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lunedì 30 novembre 2015

CIVITAVECCHIA: VELENI IN PARROCCHIA

NEWS_174598Sta facendo discutere l’arrivo in una parrocchia civitavecchiese di un sacerdote recentemente al centro di un caso di presunta violenza su minore. Nelle scorse settimane, infatti, il vescovo della diocesi di Civitavecchia e Tarquinia, monsignor Luigi Marrucci, ha accettato di integrare il prelato, in qualità di vice parroco, in una delle circoscrizioni ecclesiastiche cittadine, nonostante quest’ultimo abbia finito di scontare solo la scorsa estate un periodo di inibizione di 4 anni decretato nel giugno del 2011 dal Santo Uffizio, praticamente la magistratura interna del Vaticano.
Il provvedimento della cosiddetta Congregazione per la Dottrina della Fede, struttura che si occupa specificatamente della condotta morale e spirituale dei sacerdoti, è motivato con l’accusa di presunti abusi su minore che il parroco avrebbe commesso tra il 2006 e il 2008 in una parrocchia emiliana nella quale operava. Nel documento, pubblicato on line da una onlus che sostiene le vittime di preti pedofili, viene riconosciuta la responsabilità del sacerdote che, nel 2009, venne accusato di “ripetute molestie, baci e toccamenti, nonché atti sessuali completi avvenuti in molteplici occasioni. Gli abusi – viene riportato ancora nel decreto – avrebbero avuto inizio già intorno al 2004, prima dell’ordinazione diaconale dell’accusato”.Per completezza d’informazione è d’obbligo sottolineare che il sacerdote in questione non ha subito condanne dalla giustizia ordinaria, né tantomeno risulta essere stato al centro di indagini da parte della magistratura. Nel documento del Vaticano, però, il Tribuanle ecclesiastico dichiara il sacerdote “colpevole del delitto di abuso di minore, con l’aggravante di abuso di dignità e ufficio”: il prete, infatti, secondo l’accusa avrebbe più volte operato pressioni psicologiche sui presunti abusati, millantando amicizie potenti ed altolocate. Per lui, come detto, la condanna è stata la sospensione per 4 anni dall’esercizio di qualunque ministero pubblico. Scontata la pena, il prelato è dunque tornato reintegrabile e per questo motivo il vescovo Marrucci, presumibilmente con l’intenzione di riabilitarne la figura, ha dichiarato la sua disponibilità ad accoglierlo in una parrocchia civitavecchiese. Rimane ora da capire quale sarà la reazione dei fedeli, considerando che la vicenda già in questi giorni è al centro di polemiche piuttosto velenose sui social network.
http://www.trcgiornale.it/news/attualita/80220-veleni-in-parrocchia.html

TERRORISMO: I LIMITI DELL’INTELLIGENCE FRANCESE

di Aldo Giannuli (sito) 

AGORA VOX lunedì 30 novembre 2015
Fermo restante che i principali piani di contrasto al terrorismo sono quello politico e quello psicologico, ci sembra criticabile anche quello che servizi e polizie occidentali stanno facendo (o non facendo) sul piano della prevenzione tecnica degli attentati. E parliamo in particolare dei francesi.
Paradossalmente proprio l’operazione di Saint Denis fa storcere il naso sul modo in cui si lavora in questo settore: se in quattro giorni trovi il covo dove erano asserragliati i terroristi ed anche di quelli di livello medio alto come Abaaoud, e poi trovi anche un secondo covo pochi giorni dopo, vuol dire che hai le antenne in grado di captare certi segnali e, certamente, non te le sei fatte in 96 ore: le avevi da prima, ma non le hai sapute usare e c’è voluta la scossa della strage per svegliarti. Male, malissimo, perché vuol dire che se ti fossi mosso prima forse gli attentati si sventavano.
Continuo a non credere ad una sorta di auto attentato o ad una voluta tolleranza in vista di chissà quale programma di strategia della tensione, ma che si stia lavorando coi piedi mi pare difficile da contestare. Nell’immediatezza del fatto si è sostenuta una tesi minimalista: un gruppo o forse due, otto-dieci persone al massimo, poi si è iniziato a parlare di due-tre gruppi per una ventina di operativi, ora finalmente sento ammissioni che si è trattato di una trentina di terroristi (che era il numero che, modestamente, avevamo indicato all’inizio).
Vedrete che, prima o poi, si inizierà anche a riconoscere che gli attentatori hanno avuto una rete d’appoggio di almeno altrettanti complici. Non si tratta di questioni di “lana caprina”, ma di aspetti tecnicamente e politicamente rilevanti.In primo luogo, se c’è una rete di una sessantina di persone almeno (ma probabilmente molte di più), vuol dire che siamo ad un salto di qualità dell’organizzazione terrorista: dai nuclei di lupi solitari che agivano in regime di franchising per conto di Al Quaeda, ora siamo alle reti terroristiche organizzate, che si muovono come terminali di una catena di comando ininterrotta che fa capo all’Isis. Mi pare che l’indice di pericolosità subisca un’impennata e che, parallelamente, questo segnali una caduta di efficienza senza precedenti dei servizi che si fanno passare sotto il naso una organizzazione di questo peso.
Poi, il tema dell’eventuale rete di appoggio, con covi, uomini di supporto, armi, ecc. porta ad un’altra ferita aperta: che succede nella banlieues. A questo proposito ci sono due idee che circolano che ritengo speculari ed entrambe sbagliate: per la prima, gli jihadisti sono isolati, non raccolgono che sporadiche simpatie nel mondo islamico in Europa che, invece, è tutto contro di loro o, al massimo, indifferente; per la seconda essi godono di una rete amplissima di solidarietà e di un consenso massiccio nella nostra metecia islamica. Credo che siano entrambe semplificazioni di una realtà molto più complessa ed articolata e non solo perché ci sono quelli che restano indifferenti o quelli che scelgono un atteggiamento solo per paura personale dei terroristi o dell’antiterrorismo.
Non si tiene conto, in queste visioni semplicistiche, che la guerra civile islamica si ripercuote anche qui ed i più sono ostili alla jhad anche per ragioni religiose, culturali, politiche, anche se questo poi non significa necessariamente che amino l’occidente. E’ ragionevole supporre che l’area di simpatia per l’isis sia decisamente minoritaria all’interno degli immigrati islamici, ma non per questo irrilevante, anzi è probabile che abbia una sua non trascurabile consistenza.
E qui i francesi possono solo cospargersi il capo di cenere e riconoscere di aver fatto di tutto per allevarsi questo nemico in seno: a dieci anni dalla rivolta delle banlieue non c’è stato il minimo segnale di politica sociale rivolta in quella direzione e le case restano fatiscenti con impianti elettrici pericolosissimi, le condizioni igieniche disperate, i servizi quelli di prima ecc. Ed allora ci dovremmo meravigliare non del fatto che c’è un 10 o forse 15% di simpatizzanti dell’Isis, ma che il restante non si rivolti con violenza a questo stato di cose.
Ma queste sono le responsabilità dei governi che non sembrano minimamente preoccupati della bomba ad orologeria che si sono messi sotto la sedia. Poi ci sono le responsabilità specifiche di servizi e polizia che si fanno fare un botto del genere a 10 mesi dalla strage di Charlie Hebdo. Ora c’è un dibattito molto acceso in Francia sugli effetti delle più recenti riforme dell’intelligence che avrebbero avuto l’effetto di frantumare il sistema privandolo di un “cervello” centrale in grado di elaborare le informazioni raccolte da questa o quella struttura. Ma a mio avviso si tratta del riflesso di pecche molto più antiche.
I servizi francesi hanno un’ottima tradizione teorica, una buona capacità di raccolta informativa, e notevoli successi da vantare in settori come lo spionaggio ed il contro spionaggio militare, la guerra economica, la lotta alla criminalità organizzata, la penetrazione di mercati dove la Francia non è tradizionalmente presente eccetera, ma sul terrorismo mostrano di non aver superato i limiti che ebbero già al tempo dell’Algeria: c’è proprio un gap culturale, una serie di pregiudizi che impediscono di comprendere il fenomeno del terrorismo. E questo è tanto più significativo se ci si riferisce, lo ripeto, ad uno dei migliori servizi segreti occidentali.
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ARABIA SAUDITA. L'APPELLO DELLE MADRI DEI CONDANNATI A MORTE

