opporsi con tutte le energie, a partire dalle forze democratiche, per la pace e contro la guerra.

L’ereditiera di Riina


L’ereditiera di Riina

di Saverio Lodato - INFORMARE X RESISTERE
In Italia i poteri criminali passano di mano in mano, vengono lasciati in eredità, mettono radici infinite, nel disinteresse generale e con il complice sostegno della politica. Allora perché meravigliarsi o scandalizzarsi delle parole criminali con le quali, dal riparato tempietto di una emittente televisiva svizzera, la figlia di un criminale si candida a prendere il posto di papà, criminalmente riconosciuto, in una certa fase della vita di Cosa Nostra, come il numero uno che più sanguinario non si può? E’ di Lucia Riina, la figlia di «don»Totò, che stiamo parlando. La quale, in un’intervista a Ginevra (commissionata dal padre? Suggerita dai suoi avvocati? Sollecitata da qualche potere svizzero che in fatto di soldi ha un odorato affinato nei secoli?)  si dice onorata e felice di chiamarsi come si chiama, di capire il dolore dei familiari delle vittime fatte a pezzi da papà ma d’aver sofferto come non mai nel giorno del suo arresto.
Poi, la ragazza – e questo si capisce – , vuol bene alla mamma che le insegnò a leggere e scrivere – criminalmente leggendo, e criminalmente parlando, s’intende- perché a causa della latitanza del genitore le fu negato il diritto di sedere nei banchi di una scuola ( il particolare di questa circostanza non lo prenderemmo a scatola chiusa, visto che a latitanti di quel calibro non sono mai mancate le cliniche compiacenti per far partorire le mogli in anonimato; o scuole e tutori con gli occhi chiusi sull’identità di certi alunni).
Dicevamo: perché meravigliarsi? Perché stupirsi? Ma indignarsi sì, si può. E si deve. Vita natural durante, verrebbe da dire.
D’altra parte, criminalmente parlando, il fatto che «Il Giornale», citando le parole di condanna per il contenuto dell’intervista di Lucia Riina, di Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’ Associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, abbia adoperato il verbo «tuonare» piuttosto che «stigmatizzare», cos’ altro è se non lo strizzare l’occhiolino proprio ai frequentatori abituali di un «linguaggio criminale»? In Italia, si sa, tutti usano darsi una mano nei momenti di difficoltà…
Una volta, a un giudice che lo interrogava contestandogli frequentazioni «esclusivamente» mafiose nella città di Palermo, «don »Vito Ciancimino, che per la sua conoscenza del «linguaggio criminale» era paragonabile al Tommaseo per la sua conoscenza della lingua italiana, rispose, spiritosamente, che se fosse nato in Svizzera avrebbe conosciuto «esclusivamente» fabbricanti d’orologi, venditori di gioielli e produttori di cioccolata. Osservazione acuta. Ma se oggi le figlie dei boss vanno in Svizzera per essere sicure d’acquisire un’ «immunità criminale» a tutto tondo,  ciò significa che da quelle parti i  tempi per i produttori di cioccolata si son fatti duri …
Quanto all’Italia, non dimentichiamoci che ogni criminale che si rispetti ha almeno una figlia … E qual è la massima aspirazione di un padre se non quella di lasciare ai suoi figli l’eredità  del suo potere, fosse questo anche di origine e natura criminale?
Tratto da: liberainformazione.org                      saverio.lodato@virgilio.it  

I DIRITTI CALPESTATI


diritti considerati un tempo inviolabili e intoccabili ora vengono calpestati e maltrattati

-di Systemfailureb-
Sta diventando un’abitudine addirittura! Dopo la Firem di Modena e la Dometic di Forlì anche i dipendenti della Ydronic Lift tornano dalle vacanze e scoprono che la loro azienda è chiusa….
Pratiche che stanno diventando consuetudine in Italia e i poveri lavoratori che sono le vittime di un mondo sempre più neoliberista e globalizzato non sanno come fare, come reagire, come difendere i loro diritti…
La crisi economica più dura dal dopoguerra e un mondo sempre più neoliberista e globalizzato producono quanto detto e anche altro: ingiustizie sociali, diseguaglianze, povertà e miseria, squilibrio sociale, precariato, totale annullamento dei diritti dei lavoratori etc. etc.
Il mondo del neoliberismo, il mondo delle multinazionali, il mondo della globalizzazione non contempla le persone e i loro diritti, contempla solo lo sfruttamento degli individui, dell’ambiente e degli ecosistemi.
Il mondo neoliberista e globalizzato sembra non fermarsi proprio davanti a niente, sembra non avere limiti e diritti considerati un tempo inviolabili e intoccabili ora vengono calpestati e maltrattati….

