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sabato 30 luglio 2016

CHINNICI CHE INVENTO' IL POOL ANTIMAFIA

Rocco Chinnici, il “giudice buono” che inventò il pool antimafia

ARTICOLOTRE
chinnici-G.C.- Era la prima volta che l'Italia aveva a che fare con un'autobomba: una Fiat 126, verde. Ferma in via Pipitone, a Palermo. Nessuno poteva sapere che sarebbe esplosa da un momento all'altro, neanche lui,Rocco Chinnici, il "papà" del pool antimafia, il "giudice buono".
Chinnici era buono, era onesto. Era un magistrato dalla schiena dritta. Era uno dei pochi che, in quegli anni in cui la mafia veniva spesso e volentieri negata, aveva avuto il coraggio di schierarsi apertamente contro Cosa Nostra. Un affronto che gli costò la vita: il 29 luglio dell'83, esattamente 33 anni fa, fu ammazzato, dilaniato dal tritolo, assieme a due uomini della sua scorta, Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta e il portiere dello stabile in cui abitava, Stefano Li Sacchi.
"Io non ho paura della morte e, anche se cammino con la scorta, so benissimo che possono colpirmi in ogni momento. Spero che, se dovesse accadere, non succeda nulla agli uomini della mia scorta", aveva dichiarato qualche tempo prima, durante un'intervista. Parole che, rilette a decenni di distanza, appaiono come tragiche previsioni.
"Per un Magistrato come me è normale considerarsi nel mirino delle cosche mafiose. Ma questo non impedisce né a me né agli altri giudici di continuare a lavorare", continuava in quell'intervista. Aveva, come ricordò successivamente Borsellino, "la religione del lavoro". La sua necessità di giustizia non era un mestiere, ma una missione. Un credo, da anteporre a tutto. Anche al sacrificio, anche alla morte.
Sapeva che i magistrati antimafia erano tra coloro che rischiavano maggiormente. Per questo aveva ideato il "pool": una squadra di giudici, i quali si dovevano occupare esclusivamente dei processi sulla criminalità organizzata, scambiandosi e confrontando le proprie informazioni. In questo modo, le inchieste venivano rese più sicure e, nel caso in cui uno dei magistrati venisse costretto -anche attraverso la morte- a non seguirle più, gli altri potevano proseguire il  lavoro senza mettere a repentaglio tutte le indagini, senza che sprofondassero nell'oblio.
Fu un'arma dalla potenza incredibile: il "metodo Chinnici" rese vulnerabile Cosa Nostra e l'uomo divenne un bersaglio da eliminare. In maniera eclatante: nessuno doveva porsi contro l'organizzazione. Ma l'effetto conseguito fu l'opposto di quello auspicato dalla mafia: all'indomani dell'attentato, tutt'Italia venne pervasa da un senso di feroce rabbia nei confronti della criminalità organizzata. La mafia s'era palesata e, con essa, anche l'antimafia civile. Una situazione che andava a stemperare così le frustrazioni di quegli uomini in divisa che, subito dopo la morte del giudice, avevano denunciato la loro condizione di isolati, di individui abbandonati dalle istituzioni. “Siamo in guerra ma per lo Stato e le autorità di questa città, di questa regione, è come se non succedesse mai niente… ",aveva scritto un anonimo carabiniere su L'Ora. "I mafiosi sparano con mitra e tritolo. Noi rispondiamo con parole. Loro sono migliaia. Noi poche centinaia.”
Parole che risvegliarono le coscienze. I cittadini onesti non poterono fare a meno di prender parte alla battaglia contro la criminalità organizzata; esultarono, quando il pool nacque ufficialmente, sotto la guida di Antonio Caponnetto. Una squadra formata da magistrati eroi come Falcone e Borsellino, senza dimenticare Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.
Furono loro, assieme, a smascherare la Cupola e portarla a processo, nell'86. Grazie al loro impegno e la loro fame di verità e di giustizia, Cosa Nostra subì uno dei colpi più duri da sempre. Ma anche grazie al magistrato Chinnici, che 33 anni dopo, continua ad essere uno degli esempi migliori dell'Italia degli onesti e dei buoni. Dei liberi.