Arabia Saudita, le madri dei condannati a morte: “Non uccidete i nostri figli”

lunedì 30 novembre 2015 AGORA VOX
Affermiamo che i nostri figli non hanno ucciso né ferito alcuna persona e che le accuse nei loro confronti non sono state formulate in modo legale. Oltretutto, sono false”.
Queste parole precedono l’accorato appello al re Salman e al principe della Corona Mohamed bin Sayed affinché non si proceda all’esecuzione di Mohammed al-Shioukh, Abdullah al-Zaher, Ali al-Rebh, Dawood al-Marhoon e Ali al-Nimr, che secondo varie fonti potrebbero essere messi a morte nei prossimi giorni, nel contesto di una campagna di esecuzioni di massa previste in Arabia Saudita da qui alla fine dell’anno.
I cinque prigionieri sono stati arrestati nel 2012 per aver preso parte alle manifestazioni anti-governative organizzate dalla comunità sciita della Provincia orientale. All’epoca dell’arresto, avevano meno di 18 anni.Con loro è in attesa dell’esecuzione anche lo zio di Ali al-Nimr, l’influente sceicco sciita Nimr Baqer al-Nimr.
Tra le persone che rischiano la pena di morte, anche se il processo d’appello deve ancora aver luogo, c’è il poeta palestinese Ashraf Fayadh, giudicato colpevole di “apostasia”.
L’organizzazione britannica Reprieve e Amnesty International chiedono alla comunità internazionale di prendere una posizione netta e chiara sulla situazione dei diritti umani in Arabia Saudita.
Questo il commento di Amnesty International:
“Paesi che hanno una lunga tradizione abolizionista, tra cui la stessa Italia, dovrebbero prendere atto che in Arabia Saudita c’è una situazione dei diritti umani molto grave, che riguarda anche ma non solo la pena di morte e cessare di considerare Riad unicamente come un importante alleato, un prezioso partner commerciale e un lucroso mercato per la vendita delle armi”.

QUANTO INCIDONO I GENITORI SUL RENDIMENTO DEI FIGLI

Quando i genitori puntano troppo in alto, i figli falliscono

 AGORA VOX lunedì 30 novembre 2015
Avere alte aspettative per i propri figli fa bene al loro rendimento scolastico, ma se si esagera, fissando obiettivi fuori misura, allora il fallimento è molto probabile.
di Sarastulle 
Si sa da tampo che il coinvolgimento dei genitori nella vita scolastica dei figli è associato positivamente con i loro successi accademici. Eppure non è sempre così. Uno studio recentemente pubblicato dall’American Psychological Association e apparso sul Journal of Personality and Social Psychology rivela come questo coinvolgimento possa portare conseguenze positive quanto negative.
Lo studio ha preso in esame i dati di 3530 studenti delle scuole secondarie tra il 2002 e il 2007 in Germania, considerando aspirazioni e aspettative dei genitori e i voti dei ragazzi su base annuale. Dall’analisi dei dati ottenuti i ricercatori hanno scoperto che le aspirazioni dei genitori potevano effettivamente stimolare risultati positivi solo quando rimanevano realistiche.
Avere aspettative e speranze sui successi accademici dei propri figli è un bene e può aiutarli a raggiungere i loro obiettivi. Al contrario, fissare obiettivi troppo al di là delle possibilità realistiche può diventare un vero e proprio veleno per i giovani, fino a portarli al fallimento scolastico. Nei casi in cui i genitori puntavano troppo in alto, gli scienziati hanno osservato che il rendimento dei ragazzi scendeva proporzionalmente.
Per dare solidità ai loro dati i ricercatori hanno effettuato un ulteriore studio sui dati di altri 12 000 studenti negli Stati Uniti. E la conferma che anche in questo caso “il troppo stroppia” è puntualmente arrivata.
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IL GIOCO DEI QUATTRO CANTONI

