IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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lunedì 30 marzo 2015

EMMA BONINO SULL'EUTANASIA

Eutanasia. Emma Bonino: “Non ho paura della morte, ma del dolore”

Nel salotto di Maria Latella la storica leader radicale parla di eutanasia: gli italiani non meritano di vivere l'umiliazione di andare in Svizzera per porre fine, dignitosamente, alla propria vita, sostiene Emma Bonino.
Eutanasia. Emma Bonino: "Non ho paura della morte, ma del dolore"-Redazione- Emma Bonino, ospite a "l'intervista di Maria Latella" su Sky tg24, torna a parlare della legge sul fine vita, riproponendo una delle ultime battaglie dei radicali.
"Io il testamento biologico – dice Bonino – l'ho fatto durante il dramma Englaro con un intervento al Senato, più ufficiale di così…", richiamando l’attenzione su "un tema di libertà e responsabilità individuale".
L’obiettivo, spiega l’ex ministro, è "morire in dignità. Spero che il Parlamento discuta la proposta che c’è e spero che non si debba vivere l’umiliazione di andare in Svizzera per morire in dignità. Non ce lo meritiamo noi italiani", ribadisce. 
Maria Latella chiede a Emma Bonino del suo rapporto con la morte: "La sento molto lontana. Ho più paura del dolore. Come dicono i miei medici – aggiunge parlando della sua lotta contro il tumore ai polmoni – il dolore serve per individuare i sintomi, dopo è inutile. La terapia deve evitarlo. Il momento peggiore - prosegue – è quando mi sento una stanchezza, una spossatezza incredibili, ad esempio ora che sto facendo due radioterapie al giorno ed è davvero faticoso. Sentire che il corpo non ti risponde, tu gli dici “alzati, vai a comprare il giornale” e il corpo non risponde, non si alza, beh questo è davvero incredibile. I momenti migliori sono tanti, ad esempio quando incontro le persone che mi dicono: 'Hai ragione tu. Io non sono il mio tumore, io sono un cittadino, sono molto di più di questo'".
Per quanto riguarda l'odierna marcia di Tunisi, se i capi di Stato non fossero stati presenti "sarebbe stato un segno di disattenzione", spiega la Bonino.
E alla domanda se la marcia non si risolva in una passerella, risponde: "No, i simboli sono importanti in politica, e il simbolo dell'assenza sarebbe stato devastante, come dire: affari vostri".

BERLUSCONI SI CANDIDERA' A SINDACO DI MILANO?

Berlusconi sindaco di Milano? Forza Italia vuole candidarlo

ROMA – Berlusconi candidato sindaco di Milano nel 2016, a 80 anni tondi tondi. L’idea, dalle parti diForza Italia, non è tanto campata in aria. Ne ha parlato apertamente il conduttore Mediaset Paolo Del Debbio, Berlusconi stesso a un evento Forza Italia ha lanciato qualche frase sibillina.
“A Milano tutto è iniziato e da Milano tutto potrebbe ripartire”, ha detto il leader. E ancora: “Nel 2016 dovremo riconquistare il Comune con un candidato sindaco che sarà la sintesi della nostra storia”. E infine: “Da Milano poi faremo ripartire anche l’Italia, dove siamo la maggioranza vera e naturale”.
In cerca di conferme Marco Cremonesi del Corriere della Sera parla con Mariastella Gelmini.

«Berlusconi candidato sindaco? Magari…». La candidatura del Fondatore «sarebbe senza dubbio la più forte in assoluto, quella capace, una volta di più, di unificare tutti, e non soltanto per il ruolo politico nazionale: lui sarebbe il miglior interprete di Milano e della sua capacità di costruire e di guardare avanti». Ma? «Ma non so se ci sia la sua disponibilità. Dico la verità, qualche tempo fa io ci avevo pensato e gliel’ho detto. Ma lui ha un po’ lasciato cadere la cosa».

FEUDALESIMO FINANZIARIO

DI DMITRY ORLOV
cluborlov.blogspot.it

C’era una volta – tanto, tanto tempo fa – nel mondo civilizzato, una cosa che si chiamava feudalesimo.  Era un modo gerarchico di organizzare la società.  Sopra tutti c’era un sovrano (re, principe, imperatore, faraone o alto prelato). Al di sotto dei sovrani c’erano diverse classi di nobili con titoli ereditari. 

Al di sotto dei nobili c’era la gente comune e anch’essa ereditava questo status dai suoi predecessori, sia attraverso la titolarità di un pezzo di terra che coltivava, o dall’esercizio di una certa professione, com’era appunto il caso degli artigiani e i mercanti.  Tutti erano come bloccati nella loro posizione sociale attraverso rapporti di dipendenza, tasse e tributi permanenti. Tasse e tributi fluivano tra le varie classi sociali dal basso verso l’alto, mentre i privilegi e la protezione dall’alto verso il basso. 

Era un sistema fortemente resistente e auto-perpetuante, basato principalmente sull’uso della terra ed altre risorse naturali, tutte dipendenti dalla disponibilità della luce del sole. La ricchezza derivava soprattutto dalla terra e dai suoi vari utilizzi. Ecco qui di seguito un grafico che semplifica l’ordine che regolava la società medievale.