RIO: LA GARA DELLA VITA PER I RIFUGIATI

Rio. Per i rifugiati è la gara della vita

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rifugiati-Redazione- "Partecipare a un'Olimpiade è un'opportunità di mostrare che i rifugiati in tutto il mondo sono persone che, prima di fuggire, avevano una vita, una storia e un lavoro. La nostra presenza può essere una forma di cambiare il modo in cui siamo visti".
 A Rio è il giorno della rappresentativa dei Rifugiati, e proprio oggi all'aeroporto Tom Jobim ne arrivano otto: cinque atleti originari del Sudan del Sud, un maratoneta dell'Etiopia e due judoka della Repubblica Democratica del Congo. Il resto della squadra, i due nuotatori siriani Yusra Mardini, 18 anni, e Rami Anis, 25, sono nella Città Meravigliosa da martedì scorso, si trovano quindi anche già al villaggio e dalla zona internazionale della struttura raccontano le loro sensazioni e l'emozione che provano con l'avvicinarsi dell'inizio dei Giochi.
 Parla quasi solo la ragazza, che spera tramite la sua presenza nella gara dei 200 stile libero di riuscire a fare in modo che i rifugiati vengano d'ora in poi visti in modo diverso. Yusra, che faceva parte della nazionale siriana di nuoto fin dal 2012, è una sorta d'eroina, fuggita poco più di un anno fa dalla guerra civile che ha devastato il suo paese e arrivata sull'isola greca di Lesbo a nuoto, spingendo insieme alla sorella Sarah, anche lei nuotatrice, e ad altri due ragazzi il gommone, strapieno di persone, sul quale si trovavano fino a poco prima e che si stava per ribaltare in mare.
Il loro gesto salvò delle vite umane, ma lei non ne fa un vanto ("non avevo paura di morire, sapevo che a me e mia sorella non sarebbe successo niente, grazie al nuoto – racconta – e se non fossi riuscita a salvare quelle persone non me lo sarei mai perdonato. In Siria, oltre ad allenarmi con la nazionale, lavoravo in una piscina come bagnina"), e ora pensa all'Olimpiade carioca, in cui l'obiettivo primario sarà quello di "divertirmi, perché non credo di poter andare oltre le semifinali.
Ad un'eventuale medaglia penserò a Tokyo 2020, Rio è invece l'occasione di ricominciare la mia vita da atleta. Ciò che desidero è soprattutto avere un futuro". Intanto, dopo essersi stabilita in Germania dove l'allena coach Swen Spannekrebs dello Spandau Berlino, ha tagliato un traguardo che ormai, con la guerra, le devastazioni e i morti che ha visto, le sembrava irraggiungibile.
"Se ripenso al mio ultimo anno quasi non ci posso credere – dice questa ragazza molto più matura dei suoi 18 anni -. Dalla sofferenza sono passata alla piscina di queste Olimpiadi e mi sembra incredibile. Ora qui a Rio sogno di poter incontrare Michael Phelps e Ryan Lochte e di avere il tempo di visitare quella statua…il Cristo (del Corcovado n.d.r.)". "Spero che il mio esempio faccia capire che bisogna sempre guardare avanti – continua la nuotatrice del team dei Rifugiati, che indossa tuta e polo con l'emblema dei cinque cerchi -, e che non è la fine del mondo se nella vita ti trovi a dover fare fronte a dei problemi. A quel punto, devi ritrovare la forza che hai perso, e cercare di raggiungere i tuoi obiettivi, anche se a volte mi sembra che la guerra in Siria non finirà mai".

