Dal ventre di Napoli si estende lungo le disastrate periferie partenopee e attecchisce nei comuni dell’hinterland della città. Le lingue di fuoco delle bande di camorra combattono una guerra. Sono conflitti latenti che al primo sgarro o sconfinamento esplodono. Sono almeno sei le faide in corso, sottotraccia scorrono altrettanti micro conflitti. Ci sono 25 gruppi e un esercito di killer, che si contendono vicolo dopo vicolo la conquista delle attività illegali: dalla più redditizia gestione delle piazze di spaccio al mercato delle estorsioni fino all’industria della contraffazione. A loro occorre affiancare i clan storici e le loro articolazioni. Gruppi familiari con un certo pedigree camorristico, che attendono acque meno agitate. Con oculata strategia non gettano per ora altra benzina sul fuoco. Si limitano a giocare di rimessa prestando uomini, mezzi e logistica agli emergenti. Appoggi esterni per incoraggiare leadership e protagonismi criminali con il fine di costruire future alleanze, garantendosi così il controllo ‘federato’ del territorio. Alleanze e accordi sottoscritti e violati.
Improvvisate babygang con aspirazioni da clan come la ribattezzata ‘paranza dei bimbi’ di Forcella che tentano il grande salto. Elemento comune è il trasgredire le ‘regole’, impera l’anarchia criminale, c’è la pericolosa babele del tutti contro tutti. E’ un cocktail esplosivo – in pieno stile gomorra – che ha fatto ripiombare Napoli ed i comuni limitrofi nell’inferno dei morti ammazzati, delle esecuzioni esemplari, dei ferimenti e delle plateali azioni dimostrative. Un conflitto che coinvolge molti quartieri e rioni caldi della città. Un’escalation che desta allarme sociale minacciando da vicino la stessa coesione e convivenza civile. È questa “imprevedibilità”, più d’ogni cosa, a richiedere uno sforzo di intelligence supplementare per decifrare dinamiche che sfuggono ai canoni tradizionali dell’investigazione. Basta considerare un dato orribile che fa accapponare la pelle e aggrava le statistiche: in meno di cinque anni ci sono stati otto mortiper sbaglio. Sangue innocente di nuovi martiri. Un elenco che ogni anno tragicamente si allunga. Bersagli incolpevoli di un errore di persona, commesso da killer che solitamente vanno in giro ad ammazzare i rivali, su ordine dei clan, con armi in pugno e tanta cocaina in corpo.
In meno di cinque anni ci sono stati otto morti per sbaglio. Sangue innocente di nuovi martiri
L’ultimo è stato Maikol Giuseppe Russo, 27 anni, colpito alla testa poco prima delle ore 20 del 31 dicembre scorso a piazza Calenda al rione Forcella mentre aspettata il fratello che finisse di lavorare. Il 6 settembre in piazza Sanità è toccato a Genny Cesarano, appena 17 anni. I sicari in sella a moto di grossa cilindrata spararono all’impazzata. E’ lo lasciarono steso. Cercavano un esponente del gruppo dei Sequino. La sparatoria è stata originata – dicono gli investigatori – da una lite, anche con accoltellamento, sugli spalti dello stadio San Paolo. Il 31 luglio viene prima minacciato e poi ammazzato nell’officina di meccanico dove lavorava Luigi Galletta, 21 anni, ‘colpevole’ di non aver voluto spifferare il nome del proprietario di uno scooter usato per una ‘missione’ di morte.
Prima di loro, in Campania, altre 180 persone – tra loro bambini e neonati – morti in maniera analoga: freddati per sbaglio, o caduti nel fuoco incrociato di bande che sul territorio agiscono indisturbate. Molti non se ne rendono conto, ma da queste parti, anche se in teoria siamo in tempo di pace, si vive in trincea. Se prima i ‘morti’ si facevano nei quartieri dormitorio a Nord di Napoli ora le fiammate di violenza divampano nel cuore della città. E il turista che passeggia neppure percepisce il pericolo, lo scombussolamento, i venti di guerra. Lo sguardo è altrove e il naso all’insù a mirare le bellezze randagie e mozzafiato del Centro storico partenopeo.
La città regge all’urto dirompente della camorra autodistruttiva, grazie al robusto argine della cultura, al ritrovato interesse e passione dei cittadini, all’attivismo di una forte rete civica e al grande lavoro investigativo e inquirente. Lo Stato ha inferto duri colpi, azzerato clan, disarticolato organizzazioni criminali, acciuffato importanti latitanti, ridotto all’osso le linee di comando. Un vuoto di potere provocato da inchieste, arresti e condanne e colmato da figli e nipoti di vecchi boss e da ex gregari senza qualità ‘promossi a generali’. Ecco che avanzano allora inedite alleanze tra bande e pezzi di clan traballanti.