IL TOP DEL FEMMINICIDIO


Violenza di genere, gli italiani fanno peggio
CARLO LANIA
28.08.2013
• IL MANIFESTO
In Italia il numero delle aggressioni è in media uguale a quello europeo. Ma le altre legislazioni sono più evolute Dai tribunali specializzati della Gran Bretagna ai braccialetti elettronici per gli aggressori della Spagna, ecco come l'Europa combatte la violenza contro le donne

Almeno su una cosa siamo come tutti gli altri in Europa: il numero di violenze compiute in Italia dagli uomini contro le donne è in linea con quello di Paesi più «evoluti» come Spagna, Gran Bretagna o Austria. Fine delle somiglianze, anche se non c'è niente di cui vantarsi. Per quanto riguarda infatti il resto, che siano piani di prevenzione contro le violenze di genere, protezione delle vittime, interventi delle forze dell'ordine per reprimere e di psicologi per curare il partner o l'ex diventato aggressore, siamo anni luce distanti rispetto a molti paesi, e questo vale in modo particolare per il femminicidio. E' come se qui da noi fossimo ancora negli anni '70 o '80: le richieste di parità da parte delle donne fanno ancora paura e provocano reazioni violente, mentre in altri Paesi si vive nel 2013. In Spagna, dove una certa cultura machista di certo non è finita in soffitta, sono più avanti noi, tanto che dal 2004 c'è un reato specifico sulle violenze di genere ed esiste un Osservatorio che raccoglie dati su aggressioni e femminicidi. Strumento fondamentale per monitorare e studiare la violenza tra le mura domestiche ma che in Italia, a distanza di nove anni dalla Spagna, ancora non esiste. «In Italia i dati sui casi di donne uccise dal proprio partner o ex partner li raccogliamo noi come Casa delle donne basandoci sulle notizie pubblicate dai giornali» spiega Angela Romanin, formatrice della Casa delle donne di Bologna. «Di un Osservatorio gestito dal ministero degli Interni, che ai dati sulle morti incroci i dati criminologici, purtroppo ancora non se ne parla. Questo succede perché da noi fino a oggi non si è considerato seriamente il problema».

Poche denunce

A questo punto, prima di proseguire, è importante fare una precisazione. Per violenza di genere, all'interno di una relazione di intimità, si intendono tutti quegli atti di diversa natura - fisica, psicologica, sessuale, economica o sociale - che si verificano spesso in maniera ripetuta all'interno di una coppia, al punto da creare situazioni di dominio e sudditanza di un partner sull'altro. Inferni quotidiani vissuti spesso in solitudine, e che altrettanto spesso degenerano con la morte della donna.
Una delle poche indagini comparate, condotta sulla prevalenza del fenomeno, è stata pubblicata nel 2008 dall'Istituto europeo per la prevenzione e il controllo della criminalità «Heuni» l'International violence against women survey che ha coinvolto 5 Paesi europei, tra cui anche l'Italia, e ha permesso di stabilire come le donne che hanno subito violenza fisica o sessuale da un partner presente o passato nell'arco della loro vita variano da un decimo a più di un terzo di tutte coloro che hanno avuto un partner. «In Italia, secondo i dati dell'Istat, che ha partecipato all'indagine europea, 2 milioni 938 mila donne hanno subito violenza fisica o sessuale dal partner attuale o precedente», ricorda Giuditta Creazzo, ricercatrice e socia della Casa delle donne di Bologna.
Un dato che rischia però di non spiegare fino in fondo la gravità del fenomeno, come spiega Romanin. «Sempre l'Istat ci dice infatti che soltanto dal 4 al 9% delle donne colpite dalla violenza sporge denuncia. E questa range, che è bassissimo, dipende dal tipo di reato e dall'autore. Per essere chiari: si denuncia di più uno stupro fatto da uno sconosciuto piuttosto che dal proprio partner, nonostante i partner siano responsabili di circa il 70% degli stupri».