Gli Stati imperialisti si dividono i compiti, ma DAESH si rafforza
Si direbbe il gioco dei quattro cantoni: la Germania non interviene (ancora) in Siria ma siimpegna ad alleggerire l’impegno della Francia in Africa offrendole rinforzi nel Mali, oltre a preparare l’invio di Tornado per missioni di ricognizione (?) anche in Siria; Cameron vorrebbeportare anche la Gran Bretagna in Siria, ma è momentaneamente frenato dalla resistenza di una parte del Labour Party; Russia e Turchia si sfidano ma evitano di innescare un’escalation diritorsioni a catena, sia per i comuni interessi petroliferi, sia per le pressioni di molti degli attori in scena, a partire dall’attivissimo Hollande; l’Italia per il momento mette il naso un po’ ovunque con droni e aerei da ricognizione, limitandosi ad aiutare la Francia con un rafforzamento della presenza nel Libano. E naturalmente vende a tutto spiano armi (spesso accompagnate daistruttori e specialisti) a vari contendenti, anche legatissimi all’ISIS, come ha ricordato Antonio Mazzeo in L'imperialismo italiano sostiene i regimi feudali del golfo.
Molti commentatori sostengono che in questa fase chi esce rafforzato è proprio il gruppo dirigente del DAESH (o ISIS, se si preferisce), che non vede scalzato minimamente il suo potere nel vasto territorio semidesertico che ha occupato facilmente, verifica ogni giorno l’eterogeneità e scarsa coesione della cosiddetta coalizione che dovrebbe combatterlo, ed è sicuro che le forme scelte per rispondere ai suoi attacchi (inutili rastrellamenti delle periferie europee, e bombardamenti a tappeto delle zone abitate del “Califfato” che inevitabilmente colpiscono prevalentemente i civili, data la grande mobilità delle forze combattenti dello Stato islamico) sono scarsamente efficaci e anzi in gran parte controproducenti, perché provocano risentimenti in coloro che sono coinvolti senza volerlo, ed aumentano quindi la forza diattrazione del Jihad.
Che è un dato reale, anche se non va sopravvalutato: non pochi elementi di riflessione sono presenti nell’ottimo articolo di Rousset – Sabado: Le nostre responsabilità di fronte al terrore.
Intanto vorrei presentare alcune mie considerazioni storiche su questi temi, che ho di recente sviluppato discutendo con un gruppo di liceali.
Qualche cenno storico
Ero partito da un dato: l’imperialismo nel corso di due secoli ha fatto innumerevoli crimini, a cui si è tentato di rispondere in genere con lotte di liberazione a volte violente, ma sostanzialmente impotenti per la clamorosa asimmetria degli armamenti. E che raramente erano animate da un’ideologia religiosa. Per tutta la seconda metà del XIX secolo, con avvio simbolico in quel 1840 in cui inizia la prima guerra dell’Oppio, in cui l’Impero di mezzo viene polverizzato in breve tempo dalle cannoniere britanniche che spazzano via senza subire perdite le giunche cinesi, in tutto il mondo coloniale si tenta di resistere alla dominazione europea, a volte in forma cruenta, spesso intrecciata a conflitti di classe tra i vecchi ceti dominanti locali e i nuovi strati proletari creati dalla necessità di sfruttare le risorse naturali a beneficio dei conquistatori. Ma sempre con obiettivi politici e in genere senza motivazioni religiose.[i]
In quei decenni centrali del secolo ci sono molti altri casi di pesanti ingerenze esterne, più o meno violente, dall’imposizione del Tanzimat [ii] all’impero ottomano nel 1839, all’apertura forzata dei porti giapponesi alle navi statunitensi nel 1854, alle frequenti incursioni militari britanniche e statunitensi in un’America Latina quasi tutta formalmente indipendente e tutta senza eccezioni sostanzialmente dominata.
Una lunga serie di lotte di resistenza ignorate – se non dagli storici specializzati - che costellano in forma non sincronizzata e con diversa intensità i continenti sottomessi, hanno però un sussulto importante e sostanzialmente dimenticato alla vigilia di quella prima guerra mondiale che si preparava proprio per definire una nuova ripartizione del mondo coloniale. Il silenzio della vulgata storica destinata alle scuole è dovuto al fatto che quel sussulto è innescato dalla prima rivoluzione russa, che ha una enorme influenza in tutto il mondo, ma in particolare nei paesi confinanti: in Cina, in India, in Persia, nell’impero ottomano e in Afghanistan.
Crescono movimenti modernizzatori (dal Kuo Mintang ai Giovani Turchi) che inevitabilmente assumono anche caratteristiche più o meno esplicitamente antimperialiste. Non a caso tra l’emiro riformatore dell’Afghanistan Amanullah e Lenin c’era stato uno scambio di lettere e di riconoscimenti reciproci. (vedi La lunga tragedia dell’Afghanistan).
Non posso qui tracciare una panoramica complessiva, che richiederebbe ben altri spazi (e anche energie che non ho più) ma vorrei sottolineare solo che almeno nei primi tre decenni del secolo XX la risposta alla dominazione coloniale e semicoloniale è stata prevalentemente polarizzata da movimenti che facevano più o meno esplicitamente riferimento al marxismo e al socialismo.
L’esempio più interessante, che spazza via tutte le interpretazioni fataliste e deterministe, riguarda l’Iran, in cui negli anni Venti e Trenta esistono gli ayatollah, ma non sono alla testa delle lotte contro lo scià asservito all’imperialismo, in cui sono determinanti invece i lavoratori del petrolio influenzati dalla rivoluzione d’Ottobre e dal partito bolscevico russo. Partito che nel 1919, in un momento ancora difficile, in cui era in corso la feroce guerra civile sostenuta da tutte le potenze imperialiste grandi e piccole, aveva convocato a Bakù la grande conferenza dei popoli di Oriente a cui parteciparono anche molti mullah e altri capi religiosi, ma soprattutto i nuclei centrali dei movimenti di liberazione dell’Asia orientale e del Medio Oriente.
Il rapporto tra diversi di questi movimenti e la Russia sovietica in alcuni casi si incrinò negli anni Trenta per le ripercussioni politiche della “riconquista” violenta di parti dell’Asia centrale che si erano distaccate da un potere che cominciava ad apparire più russo che sovietico, e in cui la resistenza assunse spesso caratteristiche non solo nazionali ma anche religiose; tuttavia l’incrinatura si approfondì, soprattutto nelle colonie francesi, durante il periodo del governo di Fronte Popolare, che con l’avallo dell’Internazionale comunista stalinizzata, decise di non concedere nulla alle aspirazioni all’indipendenza di Algeria, Tunisia, Marocco, Siria, Libano, Indocina (con ripercussione anche nei domini britannici, olandesi, ecc., come l’Iraq, la Palestina, l’attuale Indonesia).
A questo si deve il fatto che molti dei dirigenti dei movimenti di liberazione, comunisti o vicini ad essi, nella seconda metà degli anni Trenta cercarono altre collocazioni, e una parte di essi durante la Seconda Guerra mondiale collaborò o accettò la protezione dei “nemici dei loro nemici”, ossia le potenze dell’Asse. Ne ho parlato di recente in La menzogna di Netanyahu e la faziosità della grande stampa.
Non solo il Gran Muftì di Gerusalemme, a cui Netanyahu attribuisce addirittura il ruolo di ispiratore della Shoah, ma il tunisino Bourghiba, l’indonesiano Sukarno, e molti altri che erano stati militanti o simpatizzanti comunisti seguirono questa strada. Ed è da quel periodo che in gran parte dei movimenti di liberazione cresce il riferimento identitario all’Islam, sia pure in forme lontanissime da quelle aberranti comparse negli ultimi tempi nell’ISIS o in Boko Haram…
Un esempio può essere illuminante. Il primo caso di conquista di uno Stato ben strutturato e moderno da parte di una corrente integralista islamica è l’Iran, a cui avevo già accennato, ricordando che nel periodo tra le due guerre gli Ayatollah c’erano ma non contavano molto. Nel 1951 anzi, grazie alla presidenza di Mohammed Mossadeq, un nazionalista laico formatosi in Svizzera e profondamente convinto della necessità di recuperare integralmente le enormi risorse petrolifere, l’Iran aveva imboccato una strada di modernizzazione e di indipendenza economica, appoggiandosi sul movimento comunista Tudeh, che tuttavia essendo fortemente legato a Mosca diffidava di Mossadeq, perché aveva rifiutato concessioni di pozzi di petrolio anche all’URSS. Così il colpo di Stato organizzato dai servizi segreti di Stati Uniti e Gran Bretagna, con l’appoggio del generale Zahedi e naturalmente dello scià, ebbe facile successo nel 1953.
Negli anni successivi alla testa della lunga lotta contro lo scià, a cui partecipavano organizzazioni di sinistra moderata e anche rivoluzionarie, oltre a molte minoranze etniche tra cui i curdi, si collocarono sempre più decisamente i religiosi sciiti, ben 180.000, che contavano su una rete di 80.000 moschee che offrivano protezione a chi lottava. Quando nel gennaio 1979 lo scià fuggì finalmente con la sua famiglia negli Stati Uniti, Khomeini era pronto a impossessarsi di tutto il potere facendo fuori (anche in senso letterale, con centinaia di esecuzioni capitali) in poco più di un anno tutti gli esponenti laici o marxisti che erano stati non meno di lui protagonisti della rivoluzione, che aveva sconfitto un esercito potentissimo (era considerato il quarto a livello mondiale), che aveva avuto per decenni il ruolo di gendarme dell’imperialismo nella regione. E che prima di dividersi e di unirsi in parte alla rivoluzione aveva per molti mesi sparato senza pietà su folle enormi che manifestavano senza armi.
Per anni, dalla clandestinità, alcuni movimenti continuarono a lottare anche con attentati spaventosi e tecnicamente efficaci contro il Consiglio islamico della rivoluzione che con Khomeini si era impossessato della rivoluzione, ma il loro peso si ridusse presto per effetto dell’apparente ruolo antimperialista rappresentato dagli studenti islamici che avevano occupato l’ambasciata statunitense trattenendo in ostaggio il personale, e anche per la radicalizzazione dello scontro interno provocata dall’aggressione dell’Iraq di Saddam Hussein, finanziato dai regni feudali del golfo, col beneplacito delle maggiori potenze imperialiste, che pensavano di poter piegare facilmente l’esercito iraniano, dato che si era lacerato al momento della rivoluzione, a cui molti cadetti e ufficiali più giovani avevano aderito, cominciando a sparare sui loro superiori.
La guerra, ferocissima e con un bilancio spaventoso di vittime, sarebbe durata ben otto anni, e avrebbe involontariamente contribuito al rafforzamento del regime e delle correnti più intolleranti al suo interno. Insomma il consolidamento di questo Stato islamico senza precedenti né preannunci visibili, non era il frutto del caso, ma la conseguenza di molti fattori. Non sarebbe stato neppure concepibile senza la violenta interruzione dell’esperienza riformista di Mossadeq, né sarebbe stato tanto facile togliere di mezzo le sinistre, il cui maggior partito, il Tudeh, si era screditato seguendo passivamente gli zig zag della politica sovietica nell’area, che in certi periodi spingeva a creare soviet nell’Azerbaigian e nel Kurdistan, in altri li abbandonava e si riconciliava con lo scià, e che ha la responsabilità di aver lasciato solo Mossadeq. Tanto meno il regime degli ayatollah si sarebbe consolidato senza l’aggressione esterna da parte dell’Iraq, che aveva spinto molti iraniani a difendere il paese da un nemico feroce ed infido.
Questo per le specifiche condizioni che hanno facilitato il successo e la lunga durata dell’integralismo islamico in Iran. Su altre zone del Vicino e Medio Oriente e per il Maghreb ha pesato maggiormente (oltre al tracollo dell’influenza del movimento comunista, che ha preceduto di molto, per errori suoi e più spesso direttamente dell’URSS) il declino del nazionalismo e del panarabismo, e l’enorme involuzione morale dei dirigenti di un po’ tutti gli Stati della regione, compresi quelli (come soprattutto l’Algeria) che avevano rappresentato per anni una parte importante del movimento dei non allineati e si richiamavano a un’ideologia più o meno socialista. E più in generale ha pesato il ricatto esercitato su tutti i paesi che avevano conquistato di recente l’indipendenza dall’intervento ricolonizzatore nel Congo ex belga, culminato nell’assassinio del suo leader Patrice Lumumba di fronte alle truppe dell’ONU complici degli assassini. La spaventosa corruzione che caratterizza gran parte degli Stati ex coloniali non può essere spiegata, come fanno abitualmente i mass media, con una “predisposizione di paesi immaturi”, ma va ricondotta ai molti interventi che hanno imposto nuovi rapporti di subordinazione semicoloniale, dopo aver liquidato brutalmente le esperienze più limpide ed esemplari, come quella di Lumumba o di Thomas Sankara nel Burkina Faso.
Intanto ripropongo un articolo pubblicato tre anni fa e che aveva avuto un buon livello di visite, ma che sicuramente molti dei nuovi visitatori del sito non conoscono: L’Islam politico in Medio Oriente (a.m.27/11/15)
[i] Segnalo che in questi giorni è uscito in italiano il terzo volume dell’avvincente romanzo storico di Amitav Gosh, Diluvio di fuoco, Neri Pozza, Vicenza, 2015 ambientato tra India e Cina nel periodo che precede e preannuncia la Guerra dell’oppio. I due precedenti, pubblicati dallo stesso editore, sono Mare di papaveri e Il fiume dell’oppio.
[ii] Il Tanzimat era un sistema di riforme modernizzatrici, ma che comportava obblighi di apertura alle merci europee e di fatto creava le premesse per imporre la tutela dei creditori.