La Dia: “I clan continuano nell’opera di condizionamento culturale delle fasce più emarginate della popolazione”
Poi ci sono loro: le nuove leve, i minorenni cresciuti con il sogno camorrista, le vittime del disagio sociale, parassiti spregiudicati, balordi riuniti in gang violente che vogliono tutto e subito. Non temono nulla, neppure di restare uccisi con un colpo in testa. La Direzione investigativa antimafia nella sua ultima relazione al Parlamento denuncia: “I clan continuano nell’opera di condizionamento culturale delle fasce più emarginate della popolazione, ambendo a porsi quale punto di riferimento alternativo allo Stato soprattutto nelle aree economicamente più deboli e offrendo possibilità di guadagni illeciti ai più poveri”. Un “reclutamento dei bisognosi” contro il quale non basteranno certo agenti, esercito e telecamere. Ci sono interi condomini che hanno come unico reddito i proventi della vendita della droga. C’è un welfare criminale che comprende la mesata, lo stipendio, il pagamento dei legali in caso di arresto, a volte perfino le cure mediche.
Come dimenticare le immagini viste a Secondigliano al “Terzo mondo”, il 21 gennaio 2005, quando finisce in manette Cosimo Di Lauro, 32 anni, considerato il vero artefice della faida di Scampia, l’uomo che ordinò lo sterminio dei suoi avversari, gli scissionisti e dei loro parenti. Mentre i carabinieri del Comando provinciale lo arrestano, scoppia in strada una rivolta contro le forze dell’ordine. Anziani, giovani, donne persino in stato interessante, bambini tentano di impedire l’arresto del rampollo di Ciruzzo ‘o milionario. Addirittura ribalteranno una gazzella. Camorra dilaniata, frammentata, polverizzata che continua però ad essere interlocutore sociale.
Ora Napoli esplode e implode allo stesso tempo. Rione Sanità, Rione ForcellaSan GaetanoMaddalena passando per i Quartieri Spagnoli e il Pallonetto di Santa Lucia fino alle diramazioni che giungono ai quartieri delle periferie: da Ponticelli – San Giovanni- Barra all’area Nord di ScampiaSecondigliano e Miano fino a correre nella vasta zona occidentale di Fuorigrotta-Bagnoli-Soccavo-Rione Traiano-Pianura. Senza dimenticare i comuni del circondario e della cintura Vesuviana. E’ come stare in guerra. Ci sono stati 12 omicidi in un mese di cui 5 in 10 giorni tra Napoli e provincia. Una sequenza da brivido. Si comincia appena dopo la riunione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica tenutosi giovedì 4 febbraio in Prefettura a Napoli e presieduto dal ministro dell’Interno Angelino Alfano che annuncia: “A Napoli dobbiamo far tacere le pistole”.
Appunto. La notte tra il 4 e il 5 febbraio nei quartieri Miano e Bagnoli di Napoli, a poche ore dalla visita del ministro, con alcuni colpi di pistola al volto, Giuseppe Calise, 24 anni, pregiudicato, finisce in una pozza di sangue. Chi ha sparato, questa è la ricostruzione della polizia, lo ha fatto da distanza ravvicinata mentre la vittima era in auto, al telefono con un amico. Il tempo per stendere un rapporto e gli investigatori devono correre a Bagnoli, periferia occidentale della città. All’ombra dell’ex Italsider, una raffica di proiettili investe Pasquale Zito, 21 anni, pregiudicato, legato da stretti vincoli di parentela con ex appartenenti al clan D’Ausilio. Il ragazzo è il figlio di Salvatore Zito, ucciso otto anni prima, in un agguato in via Diocleziano.
Non finisce qui. A Marigliano, poco dopo la mezzanotte del 6 febbraio, viene ammazzato, davanti a casa, Francesco Esposito, 33 anni, pregiudicato per reati di spaccio. Citofona alla moglie per farsi aprire il portone quando il sicario preme il grilletto e gli scarica un caricatore addosso. La moglie sente nitidamente i colpi d’arma da fuoco. Trascorrono quattro giorni. Alle ore 23 e 30 di mercoledì 10 febbraio a Saviano, piccolo comune di 16mila abitanti in provincia di Napoli, due giovani vengono crivellati dai proiettili: si tratta di Francesco Tafuro, 32 anni e Marcello Liguori, 31 anni, gestori di un centro scommesse. Erano in auto. Vengono affiancati dai sicari, anche loro a bordo di una vettura. E’ una mattanza.