Un'aggravante

Il decreto contro il femminicidio che ieri ha cominciato il suo iter alla Camera, sebbene criticato da alcune associazioni di donne che si occupano di violenza di genere per la sua frammentarietà e per la mancanza di finanziamenti adeguati per un piano strutturale, rappresenta comunque uno dei primi passi verso una legislazione che colpisca in maniera più decisa il fenomeno. Ma, come si è detto, siano ancora lontani dal resto dell'Unione europea, sia dal punto di vista dell'approccio culturale al fenomeno, che dell'intervento legislativo. Secondo uno studio condotto nel 2010 sono 18 i Paesi della Ue che hanno adottato normative specifiche che riguardano atti di violenza consumati in un contesto domestico o familiare. «In dieci di questi le violenze nelle relazioni di intimità sono previste come una fattispecie specifica di reato - prosegue Giuditta Creazzo -. Soltanto in Spagna e in Svezia tuttavia si utilizza il concetto di "violenza di genere" come concetto giuridico. Negli altri Paesi si parla di violenza in famiglia, violenza domestica o violenza nelle relazioni di intimità. In altri dieci Paesi, infine, fra cui Francia e Spagna, la relazione di intimità rappresenta una circostanza aggravante del reato».
In Austria una legge contro le violenze di genere esiste dal 1997, anno in cui in ogni regione venne istituito anche un centro di intervento. Si tratta di istituzioni pubbliche che riuniscono e coordinano sia i tribunali che i centri di ascolto per uomini violenti e quelli per la protezione delle donne. Dagli anni '70 (venti prima che in Italia), invece, esistono le case rifugio per donne maltrattate. Finanziate dallo Stato possono contare su 478 posti letto, un numero abbastanza vicino allo standard europeo che prevede un posto nucleo (mamma più uno o due bambini) ogni 10mila abitanti (in Italia siamo circa la 6% della copertura). Quando viene segnalata una violenza la polizia può applicare subito l'ordine di protezione allontanando l'uomo dall'abitazione. Alla donna viene chiesto se vuole essere seguita da un centro antiviolenza, mente l'aggressore viene invitato a seguire un trattamento psicologico, parallelo a quello giudiziario.

Processi veloci
Una novità importane è costituita invece inGran Bretagna dalle Marac, Multy-agency risk assessmen conferences, incontri territoriali durante i quali si condividono le informazioni sui casi più ad alto rischio, che si calcola siano circa il 10% del totale. Vi fanno parte rappresentanti della polizia locale, del tribunale, dei servizi di accoglienza e protezione dell'infanzia, dei servizi sanitari e da un Indipendent domestic violence advisor (Idva), una consulente specializzata nei casi di violenza domestica. Si riuniscono ogni settimana o quindici giorni, a seconda delle necessità, e stilano un piano di protezione mirato sulle esigenze della vittima, che viene attivato solo dopo aver avuto il suo consenso. Condizione fondamentale, visto che alla base dell'intervento c'è sempre l'incolumità della donna.
Dal 2002 esistono inoltre tribunali specializzati nei casi di violenza domestica che usufruiscono della collaborazione di un'operatrice dei centri antiviolenza. Nel 2011 ne esistevano 140, con ingressi separati per vittime e aggressori. Prevista, infine, una corsia preferenziale per accelerare al massimo i tempi del giudizio.
Tribunali specializzati esistono anche in Spagna, dove però l'intervento dello Stato, possibile anche grazie al lavoro fatto dall'Osservatorio sui casi di violenza di genere, punta soprattutto a interventi di più ampio raggio che prevedono il sostegno delle vittime attraverso misure sociali, economiche, lavorative e sanitarie, la sensibilizzazione culturale degli uomini - oltre che la repressione - e un piano per la lotta al machismo. In caso di denuncia l'uomo viene inviato a un centro di trattamento, mentre la donna viene invitata a prendere contatto con un centro antiviolenza. E' previsto inoltre l'impiego di braccialetti elettronici per controllare gli spostamenti dell'uomo, e di Gps per le donne. Attraverso il braccialetto la polizia può controllare tutti i movimenti del partner violento, non solo se si avvicina all'abitazione della donna, ma anche in tutti quei luoghi normalmente frequentati da lei, oppure alla scuola dei bambini, a casa di familiari e amici o sul posto di lavoro. Se invece la intercetta durante il tragitto tra un luogo e l'altro, la donna più attivare il Gps. In questo modo la polizia può capire subito dove si trova e inviare una pattuglia. «Tutto questi interventi naturalmente prevedono dei costi», conclude Angela Romanin. «Ma questi Paesi hanno evidentemente fatto una scelta diversa dalla nostra: hanno preferito investire sulla prevenzione e su contrasto della violenza invece di subirne i costi indiretti come fa l'Italia». 