Tuttavia, alla fine, quelle buone risorse locali di energia si esaurirono e furono sostituite da risorse energetiche di qualità inferiore, più lontane da raggiungere,  più difficili e più costose da produrre.  Questo assestò un duro colpo alla crescita economica, poiché ogni anno che passava bisognava investire sempre  più nella ricerca di nuove energie con cui continuare a produrre per sostenere il sistema economico, nonostante tutto.  Nello stesso momento, l’industria aveva generato, in grandi quantità, degli spiacevoli sottoprodotti:  l’inquinamento , il degrado ambientale, la destabilizzazione del clima ed altri effetti indesiderati.  A lungo andare, questi hanno, a loro volta, prodotto costosi premi assicurativi e spese di bonifica per rimediare alle catastrofi naturali e artificiali.  Anche questo fu un duro colpo per la crescita economica.
Parte della colpa va attribuita anche alla crescita demografica.  Vedete, le popolazioni numerose creano centri abitati più grandi e i risultati della ricerca mostrano che più grande è una città, più alto è il suo consumo di energia pro-capite.   Diversamente dagli organismi biologici, dove più grande è l'animale, più lento è il suo metabolismo, l’intensità delle attività necessarie per sostenere un centro popolato aumenta in proporzione al numero degli abitanti.  Si osservi che nelle grandi città le persone parlano più velocemente,  camminano più velocemente e, in genere, devono vivere più intensamente e agire più in fretta per poter sopravvivere.   Tutta questa attività frenetica richiede energia per poter costruire un futuro sempre più grande e sempre più ricco. Sì, il futuro potrebbe essere ancora più popolato (per ora), ma oggi gli insediamenti umani in più rapida crescita sono i sobborghi metropolitani (slum), luoghi densamente abitati, privi di servizi sociali, sanitari e igienici, vivai di criminalità diffusa e sempre meno sicuri.
Tutto questo dimostra che la crescita è auto-limitante.Inoltre, dobbiamo notare che questi limiti li abbiamo già superati e, in alcuni casi, siamo andati anche troppo oltre.  Tutto il gran parlare che si fa sulla fratturazione idraulica dei depositi di scisti e olii bituminosi, è la prova dello stato più che avanzato di esaurimento delle fonti di combustibile fossile. La destabilizzazione del clima sta producendo fenomeni meteorologici sempre più violenti e siccità sempre più gravi (la California oggi ha davanti a sé solo un anno di disponibilità di acqua); si prevede, inoltre, che scompariranno del tutto diversi paesi a causa dell’innalzamento delle acque degli oceani, dell’irregolarità delle stagioni monsoniche, della diminuzione delle acque d’irrigazione e dello scioglimento dei ghiacciai. L'inquinamento ha raggiunto e superato i suoi limiti in molti settori:  lo smog urbano, sia a Parigi, Pechino, Mosca e Teheran, è diventato così grave che sono state ridotte le attività industriali per consentire alla popolazione di poter respirare. La radioattività prodotta dall’incidente nucleare dei reattori di Fukushima in Giappone, ora la si inizia a rilevare anche in pesci pescati dall’altra parte dell’Oceano Pacifico.
Tutti questi problemi stanno provocando al denaro un effetto piuttosto strano.   Nella precedente fase di crescita del capitalismo, il denaro è stato creato grazie al debito per poter sostenere i consumi e, così facendo, stimolare la crescita economica. Ma da pochi anni è stato raggiunto un limite negli Stati Uniti, che all’epoca erano l’epicentro dell’attività economica globale (oggi eclissati dalla Cina), quando un’unità di debito ha iniziato a produrre meno di un’unità di crescita economica. Da quel momento in poi non è stato più possibile chiedere prestiti con interessi dal futuro.
Mentre prima il denaro era stato preso in prestito per produrre crescita, ora doveva essere preso in prestito in quantità sempre più grandi, semplicemente per evitare il collasso finanziario e industriale. Di conseguenza, i tassi di interesse sui nuovi debiti si sono ridotti a zero, creando quella che e’ nota come la ZIRP,  la politica dei tassi a interesse zero.  Per renderla ancora più dolce, le banche centrali hanno accettato il denaro dato in prestito prestato a 0% di interessi in forma dei depositi, guadagnando un po’ d’interessi, consentendo quindi alle banche di realizzare un profitto non facendo assolutamente nulla.
E’ ovvio che il fare niente si è rivelato piuttosto inefficace, e in tutto il mondo le economie hanno iniziato a ridursi. Molti paesi sono ricorsi al trucco di ritoccare un po’ le loro statistiche per mostrare un quadro un po’ più roseo, ma una statistica che non mente mai è il consumo di energia. E’ indicativo del volume complessivo di attività economica, e in tutto il mondo questo dato è in ribasso.   Eccedenze di petrolio e prezzi del petrolio più bassi, è quello che vediamo come risultato della reale situazione.  Altro indicatore che non mente è il Baltic Dry Index, che tiene traccia del livello delle attività di trasporto: anche questo valore è praticamente tracollato.
E così la ZIRP ha posto le basi per un ultimo mesto sviluppo: anche i tassi di interesse hanno iniziato la loro picchiata verso il segno Negativo, sia sui prestiti e sia sui depositi.  Addio ZIRP, benvenuta NIRP!  Le banche centrali di tutto il mondo hanno iniziato a concedere prestiti anche a piccoli tassi di interesse negativi. Proprio così, alcune banche centrali ora stanno pagando alcune istituzioni finanziarie perché prendano in prestito del denaro!   Nel frattempo anche i tassi d’ interesse sui depositi bancari sono diventati di segno negativo: poter tenere i vostri soldi in banca ora è un privilegio, per il quale bisogna pagare.
Ma ovviamente i tassi d’interesse non sono di segno negativo per tutti. L'accesso al denaro gratuito è un privilegio, e i privilegiati sono i banchieri e gli industriali che finanziano.   Un po’ meno privilegiati sono quelli che chiedono finanziamenti per l’edilizia; ancora di meno lo sono quelli che devono pagare per l’istruzione dei figli;  quelli senza alcun privilegio sono invece quelli che comprano il cibo con la carta di credito o chiedono un miniprestito dal datore lavoro per pagare l’affitto.
Le funzioni che un tempo svolgevano i prestiti nelle economie capitaliste sono state del tutto dimenticate.  Tanto tanto tempo fa, l’idea era che l'accesso al capitale lo si otteneva sulla base di un buon business plan (piano imprenditoriale), e che proprio questo spirito imprenditoriale ha permesso di prosperare e dar vita a sempre nuove imprese. Poiché chiunque – e non solo i privilegiati – possono ottenere un prestito e avviare un’impresa, questo significa che il successo economico dipende, almeno in una certa misura, dal merito.   Oggi, invece, l’attività d’impresa segue il percorso inverso,  con un numero di imprese che escono dal mercato maggiore di quelle che entrano a farne parte, e la mobilità sociale è diventata per lo più una ‘cosa del passato’.  Ciò che resta è una società rigidamente stratificata, con privilegi dispensati in base alla ricchezza ereditata:  quelli che stanno in alto ottengono prestiti e riescono a navigare su onde cariche di denaro gratuito, mentre quelli in basso si ritrovano in una stato di indigenza e di asservimento sempre crescenti. 
Può il NIRP sostenere un nuovo feudalesimo? Non si può certo invertire questa tendenza al ribasso, perché i fattori che stanno mettendo dei limiti alla crescita non sono suscettibili di manipolazione finanziaria, essendo di natura fisica.  Vedete, nessuna somma di denaro può far apparire dal nulla delle nuove risorse naturali.   Quello che si può fare però è congelare per un po’ la gerarchia sociale tra i proprietari di capitali; per un po’, ma non per sempre.
Ovunque guardiamo, la decrescita dell’economia si traduce in rivolta popolare, guerre e bancarotte nazionali, e queste arrestano in vari modi la circolazione del denaro. Svalutazione, fallimento di banche, impossibilità di finanziare le importazioni, crisi del sistema pensionistico e del settore pubblico. Il desiderio di sopravvivere spinge la gente a rifornirsi autonomamente di risorse materiali, distribuendole tra amici e parenti.
Di conseguenza, i meccanismi di mercato diventano estremamente opachi e distorti e spesso smettono totalmente di funzionare tutti insieme. In queste circostanze, quanti simboli di dollaro una persona abbia vicino al suo nome diventa un fattore meno rilevante, e a questo punto dovremmo assistere a un’ instabilità o addirittura a un capovolgimento radicale delle gerarchie sociali tra i possessori di capitali.  Pochi tra loro avranno le capacità di trasformarsi in signori della guerra, e questi pochi faranno fuori tutti gli altri.Ma più in generale, in una situazione in cui le istituzioni finanziarie sono crollate, le fabbriche e le imprese hanno smesso di funzionare, le proprietà immobiliari sono state prese d’assalto da teppisti criminali e occupanti abusivi, diventa difficile calcolare con precisione la ricchezza di ognuno.
A questo punto l’organigramma sociale della società post-capitalistica apparirà più o meno così: (“#REF!”  è quello che appare in Excel quando il programma incontra un riferimento errato di casella in una formula.
Il  termine esatto per questo stato di cose è “anarchia”.  Una volta che si sarà ricreato un nuovo substrato di “staticità”, si rinnoverà il processo di formazione dell’aristocrazia.   Ma a meno che non si scoprirà per magia una nuova fonte di combustibili fossili a basso costo, il processo procederà secondo il tradizionale percorso feudale.
Dmitry Orlov
24.03.2015

