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mercoledì 31 dicembre 2014

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E UN'ALTRA SERIE DI SORPRESE: LA TRISTE STORIA DEL REAL MADRID ...

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LA MAFIA UCCIDE SOLO D'ESTATE (PIF)


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PIETRO GRECO E L'IMPORTANZA DELLA SCIENZA

Pietro Greco: l'Europa in crisi d'identità riparta dalla scienza

Intervista al giornalista e divulgatore scientifico autore del libro di storia della scienza: La scienza e l'Europa, dalle origini al XIII sec.

Annalina Ferrante
mercoledì 31 dicembre 2014 11:35
CRONACHE LAICHE


Pietro Greco è, tra i giornalisti che si occupano di scienza, uno dei più accreditati. Non a caso, perché unisce, a una formazione scientifica ineccepibile (tra l'altro, è laureato in chimica) e una lunga esperienza, doti di divulgazione, di competenza, di curiosità, di attenzione non solo verso la scienza in generale e il suo sviluppo storico, ma soprattutto verso il suo rapporto con la società, le sue implicazioni e i suoi effetti. In una parola, un intellettuale e un uomo di scienza a tutto tondo.
Una delle sue ultime fatiche è il volume La scienza in Europa. Dalle origini al XIII secolo firmato per L'Asino d'oro, giovane casa editrice romana con un catalogo così ricco, ricercato e attento nella scelta dei temi e degli autori che non meraviglia affatto che abbia affidato al nostro autore alcuni tra i suoi titoli più preziosi come i volumi su Margherita Hack e Lisa Meitner, della collana "Profilo di donna", dedicata alle donne nella scienza, e questo volume.
La scienza in Europa. Dalle origini al XIII secolo è il primo di una trilogia che sposa felicemente un tema complesso e originale come quello del ruolo decisivo della conoscenza scientifica per la formazione dell'identità europea, con un linguaggio assolutamente accessibile e una trama avvincente come un romanzo. Ma partiamo dall'inizio. Abbiamo chiesto a Pietro Greco come nasce l'idea di questo volume.

«Stavo riflettendo anche insieme ad altri sul declino economico dell'Italia - racconta a Cronache laiche -. Un declino però non solo economico. Siamo l'unico paese, tra i grandi d'Europa e tra quelli extraeuropei con economia più avanzata, che ha un modello di sviluppo senza ricerca. Da noi è plateale. Mi sono chiesto perché. Anche l'Europa sta vivendo attualmente delle difficoltà. La prima è certamente identitaria: noi non ci sentiamo a sufficienza cittadini europei. È la prima difficoltà che notano e mettono in rilievo studiosi, storici, filosofi che io cito. Questa crisi identitaria è intrecciata anche ad una crisi di tipo economico».

Vale a dire?
Da quasi dieci anni il declino dell'Europa (quello dell'Italia è di molto superiore, quasi trent'anni!) è quantitativamente misurabile - per esempio, banalmente, il PIL cresce meno che in altri paesi del mondo - e si è manifestato nell'ultima crisi economica dalla quale l'Europa non riesce a uscire.
Però la crisi è più complessiva, è una crisi di identità, come dicevo, non si sa che ruolo deve avere questo continente, tant'è che stanno prevalendo gli egoismi nazionali rispetto all'idea di unità europea.
Allora mi sono chiesto come mai. Alcune banali analisi di tipo statistico hanno dimostrato che quando noi parliamo di Europa, parliamo di diversi frammenti che non si sono significativamente unificati e ognuno di essi si muove ad una velocità diversa e verso direzioni diverse. Esiste un 'Europa che presenta maggiori difficoltà economiche e sociali ed è quella, guarda caso, che investe meno in ricerca scientifica e che non ha sviluppato un'industria dell'alta tecnologia. È l'Europa del sud, del Portogallo, della Spagna, dell'Italia, della Grecia, di Cipro, Malta. Poi c'è un'altra parte, quella più antica. Ovvero l'Europa che ha contribuito alla formazione dell'Unione europea e che è la parte più centrale, quella che affaccia sulla Manica e che comprende la Francia, la Gran Bretagna, l'Irlanda. Certo, questi Paesi sono molto diversi fra loro, stanno sicuramente meglio dei paesi del sud ma anche loro fanno fatica a tenere il passo con il resto del mondo.
Ci sono i paesi che si adattano a nuovi andamenti come per esempio la Gran Bretagna che, dopo una profonda crisi industriale, si sta specializzando sempre più nella finanza. Seguono i paesi ex comunisti che presentano certamente una situazione economica peggiore della nostra, ma hanno quello che i matematici chiamano una "derivata positiva", ovvero stanno migliorando velocemente la loro condizione.
In pole position i paesi che investono di più in ricerca scientifica come la Slovenia, l'Estonia, la repubblica Ceca, mentre sono in maggiori difficoltà quelli che investono meno.
E poi c'è il frammento più grande che non è affatto in difficoltà ed è quello che ruota intorno alla Germania e di cui fanno parte l'Austria, la Svizzera fino ad arrivare, alla Scandinavia. Questi paesi reggono perfettamente il confronto con il resto del mondo, anche con le parti più dinamiche e guarda caso sono i paesi che investono di più in ricerca scientifica.

Qual è il ruolo della scienza e della conoscenza in questo scenario?
Partendo da questa realtà, con un'Europa divisa in frammenti che si muovono a velocità e in direzioni diverse, considerando che alcuni che reggono bene il confronto con il resto del mondo e che altri invece sono in difficoltà , è evidente che in questo la scienza ha una sua responsabilità, allora mi sono chiesto se la scienza fosse la causa del declino europeo.
Le prime considerazioni portano a dire che la scienza è stata l'elemento fondamentale che ha consentito a questo piccolo e marginale continente di diventare nel XV - XVI secolo il continente leader del mondo.
Purtroppo anche militarmente, ma non solo: la democrazia è nata qui, il welfare , la grande economia, l'industria sono nate qui almeno fino a quando ha cominciato ad avere delle difficoltà con l'innovazione tecnologica e queste difficoltà hanno prodotto due guerre mondiali che debbono essere lette, a mio avviso, come il frutto di una società che aveva comportamento ambiguo, non risolto con l'innovazione. La modernità creava nuove condizioni, ridefiniva le classi, i ceti sociali, chiedeva grande impegno. C'è stata una reazione che ha prodotto un malessere che poi si è tradotto in guerra tra le nazioni. Questa incapacità di accettare la modernità e governarla ha avuto come punte negative avanzate il fascismo e il nazismo.

Quando e come si è sviluppato il declino?
Il declino ha avuto il suo apice negli anni trenta, quando le leggi razziali in Germania e poi in Italia hanno dato la misura di quanto era forte il problema nei confronti della modernità perché dalla parte di Europa occupata dal nazifascismo sono stati esiliati proprio gli intellettuali e in particolare gli scienziati.
Pensiamo che fino al 1933, un terzo dei premi Nobel assegnati dal 1900, anno di nascita del premio, era tedesco e un terzo dei premi Nobel tedeschi scientifici erano di ebrei. Nei trent'anni successivi il 50% dei premi Nobel sono stati americani e addirittura il 60-70% anglo-americani: è chiaro che con l'avvento del nazifascismo c'è un passaggio di consegne, l'asse centrale della scienza è passato dal centro Europa, dalla Germania, agli Stati Uniti ed è lì che inizia un primo declino.
Dopo la seconda guerra mondiale l'Europa è riuscita a tenere il passo, anche se il testimone della ricerca scientifica è passato agli USA ma oggi fa fatica a reggerlo. Faccio solo due esempi: la media mondiale degli investimenti in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico il 2% del PIL e in questo momento l'Europa è leggermente al di sotto. Quindi non solo siamo terzi dopo l'Asia e gli Usa, ma siamo anche in termini relativi più lenti della media mondiale. Pensiamo che solo fino a 100 anni fa, nel 1910, 1920, 1930 l'Europa aveva pressoché il monopolio assoluto della scienza e siamo passati da una situazione di monopolio ad una situazione di incipiente marginalità.