Foto: Mossadeq e Truman, wikipedia
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POVERTÀ SANITARIA E MEDICINE


di Tania Careddu 
In Italia la spesa sanitaria annua pro capite è di quattrocentoquarantaquattro euro, di cui duecentosei in media destinati all’acquisto dei farmaci. Ma non per tutti. Quella delle persone indigenti, infatti, ammonta a sessantanove euro, destinandole l’1,8 per cento del budget domestico (versus il 3,8 per cento delle persone abbienti), dei quali cinquantadue euro dedicati a comprare medicinali. Ad acquistare i quali, ha rinunciato il 3,9 per cento degli italiani a causa di motivazioni economiche.

Aspetto, quello economico, che sembrerebbe intervenire anche a differenziare il quadro epidemiologico: se fra la popolazione media le patologie più diffuse riguardano la sfera cardiovascolare, fra i poveri le più frequenti sono quelle dell’apparato respiratorio e gastrointestinale. Maggiormente riscontrabili al Sud, dove si registra la più elevata incidenza di malattie croniche, mentre al Nord i farmaci più richiesti sono quelli che curano le vie respiratorie e al Centro quelli cardiovascolari.

Sono quattrocentocinquemila le persone che non possono permettersi l’acquisto di un farmaco. Italiani o stranieri, soprattutto maghrebini e dell’Europa orientale, poco conta, sono i maggiori beneficiari dei farmaci donati dagli enti caritativi che, nel 2015, hanno fatto lievitare la richiesta del 6,4 per cento, passando dalle ottocentodiciottomila confezioni nel 2014 alle ottocentosettantamila, hanno fra i diciotto e i sessantaquattro anni e sono principalmente uomini.

Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Sicilia e Lazio, le regioni più bisognose di farmaci; Valle d’Aosta e Molise, le più generose. Un milione e mezzo circa sono le confezioni donate nei primi sei mesi di quest’anno, provenienti, soprattutto, dalle aziende farmaceutiche e tramite il canale del recupero dei farmaci validi; un progetto che permette ai cittadini di donare, presso le farmacie che vi aderiscono, farmaci non utilizzati in corso di validità. Farmaci rimborsabili e non, integratori, analgesici, antipiretici, antinfiammatori orali e preparati per tosse e raffreddore, per un totale di oltre nove milioni di euro.

“La nostra analisi - dichiara Paolo Gradnik, presidente del Banco Farmaceutico, che ha curato la ricerca sulla povertà sanitaria in Italia - evidenzia come, nonostante alcuni segnali di ripresa economica, nel nostro Paese prevalga ancora nelle famiglie la tendenza a spendere meno per le cure mediche e sia ancora consistente il numero di poveri che per le difficoltà rinuncia ad acquistare i farmaci necessari. In questo contesto risulta fondamentale il lavoro del Banco Farmaceutico per permettere a tutti l’accesso ai farmaci".
"Ma il nostro contributo – prosegue Gradnick - non sarebbe possibile senza la grande rete di solidarietà che vede cittadini, farmacisti, volontari ed enti uniti insieme per aiutare gli ultimi della nostra società. Per far crescere il numero donatori è però fondamentale far conoscere a tutti che esiste una povertà farmaceutica. Il dossier, così come la nascita di una nuova applicazione per le donazioni e la condizioni in cui vengono venduti farmaci a prezzi esorbitanti, sono alcuni strumenti per sensibilizzare sempre più italiani su questa tematica”. Per diventare un poco più ricchi.

GLI USA E I DERIVATI

Usa, il ritorno dei derivati

di Carlo Musilli
Metti insieme il regno delle class action, gli Stati Uniti, e i prodotti finanziari più redditizi e oscuri, i derivati. Il risultato è un’azione legale (l’ennesima) contro le 10 banche più potenti del pianeta: Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Citigroup, Bank of America, Merrill Lynch, Barclays, Credit Suisse, BNP Paribas, Deutsche Bank, UBS e Royal Bank of Scotland.

La settimana scorsa questo dream team della finanza mondiale è finito sotto accusa per aver creato un cartello che, “almeno dal 2007”, avrebbe impedito l’ingresso d’intermediari non bancari sul mercato degli “interest rate swap”, un tipo particolare di derivati.

A presentare l’azione giudiziaria sono stati il Public School Teachers’ Pension e il Retirement Fund of Chicago, due fondi pensione che sostengono di aver pagato più del dovuto i contratti di swap a causa delle limitazioni alla concorrenza generate dal presunto cartello.

Insieme alle banche, sono state citate in giudizio davanti alla Corte distrettuale di Manhattan anche due piattaforme di scambio degli swap: Icap e Tradeweb. Quest'ultima è controllata al 40% dall'agenzia di stampa anglo-canadese Thomson Reuters, che però non è stata accusata di alcun illecito.

Il caso ha suscitato grande clamore non solo per i nomi degli istituti coinvolti, ma anche per il peso nel sistema finanziario globale degli “interest rate swap”. Con questa espressione si fa riferimento ai contratti swap più diffusi, attraverso i quali due parti si scambiano - per un periodo di tempo prestabilito - pagamenti calcolati sulla base di tassi d’interesse differenti e predefiniti, applicati a una somma di riferimento. In sostanza, non c'è scambio di capitali, ma solo di flussi corrispondenti al differenziale fra i due tassi d’interesse (di solito uno fisso e uno variabile).

Il mercato degli “interest rate swap” è ciclopico: vale circa 320mila miliardi di dollari, una cifra difficile da immaginare. Solo per avere un termine di paragone, basti pensare che il Prodotto interno lordo degli Stati Uniti è pari a circa 16.700 miliardi, venti volte meno del business legato agli Irs.

Insomma, da soli questi derivati costituiscono una larga fetta di quell’attività speculativa che non ha nulla a che vedere con l’economia reale e che garantisce ai colossi di Wall Street la massima parte dei loro guadagni. E’ come una gigantesca nube finanziaria che sovrasta la realtà produttiva senza più bisogno d’intrattenere con essa alcun rapporto.

Proprio dalla folle compravendita di derivati (tossici) è iniziata la crisi del 2007, che, nata negli Usa, ha poi attraversato l’Atlantico per trasformarsi a poco a poco nella crisi dei debiti sovrani europei. All’epoca il peccato originale fu nei “credit default swaps” legati ai mutui subprime, ovvero titoli derivati che funzionavano come assicurazioni sulla fragile vita dei mutui immobiliari più criminali della storia contemporanea.  