MILANO ANTIFASCISTA

Milano. I fascisti mettono libri all'indice, gli antifascisti li assediano

Milano. I fascisti mettono libri all'indice, gli antifascisti li assediano
Questa volta i fascisti non hanno fatto una incursione nei quartieri popolari nel tentativo di soffiare sul fuoco della guerra tra poveri sfruttando il disagio sociale legato alla crisi (soprattutto sulla questione abitativa), ma si sono concentrati nella centralissima Piazza Oberdan con lo scopo di contrastare una fantomatica diffusione della cultura gay nelle scuole. Come? Semplice e abbastanza banale: mettendo all’indice una serie di libri che secondo i fascisti di FN starebbero alla base dell’indottrinamento gay e gender rivolto ai più piccoli.
Forza Nuova se l’è presa in particolar modo con la casa editrice Lo Stampatello, rea di aver prodotto una collana di libri dedicati ai più piccoli in cui la famiglia viene mostrata in tanti modi diversi e possibili.
I solerti difensori della famiglia tradizionale, se cercavano l’attenzione dei media e della cittadinanza sicuramente l’hanno trovata. Peccato che certe dichiarazioni, che ricordano le tristissime immagini dei roghi di libri avvenuti nella Germania nazista nel 1933, hanno probabilmente prodotto un effetto boomerang…
Infatti, se i forzanovisti erano circa una ventina, gli antifascisti confluiti in Oberdan grazie ad un tam tam durato solo alcune ore erano più di 300. Sintomo che Milano, pur in tutte le sue contraddizioni, continua ad essere una città piuttosto ostile ai fascismi.
Dicevamo dell’attivismo di Forza Nuova. Banchetti nei quartieri popolari, aggressioni nelle scuole e iniziative omofobe.
Un evidente tentativo di smarcarsi dall’abbraccio Lega Nord-Casa Pound e di ritagliarsi un nuovo ruolo di protagonismo nella galassia della destra, anche in vista della prevista parata del 29 Aprile per commemorare Sergio Ramelli e Enrico Pedenovi.
Come dicevamo però Milano è una città dove i valori dell’antifascismo sono ancora forti.
Gli occhi resteranno quindi bene aperti in vista del 70° anniversario della Liberazione.
(fonte: Milanoinmovimento.com)

LANDINI SCARICATO DAI MEDIA DI REGIME

Da rockstar a comparsa. I media di regime scaricano Landini

  •  
  •  Claudio Conti
  •  CONTROPIANO
Da rockstar a comparsa. I media di regime scaricano Landini
La manifestazione contro il governo Renzi, con al centro innanzitutto il Jobs Act e la discesa in campo della sua "coalizione sociale", sembra aver segnato una cambiamento netto di rotta. A parte Repubblica - che ha dato ampia copertura alla mobilitazione, offrendo in supporto alcuni dei suoi storici collaboratori (da Stefano Rodotà a Sandra Bonsanti), ma in contemporanea con un allucinante/allucinogeno editoriale di Scalfari incitante a "salvare Renzi da se stesso" - è stata tutta una gara alla svalorizzazione, sia della manifestazione in sé che del progetto politico incarnato nel segretario generale della Fiom
"Piazzetta rossa" (mettendo a impietoso confronto la manifestazione a difesa dell'art. 18 promosse dalla Cgil al tempo di Cofferati), "l'altro guanciale, insieme a Salvini, su cui Renzi può dormire tranquillo", "flop", ecc... Giudizi tranchant emessi da tribune come Il Corriere della Sera, non (solo) da qualche fascista non pentito o qualche stipendiato da Confindustria. Anche l'ex "rete di sinistra" RaiTre lo ha in qualche modo svalutato, relegandolo in seconda battuta (dopo le aperture sulla manifestazione di Tunisi e "i tormenti del giovane Andreas" (il pilota Germanwings che avrebbe provocato intenzionalmente il disastro aereo in Provenza), oppure affidandolo al motteggio sottilmente ironico tra Fabio Fazio ed Enrico Mentana.
Cos'è successo? "Il selvaggio" non buca più il video? In realtà è il video che ti prende o ti molla quando serve al proprietario...
Diciamo che con l'entrata in vigore del Jobs Act, per quanto riguarda il conflitto sociale e sindacale, è cambiata una fase e i media sono stati opportunamente "avvertiti". Basta piazze. basta scioperi, basta critiche in prima serata contro le politiche del governo, basta con la coltivazione mediatica di personaggi anche soltanto minimamente "non allineati". Il conflitto sociale va confinato in una zona d'ombra, bisogna parlarne e farlo vedere il meno possibile, non deve poter esprimere "leader persuasivi" (la televisione conferisce credibilità sociale, indipendentemente dalla qualità del discorso fatto). Al massimo può riemergere nella figura criminalizzata della "manifestazione con scontri", come è stata per esempio qualificata la giornata antifascista di Torino (basta guardare il video per capire che si è trattato invece  di un pestaggio di massa premeditato).
Il leader della Fiom non può certo rientrare in quest'ultima categoria (anche se un assaggio di criminalizzazione l'ha dovuto sperimentare anche lui, al tempo delle proteste degli operai della Ast ThyssenKrupp di Terni, in trasferta a Roma); quindi si tratta di bucherellargli l'aureola di capopopolo capace di catalizzare consensi. Su questo piano, del resto, c'è ampio margine di manovra, visto l'analfabetismo politico di ritorno che esiste nella sua stessa base sociale. Basta riguardarsi i servizi da dentro la manifestazione della Fiom, zeppi di interviste-lampo di gente incazzata col governo per il Jobs Act che però dichiara che voterà ancora Pd...).
Ma nel guado, Maurizio Landini, ci si è infilato anche da solo. "Scoperto" dalle tv al tempo del modello Pomigliano - ormai cinque anni fa, sembra passato un secolo - ha mediaticamente rappresentato per tutto questo tempo il tipo ideale del sindacalista "vero", quasi plasticamente contrapposto ai funzionari impalpabili che rappresentano oggi il volto e il corpo della Cgil. Anche il suo iniziale "flirt" con Renzi, tutto giocato in funzione anti-Camusso, nel momento più aspro dell'attacco renziano al ruolo del sindacato negli ultimi venti anni (la "concertazione" è caduta da destra...), gli è valso un di più di audience che ora gli viene richiesto indietro con gli interessi.
Il suo progetto di "coalizione sociale", con tutta la fumosità che anche noi abbiamo più volte sottolineato criticamente, è entrato nel calcolo politico come volontà di coprire uno spazio oggettivo che si è aperto con la galoppata a destra del Pd renziano. Uno spazio della "sinistra nemmeno troppo riformista" che sfiora i bersaniani, ingloba civatiani e fassiniani (individui che non fanno area), ciò che resta di Sel, con tutto il pulviscolo di microsoggetti in cerca di un "contenitore elettorale" in grado di assicurare il superamento delle soglie di sbarramento.
In questa logica, anche l'indicare solo ora Renzi come "peggio di Berlusconi" sui temi del lavoro, appare allo stesso tempo necessario e tardivo. E' finito il tempo degli schieramenti "democratici" contrapposti al blocco berlusconian-fascista (quella fase mortifera per cui bisognava sempre turarsi il naso e accettare di tutto per impedire che vincesse l'avversario). Ora c'è un "centro dominante" e servono due opposizioni "innocue" - per intenzione strategica e potenziale elettorale - collocate un po' più a destra e un po' più a sinistra. Lo schema è disturbato solo dalla presenza di un  soggetto atipico come il Movimento 5 Stelle, peraltro auto-limitato da idee-faro di scarsa consistenza ("la casta", "i cittadini", "la rete", ecc) e di grande ambiguità.
Dal punto di vista della governance - il sistema di amministrazione "regionale" elaborato a Bruxelles e recitato qui da Renzi - un soggetto politico con le caratteristiche della coalizione sociale "deve" esistere. Soprattutto per far da tappo verso possibili radicalizzazioni dei conflitti sociali. Un soggetto che mira ad aggregare il malcontento, nel tentativo di dar forma a un nuovo rapporto tra il sociale e il politico al termine di una crisi storica dei partiti e dei sindacati "tradizionali";  ma che non prende neanche in considerazione l'eventualità di scontrarsi con i centri di comando veri (l'Unione Europea).
Un soggetto che nemmeno sta imparando qualcosa dalla "tragedia greca", ovvero da un governo di sinistra (molto più di quanto non sarebbe probabilmente la "coalizione sociale", se dovesse crescere e affermarsi elettoralmente) che prova a limitare la presa della Troika ma, proprio per questo, è costretto a dover immaginare un "piano B" (che sullo sfondo prevede anche l'uscita dall'euro, volontariamente o per imposizione Ue). E che dimostra perciò, suo malgrado, l'irriformabilità dell'Unione Europea e la debolezza dei "riformismi di necessità" che stanno sorgendo un po' dappertutto (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, sotto alcuni aspetti più confusi persino i Pentastellati  nostrani).
E, in effetti, il "trattamento mediatico" di Landini è andato in parallelo, su tutt'altro fronte, con la creazione di Matteo Salvini quale "antagonista di destra" al governo. Un antagonista, qust'ultimo, così poco credibile da far dormire sonni tranquilli a chiunque. Landini è di un'altra pasta, rappresenta un'altra cultura che ha avuto - e ancora ha, con tutta la contraddittorietà allucinante che prima evidenziavamo - buone basi di massa. Ha insomma un "potenziale" superiore, che va ora opportunamente ridotto.
Possiamo scommettere che lo vedremo un po' meno in tv, nei prossimi mesi. A meno che il conflitto sociale non arrivi ad esprimere forme di rappresentanza politica ad un tempo più vere e radicali, ovvero con una visione "strategica" più solida e concreta.

