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giovedì 30 giugno 2016

MALAGIUSTIZIA DA PAURA!

Malagiustizia. In 24 anni 24 mila innocenti in carcere per errori giudiziari

ARTICOLOTRE
m,alagiustizia-Redazione- Storie di Malagiustizia.
Gli errori giudiziari e la storia di chi ne resta vittima sono al centro di un docufilm, dal titolo "Non voltarti indietro", nato dall'idea di due giornalisti, Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, che da anni lavorano su questo tema e hanno dato vita al sito errorigiudiziari.com, che censisce ben 700 casi. Il docufilm, presentato al festival di Pesaro e a quello di Ischia, è diretto da Francesco Del Grosso e ruota attorno alla storia di cinque persone che hanno vissuto il carcere e il processo da innocenti, vedendosi poi assolvere.
E indaga sulle conseguenze di quest'esperienza, che ogni anno in Italia coinvolge centinaia di persone: negli ultimi 24 anni – come viene ricordato anche nel film – oltre 24 mila sono finiti in carcere da innocenti e per risarcirle lo Stato ha speso più di 630 milioni di euro.

LA SERA DEGLI ASTEROIDI

Asteroidi, oggi la giornata degli avvistamenti: la diretta

ROMA – Un giorno da dedicare alla scoperta degli asteroidi e al rischio di impatto con la Terra, per informare la popolazione e sollecitare i governi ad aumentare la ricerca e la sorveglianza degli oggetti troppo vicini al pianeta. Il 30 giugno si celebra così l’Asteroid Day in tutto il mondo e anche in Italia, con i telescopi reali e virtuali puntati al cielo per scoprire questi corpi celesti. In Italia l’Asteroid Day è coordinato da Gianluca Masi, astrofisico e direttore del Virtual Telescope Project, che ha sottolineato come negli anni la ricerca abbia fatto passi da giganti su questi oggetti.
Parlando della giornata mondiale dedicata agli asteroidi, Masi ha spiegato:
“L’Asteroid Day è davvero una manifestazione importante utile a fare il punto, con tutta la comunità, sulle attuali conoscenze nel campo degli asteroidi e del rischio d’impatto”.
Su questo tipo di asteroidi si sanno sempre più cose, ha aggiunto Ettore Perozzi, responsabile delle operazioni presso il Centro coordinamento sui Neo dell’Agenzia Spaziale Europea:
”Basti pensare che dal 1898 al 2000 sono stati scoperti 1000 asteroidi. Negli ultimi anni si viaggia a un ritmo di 1000-2000 l’anno, e negli ultimi due anni, ben 1000 ogni 6 mesi”.
Nonostante i progressi, ce ne sono ancora tantissimi che non sono stati scoperti e molti aspetti importanti da studiare, continua Perozzi:
“Su una popolazione di circa 15mila Neo solo del 15% si sa di cosa sono composti. E sapere se sono di ferro o roccia può fare una bella differenza ai fini di un eventuale impatto sulla Terra”.
Proprio su quest’ultimo aspetto l’Unione Europea ha avviato l’anno scorso il progetto NeoShield. Tanti gli eventi organizzati in tutto il mondo, dal Cile alla Spagna, dagli Usa alla Corea del Sud. In Italia diversi osservatori, planetari e associazioni presenti in Puglia, Emilia Romagna, Sardegna, Lazio, Toscana, Valle d’Aosta e Calabria, hanno raccolto l’invito del Virtual Telescope ad organizzare un proprio evento. Il Virtual Telescope ha inoltre organizzato una diretta streaming alle 21 del 30 giugno, che verrà trasmessa anche sul sito di Ansa Scienza e Tecnica, e una alle ore 1:00 del 1 luglio in inglese, con ospiti importanti, dove sarà possibile osservare dal vivo gli asteroidi di tipo near-Earth.