Sei partito da questa considerazione per affrontare un lungo viaggio storico a cercare le radici della nascita della scienza in Europa e come questa nascita abbia fatto da collante all'unità europea. Quali sono i punti significativi?
La storia non si può tagliare con l'accetta ma la scienza non è nata nel XVII secolo in Europa, anche se in questo periodo ha avuto uno sviluppo importante e decisivo per cui è legittimo, secondo me, parlare ancora di rivoluzione scientifica del '600.
Una scienza epistemologicamente matura, molto moderna, e con dei risultati teorici e pratici molto importanti si è sviluppata in epoca ellenistica a partire sostanzialmente dal III secolo a. c. . Faccio due nomi: Euclide e Archimede. Non sono gli unici, ma sono quelli che sono ancora noti a tutti almeno quanto Galileo e Newton, scienziati di valore assoluto.
La scienza, ne sono convinto, nasce in questo periodo soprattutto nel bacino mediterraneo orientale, in Egitto, in tutto il medioriente e in parte nella stessa Greci. Poi seguono diverse fasi in cui il suo sviluppo si interrompe. La prima fase accade quando i romani occupano il mediterraneo, la seconda verso il I-II dopo c. e una terza fase si conclude con Ipazia. Dopo il suo assassinio nel 415 inizia il declino della civiltà romana.

E' particolare che fai coincidere la fine di un periodo di sviluppo scientifico e la crisi successiva con il tragico assassinio da parte dei parabolani cristiani, di una donna, una scienziata, icona del libero pensiero come Ipazia...
Penso che sia una metafora più che una causa: con Ipazia viene a mancare, si esaurisce quel filone di scienza ellenistica che era riuscita a sopravvivere fino al IV- V secolo d.c. Non a caso Alessandria d'Egitto, pochi lo ricordano oggi, è stata la capitale mondiale della scienza per circa 700 anni, un periodo lunghissimo in cui questa città è stata veramente il centro dell'innovazione e del pensiero scientifico.
La società romana era stata straordinaria nella politica, nel diritto, in alcuni ambiti dell'ingegneria, tant'è che molti manufatti romani restano ancora oggi. Ma come capacità di interrogare la natura sia da un punto di vista teorico sia da un punto di vista sperimentale non ha prodotto alcun risultato Nella civiltà romana semplicemente la scienza non c'era. Probabilmente per come era strutturata la sua economia che non aveva bisogno di particolare innovazione.
Io cito sempre una bellissima frase utilizzata da uno storico della matematica Carl BOYER "l'unico contributo che i romani hanno dato allo sviluppo della matematica è quando Cicerone è andato a Siracusa e si è accorto che avevano sepolto Archimede in maniera non degna e quindi gli fa comporre una tomba degna".

Che cosa succede dopo?
Noi abbiamo testimonianze di una scienza, certamente non al livello di quella ellenistica, ma importante in India, in Cina, comunque in tutto l'estremo oriente. Ci sono due teorie a proposito dello sviluppo della scienza prima del XVII secolo. La prima è che la scienza sia nata indipendentemente in tutti questi centri. La seconda, che la scienza sia nata sostanzialmente in epoca ellenistica nel bacino del mediterraneo e poi si sia diffusa in tutto l'oriente estremo per poi svilupparsi autonomamente.
Io penso che la scienza cinese e indiana si sia sviluppata effettivamente dopo le contaminazioni più o meno dirette che ha avuto con la scienza ellenistica. Ma questo è un discorso che esula dal libro. La cosa importante è che c'è stata una fase successiva che è nata intorno al VII-VIII secolo a.c che ha fatto sì che la scienza ellenistica venisse recuperata, fatta propria, metabolizzata producendo innovazioni da parte degli arabi.
Gli arabi hanno tradotto dal greco tutti i grandi classici della filosofia e della scienza ellenistica. A Damasco esisteva una importantissima scuola di traduzione sistematica, poi trasferita a Bagdad che, dopo Alessandria, è stata capitale mondiale della scienza. Importante non solo perché è stata fatta scienza attiva ma anche perché tutti i testi sono stati tradotti in arabo dal greco, dal siriano e perfino dal persiano.
Gli arabi avevano inoltre una grande capacità di contaminare e di contaminarsi. C'era un flusso di scambi culturali davvero importante e in questo flusso c'erano anche gli scienziati arabi che andavano e venivano, che si confrontavano con indiani, persiani. Gli arabi avevano addirittura un intero quartiere di una città cinese, l'imperatore cinese gli aveva concesso di vivere secondo le leggi dell'Islam. Uno degli elementi che a noi resta, il più importante dal punto di vista squisitamente teorico, è l'assunzione, grazie a questa contaminazione, dei numeri indiani e la numerazione posizionale, che utilizziamo ancora oggi e che era enormemente superiore al modo di computare della numerazione latina. Gli arabi l'hanno assunta dagli indiani, l'hanno acquisita loro e poi l'hanno restituita a noi.

Quando è nata l'Europa?
Quelli che noi chiamiamo i secoli bui del Medioevo, in effetti erano secoli bui per l'Europa. Per il resto del mondo, per gli arabi, l'India, la Cina, in realtà sono stati un secoli luminosi. I flussi tra questi mondi non si sono mai interrotti neanche nel medioevo più prossimo a noi, ma la cosa era assolutamente asimmetrica per ogni 20 novità che venivano dalla Cina noi ne portavamo una sola. La Cina era enormemente più ricca, enormemente più popolata e anche molto più sviluppata. Contemporaneamente paesi dell'Europa più occidentale come Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna, la penisola iberica, sono state tagliate fuori dalla cultura scientifica e dalla tecnologia ellenistico-araba aperta all'oriente per molti, molti secoli.
E io penso che questo sia stata una delle cause della caduta dell'impero romano, che ha fatto si che una nuova civiltà, rispetto a quella romana, sorgesse nel nostro continente soltanto intorno al X - XI secolo. E' intorno a questi secoli che nasce l'Europa.

Gli arabi hanno effettivamente avuto una grande importanza nella diffusione della cultura scientifica. Tu fai ruotare intorno all'opera del matematico Leonardo Fibonacci e al suo incontro con Federico II, imperatore straordinariamente colto che promosse non solo la scienza ma anche la letteratura attraverso la poesia della Scuola siciliana, la cui influenza portò alla nascita della moderna lingua italiana. E sia Fibonacci che Federico II hanno sviluppato le loro opere in un ambiente squisitamente arabo...
Sì. Che la civiltà araba fosse enormemente più avanzata di quella che c'era in Europa lo dicono alcuni fatti. Tra il 1100 e 1200, la città più popolata in Europa non raggiungeva i 100. 000 abitanti Forse li raggiunge Firenze nel '200, Parigi, Napoli un po' dopo. In Europa c'erano città come Cordoba che facevano 500.000 abitanti, la stessa Palermo aveva una popolazione compresa tra i 150 e i 300.000 . A Cordoba dovrei aggiungere Toledo, che non aveva questa popolazione ma era una città culturalmente molto viva.
Toledo e Palermo sono le due principali città in cui avviene un fenomeno che non era mai accaduto prima: gli europei vivono a stretto contatto con gli arabi.
Al tempo stesso, carovane arabe attraversavano l'Europa con tutto il sapere che veniva dalla Cina per poi riportare in Cina le loro conoscenze. Di tutto ciò gli europei semplicemente non se ne accorgevano. Queste conoscenze transitavano per l'Europa ma nulla si fermava qui perché non c'era una domanda sociale di scienza, la civiltà in Europa era veramente molto povera e nonostante arabi ed europei fossero vicinissimi, non avevano contatti. Quando l'Europa comincia a nascere, comincia a trasformarsi, ha inizio la civiltà urbana con il trasferimento di persone dalle campagne alla città, cresce una domanda culturale e la fonte per rispondere a questa domanda sono le grandi città arabe come Toledo e Palermo.