IL VERO COMUNISTA CAMPA 100 ANNI

Ingrao, il vero comunista campa 100 anni. Amato dalla gente, sofferto dal Pci

Ingrao, il vero comunista campa 100 anni. Amato dalla gente, sofferto dal Pci
Palazzi & Potere

Lo storico esponente del Pci è nato il 30 marzo 1915. Nel 1976 diventa il primo comunista eletto alla presidenza della Camera. Fu lacerato dal dubbio ma senza abbandonare il comunismo. "Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico, dall’altra coltivavo l’attesa della crisi rivoluzionaria"
Le campane suonano a festa per i cento anni di Pietro Ingrao. Com’è giusto che sia. Un comunista, un rivoluzionario, uno statista, un sognatore. Così le etichette che sui giornali corrono lo stanno celebrando. Ma ce n’è un’altra che ben gli si attaglia, quella dell’”eroe del dubbio”. Il dubbio di un uomo immerso in una sinistra divisa tra il messianismo rivoluzionario e la cinica ragion di partito, utopia e senso della realtà politica, movimentismo e rispetto  dell’organizzazione di appartenenza. E’ Andrea Camilleri nel 2008 a coniare questa definizione. «Il dubitare di Ingrao», scrive Camilleri, «è sempre la messa in moto di un motore che elabora il che fare più attinente al fine proposto, non è mai la messa in dubbio del perché, ma del percome».
Concetto complicato, che il dispiegarsi della vita di Ingrao illustra però meglio di qualsiasi altra cosa. Forse pensa all’Ingrao artista, al poeta, al giovane appassionato di cinema che l’illustre centenario è sempre stato, Camilleri. Ma la sua definizione ben si adatta anche per comprendere la parabola del dirigente capace di accendere dibattiti ma pur sempre impastoiato dalle ragioni dell’appartenenza e perciò impossibilitato agli strappi decisivi, definitivi che tanti suoi seguaci si aspettavano. Quando questo dubbio lui stesso teorizza, nel Pci, nato all’insegna dell’obbedienza alle “istanze superiori” del centralismo democratico, si discuteva  sulla linea, rischiando la testa, va da sé. Perciò Ingrao rivendica il “diritto al dissenso”, del quale il dubbio poteva essere il nobile pilastro, adeguato a dargli dignità per renderlo digeribile alla nomenklatura comunista. Correva il 1966: “Il dubbio mi scuoteva”, ha spiegato Ingrao, “Vedevo in esso un’apertura alla complessità della vita: dubitare mi sembrava l’impulso primo a cercare, aprirsi al molteplice del mondo. Sì, vivevo il piacere del dubbio”.