ESODATI


Priorità anche gli esodati
DANIELA PREZIOSI
28.08.2013
• IL MANIFESTO
Intervista al viceministro Stefano Fassina: «No agli ultimatum Pdl» ma «avanti Letta». «Crisi? Un disastro». «Congresso, al Pd non serve un altro candidato». «Alla segreteria voterò chi unisce chi è andato controcorrente. Non serve un altro nome ma un passaggio politico»

Viceministro Fassina, oggi il consiglio dei ministri abolirà l'Imu come chiede il Pdl?
I ministri cominceranno ad affrontare diverse priorità del programma sul quale Letta ha ricevuto la fiducia: un intervento sull'Imu che, ha detto Letta, riguarderà le famiglie in maggiore difficoltà; il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga per centinaia di migliaia di lavoratori che rimarranno a breve senza reddito; gli esodati; la scuola pubblica; il rinvio dell'aumento dell'Iva. Il consiglio inizia un percorso che arriverà fino alla legge di stabilità.

E il Pdl si accontenterà di questo?
La discussione è in corso in queste ore. Dobbiamo affrontare tutte le priorità del paese e abbiamo risorse limitate. Chiedo che prevalga il senso di responsabilità. Quanto all'Imu, era una delle nostre proposte, vogliamo fare in modo che l'85% delle famiglie non debba pagarla, e lo vogliamo fare in modo che la tassazione della casa sia pienamente federale, lasciando ai comuni la scelta di quanto e come intervenire per finanziare i servizi che offrono. Trovare un punto di incontro si può, se tutti assumiamo le priorità del paese.

Chi fa parte di quel 15% che pagherà l'Imu?
Non so come finirà. Ma i dati dicono che il 25% di famiglie che hanno casa di proprietà già non pagano. Si arriva all'85 con quelle che pagano meno di 500 euro. Per eliminare l'Imu a loro servono due miliardi. Per abolirla al restante 15%, cioè ai proprietari di immobili di maggior valore, servono altri 2 miliardi. Ma serve un miliardo per la cassa integrazione, un altro per l'Iva, servono risorse per gli esodati e per la scuola.

Gli esodati sono finalmente diventati una priorità per il Pd?
Era un nostro impegno dal giorno dopo l'approvazione del salva-Italia ed è fra le priorità del governo Letta. Sono un uomo di sinistra, sarebbe complicato guardare negli occhi un esodato, o un disoccupato, e dirgli che non possiamo dargli un reddito o una pensione perché dobbiamo cancellare l'Imu a chi vive in 400 metri quadrati al centro.

Avete riunito la delegazione di governo del Pd perché vi accusano di subire tutti i diktat del Pdl?
È una critica che va di moda nel Pd. Guardino gli atti del governo: il rifinanziamento della cassa integrazione, i contratti di solidarietà, la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione.