Come avviene la svolta?
Qui avviene quel fenomeno che era già avvenuto con le traduzioni dal greco in arabo: viene tradotto in latino tutta la scienza araba che sostanzialmente era scienza ellenistica. Vengono tradotti per la prima volta in latino per es. gli Elementi di Euclide che non era mai stato tradotto. Finalmente gli europei scoprono quella cultura scientifica che si era spenta con Ipazia ma che era nata 1500 anni prima e i primi a incontrare la scienza Fibonacci e Federico II, che rappresentano, lo sottolineo, solo la punta di un iceberg ben più grande.
Fibonacci è certamente il primo matematico creativo in Europa, quello che ha prodotto nuova conoscenza matematica e non a caso aveva studiato in nord africa formandosi nell'ambito della cultura araba. Aveva viaggiato molto, era stato a Bisanzio, a Bagdad, si era confrontato con i più grandi matematici del tempo e aveva acquisito una conoscenza matematica tale da scrivere il suo primo libro "Liber abaci". Successivamente ne ha scritti altri in cui non solo ha riportato in Europa i numeri indo-arabi, cioè i numeri che noi utilizziamo, ma ha prodotto nuova conoscenza. Certo c'era stato Archimede, nato in Sicilia 1500 anni prima, ma apparteneva alla cultura ellenistica. Il primo europeo che contribuisce a formare una cultura europea e contribuisce creando nuova matematica è Fibonacci. Contemporaneamente, non è del tutto infondato ritenere che Federico II, imperatore re di Sicilia, sia stato il primo sperimentalista, il primo scienziato, filosofo naturale che ha utilizzato l'esperimento per fare filosofia e quindi, metaforicamente, il loro incontro, nel 1226 a Pisa rappresenta un po' l'inizio della scienza in Europa. Fibonacci e Federico II sono la punta avanzata di un movimento che si andava formando e che si svilupperà negli anni successivi e tutto questo accade perché l'economia europea cominciava a sviluppare una domanda di cultura e innovazione e i nostri due scienziati cominciano a soddisfare questa domanda. E' una cosa straordinaria.

Straordinario è il ritratto che fai della corte di Federico II. Scrivi delle "porte" di Federico! Apre l'Università di Napoli, la prima università pubblica, rinnova la Scuola di Salerno. Poi c'è la poesia, i castelli. Sono le porte di un nuovo mondo...
Non è un caso che alla corte di Federico nasce la scienza europea, nasce la poesia italiana, nasce la lingua.
Io ritengo che la scienza, ancorché in questa fase iniziale, sia il collante dell'Europa che sta nascendo perché è uno dei linguaggi di una cultura comune. La stessa scienza comincia ad essere studiata, analizzata a Palermo, a Napoli, a Pisa, a Bologna a Montpellier, a Parigi, a Salamanca, a Oxford.
L'Europa comincia ad acquisire una cultura unitaria favorita dal fatto che in queste città ci sono delle università e in tutte queste università si parla la medesima lingua, ma soprattutto si insegnano ai giovani le medesime materie: chi fa medicina a Montpellier fa più o meno la stessa medicina che si fa a Salerno piuttosto che a Parigi; chi fa diritto a Bologna fa lo stesso diritto che si fa a Cambridge o Oxford. Leggono gli stessi libri e comincia a nascere questa comunità europea di scienziati e di uomini della cultura scientifica.
Io chiudo questo primo volume del rapporto tra scienza e Europa con Dante perché nella Divina Commedia ha assimilato tutta la scienza del suo tempo. Io lo considero una figura particolare perché è stato il primo a darci un insegnamento che è fondamentale ancora oggi: a dirci che questa cultura scientifica e filosofica, questa nuova cultura che stava invadendo l'Europa doveva essere democratizzata, doveva arrivare a tutti.
Tra l'inizio del '200 e l'inizio del '300 si chiude un epoca e se ne apre un'altra: la conoscenza scientifica invade finalmente l'Europa e ne diventa il motore, Dante parla di democrazia della conoscenza. Una società se non è democratica non è una bella società e la conoscenza deve favorire lo sviluppo della democrazia.
Per concludere, l'Europa è l'ultimo dei continenti a conoscere la scienza ma una volta acquisita, e questo è il senso di questo mio primo libro, ne diventa il collante favorendo in questo modo la nascita e lo sviluppo della sua identità sociale e culturale.

Annalina Ferrante

LA DIFFERENZA TRA ITALIA E GRECIA

tsipras
DI GZ
cobraf.com
Siryza ha due economisti ufficiali del partito, che due settimane fa sono andati a Londra e hanno parlato ai fondi spiegando il loro piano e la spread della Grecia è andata da 300 a 1,000 punti. Questo nonostante gli economisti di Syriza abbiano detto che ripagherà tutti i 60 mld di debito greco in mano a privati e chiederà il default solo su metà di quello in mano alla BCE!!!! Pensa un attimo.



In realtà il debito greco in mani private ora sono infatti solo 60 miliardi e rotti e tutto il resto (260 mld e rotti) è in mano alla BCE e ai fondi salvastati, che fanno pagare alla Grecia meno del 2%, per cui il problema non è tanto la spread, quanto cosa decide la Merkel dei 260 mld. E gli economisti di Syriza hanno detto: "ehi... la Grecia rimane nell'Euro e paga tutti i 60 mld di debito in mani privati, vogliamo un taglio del 50% sui 260 mld in mano alla BCE...". Lo stesso la spread gli è esplosa.

Adesso che stanno per andare al governo Tsipras e compagni stanno misurando bene le parole e affidandosi ad economisti ed esperti che inviano in giro per l'Europa a spiegare i dettagli della "ristrutturazione del debito" cioè DEFAULT che vogliono. Se a marzo vincono, come indicano tutti i sondaggi, chiedono di spalmare il debito greco su 60 anni e a tassi di favore riducendolo in pratica di metà, da 319 miliardi.

Syriza è diventato il primo partito e sta andando a vincere le elezioni a marzo con questo programma: "non paghiamo metà dei 319 mild di debito, tanto sarebbe solo un 1,5% del PIL dell'eurozona... ma per noi è quasi pari al PIL greco !"
(vedi articolo in fondo che spiega bene tutti i dettagli: "..Now let’s look at Syriza’s plan. It says it will negotiate with the EU for the write-off of half the 319bn euros. It will not try to get a write-off from the private sector, and will pay back IMF loans in full, so all the pain falls on the EU and ECB... The 60-year debt deal simply recognises that a 20 year deal only pushes the problem out to the 2040s, and that Greece’s debt is in fact unpayable.

Già adesso, solo perchè hanno le elezioni a marzo in Grecia, la spread greca è andata a 1,000 punti! Non è un vero dramma perchè come si è detto solo 60 mld su 319 mld sono sul mercato, ma è un assaggio di quanto siano isterici i mercati. Forse Tsipras e compagni ora si spaventano, fanno marcia indietro si rimangiano le promesse, perchè la spread gli stanno esplodendo, gli crollano le banche e hanno la fuga di capitali ecc... ?

