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lunedì 29 settembre 2014

INTERVISTA AL DIRETTORE DEL CERN

Sessant’anni di Cern il sogno (realizzato) della nuova Europa

Il direttore Bertolucci: “Al lavoro per i prossimi 60”


LA STAMPA 29/09/2014
GINEVRA
A sessant’anni, pensare al futuro significa cambiare radicalmente, quasi rinascere. Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern, a questa rinascita sta lavorando già da un po’. 

Il Cern è nato fa con un obiettivo politico, oltre che scientifico: essere il luogo dove le nazioni europee potessero tornare a dialogare dopo le sanguinose divisioni della Seconda guerra mondiale. Che ne è stato di quel sogno?  
«Si è realizzato. Fin dall’inizio il Cern è stato un posto tutti possono sentirsi a casa ed esprimere i propri pensieri nel rispetto di quelli altrui. Ma questo non significa che il sogno si sia concluso, solo che è giunto il momento di farlo divenire ancora più ambizioso. Al Cern lavorano fisici di tutto il mondo, ma delle decisioni strategiche e della gestione si occupano i rappresentanti dei Paesi membri, che finanziano il laboratorio in proporzione al loro Pil (l’Italia è il quarto Paese contribuente, ndr). Ebbene, dal 2010 abbiamo deciso che possono diventare Paesi membri anche nazioni non europee. Lo è già divenuto Israele e a breve seguiranno Serbia, Pakistan, Brasile, Russia e Ucraina. Insomma, la “E” che nell’acronimo di Cern stava per “European” ormai vuol dire piuttosto “Everywhere”, ovunque». 

Il Cern è servito da modello per l’organizzazione della ricerca europea. Ma ha ancora senso questa suddivisione della ricerca per discipline e intorno a laboratori chiave?  
«È un modello che ha funzionato molto bene, ma oggi non sembra più la soluzione migliore. Dal 2010 abbiamo cominciato a riflettere su come uscire dai nostri confini geografici e divenire sempre più parte di un’organizzazione globale della ricerca, favorendo le sinergie». 

Oggi l’attività al Cern ruota intorno all’acceleratore Lhc, quello che ha consentito la scoperta del bosone di Higgs. Il bisogno del Cern di aprirsi nasce anche dal timore di non poter mantenere un ruolo di guida della fisica mondiale?  
«No, la scoperta del bosone di Higgs ha segnato un punto di svolta per tutti i fisici delle particelle: il bosone era l’ultima delle incognite conosciute, l’ultima tessera per completare il quadro di ciò che sappiamo sull’universo. Dopo la sua scoperta restano aperti i moltissimi interrogativi per cui non abbiamo ancora risposta. Il nostro progetto è cercare indizi spingendo Lhc fino alla sua massima potenza almeno fino al 2030. In questi anni, dovremo capire da dove partono le strade da seguire per le prossime ricerche». 

Nel frattempo però dovrà nascere una nuova macchina, e non sarà al Cern.  
«No, sarà molto probabilmente in Asia: si chiama International Linear Collider (Ilc) e il suo progetto è già molto maturo. Ma non sarà alternativa a Lhc. Lhc è uno strumento estremamente potente, la trivella con cui si cercano in profondità giacimenti di conoscenza. Ilc sarà uno strumento di precisione, fondamentale per capire i dettagli di un fenomeno. È importante che entri in funzione prima che Lhc abbia finito la sua attività, in modo che possano lavorare in parallelo almeno per qualche anno». 

Inevitabilmente però, Lhc, finirà di funzionare. Finirà così la grande tradizione dei laboratori europei? E che ne sarà del Cern fra sessant’anni?  
«Già da oggi è importantissimo cominciare a progettare lo strumento che dovrebbe seguire Ilc: si chiama Future Circular Collider e avrà un circonferenza di 100 chilometri (Lhc ha una circonferenza di 27 chilometri, ndr). Ovviamente ci piace pensare che potrà essere costruito al Cern». 

In molti si chiederanno se non avrebbe più senso concentrare le risorse in settori dove gli obiettivi sono chiari e urgenti, come la medicina…  
« È la domanda che tutti ci fanno. La mia risposta è che la ricerca in fisica fondamentale ha dimostrato di essere dietro tutte le grandi svolte tecnologiche dell’epoca moderna, dai raggi X al web, dalla risonanza magnetica alla Pet. Se vogliamo aprire nuovi orizzonti, anche in altre discipline, non possiamo rinunciare a conoscere sempre meglio le particelle elementari, cioè ciò che compone noi stessi e tutto ciò che esiste.» 