PAROLA D'ORDINE: MILITARIZZARE TUTTO

Militarizzazione del territorio urbano e sicurezza. Cittadini sotto assedio

GLI EFFETTI DEL CAFFE'

Caffè e caffeina: aiutano la concentrazione o fanno venire l’ansia? Tutto quello che devi sapere

LA RICCA SINISTRA

Contro la “sinistra” elitaria

Fra gli effetti positivi ed imprevisti del referendum sulla Brexit c’è un certo effetto di “cartina di tornasole” che ci rivela quel che pensa effettivamente una certa sinistra, che in Italia possiamo identificare nel Pd e nei suoi alleati.
Ha iniziato un alleato come Monti (quello che Renzi, in un momento di baruffa, si lasciò andare e definì “illuminato”, ecco… appunto) che ha rimproverato Cameron del delitto di lesa maestà per aver dato la parola al popolo con il referendum, un vero “abuso di democrazia” (parole testuali dell’illuminato uomo politico e statista).
Poi ci si è aggiunto anche Giorgio Napolitano, altro illuminato progressista, che ha sentenziato che su argomenti così complessi non si può interpellare il popolo che evidentemente non ha gli strumenti per capire. In effetti la stessa cosa si può dire della Costituzione, del nucleare, del codice penale o civile, della responsabilità dei magistrati, e, in fondo anche divorzio, aborto o, diciamola tutta, anche decidere fra Repubblica e Monarchia non sono temi semplici alla portata del popolo bue. Magari questo lo pensò, nel giugno 1946, Umberto II di Savoia e, si sa, il sangue non è acqua.
Poi è giunto il verbo dell’eccelso storico e politologo Roberto Saviano che, dall’alto dei suoi studi,ha decretato che quelli che hanno votato Brexit sono tutti fascisti e nazisti! E Saviano è una delle teste più lucide dell’intellettualità di sinistra, anche se dovrebbe perdere ancora un po’ di capelli per giungere alla lucidità integrale.
Poi la Melandri ha ritwittato con simpatia la massima di un tale: “Ma perché anziché negare il voto nei primi 18 anni non lo togliamo negli ultimi 18 di vita?”. Giusto, solo che c’è un problema: fissare il termine a quo calcolare i 18 ultimi, visto che la gente si ostina a morire a casaccio nelle età più disparate. Certo, si potrebbe fissare per legge il “fine vita” (e l’evoluzione ideologica del Pd va in questa direzione “giovanilistica”), però non credo converrebbe tanto all’on Giovanna Melandri che, insomma, proprio una ragazzina non è più ma solo una ex bella donna. Potremmo proseguire con gli esempi.
Sta venendo fuori tutta l’anima ferocemente classista, elitaria, antipopolare di questa sinistra dei salotti.
Io appartengo ad un’altra sinistra, che sa perfettamente di dover affrontare le sfide del mondo della globalizzazione, ma che non dimentica il Psi che organizzava le scuole di alfabetizzazione per insegnare agli operai a legge e scrivere per conquistare quel diritto di voto che questi oggi vorrebbero togliere; che non dimentica il “cafone” Peppino Di Vittorio, che un titolo di studio non lo prese mai ma che insegnò ai braccianti a non togliersi il cappello davanti ai “signori” e che a questi intellettuali di “sinistra” avrebbe potuto insegnare molte cose; che non dimentica le scuole delle repubbliche partigiane come quella organizzata nell’Ossola da Gisella Floreanini; non dimentica intellettuali dome Umberto Terracini, Antonio Gramsci, Concetto Marchesi, Vittorio Foa, che erano veri grandi intellettuali (non come questi cialtroni della gauche caviar) che non nutrivano nessuna spocchia intellettuale e la vita l’hanno spesa per emancipare culturalmente, economicamente e politicamente le classi popolari.
La mia sinistra non ignora i problemi dell’oggi, ma non si piega all’idea che la migliore sinistra è … la destra elitaria e classista.
Lo confesso, questa sinistra al chachemire, la sinistra delle terrazze romane , ebbene si, mi fa schifo non solo politicamente, ma più ancora moralmente ed umanamente, perché la “sinistra” neoliberista ed elitaria non esiste: è solo una ignobile truffa. Il Pd? E’ più spregevole della Lega e dell’Ukip, credetemi.
AGORAVOX