Non più tardi dello scorso settembre si è conclusa negli Stati Uniti un’altra class action che aveva come oggetto proprio i Cds (il cui mercato a fine 2014 valeva 16mila miliardi di dollari). In quel caso erano coinvolte 12 banche - fra cui Goldman Sachs, JP Morgan Chase e Citigroup -, accusate dagli investitori di aver manipolato il mercato dei “credit default swaps” per controllare le informazioni, limitare la concorrenza e manipolare i prezzi.

Alla fine gli istituti, pur senza ammettere alcuna responsabilità, hanno patteggiato, accettando di pagare un risarcimento da 1,87 miliardi di dollari. Una conclusione analoga a quella di molte altre cause intentate contro banche americane per il far west che ancora regna nel mondo dei derivati.
E alle banche non potrebbe andare meglio di così: per quanto costoso, il patteggiamento chiude la causa particolare senza mettere in discussione il sistema generale. Non sarà perciò una grande sorpresa se anche la class action aperta la settimana scorsa si chiuderà in questo modo. In fondo, non è bastata una crisi globale per regolamentare il mercato in cui si fanno soldi dai soldi.

STATI DEL TERRORE

DI CHRIS HEDGES
truthdig.com

E' quasi certo che ci ritroveremo, piu' presto che tardi, un altro catastrofico attacco terroristico sul territorio americano. La goffaggine dei nostri militari nel Medio Oriente; gli Stati di fallimento venuti fuori dalla mala-gestione e dal caos di Iraq ed Afganistan; i milioni di innocenti che noi abbiamo cacciato dalle proprie case terrorizzati o macellati; i falliti regimi fantoccio che abbiamo addestrato ed equipaggiato e che non combatteranno; l'immane quantita' di armamenti e munizioni che abbiamo permesso cadessero nelle mani dei jihadisti -migliaia dei quali hanno passaporto occidentale; la miope politica estera il cui unico principo e'che piu'violenza industriale potra'tirarci fuori dal pantano nel quale essa stessa ci ha trascinato: tutto cio' singifica che noi, cosi' come la Francia, saremo presto nei guai. 

Tutti i maggiori candidati presidenziali, incluso Bernie Sanders, insieme ai media che altro non sono che camere-eco per le elites, abbracciano l'idea della guerra interminabile. Sono andate perdute per sempre l'arte della diplomazia, l'abilita'di leggere paesaggio culturale, politico, linguistico e religioso di quelli che dominano con la forza, lo sforzo di recidere le radici della rabbia e della violenza jihadista e la semplice comprensione che i musulmani non vogliono essere occupati piu'di quanto non lo vorremmo noi.

 Un altro attacco jihadista negli Stati Uniti estinguera' cio' che ancora rimane della nostra anemica e grandemente disfunzionale democrazia. La paura sara' alimentata ancor piu' febbrilmente e manipolata dagli Stati. Cio'che resta delle liberta' civili verra'abolito. I gruppi che sfidano gli Stati delle multinazionali - Black Lives Matter, gli attivisti contro il cambiamento climatico o anti-capitalisti - saranno colpiti senza pieta'allo scopo di eliminarli dal momento che la nazione sara' catapultata nel mondo manicheo di noi-e-loro, traditori contro patrioti.

La cultura sara' ridotta a farsa burlesca e patriottismo pacchiano. La violenza verra' santificata, ad Hollywood e nei media, come agente purificatore. Qualunque tipo di critica alla crociata o a coloro che la guidano sara' eresia. La polizia ed i militari verrano divinizzati. Il nazionalismo, che nella sua essenza e' auto-esaltazione e razzismo, distorcera' la nostra percezione della realta'. Ci riuniremo attorno alla bandiera come bambini spaventati. Canteremo l'inno nazionale all'unisono. Ci inginocchieremo di fronte allo Stato ed agli organi di sicurezza interna .Pregheremo i nostri maestri di salvarci. Saremo paralizzati dalla psicosi della guerra permanente.

In tempo di guerra i discorsi pubblici emettono gli insani tremolii come Re Lear: ”Allora, uccidete, uccidete, uccidete, uccidete, uccidete, uccidete!”
I demagoghi blaterano di piu' bombe e piu' corpi di nemici. I militari e gli aprofittatori della guerra provvedono a farglieli avere. Il pubblico esulta per le uccisioni. La vittoria e' assicurata. La nazione gioisce quando la nuova faccia del diavolo viene cancellata. Ma quando un'altra faccia del diavolo - Sheikh Ahmed Yassin, Saddam Hussein, Osama Bin Laden, Abu Musab al-Zarqawi or Abdelhamid Abaaoud - e' eliminata, un'altra le da' il cambio e prende il suo posto. E'un'impresa infinita ed inutile. 

La violenza genera violenza di ritorno. Il ciclo non si ferma finche' non si fermano le uccisioni. Tutto cio'che ci rende umani -amore, empatia, tenerezza e dolcezza - e' dismesso in tempo di guerra in quanto inutile e debole. Festeggiamo in un demente iper-maschilismo. Perdiamo la capacita'di sentire, provare sentimenti e di comprendere. Abbiamo pieta' solo di noi stessi.
Celebriamo anche i nostri martiri. Dotiamo i nostri morti santificati con nobili virtu' e bonta' che definiscono il nostro mito nazionale, ignorando la nostra complicita' nel perpetuare il ciclo interminabile della morte. I nostri droni ed attacchi aerei dopotutto hanno decapitato molte piu'persone, incluso bambini, che non lo Stato Islamico.

I siti web troll jihadisti sono squallidi corridoi nelle case popolari fuori dalle citta' francesi e nelle baraccopoli delle citta' in Iraq in cerca di giovani che la guerra ed il neoliberismo hanno messo da parte, cosi' come i reclutatori dell'esercito fiutano i nostri giovani lasciati da parte e privati di tutto e li spediscono a combattere. I giovani ai quali sono stati tolti tutti i diritti, ai quali viene offerta l'illusione dell'eroismo, della gloria, del martirio, ai quali viene promessa una possibilita' di essere armati e potenti, sono sedotti da questi individui che si cibano di carcasse.
Centinaia di milioni di persone su tutto il globo sono stati messi da parte dalla globalizazione come scarti umani. Per lo Stato delle multinazionali essi valgono niente. Gli viene negato il lavoro, benefit, dignità ed auto-stima. Sono facili prede per il canto delle sirene di chi la guerra la vive come affare lucrativo. Indossano uniformi. Abbandonano la propria individualita'. Provano la droga intosscante che e' la violenza. Loro assumono una nuova identita': quella del guerriero.

Quando finalmente riescono a vedere oltre le bugie e le illusioni, quando finalmente riescono a comprendere a pieno come sono stati utilizzati e traditi, loro sono gia' distrutti, mutilati o morti.Non importa. Ci sono intere legioni dietro di essi che aspettano ansiosi la loro opportunita'.

 Abbiamo perso le guerre in Afghanistan ed in Iraq. L'Iraq, una nazione unita, e' stata spezzata in gruppi antagonisti e guerreggianti. Non sara'mai piu' unita nuovamente. Abbiamo assicurato che l'Iraq sarebbe diventato uno Stato fallito nel momento in cui abbiamo smantellato il suo esercito, le sue forze di polizia e la burocrazia governativa, nel momento in cui abbiamo stupidamente tentato di dominare il Paese con la forza - compreso il nostro armare ed organizzare le squadre della morte shiite che hanno portato avanti un regno del terrore contro i sunniti.
Gli insurgenti iracheni, al-Qaida e dopo lo Stato Islamico, arruolano facilmente masse di persone furenti private di tutto le cui famiglie sono state distrutte a partire dall'invasione del 2003, la cui infanzia e' stata colorata da estrema poverta', paura, mancanza di educazione e dei servizi piu'basilari e da orribili atti di violenza e che, giustamente, non vedono futuro sotto la continua occupazione U.S.A. Lo Stato Islamico adesso controlla un'area grande quanto il Texas, ritagliata da cio' che rimane di Iraq e Siria. Tutti i nostri attacchi aerei non lo elimineranno.