INVESTIRE IN BASE ALL'ETA'

Precari, cinquantenni e pensionati: come investire in base all’età

A trent’anni meglio le azioni internazionali, poi sono più sicuri Cct e obbligazioni


LA STAMPA 29/09/2014
Un piano d’investimento per ogni fascia di età. Gli obiettivi da raggiungere non sono gli stessi per chi ha 30 anni, chi ne ha 50 e chi invece supera i 70. Cambia anche il reddito a disposizione e dunque la capacità di impiego. Modulare in modo opportuno le variabili in gioco non è semplice. Abbiamo chiesto agli esperti quali strade è meglio seguire, guardando all’anagrafe e ai rischi che è meglio evitare. Scommettendo sui punti di forza di ciascuna generazione.  

30 anni e la forza del lungo periodo  
Un lavoro precario e magari lunghi periodi in bolletta. E’ l’immagine che la fascia d’età dei 30enni evoca più spesso. La fatica per riuscire a conquistare un posto stabile è grande e gli spazi per mettere da parte qualcosa da investire sono pochi. Eppure proprio chi è giovane dovrebbe pensare di più a questo tema. L’incertezza del nostro sistema pensionistico e le tante incognite sul futuro sono in primo piano. Accantonare qualcosa oggi potrebbe servire a vivere un domani più sereno. Lo sforzo non è necessariamente grande. Anche perché chi è giovane può contare sulla forza del lunghissimo periodo che ha davanti a sé con diversi decenni per far fruttare anche somme contenute. E il lusso di potersi permettere più rischi.  
«Il consiglio è quello di costruire un portafoglio d’investimento diviso in due parti – dice Daniele Piccolo, con-direttore generale di Banca Albertini Syz -. La prima dovrebbe contenere soltanto quei risparmi da non toccare per un periodo lunghissimo. Fino alla pensione». Per l’esperto questa parte dovrebbe contenere una quota significativa di azioni, globali con un dividendo. La strada può essere quella dei fondi comuni d’investimento oppure quella degli Etf. «E’ importante che questi strumenti non investano in aziende speculative ma in quelle società che offrono un costante flusso di cedole» spiega Piccolo. La rivalutazione negli anni sarà a due cifre, soprattutto se la cedola verrà reinvestita periodicamente nel fondo.  
La seconda parte del portafoglio dovrà contenere invece quei risparmi che un giorno potrebbero servire per comprare l’auto o la casa. Dunque facilmente liquidabili. Una soluzione può essere quella dei bond a breve termine o quella dei conti deposito.  

50 anni e la solidità del reddito  
E’ forse la fascia d’età in cui si riesce a costruire di più. Però il tempo a disposizione per far fruttare quel che si riesce a mettere da parte nel quotidiano è più corto. Il rischio va ridotto e dunque il portafoglio deve essere più strutturato con l’obiettivo di preservare il capitale e arrivare a un ritorno complessivo del 2,5% annuo.  
«Per riuscirci posizionerei il 25% del portafoglio sulle azioni – dice Luca Riboldi, direttore degli investimenti di Banor -. Il resto andrebbe ripartito tra Cct, che sono più sicuri, e sulle obbligazioni societarie di qualità e a breve durata». Tra le azioni, la quota dell’Italia è al 7%. Il resto è suddiviso tra Cina, Usa e Giappone oltre che emergenti.  

70 anni e poca voglia di rischiare  
A 70 anni è possibile fare i conti con un orizzonte temporale d’investimento anche sopra i 10 anni. Ma come impiegare al meglio i soldi in due lustri? «L’idea è quella di puntare molto di più sulle obbligazioni e meno sul rischio azionario – dice Riboldi -. Anche perché le azioni hanno già corso molto e dunque è meglio evitare di esporsi a brutte sorprese». Il portafoglio dovrebbe quindi andare per una parte del 45%, quasi la metà, in Cct a due anni che però rendono tra lo 0,7% e lo 0,8%. Il tasso è basso ma si rischia poco. Un altro 30% dei risparmi invece andrebbe posizionato sulle obbligazioni societarie investment grade, vale a dire di qualità. Dell’area euro e con una durata intorno ai 3 anni. Tra i nomi di ottimo standing ci sono Finmeccanica, Prismian, Luxottica, L’Oreal e Nestlè.  
Un altro 10% del portafoglio dovrebbe essere invece collocato in corporate bond, sempre di ottima qualità, denominati però in dollari, in modo da poter guadagnare dalla rivalutazione del biglietto verde. Infine il restante 15% è dedicato all’azionario suddiviso tra Italia (4%), Usa (3%) e il resto posizionato su emergenti e Cina. 