Non sembra: Tsipras non dovrebbe rimangiarsi le promesse se guardi la personalità dei leader e senti i suoi economisti che sembrano sapere quello che dicono. Quindi deve... bluffare per convincere la Merkel e la BCE.... Deve però stare attenta perchè la Grecia ha un debito estero alto in percentuale del PIL.

L'Italia invece no. L'Italia ha 430 miliardi di debito netto e la Grecia 230 miliardi, ma il PIL dell'Italia è di 1,600 mld e quello della Grecia di 190 miliardi.

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Qui cerco sempre di mostare le cifre vere e non le percentuali che confondono, ma in sostanza il debito greco ESTERO, QUELLO CHE NON POSSONO RIDENOMINARE IN DRACME è maggiore del PIL greco per cui se escono dall'Euro i greci il loro debito estero, che NON POSSONO RIDENOMINARE, gli raddoppia e sono fritti. Cioè, .con un PIL di meno di 200 miliardi, uscendo dall'Euro i greci (aziende, stato, famiglie) si ritrovano altri 200 miliardi di debito in più (in euro, dollari...) che devono pagare in valuta straniera anche se sono tornati alla dracma. E per le imprese greche significa fallimento.

L'Italia invece ha solo 400 mld e rotti di debito estero NETTO (al netto dei crediti che famiglie e imprese hanno) su 1,600 mld di PIL e se esce dall'Euro avrà una svalutazione minore della Grecia, diciamo che da noi il debito estero aumenta per effetto del ritorno alla Lira forse di 200-250 mld, cioè (su un PIL di 1,600 mld) di un 15%.

La Grecia è un paese veramente fragile, a differenza dell'Italia. In Grecia nelle banche c'erano 280 miliardi e nel 2011 erano calati di colpo di 60 miliardi i depositi bancari, prima che la Troika gli prestasse oltre 200 mld in varie modalità e stabilizzasse la situazione

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Il problema è il debito ESTERO, quello fuori dal paese, che devi pagare comunque, specie le imprese, in valuta estera in ogni caso, anche se torni alla valuta nazionale. La Francia e l'Italia ne hanno rispettivamente un 10 e 15% del PIL per cui possono uscire dall'Euro. Portogallo, Spagna e Grecia ne hanno per il 100% del PIL per cui non possono uscire dall'Euro.

Questo spiega perchè Podemos in Spagna e Syriza in Grecia e virtualmente tutti in questi tre paesi siano contro l'uscita dall'Euro. E in Francia la LePen sia il primo partito e Salvini, Meloni, Grillo e in parte Berlusconi in Italia siano forse la maggioranza ora parlando di uscire dall'Euro.

OK ? Questo è il motivo per cui l'Italia può uscire dall'Euro e la Grecia no. Per noi significa un aumento del debito estero (denominato in valuta estera, che non puoi cambiare) di un 15% del PIL e per la Grecia del 110% circa.

In Italia Salvini e Grillo non temono ancora di andare al governo o vincere referendum (che è lontano un anno nel tempo) per cui possono parlare a ruota libera, ma quando si avvicina il momento di una vera decisione o sul DEFAULT come chiedono in Grecia a Syriza o sull'uscita dall'Euro allora cambia tutto. In Grecia quel momento è arrivato, in Italia arriverà nei prosimi mesi e allora devi stare attento a quello che proponi DI PRECISO, perchè se sembra che sarai tu (Tsipras o Podemos o Grillo/Salvini) a decidere i destini del debito i mercati attaccano in anticipo.

Il secondo articolo è fatto molto bene e spiega la situazione in Grecia.
GZ
Fonte:
30.12.2014
La Grecia non ha più il potere contrattuale di una volta, e le richieste di Syriza per una remissione del debito probabilmente non saranno accolte

di Phillip Inman – 29 dicembre 2014

Gli allibratori hanno tagliato le quote scommesse per un’uscita della Grecia dall’euro, ora che probabilmente le elezioni porteranno al potere un partito di sinistra col mandato di muovere guerra a Bruxelles.

La scommessa è che i leader di Syriza, che sono sul punto di dominare il parlamento dopo le nuove elezioni, scopriranno che Atene non ha più quel potere contrattuale che aveva un tempo.

Quattro anni fa la Grecia era come il proverbiale topolino rispetto all’elefante europeo: minuscolo in confronto, ma con una grande capacità di spaventare e destabilizzare.

Oggi l’eurozona, sebbene sia ancora un goffo gigante, ha acquisito una scaltrezza che mette la Grecia in netto svantaggio. Bruxelles è riuscita a scavare una linea tagliafuoco tra sé e i potenziali ribelli anti-austerità.

Syriza sostiene che la determinazione della coalizione di centrodestra nello spingere avanti i tagli al bilancio fino a generare un surplus che permetta di ripagare il debito a Bruxelles, al Fondo Monetario Internazionale e agli investitori privati, sia la ricetta per un’infinita austerità e povertà. Da Bruxelles dovrebbe venire invece una maggiore remissione dei debiti, con la possibilità di ripagarli entro termini più lunghi.

Tuttavia i leader dell’eurozona hanno passato gran parte degli ultimi due anni a puntellare le finanze degli altri paesi colpiti dalla crisi, come Irlanda e Portogallo, e a legare più strettamente al seno di Bruxelles quei paesi che erano vicini al crollo finanziario.

I fondi di salvataggio dell’eurozona e i fondi per le infrastrutture vengono spesso descritti come inadeguati per stimolare la crescita, ma tuttavia sufficienti a mantenere la stabilità nell’area monetaria.

C’era una situazione differente nel 2010, quando la minaccia di un’uscita della Grecia dall’euro aveva spaventato per la prima volta gli investitori internazionali. A quel tempo, i gestori dei maggiori fondi d’investimento del mondo vedevano aprirsi un vuoto al centro dell’eurozona. Ancor di più, ritenevano che un voto in un qualsiasi paese, piccolo o grande, avrebbe significato la sentenza di morte per l’euro.

Ora gli investitori ritengono che il loro denaro sia al sicuro. I mercati azionari e i mercati delle obbligazioni, che erano impazziti nel 2010, hanno ora scontato l’eventualità di un’uscita della Grecia dall’euro nelle loro previsioni per l’anno venturo. Certo avrebbe conseguenze, ma non sarebbe quell’evento sismico che un tempo veniva temuto.

Pertanto, privata della capacità di determinare uno shock in questo gioco del rischio calcolato, Atene è la sola perdente.

Peggio ancora per la Grecia, molti dei papaveri a Bruxelles ritengono che per quante storie si facciano, il paese sia ricco e abbia solo bisogno di un po’ di redistribuzione al suo interno per risolvere gran parte della sua povertà.

Gli incalliti eurocrati pensano che la Grecia, come altri paesi in difficoltà quali Italia e Spagna, possano risolvere molta della loro povertà con un giro di vite sulla corruzione palese e sulla fiorente economia sommersa.

Avendo ciò in testa, le richieste di remissione del debito avanzate da Syriza saranno accolte con qualche sorriso e un fermo “no”. Da Berlino ad Oslo c’è ben poco sostegno per gli elettori greci.
Sunday 21 Dec 2014
....What can Syriza do?
Syriza’s ability to negotiate successfully will depend very largely on mood music in Europe.

If, for example, the Greek centre right implodes – during or after the election – it would become clear to the EU that there is no point holding out to cause chaos and a second election: the winners then might only be more radical parties.

It is clear from my discussions with George Stathakis and John Milios, the economics professors who have designed the Syriza debt programme, that they are positioning themselves within a wider European debate.

Parts of the EU establishment want to use ECB quantitative easing (QE), loosen fiscal austerity and pursue a Keynesian version of structural reform.