IN MANO AD UN ALGORITMO

http://contropiano.org/news/cultura-news/2016/06/30/lalgoritmo-domina-mondo-non-sente-ragioni-081159

COSI' I SITI DI PETIZIONI TI FOTTONO I SOLDI

Così i siti di petizioni online fanno profitti con le firme degli attivisti

Chi aderisce a una campagna non spende nulla, ma le informazioni che rivela valgono un tesoro per molti siti specializzati: i segreti di un business

30/06/2016
TORINO  LA STAMPA
Firmare una petizione online non costa nulla ma ogni firma è un’informazione sui nostri interessi, i temi che ci stanno a cuore. Sono dati sensibili con cui si possono fare profitti attraverso la pubblicità. Un po’ come per Facebook e Google, solo che in questo caso nessuno ne parla e nessuno si scandalizza. 

Tra i siti di petizioni, il più grande è Change.org, presente in 196 Paesi e con 5,6 milioni di utenti solo in Italia. Negli anni ha promosso campagne importanti, come quelle per il reato di omicidio stradale e la legge sul “dopo di noi” per i genitori con figli disabili. Non tutti sanno, però, che Change.org non è un’organizzazione senza fini di lucro. Quello che vediamo sul sito fa pensare a una non profit ma si tratta di una B-corporation, un tipo di azienda che fa utili pur avendo un fine sociale. Con un’ambiguità di fondo: oltre all’uso del dominio “.org”, nato per distinguere le organizzazioni senza fini di lucro dalle aziende, Change.org invita gli utenti a fare delle “donazioni”. Queste non servono a sostenere le chi si appoggia alla piattaforma, ma sono pagamenti per un vero e proprio servizio. «Più donerai, più persone vedranno questa campagna», recita l’invito: i soldi servono a promuovere la petizione mostrandola «a potenziali firmatari». Una volta si volantinava, ora si paga da 3 a 50 euro con carta di credito.  
Il modello di business di Change.org è presto detto: «Offriamo un servizio di lead generation» spiega la responsabile italian, Elisa Finocchiaro. «Quando un utente firma una petizione gli mostriamo degli annunci a pagamento in cui si chiede ai firmatari di dare il proprio contatto a un’organizzazione». È l’utente a scegliere: «Noi non vendiamo il dato dell’utente ma lo spazio per l’inserzione». E soprattutto, non c’è nessun fine di tipo commerciale: «Lo scopo deve essere sempre quello del sociale». Almeno in Italia.  

Sul sito della società, nella versione statunitense, vengono raccolti alcuni casi scuola per presentare il servizio di sponsorizzazione delle petizioni. Tra chi ne ha fatto uso non ci sono solo organizzazioni benefiche, ma anche politici e aziende. Tra queste il vettore Virgin America, che ha usato la piattaforma per ottenere due gate nell’aeroporto di Dallas-Love. L’azienda è riuscita a mobilitare 27 mila cittadini col fine dichiarato di evitare che lo scalo fosse controllato da un’unica compagnia aerea. Ma il ritorno economico è evidente. 


 
Scorrendo le petizioni pubblicate in Italia, invece, si incontra qualche caso limite; dalla campagna di AssoBirra per ridurre le accise sugli alcolici, a quella per rimuovere il vincolo d’uso di un solo buono pasto al giorno, lanciata da un dipendente di un’azienda che sviluppa tecnologie per pagamenti elettronici.  

Change.org è solo una delle realtà di questo mondo. Un addetto ai lavori, che chiede di restare anonimo, racconta che in Italia «ci sono altri siti che, senza farsi troppi scrupoli, vendono pacchetti di dati degli utenti per fini commerciali». Per farsi un’idea basta iscriversi e leggere bene i consensi informati al trattamento dei dati personali.  