C’è tutto Ingrao in questa complessità, tutta la sua innata problematicità, la sua incompiutezza di leader. E’ l’Ingrao nato a Lenola il 30 marzo del 1915, famiglia borghese, liceo a Formia, trasferimento a Roma. Per uno della sua condizione l’adesione alla classe operaia non è scontata. E nel 1934 lo vediamo brillare ai Littoriali, manifestazioni sportive e culturali riservate agli universitari fascisti. Riesce a farsi onore: «Partecipai ai Littoriali della Cultura», ha raccontato, «a quelli di critica teatrale e alla gara di poesia, con una breve lirica». Esaltava Littoria e la bonifica delle paludi pontine.
Il  mito del comunismo è lontano, Ingrao si iscrive a giurisprudenza e al centro sperimentale di cinematografia, dove resiste poco più di un anno. Lo abbandona, insieme agli studi, a causa della guerra di Spagna: «Il 17 luglio 1936», racconterà, «è un giorno chiave: esplode la rivolta franchista. Non tornai più al centro sperimentale. Da allora, la lotta di classe diventò il punto centrale nella mia vita, il primo dovere, la prima speranza». Questo è il giovane Ingrao. Prenderà la laurea poi, si rivelerà un poeta, ma al primo posto nella sua esistenza resterà per sempre l’impegno comunista.
La dedizione è totale. Lavora clandestinamente per il partito negli anni del fascismo. Cade la dittatura, viene eletto in Parlamento, entra nella segreteria del Pci. Che, a partire dal 1947 e per dieci anni, gli affida la direzione de “L’Unità”. Del Pci, Ingrao si afferma come uno dei massimi dirigenti, dopo Togliatti tra i più amati. Ha peso, anche se relegato al ruolo dell’eterno oppositore. Uomo di prestigio che, non a caso, nel 1976 diventa il primo comunistaeletto alla presidenza della Camera. Un traguardo inimmaginabile nei giorni lontani del ritorno alla democrazia. Quando nell’animo del giovane rivoluzionario si agitavano ben altri intendimenti. Dirà : «Mi portavo dentro la convinzione di un momento insurrezionale risolutivo. Forse agiva anche il ricordo mitico dell’assalto al Palazzo d’Inverno tramandatoci dall’epica della rivoluzione bolscevica. E negli angoli remoti della mia mente restava sempre ben fissa l’ipotesi del momento in cui ci saremmo trovati – l’uno di fronte all’altro – noi rivoluzionari e le truppe del grande capitale». Drammatica contraddizione: «Da una parte seguivo con ardore la costruzione dello Stato democratico, dall’altra coltivavo l’attesa della crisi rivoluzionaria».
Ricordi intensi e che spiegano l’altra faccia di Ingrao: quella dura dell’uomo di partito che si vincola al burocratismo dell’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti e Laburisti, il famigerato Cominform, asservito a tutte le degenerazioni dello stalinismo. Una tragedia nella carriera di Ingrao. Spiegherà lui stesso : «Lo stalinismo è stato un errore così grande che è bene ribadirne il rigetto».  L’errore più grande, certo. Frutto di una cultura totalizzante che lo inchioda alla tradizione che  dell’Unione sovietica aveva fatto un mito. Arrivano così le pagine più discusse della sua carriera. Come capitò nel 1956, quando la storia offrì al Pci l’opportunità di rompere con gli orrori staliniani. Il futuro presidente della Camera si ritrovò invece dalla parte sbagliata. Era scoppiata la rivoluzione ungherese contro l’oppressione sovietica. Le truppe di Mosca intervennero, migliaia furono i morti. E grande fu la reazione nel mondo, la sinistra europea si ribellò, si ribellò anche quella italiana. Tanti intellettuali e dirigenti, come Italo Calvino, Eugenio Reale e Antonio Giolitti, abbandonarono il Pci. Ad Ingrao contro gli insorti toccò al contrario confezionare “l’Unità” di quel terribile 25 ottobre: “Le bande controrivoluzionarie vengono costrette alla resa dopo i sanguinosi attacchi contro il potere socialista”, sentenziava la prima pagina. E sempre a lui spettò il compito di firmare l’editoriale “Da una parte della barricata a difesa del socialismo”.
E, ancora, come capitò tra il 1968 e il 1969 quando gli amici della rivista “Il Manifesto”, che con lui avevano combattuto per la democrazia interna nel Pci, trovarono la forza per rompere con il filosovietismo, aprendo alle istanze dei movimenti giovanili. Furono presto emarginati. E quando i vertici deliberarono la cacciata di Luigi Pintor, Aldo Natoli e Rossana Rossanda, ebbene in quel frangente decisivo Ingrao abbandonò i compagni al loro destino, preferendo le ragioni della Ditta.
Eppure era stato lo stesso Ingrao, un paio di anni prima, a rivendicare contro Giorgio Amendola il famoso diritto al dissenso. Una rivendicazione che lo aveva fatto assurgere a punto di riferimento per quanti nella sinistra cercavano la via dell’emancipazione dall’Urss e dal togliattismo. E non solo dentro il Pci. Ad Ingrao guardavano anche gli altri partiti che si richiamavano al movimento operaio. Solo che il Pci non tollerava niente del nuovo che nasceva o poteva nascere alla sua sinistra. Una linea brutale, a dirla tutta, alla luce non solo della sorte toccata alla fazione del Manifesto, ma anche di quella riservata ai gruppi extraparlamentari (non tutti da buttare) e alla gran parte dei dirigenti del Partito socialista italiano che, proprio criticando la linea filo-sovietica del Pci, furono oggetto di campagne pesantissime.
Ma così sono andate le cose. E mentre il Psi denunciava le degenerazioni del socialismo reale, il segretario del Pci Enrico Berlinguer ancora nel 1983 si permetteva di ripetere che l’Urss era una società socialista con “qualche tratto illiberale”. Qualche. Proprio così, mentre già l’impero sovietico era sulla via di quel disfacimento che nel giro di pochi anni avrebbe portato alla caduta del Muro di Berlino e il nuovo segretario del Pci, Achille Occhetto, a cambiare nome al partito. Una decisione che vede Ingrao fortemente critico, ma deciso a rimanere.
Siamo ai bagliori finali della vita pubblica del grande sognatore. Deputato fino al 1992, sparisce dalla scena politica. Scriverà anche una sua biografia, “Volevo la luna”. Continuerà a far sentire di tanto in tanto la sua voce. Nel 2013, dopo la simpatia per Rifondazione comunista, dichiara di votare Sinistra ecologia e libertà. Sempre rivendicando le ragioni del dubbio. Il dubbio di un uomo a cui forse la vita avrà consentito con la sua poesia di conquistarla, quella luna. Mentre gli ha certamente negato il paradiso in terra, la terra promessa del comunismo che il marxismo aveva fatto balenare nei suoi sogni di militante. Ma questa, visto come le cose sono andate, non è detto sia stata poi una gran perdita.

EXPO' 2015: PER MANCANZA DI TEMPO NIENTE COLLAUDI

Expo 2015, non c’è tempo per i collaudi: i progettisti faranno solo autocertificazioni

Expo 2015, non c’è tempo per i collaudi: i progettisti faranno solo autocertificazioni
Cronaca

L'ultimo mese prima dell'apertura doveva essere dedicato alle verifiche sulle strutture. Ma il sito è ancora un cantiere e anzi è una lotta contro il tempo per concludere le opere entro il Primo maggio. Susanna Cantoni, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl di Milano, spiega: "Certificazioni di chi ha progettato, poi verifiche a campione". Cosa succederà se da quei sopralluoghi emergeranno anomalie a Esposizione avviata?
Niente collaudi, per le strutture di Expo: non c’è tempo. Il programma prevedeva che i progetti dei padiglioni fossero presentati entro marzo 2014 e che la loro costruzione fosse ultimata per fine marzo 2015. Poi l’ultimo mese prima dell’apertura dei cancelli avrebbe dovuto essere dedicato ai collaudi finali. Invece il programma è saltato, gran parte dei padiglioni sono ancora in costruzione e i lavori finiranno, nel migliore dei casi, a fine aprile 2015. Dunque, per i collaudi non c’è tempo. Il segnale d’allarme lo ha dato Susanna Cantoni, direttore del dipartimento prevenzione dell’Asl di Milano: “Faremo i collaudi tramite autocertificazione, poi procederemo con verifiche a campione”. Bisognerà insomma fidarsi delle dichiarazioni dei progettisti, i quali dovranno certificare che il loro lavoro è fatto bene: come chiedere all’oste se il vino è buono.
Il commissario Expo Giuseppe Sala è ottimista: “Per il 1° maggio tutti i Paesi avranno terminato la costruzione. Ci saranno quattro o cinque casi in cui si continuerà a lavorare per qualche giorno alle finiture interne“. Salteranno però i collaudi. Servono a certificare l’idoneità delle strutture e la loro corrispondenza al progetto. Lo straordinario ritardo con cui sono partiti i lavori ha però reso necessarie molte modifiche in corsa: che cosa succederà se nei controlli a campione che verranno fatti si riscontreranno discrepanze tra progetto e opera terminata? Verrà chiuso il padiglione?