The prevailing view in Germany is to keep fiscal austerity, do everything short of QE and to do a neoliberal version of structural reform.

Syriza’s economics professors believe that if they can insert the Greek debt problem into this dynamic, and with the help of the two bigger left parties – Die Linke in Germany and Podemos in Spain – and indeed some left social democrats, they can negotiate the big debt write-off.

But their own domestic growth programme is reliant on inward investment happening at the same time as a re-regulation of the labour market and the restoration of some welfare spending.

Germany the key?
Much has been made of the disastrous meeting Mr Stathakis and Mr Milios had with private investors in London.

But they are not planning to default on private debt, and the 2015 repayment crunch is primarily with the IMF and EU.

Earlier this month Charles Robertson, of Renaissance Capital, issued a note saying:

“We see a fair chance that German Chancellor Angela Merkel will say yes to Syriza.

“She made the decision in 2010 that Greece should stay in the eurozone and that probably prevented a far wider global crisis.

“Saying yes to Syriza is not that expensive (roughly 1 per cent of eurozone GDP)… We think Europe would be a step closer to the fiscal .union that Germany clearly rejected in the 1990s, when it agreed to sacrifice the Deutschmark for the euro via the Maastricht treaty.” – Thoughts from a Renaissance Man, 9 December

However, the same analyst warned that the precedent might persuade Merkel and the ECB to say no.

So the biggest question for the survivability of a Syriza government is whether the EU governments and the IMF play ball.

Those who have met the Syriza economic leadership, comparing notes, tend to say they are acting as if they know Mrs Merkel may say yes when there is a high likelihood she will say no, and they don’t realise how tough the ECB, IMF and private investors are going to get in the short term, to force Syriza to impose its own form of austerity.

The timing is interesting. Greece has a 7bn euro cash buffer built into the original bailout deal.

There is also some financial engineering whereby the state can borrow from public enterprises, to the tune of about 7.5bn euros. Plus the banks are set to repay about 2bn euros of state bailout money.

So the smart money says Mr Tsipras could meet debt redemptions coming due in the first half of 2015.

However, the second half is the crunch point. Of the 17bn euros due, 11bn euros is in the second half, and BoAML’s analysts think that even with all this duck and dive economics, Syriza would have to raise about 11bn euros in the markets.

If Syriza does form a government there will certainly be a multilevel political crisis in Greece.

The official system is riddled with corruption, from hospital doctors on the take to discrepancies at the very highest levels of government. Out of control actions, and fascist infiltration into certain police units, make the possiblity of destabilisation there non-negligible.

The large anarchist left, which recurrently clashes with the cops, will probably up the ante.

As the centre-right economist Yannis Palaiologos points out in his book this year, The 13th Labour of Hercules: Inside the Greek Crisis, the main problem in Greece is not debt, but the fact that an independent state, standing above local and sectoral claims, barely exists.

The Greek state is a mass of claims and counter claims which are impossible to navigate unless you use networks of party privilege.

As all these networks are clustered into government, the sudden departure of such networks form power will make Greece very hard to run, even without workers on strike, migrants camped on the streets and anarchists squatting in buildings.

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L'ABOMINEVOLE ISRAELE

Soldati israeliani uccidono adolescente palestinese che tirava pietre

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  •  Redazione Contropiano
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Soldati israeliani uccidono adolescente palestinese che tirava pietre
Imam Jamil Dweikat, 17 anni, originario del villaggio di Beita, a sud di Nablus (nel nord della Cisgiordania), è stato ucciso ieri pomeriggio dai militari israeliani vicino al check-point di Tappuah dove si trovava insieme ad un altro giovane palestinese, identificato da fonti locali come Nael Thiab, 19 anni.
Un portavoce militare israeliano ha riferito all’agenzia palestinese Maan che una pattuglia di soldati stava transitando nell’area e aveva visto i due ragazzi “lanciare lungo la strada principale pietre che danneggiavano sia i civili che i veicoli”.
Ai ragazzi sarebbe stato intimato di fermarsi, stando alla stessa fonte: al loro rifiuto i militari israeliani hanno aperto il fuoco. Imam Jamil Dweikat è morto sul posto per le ferite riportate, mentre Nael è stato ricoverato in un ospedale di Nablus e per fortuna non verserebbe in stato grave.
Il giovane ucciso, secondo Maan, è la 50esima vittima dei militari israeliani in Cisgiordania dall’inizio di un anno che ha visto anche in estate la sanguinosa offensiva ‘Protective Edge’ su Gaza, conclusa con quasi 2200 morti, migliaia di feriti, centinaia di migliaia di sfollati e danni gravissimi alle già fragili infrastrutture.

I CACCIA ITALIANI ANTI-RUSSIA

Caccia italiani nel Baltico per operazioni Nato anti-Russia

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  •  Antonio Mazzeo
  •  CONTROPIANO
Caccia italiani nel Baltico per operazioni Nato anti-Russia
Il 27 dicembre quattro caccia multiruolo Eurofighter “Typhoon” dell’Aeronautica militare italiana sono giunti nella base lituana di Siauliai per partecipare alla Baltic Air Patrol (BAP), l’operazione Nato di “pattugliamento” e “vigilanza” dei cieli del Baltico e di “difesa” aerea di Estonia, Lettonia e Lituania, partner orientali dell’Alleanza atlantica. I caccia, gli equipaggi e il personale impegnati nella missione che durerà sino all’aprile 2015 provengono dal 4° Stormo dell’Aeronautica di Grosseto, dal 36° Stormo di Gioia del Colle (Bari) e dal 37° Stormo di Trapani-Birgi.
 
L’Italia assumerà il comando della BAP con i “Typhoon” a partire dal 1° gennaio 2015. Alla missione Nato parteciperanno anche quattro caccia Mig-29 delle forme armate polacche schierati anch’essi a Siauliai, quattro “Typhoon” spagnoli di base nell’aeroporto militare di Amari (Estonia), quattro cacciabombardieri belgi F-16 a Malbork (Polonia) e altri quattro velivoli d’attacco britannici attesi nel Baltico a gennaio. I caccia sostituiranno i 16 velivoli che erano stati assegnati sino ad oggi dal Comando Nato alla Baltic Air Patrol (caccia “Eurofighter” tedeschi, F-18  canadesi, F-16 olandesi e portoghesi).
 
L’Eurofigter “Typhoon” in dotazione all’Aeronautica italiana è un caccia di ultima generazione con ruolo primario di “superiorità aerea” e intercettore. Con una lunghezza di 16 metri e un’apertura alare di 11, il guerriero europeo può raggiungere la velocità massima di 2 mach (2.456 Km/h) e un’autonomia di volo di 3.700 km. Il velivolo è armato di micidiali strumenti bellici: cannoni Mauser da 27 mm; bombe a caduta libera Paveway e Mk 82, 83 e 84 da 500 a 2.000 libbre e a guida GPS JDAM; missili aria-aria, aria-superficie e antinave a guida radar e infrarossa. Con tutta probabilità, il ciclo operativo nei cieli del Baltico consentirà ai caccia italiani di testare sul campo pure il nuovo missile da crociera MBDA “Storm Shadow”, con oltre 500 chilometri di raggio d’azione, la cui integrazione come sistema d’arma del “Typhoon” è stata avviata nei mesi scorsi da Alenia-Aermacchi (Finmeccanica) nel poligono di Salto di Quirra, in Sardegna. Gli “Storm Shadow” erano stati impiegati finora solo dai cacciabombardieri “Tornado” nelle operazioni di guerra in Iraq e in Libia 2011.
 