Tra le piattaforme che abbiamo provato c’è Firmiamo.it, che fa capo a una società londinese con un network di siti in Russia, Regno Unito, Francia, Spagna e Stati Uniti. I gestori invitano gli utenti a sostenere economicamente le attività con una donazione, ma per firmare una petizione si è obbligati ad autorizzare la cessione dei dati a «partner e soggetti terzi operanti nei settori servizi, editoriale, energia, telefonia, turistico, comunicazione, entertainment, finanziario, assicurativo, automobilistico, largo consumo». Tutto lecito, ma il sociale sfuma in lontananza. 
È l’altra faccia dello «slacktivism», l’attivismo da tastiera che con un clic ci fa credere di aver fatto la differenza. A volte può essere così, ma quanti firmatari sanno che stanno finanziando un’azienda privata? 


Attivismo da tastiera: quando il mondo (non) cambia con un clic  
Contro lo sfruttamento dei minori o per ottenere la verità sulla morte di Giulio Regeni si può firmare dal divano di casa e ci vuole così poco tempo che qualcuno dubita che possa essere tanto semplice. Già, che impatto ha una petizione online? Stando a Change.org, sono più di 500 le campagne chiuse con successo. Sul sito è possibile consultare l’elenco completo: ce ne sono 380 ma la società assicura che è un problema di archiviazione di quelle più vecchie.  

Non esiste un numero minimo di firme per vincere: «Le petizioni - spiega lo staff del sito - servono per segnalare al destinatario che c’è una base più o meno ampia di cittadini che hanno a cuore un tema». Abbiamo chiesto a Change.org i dati sul numero di firme raccolte in media dalle petizioni elencate nella sezione “Vittorie”. La risposta della società è che questo tipo di dato non è importante: quello che conta è il risultato. L’informazione, però, si può ottenere spulciando il sito: in media sono 40 mila le firme raccolte da una petizione che va a buon fine. Ma il numero nudo e crudo va contestualizzato: solo il 20 per cento delle petizioni raggiunge questa quota di firme, mentre il 37,8 non arriva neanche a mille sottoscrizioni. Guardando nello specifico i dati delle singole campagne vincenti, si scopre che ce ne sono alcune in cui i firmatari sono meno di dieci, fino al paradosso della petizione per chiedere la rimozione dei posteggi auto dal Vittoriale. Firme raccolte: quattro. Il record di sottoscrizioni è per la campagna «Giustizia per Cecil, il leone simbolo ucciso da un cacciatore di trofei in Zimbabwe!»: è stata firmata da oltre 1 milione e 300 mila utenti. Ma anche in questo caso il risultato è dubbio: gli attivisti hanno ottenuto l’inserimento, da parte degli Stati Uniti, di due sottospecie di leone in una lista di animali in via d’estinzione. Decisamente al di sotto delle richieste, anche perché la questione era già oggetto di valutazione da parte dell’agenzia americana che si occupa della tutela degli animali.  

È difficile pensare che quattro firme abbiano avuto impatto, e anche più di un milione non sono una garanzia. Ma la narrazione della vittoria è galvanizzante, alimenta l’impressione che quel clic faccia la differenza. E dichiarare centinaia di successi è un incentivo per chi si appoggia alla piattaforma pagando per promuovere le proprie campagne.  

SUBITO SU GOOGLE I TESTI DELLE CANZONI

Google mostra direttamente i testi delle canzoni

La nuova funzione del motore di ricerca semina il panico tra i siti specializzati

30/06/2016
Da lunedì 27 giugno, Google ha iniziato a mostrare i testi delle canzoni direttamente all’interno del motore di ricerca. La funzione è da oggi disponibile anche in Italia: andando su Google.it e aggiungendo la parola “testo” al titolo della canzone, le strofe appariranno in un box in cima ai risultati. 

Il nuovo strumento è stato reso possibile da un accordo, annunciato da Billboard, tra Google e la società specializzata LyricFind, fondata già nel 2004. Sul motore di ricerca, comunque, appare solo una parte del testo: per poterlo vedere integralmente è necessario cliccare su un link che rimanda a Google Play, dove sarà anche possibile acquistare la canzone o ascoltarla in streaming. 