ANCORA CHIUSE LE SCUOLE SERALI PER ADULTI

Tutti in classe. Ma le nuove “serali” restano chiuse

I Centri per l’istruzione degli adulti restano una promessa
Due studenti durante le lezioni serali di un liceo artistico milanese

LA STAMPA 29/09/2014
ROMA
Oggi parte Bologna, a Perugia e Treviso già sono attivi, ma sono casi isolati. La stragrande maggioranza dei tanto annunciati CPIA, i centri per l’istruzione degli adulti, che avrebbero dovuto dare una spinta decisiva per far studiare chi non ha potuto o voluto quando aveva l’età per farlo, sembra in forte difficoltà.  
Ad aprile il Miur aveva emanato una circolare con tutte le istruzioni necessarie per attivare i nuovi centri dove gradualmente si concentreranno le antiche scuole serali ma anche i corsi per imparare l’italiano obbligatori per gli stranieri che devono rinnovare il permesso di soggiorno.  

Sembrava fatta, insomma, dopo anni di preparazione e dibattiti la riforma avrebbe dovuto avere il via il primo settembre portando nel mondo dell’istruzione rivolta agli adulti per la prima volta centri, dirigenti e professori non condivisi con quelli delle scuole del mattino. Ed invece solo una limitatissima minoranza potrà usufruirne, gli altri dovranno accontentarsi del vecchio sistema, i Ctp che finora hanno permesso a milioni di persone di ottenere un titolo di studio ma non hanno risolto il problema principale se ancora oggi in Italia oltre 28 milioni di cittadini non hanno un titolo di studio di scuola secondaria di secondo grado. «Ai Ctp e a tutto il regime precedente accedono persone che hanno già certificazioni e titoli e vogliono passare a un titolo superiore. Mancano gli altri, quelli che invece non hanno studiato», spiega Noemi Ranieri della Uil Scuola.  

A bloccare il nuovo sistema sono difficoltà di tipo organizzativo, ai centri non sono stati inviati i codici meccanografici necessari per far funzionare la macchina amministrativa, dall’apertura dei conti corrente alla firma dei contratti con i nuovi docenti immessi in ruolo. Al Miur assicurano che si tratta di questione di pochi giorni, al massimo due settimane, e l’intera macchina andrà in funzione. «E’ da quest’estate che sentiamo questo ritornello», commenta Anna Fedeli della Flc-Cgil. I sindacati confederali della scuola, infatti, hanno scritto una lettera di protesta al Miur e chiesto un incontro urgente per affrontare i problemi di un percorso «che al di là delle pastoie burocratiche (codici) si sta rilevando privo di chiarezza normativa», come scrivono. 

E che si sta rivelando anche deludente rispetto agli annunci. Dalla grande rivoluzione che avrebbe dovuto portare all’apertura di 128 CPIA su tutto il territorio nazionale, infatti, si è passati ad un netto dimezzamento delle aspettative. Ad aver ottenuto l’autorizzazione ad aprire alla fine sono stati in 55 e in alcune regioni non ci sarà nessun nuovo Centro operativo, come la Campania e la Sicilia dove invece ci sarebbe da lavorare il doppio per combattere la dispersione scolastica  

«Speravamo che fosse l’inizio di una stagione nuova, invece temiamo che si sia trattato solo di fumo negli occhi e che ancora una volta ci troviamo di fronte ad una scusa per operare i soliti tagli lineari e risparmiare sull’istruzione», commenta con amarezza Anna Fedeli. Deluso anche Lorenzo Rocca dell’Università per Stranieri di Perugia: «Nei Cpia è previsto un insegnamento di italiano che esclude chi ha problemi di alfabetizzazione. Chi non conosce la lingua difficilmente riuscirà ad impararla, anche i corsi più elementari sono studiati per chi già ha una base di conoscenza della lingua».  