La Nato garantisce le attività di “sicurezza” dei cieli delle Repubbliche baltiche dall’aprile 2004, sulla base di un accordo collettivo firmato con i governi di Estonia, Lettonia e Lituania. Nel 2010 Bruxelles ha deciso di prorogare le missioni di pattugliamento aereo sino alla fine del 2014, ma le Repubbliche baltiche hanno ottenuto un’ulteriore estensione della BAP sino al dicembre 2018, con la speranza tuttavia che essa ottenga alla fine lo status di “missione permanente della Nato”.
 
Ad oggi, solo 14 paesi dell’Alleanza Atlantica hanno partecipato alla Baltic Air Patrol. Con l’arrivo dei caccia di Spagna e Italia per il 37° ciclo operativo 2015, il numero degli alleati Nato raggiunge quota 16, a cui si aggiungerà presto pure l’Ungheria con i cacciabombardieri Saab “Gripen”. La grave crisi in Ucraina e l’allarme causato dalla presunta escalation delle attività dei caccia russi sul Mar Baltico, ha convinto Bruxelles a potenziare progressivamente il numero dei velivoli coinvolti nel pattugliamento del fronte orientale dell’Alleanza: dal maggio 2014 i caccia assegnati a BAP sono aumentati da quattro a sedici, mentre sempre a Siauliai sono stati trasferiti anche sei caccia F-15 ed un aerocisterna KC-135 dell’US Air Force.
 
La partecipazione dell’Aeronautica militare italiana alla Baltic Air Patrol era stata preparata da una missione ispettiva a Kaunas (Lituania) - luglio 2013 - di una delegazione guidata dal Capo del 3° Reparto dello Stato maggiore, gen. Gianni Candotti. I militari italiani si recarono successivamente nelle basi aeree di Siauliai ed Amari, per concordare con le aeronautiche di Lituania ed Estonia l’organizzazione nel 2014 di un mini deployment addestrativo con velivoli Eurofigther “per testare la risposta del sistema d’arma ai climi freddi”. Il tour italiano nel Baltico servì pure a rafforzare la partnership nel settore industriale-militare. Alla Lithuanian Air Force, tra il 2006 al 2008, Alenia Aeronautica (Finmeccanica) aveva consegnato tre velivoli da trasporto tattico C27J “Spartan”. “Il Comandante dell’Aeronautica lituana, gen. Edvardas Mazeikis, ha espresso il proprio apprezzamento per le capacità conseguite con questi velivoli di produzione italiana”, riportò una nota del Ministero della difesa, a conclusione della missione ispettiva nel Baltico. “Proprio tale capacità offre un’importante possibilità di concreta cooperazione, nell’immediato, nel settore dell’addestramento dei piloti lituani presso il National Training Center di Pisa ed, in prospettiva, per la condivisione di esperienze operative e manutentive”. Nell’autunno del 2012, un’altra azienda del gruppo Finmeccanica, Selex Sistemi Integrati, aveva fornito il sistema di gestione del combattimento (CMS) “Athena” e le centrali di tiro “Medusa” MK4/B per i nuovi pattugliatori della classe “Flyvefisken” della Marina militare lituana.
Con la partecipazione alla Baltic Air Patrol, l’Aeronautica militare vede crescere ulteriormente il proprio ruolo a livello internazionale. Attualmente i caccia italiani sono impegnati pure nel pattugliamento dei cieli dell’Islanda (a rotazione con altri partner Nato), della Slovenia e dell’Albania. Si tratta di un impegno finanziario assai oneroso che nessun partner europeo della Nato ha finora voluto assumersi. L’Aeronautica è impegnata pure nelle operazioni di guerra contro l’Isis, grazie a un velivolo per il rifornimento in volo KC-767, due aerei senza pilota “Predator A” e quattro cacciabombardieri “Tornado”, schierati in Kuwait e Iraq. Da Gibuti, in Corno d’Africa, decollano quotidianamente due droni “Predator” del 32° Stormo di Amendola (Foggia), contribuendo alle operazioni Ue e Nato contro la pirateria e di quelle delle forze armate somale contro le milizie islamico radicali Al Shabab.
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DISGREGAZIONE EUROPEA

Unione Europea. Parole "riformatrici" e scenari di disgregazione In evidenza

  •  
  •  Claudio Conti
  •  CONTROPIANO
Unione Europea. Parole "riformatrici" e scenari di disgregazione
È l'ora delle “riforme dei trattati” che reggono l'Unione Europea. Dopo sei anni passati a difendere “austeramente” le regole scritte ai tempi di Maastricht (quando le economie nazionali “tiravano” e l'inflazione era ancora un problema per alcuni paesi), nel pieno di una crisi da cui nessuno sa come uscire, mentre un paese membro come la Grecia è di nuovo sull'orlo del baratro dopo essersi suicidato obbedendo – pur tra grandi resistenze popolari e sindacali – agli ordini della Troika... ecco che i sommi criminali che reggono la baracca cominciano ad ammettere che “così non va”. E quindi bisognerà cambiare qualcosa.
Prima che tiriate un sospiro di sollievo, vi consigliamo di abbandonare ogni illusione. Quando costoro parlano di “riformare” qualcosa stanno certamene meditando un nostro peggioramento: nelle condizioni di vita, nei livelli salarali, nei poteri democratici.
Ma qualcosa devono cambiare. Giusto per capire che aria tira, il primo capitolo che verrà aperto riguarda ancora una volta le banche, e quindi il baricentro del sistema bancario europeo: la Bce. Si sono accorti, questi criminali che passano per super-esperti, che l'Unione bancaria varata appena due anni fa ha un difetto strutturale piuttosto serio. In pratica, affidare alla Bce la sorveglianza sulle banche private comunitarie configura un possibile “conflitto di interessi”, visto che la stessa Bce deve decidere su tassi di interesse, prestiti, acquisti di titoli (privati e di stato), ecc. Quindi si comincia a parlare di istituire un'altra “autorità indipendente” - sia mai detto che ci sia un potere autorizzato a mettere il naso nelle banche dipendente dalla “volontà popolare”, cui pure si plaude quando c'è da destabilizzare paesi fuori del recinto – incaricata di questa specifica bisogna.
Ma il cuore della partita sulle “regole” si giocherà ancora una volta intorno alla Grecia, martoriato paese condannato a fare da cavia. Troppo piccolo per far crollare l'Unione Europea in caso di fallimento procurato, ma anche abbastanza grande da fornire test attendibili sul grado di sopportazione popolare e sulle dinamiche politiche interne scatenate dalle misure in stile Troika, Atene va alle elezioni anticipate con un carico “sperimentale” molto superiore alle sue possibilità di controllo.
Al centro c'è il “pericolo Syriza”, sottoposta contemporaneamente a una campagna elettorale europea di taglio “terroristico” e a trattative semi-formali per neutralizzarne l'eventuale vittoria. Evento peraltro per nulla facile, se per vittoria bisogna intendere la formazione di un governo e dunque una maggioranza parlamentare che i sondaggi per ora escludono.
Ma il “laboratorio greco” è importante anche al di là delle intenzioni della coalizione che governerà il paese dopo il 25 gennaio. I mercati finanziari stanno attendendo con crescente impazienza l'uso del “bazooka” promesso da Mario Draghi ormai oltre due anni fa. Si tratta della grande “immissione di liquidità” fatta di acquisti di titoli di Stato – per ora si è limitata a prestiti alle banche, oltre ad acquisti mirati di titoli-spazzatura privati – la cui componente principale dovrebbe riguardare proprio i bond italiani, spagnoli, portoghesi e naturalmente greci.
Qui, come noto, Bundesbank (e Merkel e Shaeuble) punta i piedi, temendo di dover coprire con soldi dei contribuenti tedeschi eventuali perdite della Bce. Se uno di quei paesi fallisce, automaticamente i titoli di stato messi in cassaforte diventano carta straccia. Ma anche se davvero Syriza riuscisse a formare un governo e mantenesse poi l'intenzione di “ricontrattare il debito”, puntando a un consistente taglio delle cifre da resistuire, i conti della Bce subirebbero un certo scossone.
Non è finita. Qualsiasi governo Atene si dia, il problema resta aperto. Perché può benissimo trovarsi nella condizione di non riuscire a pagare neanche obbedendo agli ultimi ordini della Troika (allungamento ulteriore dell'età pensionabil, ulteriori privatizzazioni, ecc). A quel punto “i mercati” taglierebbero i rifornimenti (la Grecia si troverebbe di nuovo a non poter rifinanziare il proprio debito) e la “paurosa” eventualità di una uscita di Atene dall'euro sarebbe quasi una conseguenza obbligata, anche se non voluta.
Con questa incertezza sul futuro a breve, dunque, le pressioni tedesche per “immobilizzare” Draghi si fanno più intense. Così come il vuoto chiacchiericcio su “riforme dei trattati”, su cui nessuno azzarda né previsioni né tantomeno ipotesi. Qualsiasi modifica dello statu quo, infatti, comporta perdite di posizione per alcuni e migliore posizionamento per altri, con inevitabile contorno di trattative lunghissime, oscurissime, fatali per paesi – come l'italietta renziana – la cui unica idea di sviluppo consiste nell'offrirsi nudi e indifesi agli “investiment stranieri” (proprio come l'Albania, “tasse basse e niente sindacati”).
Ma “cambiare si deve”. Se n'è convinto anche il presidente di Bundesbank, Jens Weidmann, che ha provato a indicare la direzione con una intervista a Repubblica, nei giorni scorsi: la Bce potrebbe acquistare titoli di Stato soltanto se il “rischio di insolvenza” resta a carico delle banche centrali nazionali, non di quella comunitaria. Sembra un compromesso, in realtà prefigura – nemmeno nascondendolo troppo – una separazione dei destini. Senza “mutua assicurazione”, senza condivisione dei rischi, infatti, non può esistere alla lunga nessuna comunità sovranazionale. Tantomeno se erogatrice di regole strangolatrici come lattuale Unione Europea.
La Germania sta dunque accarezzando l'idea di un'Unione più arcigna con i deboli e contemporaneamente rassicurante con i forti (“solo vantaggi, niente rischi”). Oppure ognuno per sé. Alla faccia dell'”europeismo” come valore assoluto...