“A questo punto tutte le responsabilità ricadranno sui progettisti“, spiega Antonio Lareno, responsabile del progetto Expo per la Cgil. “Va considerato”, spiega il sindacalista, “che qui dovrebbero essere fatti non soltanto i collaudi statici, quelli sull’abitabilità delle strutture. Ci saranno anche 200 ristoranti, con acqua, scarichi, elettricità, fuochi, condizionatori, problemi di conservazione e smaltimento degli alimenti”.
Se c’è però un aspetto dell’Expo a cui va riconosciuta una buona gestione, è quello della sicurezza sul lavoro. L’Inail, l’Istituto nazionale per la sicurezza contro gli infortuni, aveva calcolato che per un evento come Expo si rischiavano 20 mila infortuni. Grazie alla collaborazione tra Expo spa e sindacato, il numero e l’entità degli incidenti, che pure non sono mancati, sono stati molto al di sotto delle medie statistiche: finora 93 infortuni sul lavoro, di cui solo sette gravi. Ora però il rischio è che, nel finale, per evitare brutte figure, si sorvoli sulla sicurezza dell’esposizione. Anche se Susanna Cantoni della Asl, come riportato ieri da Repubblica, esibisce tranquillità: “Le autocertificazioni sono un atto serio, chi firma si prende la responsabilità”. E poi i controlli sono stati continui, durante i lavori: “Proprio per garantire una maggiore sicurezza, i progetti sono stati esaminati da una commissione di vigilanza integrata che ha riunito tutti i protagonisti, dai Comuni ai vigili del fuoco fino ai tecnici Expo”. Ora nel sito i lavoratori sono raddoppiati, passando nell’ultima settimana da 3 mila a 6 mila, attivi su 200 cantieri in cui oggi operano 112 auto-gru.
Intanto è stata avviata un’ennesima operazione di retorica buonista, sul fronte della comunicazione: quella sulla “Carta di Milano“. È, per ora, la bozza di un “Protocollo di Milano” sulla nutrizione, catalogo di buoni propositi da sottoporre alla firma dei visitatori di Expo e dei rappresentanti dei Paesi partecipanti, con l’obiettivo di farlo sottoscrivere da 20 milioni di persone per poi consegnarlo all’Onu. È, in realtà, un testo uscito dagli uffici del Barilla Center for Food & Nutrition, ora all’esame del Comitato scientifico di Expo. Vi si legge che “le Parti si impegnano a eliminare la fame e la malnutrizione”. Proposito impegnativo. L’accordo comunque non è vincolante. La bozza sarà presentata oggi a Palazzo Vecchio di Firenze e punta a riuscire là dove hanno fallito i “Millenium Development Goals”, impegni assunti dalle Nazioni Unite che scadono proprio nel 2015.
da Il Fatto Quotidiano del 28 marzo 2015

LUBITZ FU CURATO PER TENDENZE SUICIDE

Andreas Lubitz, dubbi su certificato idoneità. ‘Fu curato per tendenze suicide’

Andreas Lubitz, dubbi su certificato idoneità. ‘Fu curato per tendenze suicide’
Mondo

Il documento, ancora valido al momento del disastro, è stato rilasciato dall’Aeromedical center della compagnia. Che ha replicato: anche se un pilota si rivolge a uno dei suoi tre centri, la compagnia non ha accesso agli atti medici. E' a conoscenza soltanto dell’idoneità o meno a volare. La procura di Duesseldorf spiega che il 27enne, prima di conseguire il brevetto, è stato sottoposto ad un lungo periodo di psicoterapia
Al mosaico di notizie che riguardano la salute mentale(depressione o disturbo bipolare) e anche fisica (possibili problemi di vista) di Andreas Lubitz, il copilota della Germanwings che ha deliberatamente fatto schiantare l’Airbus 320 contro le Alpi francesi, si aggiungono nuovi interrogativi che riguardano il certificato di idoneità al volo. L’unica certezza, allo stato, è che il 27enne non aveva conseguito la qualifica da parte della Federal aviation administration (Faa) e quindi non avrebbe mai potuto mettersi alla cloche negli Usa. Ma sul fronte delle cure mediche, dalla procura di Duesseldorf emerge un’altra verità. E cioè che Lubitz, “prima di avere la licenza era stato sottoposto a un lungo periodo di psicoterapia, per quella che è stata documentata come una tendenza suicida“.
Il portavoce della procura tedesca, Christoph Kumpa, ha spiegato che dopo la psicoterapia condotta in passato, prima di conseguire il brevetto, Lubitz non mostrò segni di tendenze suicide o comportamenti aggressivi verso gli altri. In passato “i medici avevano stabilito che non poteva volare e lavorare, ma i documenti non evidenziano che potesse commettere suicidio o potesse essere aggressivo con altre persone”, ha detto il portavoce. “Abbiamo trovato documentazione medica secondo cui Lubitz non aveva malattie organiche, patologiche o mediche”, ha dichiarato Kumpa, riferendosi ai documenti che sono stati ritrovati negli appartamenti in cui il copilota viveva, a Duesseldorf e Montabaur, nel Land di Renania-Palatinato.
Ha sottolineato più volte che “non si possono fare speculazioni“, puntualizzando anche che “non c’è documentazionemedica secondo cui avrebbe avuto problemi di vista o che ciò che ha fatto sia stato provocato da una malattia organica“. Gli investigatori, al momento, non hanno ancora trovato elementi utili a indicare un movente specifico per il suo gesto. L’ufficio precisa infine che nelle perquisizioni effettuate in casa di Lubitz e dei suoi genitori non sono stati trovati né lettere in cui si annuncia il suicidio né rivendicazioni di responsabilitàrispetto a quanto accaduto.
Chi aveva certificato allora l’idoneità? – Stando all’Istituto federale tedesco Luftfahrt-Bundesamt, il certificato di idoneità di volo nel 2014, e quindi quello ancora valido al momento della catastrofe, è stato rilasciato dall’Aeromedical center della Deutsche Lufthansa di Monaco.
Ma la compagnia tedesca, che ha tre centri aeromedici, ha fatto sapere di non avere comunque accesso agli atti. Alla fine sa soltanto se un pilota è idoneo o no e l’idoneità prevede comunque il consenso dell’ufficio federale del Luftfahrt-Bundesamt (Lba). Che, però, ha replicato: “Il Luftfahrtbundesamt non è direttamente competente per la valutazione delle idoneità a volare dei piloti. Molto di più hanno questo incarico i centri medici (Aeromedical center Amc) e i medici del volo autorizzati (Aeromedical examiner Ame)”, ha spiegato all’Ansa Cornelia Cramer dell’Lba. “Nel caso presente – ha puntualizzato Cramer – questi erano il centro aeromedical della Deutsche Lufthansa di Francoforte nel 2009, e il centro aeromedical della Deutsche Lufthansa di Monaco nel 2014 per il rilascio del certificato di idoneità attuale”.
La replica di Lufthansa, contattata dall’Ansa, è stata questa: “Lufthansa ha tre Aeromedical center e 20 medici specializzati, ma anche se un pilota si rivolge a uno di questi centri, il che peraltro non è obbligatorio, la compagnia non ha accesso agli atti medici: è a conoscenza soltanto dell’idoneità o meno a volare”. E alla fine sull’idoneità si deve ottenere il via libera del Luftfahrt-Bundesamt, è l’aggiunta. Una polemica che fa intravedere i posizionamenti delle diverse parti in gioco di fronte a un’inchiesta sul disastro che non si annuncia affatto facile.
Allo stato l’unica certezza è che Lubitz, in possesso di un certificato di idoneità al volo, avesse disturbi psichici come testimoniato dai certificati medici strappati e dalle dichiarazioni dell’ex fidanzata e dal ritrovamento, stando alla Bild, in casa di psicofarmaci non aperti e medicine contro sintomi da sindromi maniaco-depressive. L’ipotesi sembra essere quella che il copilota, consapevole di essere malato, avrebbe avuto paura di perdere il lavoro anche in vista dei nuovi controlli – a cui i piloti devono sottoporsi ogni anno – previsti il prossimo giugno.
L’inchiesta non esclude comunque l’ipotesi di un guasto tecnico, come ha detto domenica il capo degli inquirenti francesi operativi a Duesseldorf. Mentre il procuratore di Marsiglia Brice Robin, ha negato che sia stata ritrovata parte del corpo di Lubitz. Infatti, sono state rinvenute solo tracce di Dna delle vittime.