IL TESORO AGGIORNA I CALCOLI

Un margine di 7 miliardi per la Legge di stabilità

Il Tesoro aggiorna i calcoli su Pil e deficit, spuntano nuove risorse
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan


LA STAMPA 29/09/2014
ROMA
I tecnici del Tesoro hanno finito i loro calcoli e nella nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza che dopodomani approderà al Consiglio dei ministri l’idea è quella di indicare per quest’anno un Pil in calo dello 0,2/0,3% ed un deficit al 2,8% (che salirebbe al 2,9 se si optasse per un pil a -04%), mentre per il 2015 le previsioni parlano di un pil a +0,5 ed un deficit al 2,8. Di conseguenza comporre la manovra che di qui a due settimane verrà varata con la legge di stabilità appare un poco più agevole. Se non fosse che occorre reperire 15 miliardi attraverso la spending review.  

I nuovi calcoli incorporano la rivalutazione dei Pil effettuata nei giorni scorsi dall’Istat e tengono conto sia del -0,4 stimato da Ocse e Confindustria, sia del più ottimistico -0,1 indicato dal Fondo monetario. Il tetto del 3% di deficit, insomma, come hanno promesso Renzi, non sarà comunque valicato. Però non è nemmeno escluso che il quadro complessivo possa ulteriormente peggiorare ed è per questo che il Tesoro si è già riservato la possibilità di ritoccare ulteriormente le stime alla luce della revisione dei dati del secondo trimestre che l’Istat renderà noti solamente il 15 ottobre. Che, tra l’altro, è anche il termine entro il quale la legge di Stabilità va mandata a Bruxelles. 

Attestarsi sulla soglia del 2,8, in una fase che concede margini strettissimi di bilancio, è già comunque un primo risultato. Perché cancella i pericoli di dover effettuare una manovra correttiva dei conti di quest’anno (anche si dovesse arrivare al 2,9) e perché con un margine dello 0,2% sul bilancio dell’anno venturo assicura un minimo di margini in più, per circa 3 miliardi. 

E’ scontato che il governo chiederà alla Ue di poter utilizzare tutti gli spazi di flessibilità disponibili offrendo in cambio il pacchetto di riforme che è stato approntato in questi mesi, dalla pubblica amministrazione alla giustizia al fisco, e che ora va completato col pacchetto lavoro. E questo spiega il pressing con cui Renzi procede sull’articolo 18 ma non solo. Perché, tradotto in soldoni, questa flessibilità vale all’incirca 7 miliardi, cifra che corrisponde alla correzione del deficit strutturale che avremmo dovuto fare l’anno prossimo per avvicinarci al pareggio di bilancio. Ora che entriamo per il terzo anno in recessione ci apprestiamo a chiedere un altro slittamento del pareggio di bilancio, questa volta al 2017, in maniera tale da dover dimezzare lo sforzo richiesto dalla correzione del disavanzo, da 7 a 3 miliardi. 

Con 4 miliardi in meno da reperire per questa operazione e 3 di margine prima di sforare il 3% la composizione della legge di stabilità diventa certamente più semplice. Anche se resta pur sempre un esercizio non facile perché il grosso delle risorse, all’incirca 15 miliardi di euro, dovrà arrivare dalla spending review. Complessivamente il pacchetto di interventi allo studio, tra risparmi e nuove spese vale 20-22 miliardi. 

Ci sono i 7 miliardi destinati a stabilizzare il bonus da 80 euro - che difficilmente sarà esteso a pensionati, incapienti e partite Iva) perché costerebbe troppo - ma che potrebbe venire rimodulato in qualche modo per ricomprendere anche le famiglie monoreddito più numerose. Il grosso delle nuove riduzioni fiscali dovrebbe però andare a favore delle imprese, con un stanziamento di circa 2 miliardi. Due le ipotesi sul tappeto: un altro taglio del 10% all’Irap oppure la possibilità di dedurre il costo del lavoro dal calcolo di questa tassa sul modello dell’Ires.  

Il menù dovrebbe poi comprendere 1 miliardo destinato all’istruzione, 1,5 miliardi (destinati a salire nel triennio) per rafforzare gli ammortizzatori sociali così come previsto dal Jobs Act e 4-5 miliardi di spese indifferibili, dai nuovi fondi per la cassa in deroga, alle missioni estere al 5 per mille, sino alle risorse destinate al rinnovo dei contratti delle forse di polizia. Per questa operazione si conta di mobilitare circa un miliardo compresi 440 milioni recuperati nelle pieghe dei bilanci di Viminale e Difesa.  