CALENDARIO ASTRONOMICO 2015

2015 calendario eventi astronomici: comete, eclissi, super Luna, pioggia meteore

ROMA - 2015 calendario eventi astronomici: comete, eclissi, super Luna, pioggia meteore. Si prevede un nuovo anno ghiotto di spettacoli astronomici: nel cielo del 2015 sono attese ben tre comete forse visibili anche ad occhio nudo, una superluna rossa, un’eclissi di Sole e piogge di stelle cadenti mozzafiato che potranno essere ammirate senza il disturbo della luce lunare.
La cometa  C/2014 Q2 Lovejoy. L’anno si apre all’insegna di una cometa, la C/2014 Q2 Lovejoy, che si è affacciata nei cieli italiani a Natale ed è visibile anche ad occhio nudo, spiega l’astrofisico Gianluca Masi, responsabile del Virtual Telescope e curatore scientifico del Planetario di Roma.
La Lovejoy sarà la ‘padrona’ del cielo di gennaio: il 7 raggiungerà la minima distanza dalla Terra, pari a 70 milioni di chilometri, e a metà mese è previsto il massimo di visibilità perché ben alta sull’orizzonte fra le costellazioni di Orione e Toro. Ad accompagnare il passaggio della cometa, vi saranno anche le stelle cadenti Quadrantidi, che raggiungeranno il picco il 4 gennaio.
Tripla eclissi su Giove. Verso fine mese, il 24 ci sarà un altro evento eccezionale: tripla eclissi su Giove da parte delle sue lune Io, Callisto, ed Europa. Osservare l’evento dall’Italia non sarà facile poichè il fenomeno apparirà basso sull’orizzonte: per ammirare lo spettacolo sarà necessario avere a disposizione un orizzonte libero. A febbraio continuerà a dare spettacolo Giove, che il 6 sarà al meglio della sua visibilità perché in opposizione al Sole.
Eclissi di Sole. Vigilia di primavera con l’eclissi di Sole: il 20 marzo sarà totale nell’Artico e parziale al 60% dall’Italia (in particolare al Centro).
Eclissi di Luna (non in Europa). In primavera, il 4 aprile, sarà la Luna la protagonista del cielo con un’eclissi totale invisibile però dall’Europa. Poi entreranno in scena due pianeti: il 23 maggio sarà la volta di Saturno, in opposizione al Sole, e il 5 giugno Venere sarà al massimo della sua visibilità serale.
Altra cometa in giugno. In giugno potrebbe essere visibile ad occhio nudo anche la cometa C/2014 Q1 PanSTARRS.    Ancora due pianeti saranno i protagonisti del cielo estivo: il primo luglio è prevista una spettacolare congiunzione tra Venere e Giove, che appariranno vicinissimi, a meno di mezzo grado, ossia meno del diametro apparente della Luna.
Pioggia di meteore. In agosto invece è attesa una pioggia di meteore mozzafiato perché uno degli sciami più belli dell’anno, le Perseidi, durante il suo picco, il 13, non avrà l”ingombro’ della Luna.
Super Luna di inizio autunno. All’inizio dell’autunno un altro evento eccezionale: il 28 settembre si prevede un’eclissi di Luna totale visibile dall’Italia, che coincide con la Superluna, ossia la Luna piena più grande dell’anno. Il 29 ottobre la Luna occulterà la stella Aldebaran, fra le più luminose del cielo: l’astro sembrerà nascondersi dietro alla Luna e poi sbucare dall’altra parte.

La terza cometa. In autunno arriva anche la terza cometa dell’anno, Catalina, che potrebbe essere anch’essa visibile ad occhio nudo e si prevedono altri sciami di meteore spettacolari. In novembre le Alfa Monocerotidi e in dicembre le Geminidi, al massimo di visibilità. Il 23 dicembre, infine, Aldebaran giocherà di nuovo a nascondino con la Luna.

QUELLA MERDA SCHIFOSA DI IBRAHIMOVIC

Zlatan Ibrahimovic uccide un alce da 500 kg e scatena la protesta degli animalisti

31/12/2014 - di  GIORNALETTISMO

La passione per la caccia della stella del Psg provoca diverse polemiche in Svezia 

Zlatan Ibrahimovic uccide un alce da 500 kg e scatena la protesta degli animalisti

Zlatan Ibrahimovic ha scatenato una nuova polemica in Svezia. L’attaccante del Psg ha ucciso un alce durante una battuta di caccia, come riportato da diversi tabloid. Le gesta di Zlatan Ibrahimovic hanno però adirato diversi animalisti, che hanno rimarcato come un personaggio pubblico non dovrebbe esibire simili «passioni» per non influenzare i suoi appassionati con comportamenti non corretti.
ZLATAN IBRAHIMOVIC E L’ALCE - Zlatan Ibrahimovic è un calciatore spesso controverso. Le sue doti eccellenti non sono mai messe in discussione, ma l’attaccante svedese è stato spesso protagonista di polemiche provocate da suoi comportamenti e dalle sue bizzarrie. Una delle grandi passioni di Ibra, la caccia, ha scatenato un caso mediatico in Svezia. Due tabloid molto diffusi,Expressen e Kvälls Postenhanno dato grande spazio a un’impresa di Ibrahimovic in una battuta di caccia, dove la stella del Psg avrebbe ucciso un’alce da 500 chilogrammi. L’enfasi mediatica è stata incrementata dalla ferma condanna delle associazioni animaliste svedesi, che hanno rimarcato come un personaggio così popolare come Ibrahimovic non dovrebbe dare pubblicità a comportamenti sbagliati, per non influenza negativamente i milioni di appassionati che lo seguono con passione. Ibrahimovic per ora ha preferito il silenzio, ma considerando le sue piccate risposte espresse in passato a chi ha osato criticarlo difficilmente chiederà scusa, agli svedesi così come al povero alce che ha abbattuto.
Photo credit: FRANCK FIFE/AFP/Getty Images