Il governo sopravviverà al combinato Imu-decadenza del Cav?
Il paese non capirebbe una crisi ora. Avrebbe pesanti effetti sull'economia, ci farebbe tornare al novembre 2011, bruciando i sacrifici fatti.
Non si creerebbero 'gli esodati'.
Non tornerebbe indietro l'orologio dei problemi. Sarebbe probabile un intervento della troika, le misure sbagliate che ci imporrebbe aggraverebbero i problemi.

Agita lo spettro della troika come fecero per farci digerire Monti?
L'esatto contrario. Con il governo Letta abbiamo iniziato una faticosa politica economica che, per quanto limitata, ha un segno anticiclico rispetto a Monti. Una crisi di governo ci farebbe perdere credibilità e porterebbe a un sostanziale commissariamento. Se il governo va avanti con l'agenda giusta, la presidenza della Ue dal luglio 2014 sarà una straordinaria opportunità per aumentare il nostro potere negoziale.

L'Italia sarà alla presidenza a prescindere da quale governo avrà. 

La presidenza si costruisce prima. In caso di crisi non avremmo tempo né credibilità per affrontare scelte fondamentali. E sarebbe un danno enorme per il nostro ruolo e per l'Unione. Mon mitizzo la governabilità, ma c'è solo uno scenario peggiore della crisi: portare il paese ad accettare i diktat berlusconiani. Può darsi che l'irresponsabilità del Pdl ci avvii alla crisi. Ma sarebbe segnata da costi sociali ed economici altissimi. È in gioco la qualità della nostra democrazia, la nostra collocazione europea e internazionale, il segno economico e sociale dell'Italia. Sarebbe una crisi istituzionale e di regime, non una ordinaria crisi politica.

Veltroni con un pezzo del Pd dice: legge elettorale e subito al voto.
Non è uno scenario auspicabile, né da prospettare con disinvoltura.

Letta, ha detto lei, è un buon candidato premier. Non vuol dire che anche lei pensa al voto?
Noi siamo concentrati a portare avanti un governo efficace per affrontare le emergenze economiche e sociali. Se il Pdl determinerà uno scenario diverso, Letta è in campo. Ha dimostrato di essere all'altezza delle sfide dell' Italia e dell'Europa.

È d'accordo con l'idea di Violante, e cioè ricorrere alla Consulta sulla legge Severino?
No. La legge è chiara ed ha l'obiettivo di qualificare la rappresentanza. So che qualche scuola giuridica lo sostiene. Ma sarebbe singolare che il senato che ha approvato la legge poi la invii alla Corte per dubbi di costituzionalità. I senatori del Pd in giunta avranno massima attenzione per tutti gli aspetti, diritti della difesa e obiettivi della legge.

Ha letto il documento congressuale del candidato Gianni Cuperlo?
È interessante, in larga misura lo condivido, del resto con Gianni abbiamo fatto un lungo percorso insieme. Finora è il miglior contributo al dibattito congressuale. Ma non attinge abbastanza a quel filone della dottrina sociale della Chiesa che propone una riflessione radicale sulla crisi antropologica, sul capitalismo e sul neoliberismo. Una delle potenzalità del Pd è raccogliere spunti che vengono da un ventaglio ampio di storie e culture. È vero che questo punto in cui Cuperlo è debole, non è stato affrontato davvero neanche dalle culture cattoliche dentro Pd.

Se Letta resterà a Palazzo Chigi, Fassina chi voterà al congresso?
Chi sarà in grado unire la parte di Pd che in questi anni è andata controcorrente. Spero che si riesca arrivare a questo approdo unitario.

Cioè? Oltre Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella, avrete un altro nome?
Non necessariamente. Dovremo fare alcuni passaggi politici. E la candidatura segue la prospettiva politica. Non c'è per forza bisogno di altri nomi.