Poi, volendo, andrebbero trovati altri 660 milioni per il resto della Pa. E ancora i si parla pure di allentare il patto di stabilità interno assicurando ai comuni 1-2 miliardi di margine in più.  

Tutto liscio? Non proprio, perché per ora di sicuro il governo può contare su 3-4 miliardi recuperati con la lotta all’evasione e altri 5 di minore spesa per interessi. Resta il rebus della spending review. Senza contare che anche il debito andrebbe ridotto ed il target di 10 miliardi di privatizzazioni previsto per il 2014 a questo punto non è più raggiungibile.  

@paoloxbaroni  

10 COSE CHE NON SAI SUI DENTI

GIORNALETTISMO 26/09/2014 - di 

Una lista di informazioni su uno dei miracoli più preziosi del corpo umano

I denti? Fondamentali per la nostra vita, e miracolosi per il loro funzionamento. Il quotidiano tedesco Bild Zeitung ha realizzato una lista di 10 informazioni sui nostri denti, per valorizzare ancora di più la loro importanza.

SERVIZI SEGRETI E ACCORDI CON I BOSS AL 41BIS

Protocollo Farfalla, “gli otto boss al 41 bis accettarono soldi per parlare con i Servizi”

Dal 2004 i padrini fornirono informazioni agli 007 di Mario Mori in cambio di somme di denaro provenienti dai fondi riservati dei servizi segreti e devoluti a soggetti esterni alle carceri, indicati dagli stessi detenuti. Nella lista del patto Dap-Sisde compare anche Fifetto Cannella, condannato per la strage di via d'Amelio. Vicepresidente commissione antimafia Fava: "Intelligence ci ha sempre negato l'esistenza dell'accordo, convocheremo i vertici"

di  | 28 settembre 2014 IL FATTO QUOTIDIANO
Protocollo Farfalla, “gli otto boss al 41 bis accettarono soldi per parlare con i Servizi”
Una gestione separata e segreta dei boss detenuti, un accordo che portava denaro nelle casse dei padrini stragisti in cambio d’informazioni provenienti direttamente dal ventre molle di Cosa Nostra. È questo che va in scena nei penitenziari di massima sicurezza italiani dopo il 2004: rapporti borderline tra servizi segreti e detenuti in regime di 41 bisAttività che viene sancita dalProtocollo Farfalla, l’accordo di sei pagine stipulato nel maggio del 2004 tra il dipartimento di amministrazione penitenziaria e il Sisde. A quell’accordo sono allegati due appunti: uno è l’elenco degli otto boss messi sotto osservazione dagli 007, analizzati e poi avvicinati con la proposta di diventare confidenti dei servizi in cambio di denaro.
E nel maggio del 2004, come racconta Repubblica, gli otto boss individuati dagli 007 fanno sapere di essere d’accordo: forniranno informazioni in cambio di somme di denaro provenienti dai fondi riservati dei servizi segreti e devoluti a soggetti esterni alle carceri, indicati dagli stessi detenuti. Quei soldi sarebbero finiti anche nelle tasche di persone indicate da Fifetto Cannella, uno degli stragisti di Paolo Borsellino, condannato all’ergastolo per la strage di via d’Amelio.