30 ANNI DI PROIBIZIONISMO SUL CORPO DI PELLEGRINI: CIOE'?

Trent’anni di proibizionismo sul corpo di Fabrizio Pellegrini

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Ma di cosa parliamo quando parliamo di legalizzazione della cannabis? Certo, le questioni in campo sono tante, gli approcci molteplici e le evidenze scientifiche – di natura giuridica, sanitaria esociale – che
motivano una normativa antiproibizionista risultano davvero incontrovertibili. Ma, poi, c’è la vita vissuta, l’esperienza della fatica e del dolore, e ci sono esigenze, urgenze che premono. Dunque, la libertà di autodeterminazione dell’individuo, la regolamentazione di mercati oggi tanto più pericolosi perché illegali, e la salute pubblica: ma, forse prima di tutto, c’è Fabrizio Pellegrini, recluso in una cella del carcere di Chieti.
Questa è la sua storia, che riassume tragicamente l’eredità di contraddizioni lasciateci da decenni di politiche proibizioniste. Pellegrini è un pianista di 47 anni, malato di fibromialgia, che si trova in carcere da oltre un mese per aver coltivato alcune piante di cannabis nel suo appartamento.
La patologia da cui il suo corpo è affetto è connotata da una sofferenza cronica del sistema immunitario, che negli stadi avanzati, porta all’erosione di tutte le articolazioni, con un dolore incessante, e la conseguente impossibilità di trovare una qualche forma di riposo: «Alcune volte passo interi giorni disteso sul pavimento, anche l’esile peso del mio corpo è insopportabile per la mia colonna vertebrale».
Quasi per caso, alcuni anni fa, Pellegrini si accorge che l’assunzione di cannabis gli consente di recuperare una maggiore mobilità e un po’ di sonno. Ma rivolgersi al mercato illegale vorrebbe dire avere un prodotto di pessima qualità e oltretutto assai costoso.
Così Pellegrini comincia a coltivare alcune piante sul suo balcone, dando luogo a una micidiale sequenza di arresti, perquisizioni, reclusioni, procedimenti giudiziari. Ma nonostante le difficoltà e le umiliazioni, il dolore è troppo forte e non appena libero Pellegrini ricomincia a coltivare le sue piante.
Uno spiraglio di speranza si apre quando incontra un medico che comprende la sua situazione e gli prescrive della canapa terapeutica.
Ma non appena si reca a ritirare il farmaco si accorge che i suoi problemi non sono finiti: per un mese di terapia il costo è di 500 euro: denaro che non ha, e che deve raccogliere attraverso una colletta tra amici. Ma, successivamente, non riesce più a sostenere la spesa. E torna alla coltivazione domestica. E ciò in un paese dove il thc, il principio attivo della cannabis, è stato ammesso in terapia sin dal 2007, e in una regione, l’Abruzzo, che dispone della più avanzata legge regionale in materia. Legge che prevede una formazione specifica per il personale sanitario, e che istituisce un fondo annuo di 50 mila euro per porre a carico del servizio sanitario regionale la cannabis dei pazienti abruzzesi.
Ma, ciò nonostante, macchinosità burocratiche e limiti rigidissimi, costi insostenibili e resistenze culturali, rendono i farmaci a base di cannabinoidi tutt’altro che agevolmente accessibili a chi ne abbia documentata necessità.
Ecco, i legislatori dovrebbero sempre considerare che le norme che vanno ad approvare, o che vanno ad abrogare, si incarnano poi nella vita sociale e nei corpi delle persone in carne e ossa. Per esempio in quella di Fabrizio Pellegrini che aspetta disteso sul pavimento di una cella del carcere di Chieti.