PARLA IL GRANDE WIKILEAKS


WikiLeaks: dal 2006 gli Usa
pronti a destabilizzare Assad
GERALDINA COLOTTI
28.08.2013
IL MANIFESTO
Snowden: Nazioni Unite spiate dall'intelligence americana. L'ambasciata Usa a Damasco progettava ingerenze fin dal dicembre 2006. Lo ha rivelato il sitoWikileaks in base alle informazioni dell'ex soldato Bradley Manning

A dispetto degli accordi internazionali, firmati anche dagli Stati uniti, l'Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si è introdotta nei sistemi informatici usati dai deputati Onu e ha avuto accesso alla rete privata Vpn utilizzata dalle delegazioni europee. Edward Snowden, l'ex consulente Cia che ha rivelato lo scandalo del Datagate, lo aveva già detto. Domenica, il settimanale tedesco Spiegel ha spiegato nei dettagli un'operazione in corso dall'estate del 2012. Mediante lo «special collection service», Washington ha anche sorvegliato illegalmente le comunicazioni di 80 paesi stranieri a partire dalle proprie ambasciate all'estero. Piani che - raccomandava la Nsa - dovevano rimanere ultrariservati «per evitare gravi danni alle relazioni con i paesi ospiti». L'Onu chiederà spiegazioni al governo Usa.
Altrettanto segreti avrebbero dovuto restare i piani di Washington sulla Siria. L'ambasciata Usa a Damasco progettava ingerenze fin dal dicembre 2006. Lo ha rivelato il sito Wikileaks in base alle informazioni dell'ex soldato Bradley Manning, condannato a 35 anni di carcere negli Stati uniti. Gli Usa si proponevano di approfittare «dell'inesperienza e degli eventuali errori politici» del presidente siriano Bashar al Assad. Intendevano provocare il fallimento delle sue previste riforme economiche, e usare contro di lui le buone relazioni intrattenute con l'Iran: aumentando lo scontento di molti sunniti siriani, preoccupati dalla «minaccia» sciita. Per questo, già dal 2005 erano entrati in contatto con persone interessate a valutare le prospettive di una Siria senza Assad.
In quegli anni, Barack Obama, allora senatore democratico dell'Illinois, aveva presentato diverse proposte per limitare i poteri di sorveglianza della Nsa, tutti bocciati dall'amministrazione Bush. Lo stesso anno della sua prima elezione, nel 2008, il presidente Usa ha però sostenuto attivamente il progetto di legge per l'adozione del programma Prism. Norme per le quali il governo non ha bisogno dell'autorizzazione del tribunale per raccogliere le informazioni su stranieri che risiedono fuori dagli Stati uniti. Su questa base, gli analisti possono richiedere i dati e le registrazioni alle compagnie che abbiano il 51% delle comunicazioni effettuate da persone straniere. Misure nel quadro del Patriot Act, dispositivo che determina le operazioni di sorveglianza Usa con particolari prerogative a partire dagli attentati dell'11 settembre 2001: anche all'insaputa dei cittadini.
Con il pretesto della «guerra al terrorismo» i servizi segreti inglesi si sono serviti a loro volta del programma Prism. Lo ha rivelato sul Guardian il giornalista Glenn Greenwald, che a giugno a raccolto le confessioni esplosive di Snowden. Tramite Greenwald, l'ex tecnico della Nsa qualche giorno fa è tornato a farsi sentire. Ha smentito di aver fornito informazioni all'Independent. Il quotidiano britannico aveva parlato dell'esistenza di una base segreta in Medio Oiente gestita dal Government Communications Headquarters (Gchq), l'intelligence inglese che ha partecipato al piano di intercettazioni illegali della Nsa. Da quella base, il Gchq intercetta e processa i dati trasmessi attraverso i cavi di fibra ottica sottomarini della regione - ha scritto The Independent senza rivelare il luogo in cui si trova il centro di spionaggio, ma suggerendo di aver avuto l'informazione da Snowden.
Secondo l'ex tecnico della Nsa, attualmente rifugiato per un anno in Russia, si tratta di un'operazione mediatica organizzata dal governo britannico per far credere che le informazioni pubblicate dal Guardian e dal Washington Post ostacolano la «guerra al terrorismo». In nome della sicurezza, l'intelligence nordamericana ha giustificato lo strapotere delle sue agenzie, mentre i servizi segreti britannici hanno compiuto «ogni genere di pressione» sul Guardian per fargli distruggere i file sul Datagate. Per continuare a pubblicare i documenti sul Gchq, il quotidiano ha deciso di costituire una rete di media disposti ad andare avanti, a cominciare dal New York Times.