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Quali siano le informazioni che Cannella fornisce agli agenti dei Sisde (in quel momento guidato da Mario Mori) non è ad oggi dato sapere, come un mistero rimane le modalità effettive con cui furono utilizzate in seguito quelle confidenze: cosa ne fanno gli agenti dell’intelligence dei racconti forniti dal boss di Brancaccio? Informazioni sicuramente interessanti dato che Cannella, che è un boss di primo livello, è inserito – secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori – nella cosiddetta SuperCosa, il gruppo riservato e segreto di uomini d’onore in seno a Cosa Nostra, creato all’inizio del 1991 da Totò Riina in persona. In quei mesi del 2004 accettano di diventare confidenti dei servizi in cambio di soldi anche il boss di Trabia Salvatore Rinella, quello di Porta Nuova Vincenzo Boccafusca, lo ‘ndranghetista Angelo Antonio Pelle (poi fuggito dal carcere di Rebibbia), i camorristi Massimo Clemente e Antonio Angelino, più il cataneseGiuseppe Maria Di Giacomo, che in seguito deciderà di diventare un collaboratore di giustizia, fornendo ai pm racconti sui contatti con Faccia da Mostroil presunto killer che si muove sullo sfondo delle stragi degli anni ’80 e ’90 (guarda).
I contatti tra boss e 007, regolati da quell’accordo tra Dap e Sisde privo di firme e timbri, rimangono top secret per alcuni anni: secondo la pista seguita dagli inquirenti ne hanno contezza soltanto Mori in persona e Salvatore Leopardi, capo dell’ufficio ispettivo del Dap, all’epoca guidato daGiovanni Tinebragià procuratore capo a Caltanissetta all’epoca delle prime indagini sulla strage di via D’Amelio che poggiarono sulle dichiarazioni di Vincenzo Scarantino. Poi tra il 2006 e il 2007 scoppia una guerra interna al Dap, tra lo stesso Leopardi e il capo dell’ufficio detenuti Sebastiano Ardita, che è completamente all’oscuro dell’esistenza di quell’accordo tra amministrazione penitenziaria e Sisde, e si oppone ad alcune richieste per trasferire boss detenuti in regime di 41 bis. Della vicenda inizia ad occuparsi la Procura di Roma, che proprio dagli uffici del servizio segreto civile acquisisce copia del Protocollo. Sotto processo nel frattempo finiscono Leopardi e Giacinto Siciliano, ex direttore del carcere di Sulmona, accusati di falso e omissione per non aver avvertito l’autorità giudiziaria competente (ovvero la Procura di Napoli) delle dichiarazioni del camorristaAntonio Cutolo, che aveva manifestato l’intenzione di voler collaborare.
Il Protocollo Farfalla però non viene depositato al processo, e verrà girato alla Procura di Palermo soltanto anni dopo, quando i pm siciliani iniziano ad indagare sui rapporti borderline tra 007 e boss detenuti. A quel punto anche la Commissione parlamentare Antimafia inizia ad occuparsi della questione, chiedendo l’audizione di Giampiero Massolo e Arturo Esposito, rispettivamente a capo del Dis e dell’Aisi. “Ci hanno riferito che non esisteva un accordo scritto tra Sisde e Dap, che il Protocollo Farfalla non esisteva, adesso scopriamo esattamente il contrario” protesta Claudio Fava, vicepresidente della commissione antimafia. Che adesso, dopo la decisione del premier Renzi di desecretare il Protocollo, vuole vederci chiaro, richiamando Massolo ed Esposito. Nel frattempo anche la Procura di Palermo continua la sua attività d’indagine per verificare quante volte i servizi hanno pagato boss mafiosi detenuti in cambio di informazioni. E soprattutto per capire con quale scopo siano state utilizzate quelle confidenze provenienti direttamente da pezzi da novanta di Cosa Nostra.