COSA RISCHIANO I MALITI MENTALI CON LA CHIUSURA DEGLI OSPEDALI PSICHIATRICI

Ospedali psichiatrici chiusi, “Rischio stigma su tutti i malati mentali”

Ospedali psichiatrici chiusi, “Rischio stigma su tutti i malati mentali”
Cronaca

In base alla legge 81/2014, dal 31 marzo lo Stato chiude i 6 istituti presenti in Italia. I pazienti saranno ospitati presso le "Rems", costruzioni più piccole, senza celle. Usciti da queste strutture, saranno presi in carico dalle Asl, fino a che saranno dichiarati guariti. "C'è il rischio - avvertono però gli esperti - che entrando nel circuito ordinario di cura, tutti i malati siano additati come pericolosi"
“Il problema di questa legge è che non fa distinzione fra il malato psichiatrico giudiziario, macchiatosi di reati contro la persona, e il malato psichiatrico puro. Il rischio più elevato è che la psichiatria faccia un balzo indietro di decenni e mini le conquiste della legge Basaglia“. Ne è convinto Andrea Pinotti, direttore dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere, che con queste parole getta parecchie ombre sulla legge di riforma degli Opg, la n. 81 del 30 maggio 2014, attraverso la quale lo Stato intende chiudere entro domani, 31 marzo, le sei strutture di detenzione presenti in Italia a favore delle Rems(Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza detentive), strutture più piccole (capienza massima 20 posti), agili, senza celle e altre forme contenitive delle libertà personali.
Nelle intenzioni questa riforma dovrebbe far prevalere l’aspetto sanitario, favorire la cura dei malati – comunque pregiudicati, anche se ritenuti parzialmente o totalmente incapaci di intendere e volere nel momento in cui hanno commesso il reato – e il loro reinserimento nel tessuto sociale, nel territorio. Ma sarà proprio così? “Il rischio – prosegue Pinotti – è che nel momento in cui il paziente autore di reato entra nel circuito ordinario di cura, confondendosi con tutti gli altri, torni lo stigma e tutti i malati psichiatrici siano additati come pericolosi dalla gente. Quindi emarginati, evitati, esclusi. Altro che reinserimento. La mia paura è che le Rems tornino a essere dei piccoli manicomi senza speranza, dai quali non si porta a casa nulla”.
La Legge 81, di fatto, scarica sul territorio il problema degli internati negli Opg, 700 in tuttosecondo i dati più recenti. Le Rems funzioneranno come tappa intermedia, come filtro che dovrà riconsegnare il malato alle strutture a bassa intensità di cura e, poi, alla società. Guarito? Questo è l’obiettivo. Ma c’è chi si chiede – ed è il caso di un gruppo di 64 psichiatri del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, che hanno scritto una lettera al Ministero della Salute – come pluriomicidi, di fatto internati negli Opg italiani, possano essere controllati una volta dismesse le misure detentive. La sicurezza è affidata alla Prefettura che predisporrà sorveglianza esterna nelle zone in cui insisteranno le strutture e disporrà altri interventi per garantire la sicurezza, se necessari.
Una volta fuori dalla Rems i pazienti ex internati saranno presi in carico dai presidi psichiatrici di zona delle Asl per un certo periodo di tempo, fino a quando saranno dichiarati guariti. Ma chi potrà assicurare che i pazienti seguiranno i percorsi di cura? Altro quesito al quale non sembra esserci risposta. La dead line, come detto, è il 31 marzo. E non ci saranno proroghe. Per nessuno. Chi non sarà pronto ne risponderà e il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, parla di commissariamento per gli inadempienti. Ma, visto che la data limite è dietro l’angolo, gli Opg italiani (Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto e Castiglione delle Stiviere) sono pronti per la trasformazione? Una risposta unica non c’è: alcuni sì, altri meno, altri ancora per nulla.
Quasi tutte le Rems, in ogni caso, saranno provvisorie perché per quelle definitive serve più tempo. Lo Stato, per la realizzazione delle strutture necessarie, ha distribuito alle Regioni (tutte, anche quelle dove non c’erano Opg, perché l’idea è che ogni Regione si riprenda i suoi malati-pregiudicati) 172 milioni di euro. Altro stanziamento è previsto per l’assunzione e la formazione di nuovo personale. Quattordici di questi 172 milioni sono stai assegnati all’Opg di Castiglione delle Stiviere. Un caso unico, di per sé, perché da sempre questa struttura, a differenza delle altre cinque, non dipende dall’amministrazione penitenziaria, ma dall’Azienda Ospedaliera Carlo Poma e dall’Asl e ha una convenzione con il ministero di Giustizia. “A Castiglione – spiega il direttore dell’Opg – non ci sono agenti di custodia, non ci sono celle, gli internati si muovono liberamente e hanno a disposizione bar, campo da calcio, palestra, piscina, laboratori ricreativi, una comunità esterna dove le persone con psicosi meno gravi lavorano e sono retribuite. Nel corso del 2014 abbiamo dimesso un centinaio di persone, per cui da noi non si può parlare di ‘ergastoli bianchi’.
A Castiglione la riforma, possiamo dire, era già arrivata da tempo e l’aspetto riabilitativo ha sempre prevalso su quello detentivo“. L’Opg in provincia di Mantova – che attualmente ospita 215 internati, unico in Italia ad avere anche una sezione femminile, dove sono ospitate le cosiddette ‘mamme killer’ – è pronto per la trasformazione, come sancito dalla Commissione Sanità del Senato in visita nei giorni scorsi. “In fase di transizione – ha detto ancora Pinotti – adatteremo le strutture già esistenti, sfruttando il nostro know-how. Partiremo con sei pre-Rems, suddivise a seconda delle patologie, che diventeranno otto quando l’opera complessiva di riqualificazione entrerà a regime”.