Ci sono stati 12 omicidi in un mese di cui 5 in 10 giorni tra Napoli e provincia
In tredici mesi sono state uccise 32 persone. I gruppi di fuoco non risparmiano neppure più le donne. Lo scorso 10 ottobre tocca a Nunzia D’Amico, 40 anni, sorella di Giuseppe alias Fraulella e Antonio D’Amico, ritenuti i capi dell’omonimo clan attivo a Ponticelli, finire in un lago di sangue. I killer l’attendono davanti all’uscio del palazzo nel Parco di edilizia popolare “Conocal”. E’ una pioggia di fuoco. Due proiettili la centrano alla nuca e altri tre all’addome. Solo per i riflessi pronti di una mamma non viene ammazzato anche un bambino rimasto bloccato nel passeggino. E’ un affronto, grave. Il sangue deve lavare altro sangue. La vendetta è trasversale. Arriva il 30 gennaio scorso, all’ora di cena. I killer si appostano in via De Meis, sempre a Ponticelli: il bersaglio si chiama Mario Volpicelli, 55 anni, cognato dell’ex boss Ciro Sarno e zio dei fratelli De Micco del clan omonimo in guerra proprio con i D’Amico.
Non solo vendette. Il 5 gennaio scocca l’ora per Luigi Di Rupo, 24 anni. E’ il primo morto ammazzato del 2016, altri ne seguiranno. Da tempo era finito nel mirino dei suoi compagni di cordata criminale, il gruppo degli Amato-Pagano, gli scissionisti, quelli che scatenarono la sanguinosa faida di Scampia contro il padrino Paolo Di Lauro. Di Rupo era entrato a far parte di quel cerchio magico al quale i capi delegano anche delicati affari e rapporti con le altre cosche. Commette uno sgarro imperdonabile. E’ un morto che cammina. I suoi cumparielli gli danno appuntamento a Melito, comune a Nord di Napoli. E’ una trappola. Lui capisce e scappa. E’ inseguito e trucidato in un bar affollato di famiglie intente ad acquistare l’occorrente per la calza dell’Epifania.
Ciò che impressiona, se ancora ci si può impressionare, è la disponibilità e la facilità con cui si trovano e acquistano armi. I numeri sono allarmanti: tra il primo luglio 2014 e il 30 giugno 2015, i carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno sequestrato 1265 fra armi da fuoco e armi bianche, più di 23mila munizioni e quasi 10mila chilogrammi di esplosivo. Un arsenale da guerra, cui vanno sommati i sequestri delle altre forze di polizia. Armi micidiali, compresi mitra kalashnikov e mitragliette Uzi, che viaggiano a bordo di tir o auto veloci dai paesi dell’Est europeo come la Repubblica Ceca e la Russia.
Proprio a fine gennaio i carabinieri hanno rinvenuto una santabarbara: armi destinate agli uomini dei clan, i Lo Russo di Miano che si contrappongono ai Licciardi della Masseria Cardone ed i gruppi di Fuorigrotta capitanati dal boss emergente Alessandro Giannelli, 38 anni, acciuffato dai carabinieri martedì scorso 9 febbraio. Kalashnikov, fucile a pompa, tre fucili a canne mozze perfettamente efficienti ma anche giubbotti antiproiettile, caschi integrali neri, 600 colpi di vario calibro e passamontagna. Un sequestro non isolato. Dieci giorni fa sempre i militari dell’Arma al Rione Sanità, nel corso di un controllo su di un terrazzo di un’abitazione di un affiliato al clan Esposito, trovano nascosti in uno sgabuzzino un fucile mitragliatore di produzione cinese tipo “kalashnikov” – carico e pronto all’uso – 27 munizioni da guerra, 8 cartucce winchester e 2 giubbotti antiproiettile: praticamente un arsenale per agguati in piena regola. E a pochi giorni dalla festività di Natale in un foro del muro perimetrale della Chiesa Santa Maria di Gerusalemme, ai Decumani, non sono passati inosservati due involucri voluminosi. La polizia vi ha trovato una Beretta calibro 7,65 e un revolver completo di caricatore e quattro cartucce.
“Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia Giuliano
Nell’ordinanza che porterà – il 9 giugno 2015 – dietro le sbarre oltre 60 affiliati alla “paranza dei bimbi” di Forcella emerge dalle intercettazioni ambientale nell’abitazione della famiglia-clan Giuliano una ‘strana’ colonna sonora: È il rumore delle armi. Le cimici captano il sordo suono: lo scarrellamento di una pistola pronta all’uso. “Ma pensa che è nuova, nuova e imballata”, dice compiaciuto uno dei rampolli della famiglia Giuliano, Guglielmo, durante un colloquio intercettato alla fine di gennaio del 2014. Uno degli affiliati chiede se quella pistola è “la special 92”. E un altro giovane Giuliano, Toni, risponde da esperto del settore: “No, no, 92 F S, è la nuova. Fuori serie calibro 9 per 19. Le botte dentro vanno, la teniamo solo noi”. Per un bel pezzo il gruppo discute solo di pistole. Parlano di quella “con tredici botte”, scherzano sulla “357 cromata con il manico di gomma, quello là è secco e lungo… quello di Al Capone”. Di fronte a questo quadro nero, tetro, fosco irrompe la provocazione del parroco di Forcella Don Angelo Berselli che ai funerali di Maikol Giuseppe Russo sbottò così: “Non sono un prete anticamorra. Vi sbagliate, io sono per la camorra. Da queste parti è la sola cosa che funziona”.