La situazione non e' migliore in Afganistan. I talibani controllano piu' Afghanistan di quanto non ne occupassero quando invademmo 14 anni fa. Il regime fantoccio di Kabul che abbiamo armato noi e' odiato e brutale, corrotto, invischiato nel traffico di droga ed e' azzoppato dalla codardia. Ed e'anche pesantemente infiltrato dai talibani. Il regime di Kabul si sgretolera' nel momento in cui noi partiremo. Migliaia e migliaia di miliardi di dollari, insieme a centinaia di migliaia di vite umane, sono state sprecati per niente; anche se il cambiamento climatico sta raggiungendo pian piano il punto in cui assicurera' la completa estinzione della specie umana.

Abbiamo voluto guadare conflitti che non capivamo. Siamo stati catapultati in avanti spinti dalla fantasia, L'occupazione in Iraq doveva vederci come ringraziati in quanto liberatori. Avevamo programmato di impiantare la democrazia a Baghdad e di diffonderla per tutto il Medio Oriente. Siamo stati nutriti con l'assurda promessa che i ricavi della vendita del petrolio avrebbero assicurato la copertura delle spese di ricostruzione. Invece la nostra follia ha generato un collasso politico, economico e sociale, una diffusione della poverta', evacuazioni di massa, miseria ed una rabbia che hanno fatto nascere il jihadismo radicale in Iraq e attraverso l'intera regione

La disintegrazione in Iraq, Siria ed Afghanistan ci ha spinti a formare un'alleanza de facto con l'Iran per combattere lo Stato Islamico ed i talibani. Questa disintegrazione ha bloccato drasticamente il nostro obiettivo di spodestare il regime siriano di Bashar Assad. Adesso stiamo funzionando, insieme alla Russia, come surrogato delle forze aeree di Assad. E poiche' i combattenti Hezbollah, che sia l'America che Israele condannano come terroristi e che hanno giurato di distruggere, sono integrati nell'esercito di Assad, noi stiamo anche fungendo da surrogato delle forze aeree Hezbollah.
Il regime iracheno e' dominato dai mullah in Iran. Tutti gli obiettivi utilizzati per giustificare questi conflitti - inclusa la promessa di sradicare il radicalismo jihadista - sono falliti.

 Nella guerra senza fine, i nemici di ieri sono divenuti gli alleati di oggi; questa e'una tematica che George Orwell ha descritto bene nel suo romanzo “1984”, riguardo una societa' dai rapporti sociali distrutti e perversi:
“In questo momento, per esempio, nel 1984 (se quello fosse stato il 1984), l'Oceania era in guerra con l'Eurasia ed alleata con l'Estasia. In nessuna dichiarazione privata o pubblica veniva mai ammesso che le tre potenze sono sempre state raggruppate su linee differenti. In effetti,come ben sapeva Winston, erano solo quattro anni che l'Oceania era in guerra con Estasia ed alleata con Eurasia. Ma fu solo un pezzetto di conoscenza furtiva, che gli capito' di possedere in quanto la sua memoria non era ancora sotto controllo in maniera del tutto soddisfacente.
Ufficialmente il cambiamento di partner non ebbe mai luogo; l'oceania era in guerra con l'Eurasia: quindi l'Oceania doveva da sempre essere stata in guerra con Eurasia.
Il nemico del momento ha rappresentato sempre il male assoluto e cio'comportava che ogni tipo di accordo con lui, passato o futuro,era quindi impossibile.”

 Questo non finira' bene. La violenza massiva che impieghiamo attraverso il Medio Oriente non raggiungera' mai i suoi obiettivi. Il terrore di Stato non battera' mai il terrore degli atti individuali.
Sempre piu' innocenti saranno sacrificati, qui ed all'estero, in una campagna inutile e furiosa; rabbia ed umiliazione collettive cresceranno. Non riuscendo a smussare gli attacchi contro di noi, diverremo sempre piu'agressivi e letali.
I nemici interni - specialmente i musulmani - saranno demonizzati, sopporteranno crimini di odio e gli sara'data la caccia.
Le piu' tiepide forme di critica e dissenso verranno criminalizzate.

Siamo ostaggi, come Israele, di una accelerata spirale di violenza, solo quando saremo esausti ed esauriti, quando il numero dei morti e dei mutilati ci travolgera', solo allora terminera' questa sete di sangue. In quel momento il mondo intorno a noi sara' irriconoscibile e, ho paura, irrimediabile.

Chris Hedges ha speso in precedenza due decadi come corrispondente dal Centro America, Medio Oriente, Africa e Balcani.Ha fatto reportages da oltre 50 Paesi ed ha lavorato al Christian Science Monitor,National Public Radio,al 'Dallas Morning News' ed al 'New York Times', per il quale e'stato corrispondente estero per 15 anni.


22.11.2015
Traduzione per www.comedonchiscotte.org a cura de IL PICARO

SI PREPARA UN INTERVENTO MILITARE STATUNITENSE IN VENEZUELA?

 VenezuelaIL GIORNALISTA RAFAEL POLEO PARLA DI UN IMMINENTE INVASIONE DEL VENEZUELA. 

eeDI ATTILIO FOLLIERO
umbvrei.blogspot.it

Il giornalista venezuelano Rafael Poleo, della destra più estrema e reazionaria il 26 novembre ha pubblicato una serie di Twitter; in uno di questi segnala l'imminenza di una invasione militare internazionale in Venezuela, come quella della Repubblica Dominicana nel 1965. La Repubblica Dominicana nel 1965 fu invasa dalle forze statunitensi ed ovviamente quando il Poleo parla di una invasione internazionale in Venezuela si riferisce alle forze statunitensi.

Ricordiamo anche che Barack Obama nello scorso mese di marzo ha emesso un decreto con il quale ha dichiarato il Venezuela un pericolo speciale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Tutte le volte che gli USA hanno emesso un simile decreto hanno poi proceduto ad invadere il paese oggetto del decreto stesso.

Twitter
In altri due twitter immediatamente precendeti a quello appena analizzato, il Poleo fa riferimento alle imminenti elezioni parlamentari venezuelane. Secondo il Poleo  "il regime di Maduro starebbe per sospenderle di fronte alla irrimediabile sconfitta". Inoltre - aggiunge - che gli atti criminali accellerano la fine del regime e diminuiscono le possibilità che il Partito Socialista PSUV sopravviva come partito.
E' dunque imminente una invasione del Venezuela ad opera degli USA? Le prossime elezioni parlamentari rischiano di essere sospese? Che sta cercando di dirci Rafael Poleo con questi messaggi?

Prima di tutto bisogna dire chi è Rafael Poleo. Rafael Poleo, uomo dell'estrema destra, è un impresario, editore, proprietario del quotidiano Nuevo Pais e della Rivista Zeta; è anche il padre della giornalista Patricia Poleo, scappata all'estero per sfuggire alla giustizia venezuelana, che l'accusa di essere la mandante, assieme a Nelson Mezerhane, già proprietario della TV Globovision, all'ex generale Eugenio Áñez Núñez ed a Salvador Romani, dell'omicidio del giudice Danilo Anderson. Rafael Poleo è anche un possibile agente della CIA in Venezuela fin dagli anni settanta. Rafael Poleo, inoltre in una trasmissione televisiva ("Alò ciudadano" di Globovision del 13/10/2008) paragonò Chavez a Mussolini e disse che doveva stare attento altrimenti avrebbe fatto la stessa fine, ovvero appeso  a testa in giù.

V I D E O

Fermo restando che il pericolo di una invasione statunitense del Venezuela è reale, tant'è che Obama ha emanato il decreto di cui sopra, cosa ha voluto dire veramente Rafael poleo con con queste dichiarazioni? Probabilmente Rafael Poleo sta cercando di spaventare l'elettorato, soprattutto gli indecisi, chi sta pensando di non andare a votare ed i chavisti più moderati; come a dire "se non vinciamo, se non la finiamo con questo governo per la via elettorale, l'unica soluzione è l'intevento statunitense".

Le elezioni parlamentari fino ad un mese fa sembravano dovessero essere vinte ed anche nettamente dall'estrema destra per il forte astensionismo che si annunciava nelle file dei partiti di sinistra, a causa del malconento esistente; da un mese a questa parte l'astensionismo, che si annuncia sempre alto, è però in calo perché molti cittadini hanno preso coscienza del pericolo che rappresenta il ritorno della destra al governo; la destra al governo col suo programma neoliberale finirebbe per spazzare via quei benefici ottenuti negli ultimi anni, con la cosiddetta rivoluzione bolivariana.