E' IMPORTANTE ESERCITARE LA MEMORIA

Esercitare memoria, mica commemorarla – Left

Il 29 luglio di trentatré anni fa moriva Chinnici e a rileggerlo sembra che stia parlando oggi. Bisognerebbe cambiare le commemorazioni, forse, smettendo di commemorare la memoria e iniziare ad esercitarla; così potremmo rispettarli, i morti.
«[…] sono i giovani che dovranno prendere domani in pugno le sorti della società, ed è quindi giusto che abbiano le idee chiare. Quando io parlo ai giovani della necessità di lottare la droga, praticamente indico uno dei mezzi più potenti per combattere la mafia. In questo tempo storico infatti il mercato della droga costituisce senza dubbio lo strumento di potere e guadagno più importante. Nella sola Palermo c’è un fatturato di droga di almeno quattrocento milioni al giorno, a Roma e Milano addirittura di tre o quattro miliardi. Siamo in presenza di una immane ricchezza criminale che è rivolta soprattutto contro i giovani, contro la vita, la coscienza, la salute dei giovani.
Il rifiuto della droga costituisce l’arma più potente dei giovani contro la mafia.
»
Sono le parole di Rocco Chinnici intervistato da Pippo Fava. Era il 1983 e Chinnici sarebbe morto da lì a poco, con una Fiat 126 imbottita da 75 chili di tritolo sotto casa sua. Il 29 luglio di trentatré anni fa moriva Chinnici e a rileggerlo oggi sembra che stia parlando oggi.
«La mafia è stata sempre reazione, conservazione, difesa e quindi accumulazione della ricchezza. Prima era il feudo da difendere, ora sono i grandi appalti pubblici, i mercati più opulenti, i contrabbandi che percorrono il mondo e amministrano migliaia di miliardi. La mafia è dunque tragica, forsennata, crudele vocazione alla ricchezza. […] La mafia stessa è un modo di fare politica mediante la violenza, è fatale quindi che cerchi una complicità, un riscontro, una alleanza con la politica pura, cioè praticamente con il potere. Se lei mi vuole chiedere come questo rapporto di complicità si concreti, con quali uomini del potere, con quali forme di alleanza criminale, non posso certo scendere nel dettaglio. Sarebbe come riferire della intenzione o della direzione di indagini.»
Io non so se capita anche a voi ma quando è l’anniversario di qualche vittima di mafia mi prende un sentimento di sconforto: se le analisi di qualche decennio fa sono plausibili anche rapportate al nostro presente significa che la strada da percorrere è lunghissima e che le loro idee sono rimaste sotto traccia. Bisognerebbe cambiare le commemorazioni, forse, smettendo di commemorare la memoria e iniziare ad esercitarla; così potremmo rispettarli, i morti.
Buon venerdì.

MASSACRO IN SIRIA

La guerra c’é – Un milione via da Mosul. Raid su una clinica in Siria – il manifesto