L'UE AIUTA SOLO LE MULTINAZIONALI

Regalo alle multinazionali: La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi

Regalo alle multinazionali: La Commissione Europea ritira la riforma del mercato delle sementi
dicembre 31

La Commissione Europea ha annunciato la sua decisione di ritirare la riforma del mercato sementiero, da più parti invocata affinché potesse essere contenuto lo strapotere delle multinazionali e reso possibile lo scambio dei semi per affrancare i contadini dalla schiavitù delle royalties. Ora si tratta di vedere cosa accadrà. Intanto l’associazione internazionale contadina La Via Campesina lancia i suoi “5 passi” per nutrire veramente il pianeta (altro che Expo 2015!) e rivendica la sovranità alimentare dei popoli.
La Commissione Europea ha annunciato al Parlamento europeo la sua decisione di ritirare la riforma della regolamentazione del mercato sementiero, cancellando di fatto le seppur timide aperture cui la Commissione precedente era stata costretta dalle pressioni dei movimenti per la sovranità alimentare e dai gruppi rappresentativi in agricoltura.
Quelle aperture lasciavano sperare che finalmente la UE potesse prendere in considerazione norme e interventi a difesa della biodiversità e preservazione dei suoli, a difesa del diritto dei contadini allo scambio delle loro sementi, del diritto delle piccole aziende a commercializzare tutte le biodiversità disponibili senza dover essere costrette a registrarle nei cataloghi istituzionali e a difesa della possibilità di aprire quei cataloghi ai semi non “standardizzati”, sinonimo di maggiore ricchezza nutritiva dei cibi. Nulla di tutto ciò, tutto cancellato, la pressione delle lobby di interesse e delle multinazionali sementiere evidentemente è devastante.

Intanto l’associazione internazionale di contadini La Via Campesina rimarca la sua critica al sistema industriale di produzione del cibo, «causa principale dei cambiamenti climatici e responsabile del 50% delle emissioni di gas serra in atmosfera». Eccoli i punti critici principali.
Deforestazione (15-18% delle emissioni). Prima che si cominci a coltivare in maniera intensiva, le ruspe e i bulldozer fanno il loro lavoro abbattendo le piante. Nel mondo, l’agricoltura industriale si sta spingendo nella savana, nelle foreste, nelle zone più vergini divorando una enorme quantità di terreno.

Agricolture e allevamento (11-15%). La maggior parte delle emissioni è conseguenza dell’uso di materie rime industriali, dai fertilizzanti chimici ai combustibili fossili per far funzionare i macchinari, oltre agli eccessi generati dagli allevamenti.
Trasporti (5-6%). L’industria alimentare è una sorta di agenzia di viaggi globale. I cereali per i mangimi animali magari vengono dall’Argentina e vanno ad alimentare i polli in Cile, che poi sono esportati in Cina per essere lavorati per poi andare negli Usa dove sono serviti da McDonald’s. La maggior arte del cibo prodotto a livello industriale percorre migliaia di chilometri prima di arrivare sulle nostre tavole. Il trasporto degli alimenti copre circa un quarto delle emissioni legate ai trasporti e il 5-6% delle emissioni globali.

Lavorazioni e packaging (8-10%). La trasformazione dei cibi in piatti pronti, alimenti confezionati, snack o bevande richiede un’enorme quantità di energia e genera gas serra.
Congelamento e vendita al dettaglio (2-4%). Dovunque arrivi il cibo industriale, là deve essere alimentata la catena del freddo e questo è responsabile del consumo del 15% di energia elettrica nel mondo. Inoltre i refrigeranti chimici sono responsabili di emissioni di gas serra. Rifiuti (3-4%). L’industria alimentare scarta fino al 50% del cibo che produce durante tutta la catena di lavorazione e trasporto, i rifiuti vengono smaltiti in discariche o inceneritori.
La Via Campesina rivendica la sovranità alimentare dei popoli e indica 5 passi fondamentali per arrivarci. Eccoli.

1. Prendersi cura della terra.
L’equazione cibo/clima ha radici nella terra. La diffusione delle pratiche agricole industriali nell’ultimo secolo ha portato alla distruzione del 30-75% della materia organica sul suolo arabile e del 50% della materia organica nei pascoli. Ciò è responsabile di circa il 25-40% dell’eccesso di CO2 in atmosfera. Questa CO2 potrebbe essere riportata al suolo ripristinando le pratiche dell’agricoltura su piccola scala, quella portata avanti dai contadini per generazioni. Se fossero messe in pratiche le giuste politiche e le giuste pratiche in tutto il mondo, la materia organica nei suoli potrebbe essere riportata ad un livello pre-industriale già in 50 anni.

2. Agricoltura naturale, no alla chimica.
L’uso di sostanze chimiche nell’agricoltura industriale è aumentata in maniera esponenziale e continua ad aumentare. I suoli sono stati impoveriti e contaminati, sviluppando resistenza a pesticidi e insetticidi. Eppure ci sono contadini che mantengono le conoscenze di ciò che è giusto fare per evitare la chimica diversificando le colture, integrando coltivazioni e allevamenti animali, inserendo alberi, piante e vegetazione spontanea.

3. Limitare il trasporto dei cibi e concentrarsi sui cibi freschi e locali.
Da una prospettiva ambientale non ha alcun senso far girare il cibo per il mondo, mentre ne ha solo ai fini del business. Non ha senso disboscare le foreste per coltivare il cibo che poi verrà congelato e venduto nei supermercati all’altro capo del mondo, alimentando un sistema altamente inquinante. Occorre dunque orientare il consumo sui mercati locali e sui cibi freschi, stando lontani dalle carni a buon mercato e dai cibi confezionati.

4. Restituire la terra ai contadini e fermare le mega-piantagioni.
Negli ultimi 50 anni, 140 milioni di ettari sono stati utilizzati per quattro coltivazioni dominanti ed intensive: soia, olio di palma, olio di colza e zucchero di canna, con elevate emissioni di gas serra. I piccoli contadini oggi sono confinati in meno di un quarto delle terre coltivabili nel mondo eppure continuano a produrre la maggior parte del cibo (l’80% del cibo nei paesi non industrializzati). Perché l’agricoltura su piccola scala è più efficiente ed è la soluzione migliore per il pianeta.

5. Dimenticate le false soluzioni, concentratevi su ciò che funziona
Ormai si ammette che la questione agricola è centrale per i cambiamenti climatici. Eppure non ci sono politiche che sfidino il modello dominante dell’agricoltura e della distribuzione industriali, anzi: governi e multinazionali spingono per far passare false soluzioni. Per esempio, i grandi rischi legati agli organismi geneticamente modificati, la produzione di “biocarburanti” che sta contribuendo ancor più alla deforestazione e all’impoverimento dei suoli, continuano ad essere utilizzati i combustibili fossili, si continua a devastare le foreste e a cacciare le popolazioni indigene. Tutto ciò va contro la soluzione vera che può essere solo il passaggio da un sistema industriale di produzione del cibo a un sistema nelle mani dei piccoli agricoltori.