ECCO COME HANNO RIDOTTO LA SCUOLA PUBBLICA IN ITALIA

Scuola, dalle Province maxi tagli ai fondi. Per le bollette i genitori fanno la colletta

Scuola, dalle Province maxi tagli ai fondi. Per le bollette i genitori fanno la colletta
Scuola

Gli enti territoriali agonizzanti dopo i tagli del governo Monti e la riforma Delrio non sono più in grado di pagare i costi amministrativi necessari al funzionamento degli istituti superiori. È già successo nel 2014, a Verona, Venezia, Biella, Savona e Taranto: “Prendiamo atto delle vostre problematiche contabili - ha risposto la provincia scaligera alle richieste dei presidi - ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. Così i genitori devono pagare le bollette
Troppi vincoli di bilancio, pochi soldi in cassa: le Province agonizzanti dopo i tagli del governo Monti e la riforma Delrionon sono più in grado di assolvere i loro compiti. Anche quelli fondamentali, come il funzionamento degli istituti superiori: in primis, il pagamento delle bollette. È già successo nel 2014, al Nord come al Sud: “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili – ha risposto nel 2014 la provincia di Verona alle richieste dei presidi – ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. Così alle scuole, allora, devono pensare i genitori, con i presidi che hanno utilizzato i contributi delle famiglie per pagare le bollette. E nel 2015, con l’entrata in vigore dei nuovi risparmi stabiliti dalla manovra, quello dei fondi potrebbe diventare una vera e propria emergenza su scala nazionale.
Gli istituti superiori a carico delle Province
Da circa vent’anni (dalla famosa legge 23/1996), gli istituti secondari (licei, professionali, tecnici e via dicendo) sono di competenza delle Province. Parliamo di oltre 5mila edifici, in cui studiano 2,5 milioni di ragazzi. Nel bilancio di ogni ente locale c’è un capitolo destinato all’istruzione, con le spese di manutenzione (l’edilizia scolastica, al netto degli investimenti per lavori straordinari), e le spese per il funzionamento ordinario. Bollette, internetcancelleria e segreteria, costi amministrativi: ciò che serve per mandare avanti materialmente una scuola. Non esiste una stima precisa su scala nazionale (l’importo varia di territorio in territorio, per numero di strutture, densità di popolazione ed altre variabili). In totale una cifra che – secondo alcuni esperti – si può quantificare fra i 100 e i 150 milioni di euro. Peccato, però, che le Province non abbiano più in cassa questi soldi.
Gli effetti delle presunta “abolizione”
L’abolizione delle Province è uno dei cavalli di battaglia sia dell’esecutivo Monti che di Matteo Renzi. È stato il “governo dei tecnici” a cominciare a smantellare il sistema, azzerando il fondo sperimentale di riequilibrio (circa 1,5 miliardi di euro). Poi sono venuti i 444 milioni di taglio del decreto 66/2014, che diventano 576 milioninel 2015. E la stangata finale dell’ultima legge di stabilità: un altro miliardo nel 2015, poi due nel 2016 e addirittura tre nel 2017. Le Province, però, non sono state abolite. “Siamo di fronte ad una riforma dislessica: ci hanno svuotato di risorse, non di competenze”, afferma Luigi Oliveri, dirigente dell’amministrazione provinciale di Verona. La legge Delrio, infatti, riafferma tra le funzioni fondamentali dell’ente il mantenimento degli istituti superiori. Senza indicare, però, con quali fondi ottemperarle, visto che negli ultimi 5 anni la spesa corrente è calata del 15% e quella degli investimenti addirittura del 44%. Ad alleviare il carico dovrebbe provvedere la redistribuzione delle competenze fra gli altri enti locali: tutte le Regioni dovevano varare i provvedimenti di riconversione entro la fine del 2014, termine prorogato al 30 aprile. Ma ad oggi solo la Toscana è riuscita ad approvare un testo. In tutte le altre Regioni siamo ancora alla discussione in Consiglio, in Emilia-Romagna e Calabria l’iter non è neppure cominciato. E a rimetterci da questa situazione sono i servizi basilari nella vita dei cittadini. Come le scuole.
Tagli e vincoli: a Verona niente soldi per gli istituti
Emblematico a tal proposito il caso di Verona. Nel 2014 gli istituti non hanno avuto un centesimo per pagare le spese di funzionamento. E le proteste dei presidi hanno ricevuto in risposta solo poche, inequivocabili righe. “Prendiamo atto delle vostre comprensibili problematiche contabili, ma non abbiamo possibilità di comunicare l’ammontare delle risorse per le spese di funzionamento. E non è dato sapere se e quando sarà eventualmente possibile provvedere”. “Ma non è colpa nostra, infatti con le scuole non c’è stata conflittualità”, spiega Oliveri. Nella città veneta hanno contribuito al problema una serie di fattori: prima la “gestione provvisoria” determinata ex lege dalla riforma Delrio, che bloccava tutte le spese tranne quelle per pagare contratti già in essere; poi, quando è venuto meno questo status, un taglio improvviso di circa 5-6 milioni di euro. “Con il bilancio già approntato rischiavamo di far saltare il patto di stabilità e andare in squilibrio”, aggiunge il dirigente. “Perciò abbiamo liquidato solo le spese di mantenimento in sicurezza, che potevamo giustificare di fronte ai vincoli”. Appena 160mila euro dei 600mila stanziati per l’edilizia; neanche un centesimo, dei 400mila euro per il funzionamento. Né si è trattato di una situazione isolata: in Veneto è successo anche a Venezia. In Piemonte, a Biella, a causa del dissesto di bilancio l’ente ha potuto erogare solo la metà dei fondi previsti, già tagliati del 30%. Oppure a Savona in Liguria, o a Taranto in Puglia. Una casistica a macchia di leopardo, ma che testimonia di un disagio diffuso dal Nord al Sud della penisola.
Emergenza nazionale in arrivo?
Un po’ ovunque le scuole per andare avanti si sono aggrappate alle famiglie degli studenti, come denuncia Arianna Vecchini, del Coordinamento genitori scuole superiori di Verona. “Gli istituti hanno dovuto coprire con un anticipo di cassa queste spese inderogabili, ricorrendo al contributo volontario delle famiglie. Sono anni che andiamo avanti così: soldi che dovrebbero servire per l’ampliamento dell’offerta formativa e per attività supplementari vengono utilizzati per sopperire alle carenze dello Stato. Ma la situazione non è mai stata così drammatica”. E potrebbe anche peggiorare, sottolinea l’Upi (Unione delle Province d’Italia): “Con la nuova sforbiciata sancita dalla legge di stabilità, nel 2015 quasi nessuno sarà in grado di garantire queste fondi”.
“È improprio parlare di tagli – conclude Roberto Carucci, dirigente della ragioneria della Provincia di Taranto –, dopo il governo Monti non c’è più nulla da tagliare: adesso siamo alla restituzione. Continuiamo a riscuotere le entrate ma le consegniamo allo Stato: quest’anno invece di pagare i servizi per i cittadini dovremo versare un bonifico di quasi 15 milioni al Ministero dell’Interno. E se non lo facciamo ce lo confisca l’Agenzia delle Entrate. È normale che poi non siamo in grado di far fronte a certe spese: nell’ipotesi di bilancio 2015 gli stanziamenti per l’istruzione sono ridotti almeno del 60%. E noi non siamo neanche quelli messi peggio”. Così al funzionamento delle scuole devono pensare i genitori.