La situazione del Venezuela è difficile, perchè comuqnue andranno le elezioni ci saranno problemi, anche di ordine pubblico. Se l'opposzione dovesse vincere queste elezioni, è probabile che riescano a vincere anche nel successivo referendum per revocare il mandato al presidente della Repubblica, nel 2016.

Inoltre, benchè la costituzione non lo contempi l'opposizone ha annunciato che, nel caso vincesse con una maggioranza qualificata, il Parlamento procederebbe alla revoca del mandato al presedente; ovvero c'è il pericolo di un colpo di stato parlamentare tipo quello attuato in Paraguay.

In qualunque caso, sia per la possibile politica di austerità di una destra al governo, che provocherebbe l'impoverimento estremo della popolazione, sia per i possibili abusi di potere sarebbe inevitabile una reazione dei "chavisti"; ossia al popolo nonr esterebbe altra alternativa che la ribellione.

Ricordiamo che in Venezuela vige il sistema elettorale maggioritario quindi l'opposizone potrebbe ottenere la maggioranza assoluta, vincendo con un minimo scarto nella maggior parte dei colleggi ellettorali. Ciò significa che pur di fronte a questa possibile maggioranza qualificata, il Veenzuela sarebbe comuqnue diviso praticamente a metà,

Comunque vadano le elezioni, in Venezuela continuerà la polarizzazione: chi vince, anche ottenendo una eventuale maggioranza qualificata in Parlamento, avrà una grossa fetta della popolazioen in contro.

Il "chavista" non accetterebbe di farsi sottrarre i benefici ottenuti in questi ultimi anni e di tornarsene pacificamente nella miseria estrema in cui era stato relegato per secoli; sarebbero inevitabili le esplosioni sociali e la repressione del governo di destra.

I problemi ci saranno ugualmente anche se dovesse continuare a vincere il chavismo perché comunque l'altra metà della popolazione circa continuerebbe ad opporsi all'attuale governo. Questa metà della popolazione istigata dai media, per la stragrande maggioranza nelle mani dell'oligarchia, non ha mai accettato la politica del governo socialdemoctratico di una più equa distribuzione delle ricchezze del paese fra tutte le classi sociali; incitata dai media ha sempre voluto tutto per se.

In definitiva le elezioni non metteranno fine alla polarizzazione esistente nella società venezuelana.

Riguardo le affermazioni di Poleo circa la sospensione delle elezioni, personalmente penso sia da escludere nella maniera più assoluta per la semplice ragione che questo governo venezuelano socialdemocratico ha sempre creduto nelle leggi e nel rispetto delle regole e pertanto - ripeto, secondo me - mai e poi mai le infrangerebbe, anche se fosse a conoscenza della sconfitta.
Attilio Folliero
Fonte: http://umbvrei.blogspot.it
Link: http://umbvrei.blogspot.it/2015/11/si-prepara-un-intervento-militare.html
28.11.2015

UN COLONNELLO ISRAELIANO 'COLTO IN FLAGRANTE' CON L'ISIS

DI F. WILLIAM ENGDHAL
Journal-neo.org

Questo non era assolutamente previsto che accadesse. Un militare israeliano, col grado di colonnello, è stato catturato a “ brache calate assieme all’Isis”. Con questo voglio dire che è stato catturato da soldati dell’esercito iracheno, assieme ad una banda di terroristi dello Stato Islamico o Isis o Daesh, come preferite. Sotto interrogatorio da parte dell’intelligence irachena, pare abbia riferito parecchie cose sul ruolo dell’IDF ( esercito israeliano ndr) nell’appoggiare l’Isis. 

Un’agenzia di stampa iraniana alla fine di ottobre ha riferito — citando un esperto funzionario dell’intelligence irachena — della cattura di un colonnello dell’esercito israeliano, di nome Yusi Oulen Shahak, legato a quanto si dice al battaglione Golani dell’Isis, operante nel governatorato di Salahuddin. In una dichiarazione presso l’agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Fars, un comandante dell’esercito iracheno disse: “Le forze popolari di sicurezza hanno fatto prigioniero un colonnello dell’esercito di Israele”. Aggiunse anche che il colonnello dell’IDF “aveva partecipato alle operazioni terroristiche della fazione takfirita dell’Isis”. Precisò che il colonnello è stato arrestato assieme ad un gruppo di terroristi dell’Isis o Is, fornendo dei dettagli: “Il nome del colonnello israeliano è Yusi Oulen Shahak, ed ha il grado di colonnello presso la brigata Golani…col codice segreto militare di Re34356578765az231434.” 