Allarme della Croce Rossa a Mosul in Iraq: «Un milione di persone fuggiranno dalla battaglia finale tra Stato Islamico e Baghdad». La Siria non viene risparmiata da nessuno: 2 civili morti in raid del governo su una clinica di Save The Children, 24 giustiziati dall’Isis e 28 massacrati dalle bombe Usa
Il 10 e l’11 giugno di due anni fa i media di tutto il mondo mostrarono immagini di una dolorosa drammaticità: centinaia di migliaia di persone sotto il sole cocente scappavano da Mosul, seconda città irachena, occupata in 24 ore dallo Stato Islamico.
Mentre le prime bandiere nere preannunciavano anni di barbarie, si fuggiva come si poteva: file interminabili di auto dirette nel Kurdistan iracheno; famiglie a piedi con addosso solo i vestiti e qualche borsa con gli effetti personali più cari; anziani e bambini sulla schiena di un asino. Alla fine se ne contarono mezzo milione, mezzo milione di sfollati interni nell’arco di due giorni.
Ne seguirono tanti altri, oggi Mosul non è più la ricca città che era nel 2014. Ha perso il suo mercato e la sua industria e buona parte delle sue confessioni: di cristiani non ce n’è quasi più l’ombra. Ora a due anni di distanza torna a risuonare lo stesso inquietante allarme: un milione di iracheni lascerà Mosul con l’intensificarsi dello scontro tra esercito governativo e islamisti.
I dati li dà la Croce Rossa, in vista dell’annunciata battaglia finale. «Fino ad un milione di persone potrebbero essere costrette a lasciare le proprie case nelle prossime settimane», si legge nel comunicato. E la situazione è già al collasso: sono oltre 3 milioni gli sfollati interni, altri 10 quelli che nelle zone d’origine necessitano di assistenza.
A leggere un simile numero la prima domanda che viene da porsi è dove tutte queste persone dovrebbero andare. Dove dovrebbero cercare rifugio? Le porte sono sbarrate. Baghdad da mesi non fa più entrare sunniti di Anbar e Ninawa per il timore che tra loro si nascondano islamisti, ma anche per evitare uno stravolgimento della settaria bilancia demografica.
Il Kurdistan iracheno ha scelto la stessa comoda via: dallo scorso anno, dopo aver accolto oltre due milioni di persone tra sfollati iracheni e profughi siriani, passare i confini controllati dai peshmerga è diventata un’impresa. Alla base sta l’iqama, ci spiegavano a novembre sfollati da Qaraqosh e Sinjar nei campi profughi della capitale kurda: «L’iqama è un permesso di residenza rilasciato dalle autorità di Erbil – diceva al manifesto Mohamed, palestinese di origine, rifugiato per la seconda volta – sulla base della garanzia presentata da uno sponsor kurdo. Solo con l’iqama puoi lavorare, muoverti liberamente, accedere ai servizi. In genere la ottengono altri kurdi e i cristiani, grazie alla chiesa locale. Per un sunnita come me è quasi impossibile».
Mohamed era riuscito a infilarsi dentro prima della politica delle porte aperte a metà: ora le sole chiavi che le fanno scattare sono etniche e confessionali. A dimostrazione che l’Isis ha annaffiato il terreno giusto per spezzettare l’Iraq. Mosul ne è lo specchio: mentre le organizzazioni umanitarie si preparano all’ennesimo flusso di disperati, nelle stanze dei bottoni di Baghdad e Erbil si organizza la controffensiva.
Nessuno vuole mancare l’appuntamento con una città che definirà l’Iraq che sarà. Il governo centrale opera su due fronti: l’inclusione delle milizie sciite e l’esclusione dei peshmerga. Nei giorni scorsi il premier al-Abadi ha ordinato l’ingresso delle milizie sciite (accusate di abusi contro le comunità sunnite liberate) nell’esercito regolare, sotto la propria diretta autorità. Un modo per tenerle a bada – e controllare meglio anche le influenze iraniane – e allo stesso tempo gestire in modo più efficace la battaglia finale. Resta da vedere quanto certe milizie, come le potenti Badr, stiano a sentire gli ordini del premier.
Sul versante kurdo, il governo centrale ha cancellato all’ultimo minuto un meeting previsto per il 22 luglio con rappresentanti di Erbil per discutere la controffensiva. Una marginalizzazione che, si dice a Baghdad, è figlia dell’incontro che il presidente kurdo Barzani ha avuto con gli Stati Uniti il 12, nel quale ha strappato 415 milioni di dollari in aiuti militari a Washington in vista proprio di Mosul. Giravolte di alleanze e antagonismi: al ministro degli Esteri iracheno Obeidi («Non faremo avvicinare i peshmerga a Mosul») risponde Erbil con un secco «Non lasceremo le aree liberate a Ninawa».
Dinamiche simili si registrano nella vicina Siria, dove a prevalere non è l’unità interna contro il nemico Isis ma le avverse ambizioni politiche. Così, ieri, mentre lo Stato Islamico giustiziava 24 persone nel villaggio settentrionale di Buyir, strappato ai kurdi di Rojava, nella provincia di Idlib raid aerei (forse russi o governativi) colpivano l’ennesimo ospedale: la denuncia arriva da Save the Children, organizzazione responsabile della clinica di maternità bombardata nel villaggio di Kafer Takhareem.
Un bilancio chiaro ancora non c’è, di certo sarebbero due i morti e tre i feriti. La clinica era l’unica di questo tipo nell’arco di 100 chilometri e garantiva assistenza a 1.300 persone al mese, tra donne e neonati.
Una settimana fa erano state cinque le cliniche danneggiate da un bombardamento di Damasco: una era stata colpita direttamente, le altre avevano subito danni da raid nelle zone vicine. Tra le vittime un neonato. Si muore anche di coalizione: giovedì notte raid Usa hanno ucciso, secondo fonti locali, 28 civili nella cittadina di al-Ghandour, vicino Manbij.
Sorgente: il manifesto

OCCHIO ALLA TRUFFA SU WHATSAPP

Attenti alla truffa su WhatsApp. La polizia: «Non aprite quel link»

Ancora una volta la pagina Facebook della Polizia di Stato ‘Una vita da social‘ segnala una truffa che viene effettuata attraverso WhatsApp. Sullo schermo dello smartphone compare un messaggio, inviato tramite il diffuso servizio di messaggistica online. Nel testo si annuncia che in seguito a problemi, per ripristinare il proprio account, bisogna cliccare su un link sottostante.
La Polizia raccomanda di non aprire assolutamente il link perché può creare seri danni al telefono, anche bruciare la scheda madre e causare l’irrecuperabilità dei dati. Ecco il post della Polizia:
una vita da social

IL DOCENTE DEI SALESIANI PATTEGGIA PER PEDOFILIA

Pedofilia, ex docente dei salesiani patteggia due anni  Nel 2015 era stato sorpreso in auto con due ragazzi

Pedofilia, ex docente dei salesiani patteggia due anni Nel 2015 era stato sorpreso in auto con due ragazzi