MESSICO: LIBRO SHOCK DI UN PEDOFILO

Messico, il pedofilo nel libro shock: “Una bimba non ha difese, la convinci e te la fai”

Nell'inchiesta "I demoni dell'Eden", la giornalista Lydia Cacho offre un racconto meticoloso e ricco di prove delle protezioni di cui godeva Jean Succar Kuri, imprenditore alberghiero e complice della rete criminale che controlla il mercato pedo-pornografico messicano: un atto d’accusa pesantissimo al potere politico e giudiziario del Paese

di  | 29 settembre 2014 IL FATTO QUOTIDIANO
Messico, il pedofilo nel libro shock: “Una bimba non ha difese, la convinci e te la fai”
Tu lo sai che è il mio vizio, no?, è una stronzata ma non so resistere, e lo so che è un reato e che è proibito, ma poi è così facile, una bambina non ha difese, la convinci in un amen e te la fai. È tutta la vita che lo faccio e a volte sono loro che ci provano con me, perché vogliono restare con me, perché ho fama di essere un buon padre”. Siamo a pagina 109 di I demoni dell’Eden, lo sconvolgente libro-inchiesta della giornalista messicana Lydia Cacho, appena tradotto in Italia daFandango, e il colpo allo stomaco è duro. Ma necessario per capire chi è, o è stato, il protagonista del libro: Jean Succar Kuri, libanese naturalizzato messicano, ricco imprenditore alberghiero, pedofilo, stupratore, commerciante di bimbi e complice della rete criminale che controlla il mercato pedo-pornografico messicano.
Le parole – immortalate in audio e video in un bar di Cancùn, Messico – furono rivolte da Succar Kuri a Emma, una delle sue vittime, nel giardino di un ristorante elegante. Era il 2003 ed Emma, all’epoca ventenne, era tornata apposta in Messico dagli Stati Uniti per fermare l’orco che aveva violato il suo corpo e la sua innocenza quando aveva solo 13 anni, per impedirgli di fare ad altre bimbe, e in particolare alla sua cuginetta, quello che aveva fatto a lei. Emma indossava unatelecamera nascosta, poco lontano alcuni poliziotti e Leidy Campos Vera, vice direttora delle Indagini preliminari, ascoltavano la lunga conversazione durante la quale Succar descriveva con particolari agghiaccianti la sua vita da orco. La ragazza era certa che di lì a poco gli agenti sarebbero intervenuti arrestando il suo aguzzino. Ma non successe niente: né allora né la settimana seguente al secondo appuntamento che aveva ottenuto da lui, come richiesto dagli agenti federali per incastrarlo. Pochi giorni dopo Succar Kuri, allora sessantenne, era uccel di bosco: fuggito grazie alla complicità di suoi sodali nelle alte sfere.
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L’anno successivo (2004) l’uomo fu arrestato negli Stati Uniti ed estradato in Messico. Ma ci vollero ancora sette anni prima che venisse condannato a una pena esemplare: 112 anni di carcere. In mezzo, un’indagine difficilissima perché ostacolata dai poteri forti: della politica e dei narcos. Un’indagine che deve molto, quasi tutto, a Lydia Cacho, che nel suo libro ha raccontato come e chi ha ostacolato il corso della giustizia e che per la sua ostinata ricerca della verità è stata illegalmente arrestata e torturata. Ed è una fortuna che ne sia uscita viva e abbia potuto scriverne in un Paese dove i giornalisti ammazzati si contano a decine. Per il Messico, I demoni dell’Eden è stato un libro importante: il racconto meticoloso e ricco di prove documentali delleprotezioni di cui godeva Succar, degli errori commessi, più o meno in buonafede, dagli investigatori è un atto d’accusa pesantissimo al potere politico e giudiziario del Paese.
Al di fuori del Messico, più che agli intrighi e alle collusioni di personaggi a noi sconosciuti, l’attenzione va alle parole – testimonianze, registrazioni, interrogatori – delle vittime e degli aguzzini, i quali possono essere a loro volta vittime. È il caso di Gloria, moglie (la seconda) di Succar e madre dei suoi cinque figli, ex sposa bambina (probabilmente a sua volta abusata dall’orco) diventata poi sua complice. La conversazione telefonica (registrata dagli inquirenti) fra lei ed Emma fa rabbrividire: come in una litania la donna continua a chiedere alla ragazza perché voglia fare del male a suo marito che è stato tanto buono con lei, che non le ha mai fatto niente di male; ma insieme minaccia di rendere pubblici i filmini che Succar girava durante i loro incontri.
Fa un certo effetto leggere queste pagine in questi giorni: non ci eravamo ancora ripresi dalla tristissima storia delle due baby-squillo dei Parioli (il processo di primo grado per sfruttatori e clienti si è da poco concluso, con condanne non sempre esemplari), che balza alle cronache un nuovo caso di ragazzine – sempre a Roma, stessa scuola e stesso quartiere – adescate da un fotografo e vendute al miglior offerente. Minorenni ma consenzienti, si dirà. Disposte a vendersi per potersi comprare borse e vestiti firmati, o per spiccare il salto nel mondo dello spettacolo. Ma, in fondo, è solo il contesto che cambia: anche in Messico c’erano ragazzine ansiose di conoscere Johnny (questo era il soprannome di Succar). Perché le pagava – e i soldi servivano per mangiare, non solo per comprare beni voluttuari – ma anche perché molte di loro non avevano un padre e quello era il migliore che potessero trovare.
Di uguale c’è, a Roma come a Cancùn, il commercio immondo di quei giovani corpi e il modus operandi degli orchi, lo stesso a ogni latitudine. Che siano albergatori messicani, fotografi romani o vescovi sudamericani, sono uomini che dalla pedopornografia e dall’abuso sessuale sui minori traggono un godimento personale esente da qualunque interrogativo etico. Come l’ex assessore di Cancùn Gòngora Vera che, secondo la testimonianza del segretario della giunta comunaleEduardo Galaviz, una sera, parlando dello stress cui erano sottoposti come uomini politici, prese il cellulare e disse sorridendo: “Quel che ti serve è farti una scopata con una bambina. Lascia fare a me”.