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sabato 20 febbraio 2016

CONCORSO ESTERNO PER MAFIA

Mafia. Il concorso esterno? “Un reato quasi idealizzato”

ARTICOLOTRE
La metamorfosi mafioseRedazione– Lo scorso dicembre, il gip di Catania, Gaetana Bernabò Distefano aveva decretato il non luogo a procedere nei confronti dell'editore del quotidiano La Sicilia, Mario Ciancio Sanfilippo. 
La decisione, giunta dopo una vicenda giudiziaria di ben 8 anni, aveva suscitato perplessità. Ora, 170 pagine di motivazioni del giudice tentano di spiegare le ragioni del non luogo a procedere, riaprendo, contestualmente, l'ormai infinita polemica sul concorso esterno in associazione mafiosa. Una figura, secondo il giudice, "che si potrebbe definire quasi idealizzata nell’ambito di un illecito penale così grave per la collettività”. 
Il dibattito è noto: il concorso esterno venne "inventato" negli anni '80, unificando gli articoli 110 e 416 bis del codice penale, ed era ideato con l'intento di poter perseguire penalmente i cosiddetti "colletti bianchi", i soggetti che, pur non essendo affiliati alla mafia, contribuiscono alla sua sopravvivenza. Una fattispecie che, però, non è mai stato tradotta in legge dal Parlamento, creando confusione e dando adito a varie interpretazioni e sentenze contrastanti, quando non controverse. 
E' il caso, per esempio di quella della Corte Europea dei diritti umani, con cui Bruno Contrada venne scagionato dalle accuse: secondo i giudici, infatti, non doveva essere condannato per concorso esterno,in quanto all’epoca delle condotte addebitate, il reato non era sufficientemente chiaro. Una decisione che il gip di Catania ha ripreso ad esempio: "“La sentenza Cedu del 2015 – ha scritto infatti Distefano nelle motivazioniha riproposto in tutta la sua attualità l‘applicazione di un reato che non esiste nella legislazione italiana. Tale sentenza considera quale perno fondamentale della materia, la sentenza del 1994 Demitry. Deve pertanto iniziare ogni ragionamento sulla figura del concorso esterno basandosi sulla sentenza Demitry”. Ossia: si può parlare di concorso esterno soltanto dopo il '94, ma, per Distefano“l’enucleazione di un concetto di concorso esterno nel 1994, ontologicamente distinguibile da quella del concorso interno, è stato nel tempo vanificato. Dopo la sentenza Cedu del 2015, è possibile ancora oggi parlare di concorso esterno? Si ritiene di no”.
Per il gip, d'altronde, "si impone una rivisitazione della materia non solo alla luce del tempo trascorso dalla sua introduzione e dalle condivisibili esigenze di tutela della collettività, ma soprattutto per la modificazione strutturale della società per come è emerso negli ultimi decenni: da organizzazioni mafiose nettamente separate dalla c.d. società civile, si è progressivamente assistito ad una insinuazione dell’apparato mafioso all’interno di gangli vitali della società medesima. Di conseguenza, anche il concetto di metodo mafioso ha avuto una modificazione contenutistica nel senso che non si può oggi immaginare il mafioso solo come colui che fa espresso uso della forza fisica per intimidire, ma anche colui che, utilizzando la forza espressa dal primo (o usando una forza che non emerge in termini puramente fisici), opera nella propria attività economica e\o professionale con la piena consapevolezza di avere un gruppo mafioso alle spalle e di utilizzare tale situazione per ampliare i propri guadagni”. 
“In sostanza", prosegue il gip, "oggi qual è il motivo per non considerare associato un soggetto che, pur non aderendo in modo formale alla compagine mafiosa, nella sostanza si comporti come tale, traendone notevoli benefici e, anche solo a voler considerare un lungo lasso temporale durante il quale egli presta i propri servigi, rafforzando e contribuendo causalmente alla vita dell’associazione medesima?”.
E anche il lasso di tempo rappresenta un problema: per Distefano "le condotte contestate a Ciancio sono talmente ampie da essere “in netto contrasto con la figura del concorso esterno, In primo luogo, si rileva la durata temporale della contestazione, Inizialmente, è stato contestato un arco temporale di circa quarant’anni”. Troppo, per il gip: "“Già a livello astratto, è difficile ipotizzare un concorso esterno che si estende in un arco temporale che può andare dai 40 ai 60 anni della vita di un soggetto. Proprio la mancanza di indicazione di specifiche e puntuali condotte a fronte di una attività cosi ampia prevista in imputazione, può far sorgere il dubbio che il ruolo del Ciancio possa essere ben più articolato e complesso, giungendo finanche a rivestire la qualità, se non di promotore, quanto meno di direzione o di organizzazione dell’associazione criminale, concetto incompatibile con quello di mero consociato esterno”.
Ciò che ne traspare è dunque un invito a processare Ciancio direttamente per associazione mafiosa? Neanche, dato che, come ricorda Pipitone sul Fatto, il gip non ritiene che i pm siano stati in grado di raccogliere prove sufficienti a intavolare un procedimento.  “La mancata contestazione di reati fine – scrive infatti Distefano– evidenzia, soprattutto in un procedimento estremamente complesso come il presente sotto il profilo della raccolta di elementi fattuali, la difficoltà di individuare le condotte che siano penalmente contestabili al Ciancio".
"Tale estrema difficoltà ricostruttiva e probatoria impone", dunque, "il proscioglimento dell’imputato nella presente fase”. 

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