Carmelo Pergolizzi è stato condannato a due anni dalla giudice per l’udienza preliminare Flavia Panzano. L’ex professore di educazione fisica dell’istituto di via Cifali era stato trovato in compagnia di un ventenne e di un minorenne. Il primo dei due era accusato di induzione alla prostituzione.
Si chiude con un patteggiamento a due anni – con pena sospesa – la vicenda del professore dei salesiani arrestato per pedofiliaCarmelo Pergolizzi, assistito dall’avvocato Marco Falcone, era stato sorpreso dentro una macchina insieme a due ragazzi. A scoprirlo i carabinieri vicino a Misterbianco, a ottobre dello scorso anno. L’uomo si trovava insieme a due ragazzi: un ventenne e un minorenne. Il primo dei due, anch’egli finito agli arresti accusato di induzione alla prostituzione, ha scelto il rito abbreviato.
Per l’ex docente la strada giudiziaria è stata quella più breve con l’applicazione di una pena per prostituzione minorile su accordo delle parti, espediente che gli ha evitato un lungo processo. La decisione, come riportato dal quotidiano La Sicilia, è stata presa dalla giudice per l’udienza preliminare Flavia Panzano. Nel passato dell’uomo c’è il ruolo di professore dell’istituto salesiano di via Cifali, a Catania, quello di delegato provinciale della Federazione Italian giuoco calcio e del Comitato olimpico nazionale italiano. Una figura nota in città da sempre accanto ai giovani.
http://catania.meridionews.it/articolo/45812/pedofilia-ex-docente-dei-salesiani-patteggia-due-anni-nel-2015-era-stato-sorpreso-in-auto-con-due-ragazzi/

TURCHIA: LA NATO DIETRO IL GOLPE

http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/07/29/turchia-regime-accusa-nato-082121

LULA A PROCESSO PER FONDI NERI AL PARTITO

Brasile, l’ex presidente Lula rinviato a giudizio: “Ha ostruito le indagini sullo scandalo dei fondi neri al partito”

Brasile, l’ex presidente Lula rinviato a giudizio: “Ha ostruito le indagini sullo scandalo dei fondi neri al partito”
Mondo

La decisione dei giudici sull'ex presidente a pochi giorni dall'inizio delle Olimpiadi. Ora l'attesa è per conoscere il destino giudiziario del capo di Stato in carica, Dilma Rousseff, sospesa perché sottoposta a impeachment
Alla fine il processo arriverà. L’ex presidente del Brasile Luiz Inacio Lula da Silva è stato rinviato a giudizio dalla magistratura per “tentata ostruzione” dell’inchiesta sul grande scandalo dei fondi neri versati da Petrobras ai vertici del Partito dei lavoratori, il partito di sinistra fondato proprio da lui. Insieme a Lula saranno processate altre sei persone (politici, imprenditori e banchieri), fra i quali l’ex numero uno di Btg, André Esteves. Tutti sono accusati di aver cercato di comprare il silenzio dell’ex direttore del colosso petrolifero statale, Nestor Cerverò, che nel frattempo è divenuto collaboratore di giustizia.
La politica nazionale torna dunque in primissimo piano nel Paese sudamericano, che tra una settimana darà il via alle Olimpiadi a Rio de Janeiro, in attesa di conoscere anche il destino del suo capo di Stato in carica, Dilma Rousseff, sospesa dalle funzioni perché sottoposta a processo di impeachment. Si tratta della prima denuncia accolta contro Lula, che è sotto indagine anche della procura di Curitiba (guidata da Sergio Moro, il pm simbolo dell’inchiesta Lava Jato) per sospetto riciclaggio di denaro e occultamento di fondi.Proprio ieri Lula aveva presentato ricorso al Consiglio dei Diritti umani dell’Onu contro quelli che ritiene “abusi di potere” del pool di magistrati della Mani Pulite.
L’ex presidente-operaio, eletto trionfalmente presidente nel 2003 e rimasto in carica fino al 2010, ancora molto popolare, è stato rinviato a giudizio dal giudice Ricardo Leite, della decima sezione della Corte federale di Brasilia, insieme all’ex senatore Delcidio do Amaral, all’ex assessore di quest’ultimo, Diogo Ferreira, al banchiere André Esteves, all’ex avvocato di Amaral, Edson Ribeiro, all’imprenditore José Carlos Bumlai (amico personale di Lula) e a suo figlio, Mauricio Bumlai.
Ed è proprio sulle dichiarazioni rese agli inquirenti dal pentito Amaral che si baserebbero i presupposti per i rinvii a giudizio: in un dialogo registrato di nascosto dal figlio di Cerverò, l’ex capogruppo al Senato del Pt avrebbe a suo tempo cercato di convincere l’ex manager di Petrobras a non collaborare con la giustizia, offrendogli anche una via per uscire dal carcere. Finito a sua volta in manette, lo scorso novembre, Amaral ha poi detto ai magistrati di aver agito per conto di Lula e di Dilma. In attesa di conoscere la sorte della Rousseff, Lula si è visto imputare il tentativo di interferire nello svolgimento delle indagini.