Google, quindi, sfrutterà le tantissime ricerche di questo tipo fatte dagli utenti per espandere il suo mercato nella musica digitale. Come già avvenuto con le previsioni meteo o con i risultati delle partite , quindi, non sarà più necessario cliccare sui link di altri siti, visto che le informazioni saranno fornite direttamente da Google. 

La novità semina il panico tra i tanti siti specializzati proprio nel fornire i testi delle canzoni, che rischiano di perdere una grossa percentuale di visitatori. Allo stesso tempo, la nuova funzione di Google potrebbe fare la gioia del mercato musicale (già in ripresa nel 2015 ): a differenza di molte testate, che pubblicano i testi illegalmente, LyricFind ha stretto partnership con oltre 4mila case discografiche per utilizzare i testi delle canzoni in maniera legale. Secondo il capo di LyricFind, Darryl Ballantyne, grazie a questo accordo “le case discografiche guadagneranno milioni di dollari in più”. 

PORCO INZOLI!

Don Inzoli, quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori

Don Inzoli, quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori

Il procuratore capo di Cremona Roberto di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione. Otto gli episodi di violenza sessuali contestati al prete ridotto allo stato laicale. Polemica sulla rogatoria negata alla procura.
Quattro anni e nove mesi per ‘don Mercedes’. E il divieto di recarsi in luoghi frequentati da minori. E’ la condanna, arrivata nel primo pomeriggio, inflitta a don Mauro Inzoli, sacerdote e capo spirituale di Comunione e Liberazione, accusato di abusi su minorenni con l’aggravante dell’abuso di autorità. La decisione del giudice Letizia Platè è avvenuta in sede di udienza preliminare essendo stato, don Inzoli, processato con rito abbreviato.
Il procuratore capo di Cremona Roberto di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione. Otto gli episodi di violenza sessualicontestati al prete, sempre assente alle udienze durante il processo. Il sacerdote, difeso dai legali Nerio Diodà e Corrado Limentani (foro di Milano), aveva già risarcito cinque minori con la somma di 25 mila euro a testa. Gli abusi, secondo l’accusa, sono stati commessi tra il 2004 e il 2008 non solo nell’ufficio del religioso ma anche nei luoghi di villeggiatura durante le vacanze estive. Tra le persone offese figura un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva solo 12 anni. Le altre vittime avevano tra i 13 e i 16 anni. L’aggravante dell’abuso di autorità si deve ai ruoli ricoperti da don Inzoli: a Crema, rettore del liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità.
Contro don Inzoli era già intervenuta la Santa sede, sotto Benedetto XVI,punendolo con lariduzione allo stato laicale. Francesco, in seguito, ammorbidì la sanzione e invitò il prete a condurre una vita di “preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”. Ma ‘don Mercedes’ si era recato, nel gennaio del 2015, al convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione a Milano. In prima fila, in sala, Roberto Maroni; poco dietro don Inzoli, immortalato dai fotografi.
Duro il commento del procuratore di Martino nei confronti la Santa Sede per il diniego alla richiesta di rogatoria avanzata a suo tempo dalla procura. “Nonostante la Santa Sede non si sia prodigata nella consegna degli atti, sono contento che si sia giunti all’accertamento della verità. Se ci fosse stata più collaborazione, avremmo potuto sentire anche qualcun altro e in questo modo nelle testimonianze ci sarebbe stata una maggiore diversificazione”.
“La giustizia italiana ha fatto il suo corso”, ha commentato inveceFranco Bordo, parlamentare di Sinistra Italiana, che due anni fa sollevò la questione con un esposto dal quale prese il via la vicenda giudiziaria. “Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione da parte del Vaticano, in questo caso si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati. Dopo questa sentenza rimangono la vicinanza al dolore delle vittimee tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune di esse non avrebbero subito quella terribile

QUESTO PRETE SCHIFOSO DEVE RESTARE IN CARCERE!