Perché Israele?
Dal 30 settembre, quando sono iniziati gli efficaci bombardamenti russi contro obbiettivi specifici dell’Isis, sono emersi dei dettagli, per la prima volta alla luce del sole, sul ruolo alquanto sporco non solo di Washington, ma anche di un altro membro della Nato, la Turchia, sotto la presidenza Erdogan.
Diventa sempre più chiaro che, perlomeno una fazione dell’amministrazione Obama ha giocato un ruolo molto sporco dietro le quinte nel sostenere l’Isis, con l’intento di accelerare la dipartita del presidente Bashar Al Assad e preparare il terreno per quelli che sarebbero inevitabilmente stati un caos e una distruzione in stile libico, che avrebbero fatto dell’attuale crisi dei rifugiati siriani in Europa, un semplice antipasto.
La fazione pro-Isis a Washington include i cosiddetti neoconservatori che ruotano attorno all’ex direttore della Cia, nonché boia della resistenza irachena, il generale David Paetreus. Essa include inoltre il generale Usa John R. Allen, che dal settembre del 2014 ha ricoperto il ruolo di inviato speciale del presidente Obama per la Coalizione Globale volta al contrasto dell’ISIL (stato islamico di Siria e del Levante); fino alle sue dimissioni nel febbraio 2013, vi era anche il Segretario di Stato Hillary Clinton.
Il generale John Allen, imperterrito sostenitore della “no fly zone” portata avanti dagli Usa in Siria lungo i confini con la Turchia — cosa che il presidente Obama ha respinto — è stato significativamente rimosso dal suo incarico il 23 ottobre 2015. Ciò è avvenuto appena dopo che il lancio degli efficaci bombardamenti russi contro le basi terroriste dell’Isis in Siria e del fronte Al-Nusra cambiassero completamente la situazione del quadro geopoltico in Siria e nell’intero Medio Oriente.
Il rapporto dell’ONU cita Israele
E’ ormai consolidato che il Likud di Netanyahu e le forze armate israeliane lavorino a fianco ai guerrafondai neocon, cosi come lo è l’oposizione del primo ministro Benjamin Netanyahu all’accordo di Obama sul nucleare iraniano. Israele considera Hezbollah, il partito islamico sciita appoggiato dall’Iran, con sede nel Libano, come il nemico principale. Hezbollah ha combattuto attivamente a fianco all’esercito siriano contro l’Isis in Siria. La strategia del generale Allen di bombardare l’Isis, da quando è stato incaricato dell’operazione nel settembre del 2014, lungi dal distruggere l’organizzazione in Siria, ha invece fatto espandere il suo controllo del territorio, come ha ripetutamente fatto notare Lavrov, ministro degli esteri della Russia di Putin. Adesso è chiaro quale fosse precisamente l’intento di Allen e della fazione di Washington per la guerra.
Almeno dal 2013 le forze armate israeliane hanno apertamente bombardato quelli che ritenevano fossero gli obiettivi di Hezbollah in Siria. Un’indagine ha infatti rivelato come Israele stesse colpendo le forze armate siriane e alcuni obiettivi di Hezbollah che stavano efficacemente contrastando l’Isis ed altri gruppi terroristi. In questo modo Israele sta attualmente aiutando di fatto l’Isis, così come i bombardamenti anti-Isis del generale Allen che durano da un anno.
Che una fazione del Pentagono abbia lavorato in segreto per addestrare, armare e finanziare quella che oggi chiamiamo Isis o IS in Siria, è oggi provato nero su bianco. Nell’agosto del 2012 un documento del Pentagono classificato come “segreto”, poi successivamente desecretato sotto la pressione dell’ ONG Judicial Watch, ha descritto con precisione la nascita di quello che è diventato in seguito l’Isis, sorto dallo Stato Islamico dell’Iraq, quindi affiliato ad Al-Qaida.
Il documento del Pentagono riportava che “…c’è la possibilità di impiantare un’entità statale salafita nella Siria orientale (Hasaka e Der Zor), e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che sostengono l’opposizione [ad Assad ndr], al fine di isolare il regime siriano, considerato l’avamposto strategico dell’espansione sciita. (Iraq ed Iran).” Le potenze che nel 2012 sostenevano l’opposizione includevano allora il Qatar, la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Usa e, dietro le quinte, Israele e Netanyahu.
La creazione di “un’entità salafita nella Siria orientale,” oggi territorio dell’Isis o Is, era nell’agenda di Petraeus, del generale Allen e di altri al fine di distruggere Assad. E’ questo che porta l’amministrazione Obama in stallo con la Russia, la Cina e l’Iran, riguardo alla bizzarra richiesta Usa di rimuovere Assad prima che venga distrutto l’Isis. Questo gioco è oggi alla luce del sole e mostra al mondo la doppiezza di Washington nell’appoggiare quelli che la Russia definisce correttamente “terroristi moderati” contro un Assad regolarmente eletto. Che Israele si trovi inoltre in mezzo alla tana di ratti delle forze di opposizione terroristiche in Siria è stato confermato in un recente rapporto dell’ONU.
Ciò che il rapporto non menzionava era invece il perché Israele avesse un interesse così forte per la Siria, specialmente per le alture del Golan.
Perché Israele vuole rimuovere Assad 
Nel dicembre 2014 il Jerusalem Post ha riportato la scoperta di un rapporto delle Nazioni Unite largamente ignorato e politicamente esplosivo, che descrive come l’esercito Israeliano sia stato visto dall’ONU assieme a combattenti dell’Isis. La forza di peacekeeping dell’ONU — forza di osservatori per il ritiro (UNDOF) — stanziata lungo i confini tra Israele e Siria presso le Alture del Golan dal 1974, ha rivelato che Israele ha collaborato strettamente con le forze terroriste di opposizione siriane, presso le Alture del Golan, incluso il qaedista fronte Al-Nusra e lo Stato Islamico, “mantenendo stretti contatti negli ultimi 18 mesi”. Il rapporto è stato inviato presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU. I media mainstream negli Usa e in tutto l’Occidente hanno nascosto queste scoperte esplosive.
I documenti ONU mostrano come le forze armate israeliane (IDF) abbiano tenuto contatti regolari con membri del cosiddetto Stato Islamico fin dal maggio 2013. L’IDF ha dichiarato che simili contatti ci sono stati solo per fornire cure mediche a civili, ma l’inganno è stato svelato quando gli osservatori dell’UNDOF hanno accertato contatti diretti tra forze dell’IDF e soldati dell’Isis, fornendo anche assistenza medica a combattenti dello Stato Islamico. Il rapporto cita anche la consegna di due casse di materiale dall’IDF alle forze dell’Isis, il contenuto delle quali non è stato specificato. Il rapporto ONU ha inoltre identificato ciò che i siriani hanno definito un “crocevia di movimenti di truppe tra l’IDF e l’Isis”, argomento di interesse che l’UNDOF ha portato davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’UNDOF è stato creato sulla base della risoluzione n° 350 del 1974 del Consiglio di Sicurezza sulla scia delle tensioni create dalla guera dello Yom Kippur del 1973 tra Siria e Israele. Essa ha delineato una zona cuscinetto tra Israele e le Alture del Golan siriane, conformemente all’accordo per il ritiro delle forze armate del 1974, governata e gestita dalle autorità siriane. A nessuna forza militare al di fuori dell’UNDOF è consentita la permanenza laggiù. Al giorno d’oggi vi sono 1200 osservatori.
A partire dal 2013 e dall’escalation di attacchi israeliani contro la Siria lungo le Alture, ufficialmente per ricercare “terroristi di Hezbollah”, la stessa UNDOF è soggetta a massicci attacchi da parte dei teroristi dell’Isis e di Al-Nusra per la prima volta dal 1974, così come a rapimenti, omicidi, furti di materiale e munizioni ONU, di veicoli e di altri beni, al saccheggio ed alla distruzione delle proprie strutture.
Israele ed il petrolio delle Alture del Golan 
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al meeting del 9 novembre col presidente Obama alla Casa Bianca, ha chiesto a Washington di riconsiderare il fatto che Israele ha illegalmente occupato una parte delle alture del Golan, a partire dalla Guerra dei Sei giorni del 1967 tra Israele ed i paesi arabi. Durante l’incontro, Nethanyahu ha chiesto ad Obama, apparentemente senza successo, di appoggiare formalmente l’annessione israeliana delle Alture del Golan illegalmente occupate, sostenendo che l’assenza di un governo siriano funzionante “da luogo a diverse valutazioni” riguardo al futuro di quell’area così strategicamente importante.
Certamente Netanyahu non ha dato nessuna spiegazione plausibile sul fatto che le forze israeliane, assieme ad altre, sono state responsabili dell’assenza di un governo siriano funzionante a causa del loro supporto all’Isis ed al fronte qaedista Al-Nusra.
Quando l’UNDOF ha iniziato a documentare nel 2013 i contatti sempre più frequenti tra l’esercito di Israele da una parte e l’Isis ed Al-Qaeda dall’altra lungo le Alture del Golan, la Genie Energy, una semi-sconosciuta compagnia petrolifera di Newark, nel New Jersey, assieme ad una sua controllata isreliana, la Afek Oil e Gas, iniziò a muoversi nelle Alture per delle esplorazioni petrolifere, col permesso del governo Netanyahu. Quello stesso anno gli ingegneri dell’esercito di Israele sostituirono la recinzione di confine lunga cinque miglia con la Siria, rimpiazzandola con una barriera dotata di filo spinato, sensori di movimento, sensori a contatto, telecamere ad infrarossi e radar di terra, alla pari del muro costruito da Israele lungo la West Bank.
E’ abbastanza interessante che Yuval Bartov, geologo capo della controllata israeliana della Genie Energy, l’Afek Oil e Gas, abbia annunciato alla TV israeliana Channel 2 come la sua compagnia avesse scoperto un consistente giacimento petrolifero sulle Alture del Golan: “Abbiamo scoperto un giacimento spesso 350 metri nelle Alture del Golan meridionali. A livello mondiale, i giacimenti hanno in media lo spessore di 20 o 30 metri, mentre questo è 10 volte più spesso, parliamo quindi di una quantità rilevante”. Come ho rilevato in un precedente articolo, il comitato consultivo internazionale della Genie Energy include alcuni nomi noti, come Dick Cheney, l’ex direttore della Cia e famigerato neo-con James Woosley, Lord Jacob Rothschild ed altri.
Di certo, nessuna persona sana di mente suggerirebbe che vi sia un legame tra i rapporti dell’esercito di Israele con l’Isis ed altri terroristi anti-Assad in Siria, specialmente lungo le alture del Golan, e la scoperta dei giacimenti da parte della Genie Energy nello stesso posto, o con i recenti appelli di Netanyahu al “ripensamento” sulle Alture del Golan ad Obama. Questo suonerebbe troppo simile ad una “teoria della cospirazione”, mentre tutte le persone ragionevoli sanno bene che non esistono cospirazioni ma solo coincidenze. Oppure…parafrasando le parole immortali di Brad Pitt nel ruolo del Primo sottotenente del West Virginia Aldo Reine, nella scena finale di un brillante film di Tarantino, Inglorious Bastards, sembra che “ il vecchio Netanyahu e i suoi amici succhiac***i siano stati beccati con le mani in un barattolo di biscotti molto sporco laggiù in Siria.”

F. William Engdhal è un consulente di rischio strategico e docente universitario, laureato in Scienze Politiche all’università do Princeton, autore di successo in ambito geoplitico e sul petrolio, scrive esclusivamente per il magazine on-line. E
25.11.2015

Traduzione per comedonchisciotte.org a cura di VALENTINO FANCELLO