Il prete chiede la libertà, per la Procura deve restare in carcere

BRINDISI – Per la procura l’unica misura cautelare idonea è la custodia in carcere. La difesa invece sostiene l’innocenza, affermata personalmente nell’interrogatorio di garanzia, dell’ex parroco di Bozzano, Francesco Caramia. È per questo che ha chiesto l’annullamento dell’ordinanza o in subordine la concessione dei domiciliari. Ieri mattina si è discusso il ricorso formulato dall’avvocato del sacerdote, Giancarlo Camassa. Il Tribunale del Riesame si è riservato di decidere: il verdetto sarà noto nelle prossime ore.
 
Caramia risponde di violenza sessuale su un minore: un ragazzino che all’epoca dei fatti contestati, avvenuti tra il 2008 e il 2009, aveva 8 anni e che oggi, adolescente, ha raccontato per filo e per segno i presunti abusi nel corso di un incidente probatorio. Le indagini sono state condotte dai carabinieri della compagnia di Brindisi, al comando del capitano Luca Morrone e sono partite dalla denuncia di un pediatra che aveva raccolto il primo sfogo dell’ex chierichetto che, passato del tempo, aveva confidato di aver subito atti sessuali compiuti da un religioso.
“I ricordi più brutti sono tipo quando lui comunque dopo un po’ di tempo mi incominciava a maltrattare. Nel senso che comunque gli dicevo, per favore lasciami stare, sono un bambino, perché? Lui mi ha cominciato a dare tue o tre schiaffi qualche volta. Poi ha smesso” è la narrazione resa dal ragazzino durante l’incidente probatorio affrontato dinanzi al giudice per le indagini preliminari Maurizio Saso e di fronte allo stesso Caramia, che ha scelto come consulente di parte la criminologa Roberta Bruzzone. Gli episodi si sarebbero verificati in chiesa, quasi sempre dopo le 18, finito il catechismo. Con cadenza bisettimanale. Qualche volta, stando alla ricostruzione della presunta vittima, il chierichetto sarebbe riuscito a evitare gli incontri trovando una scusa.
“Lo capivo che non era una cosa per bambini – ha spiegato – mi immaginavo che non era una cosa per bambini. Gli dicevo sei grande, lasciami stare”. E poi: “Sì qualche volta piangevo. Diciamo, le prime volte non tanto, rimanevo totalmente bloccato lì, cioè mi muoveva come una bambolina. Però a volte piangevo, diciamo, non urlavo. Piangevo, perché sapevo che se urlavo chissà cosa mi poteva succedere. Quindi ho detto piangi e non urlare”.
Per il pm Milto De Nozza, che ha coordinato l’inchiesta, il prete sarebbe “propenso a sentimenti di rabbia e vendetta, dedito a utilizzare con inquietante naturalezza un linguaggio nettamente offensivo e blasfemo”. E poi ancora: “Un uomo egoista, menefreghista, dal fare truffaldino, dalla personalità inequivocabilmente scaltra, insincera e disubbidiente”.
Tutto ciò avrebbe avuto conferma dal comportamento tenuto da don Caramia il giorno successivo alla perquisizione dell’11 dicembre 2015.
L’indagato avrebbe “impartito l’ordine” di far sparire due computer che i carabinieri non avevano prelevato. Ammette, rimarca l’accusa, che da un controllo del suo smartphone sarebbe potuto emergere il collegamento a siti porno. Esclude categoricamente che ci potessero essere contenuti pedopornografici.
Infine la reazione, il tentativo di “screditare” agli occhi del resto del mondo il ragazzino che aveva raccontato le presunte molestie sessuali, a documentare l’indole “vendicativa” del religioso: “A me interessa che esca il nome del ragazzo perché poi, poi lo devono prendere di mira.. siccome i ragazzi miei lo conoscono”. E poi ancora: “Se loro lo sanno, sui giornali può uscire appuntato ma poi gira la voce”.
http://www.quotidianodipuglia.it/brindisi/il_prete_chiede_la_liberta_per_la_procura_deve_restare_in_carcere-1824696.html