CON BREXIT RISCHIANO LE PICCOLE IMPRESE INGLESI:PERCHE'?

Brexit, ong inglesi in allarme: addio a 145 milioni di euro di fondi Ue. A rischio le piccole realtà e le norme ambientali

Brexit, ong inglesi in allarme: addio a 145 milioni di euro di fondi Ue. A rischio le piccole realtà e le norme ambientali
Onlus & Dintorni

Secondo il consorzio delle charity britanniche Bond, il 12% degli introiti dei loro 400 membri arriva dall’Unione. Le più grandi riusciranno a sopravvivere, le altre faticheranno ad andare avanti con le proprie forze e le donazioni. Anche perché, secondo il National Council of Voluntary Organisations, "i cittadini non si riconoscono più nei valori della società civile". Gli ecologisti: "In pericolo le tutele europee in tema di inquinamento"
L’esito del referendum sulla Brexit mette a rischio il futuro delle ong del Regno Unito. Agli scandali che negli ultimi anni hanno travolto la beneficenza britannica, provocando effetti negativi sulla fiducia nei confronti delle charity, si aggiungono ora, infatti, le incertezze legate ai finanziamenti comunitari. Nel 2015 le ong inglesi hanno ricevuto oltre 145 milioni di euro solo da Echo, il dipartimento per gli aiuti di emergenza dell’Unione europea. Finanziamenti di cui in futuro non potranno più beneficiare, con inevitabile impatto sulle loro battaglie per povertà globale, ambiente, diritti umani. Nel 2013 la rivista Global Journal ha stilato una classifica delle migliori 100 organizzazioni non governative del pianeta, metà delle quali ha sede tra Stati Uniti e Gran Bretagna. E le preoccupazioni degli analisti non sono legate solo alla dimensione finanziaria, ma anche alla capacità di advocacy e lobbying che ha permesso alla società civile inglese di avere un ruolo di primo piano nel panorama internazionale. Al tempo stesso, gli ecologisti segnalano il pericolo che siano messi in discussione i limiti europei su inquinamento e tutela dell’ambiente.Stop ai finanziamenti Ue alle charity britanniche - Sono diverse le fonti di finanziamento europee per le ong, a seconda degli ambiti in cui si svolge l’attività e dei progetti. Tra i principali donatori di aiuti umanitari al mondo c’è proprio l’Unione europea, attraverso la Commissione e gli Stati membri. Secondo il consorzio delle ong britanniche Bond, il 12% dei ricavi dei loro 400 membri arriva dall’Unione. Le ong possono ottenere finanziamenti nell’ambito di molti programmi previsti dalle varie direzioni della Commissione. In prima linea operano la direzione generale per la Cooperazione internazionale e dello sviluppo (Devco) e quella per gli Aiuti umanitari e la protezione civile (Echo), che finanzia le operazioni di soccorso non solo attraverso le organizzazioni non governative, ma anche le agenzie delle Nazioni Unite e le organizzazioni internazionali. Nel 2014 il 48% dei fondi Echo è stato impiegato da ong, il 36% dalle agenzie e il 14% da organizzazioni internazionali. Cosa accadrà dopo la Brexit? Lo stesso bilancio annuale di Echo, intanto, sarà ridotto in assenza dei contributi provenienti dal Regno Unito. E, come un serpente che si morde la coda, le charity britanniche non potranno più beneficiare dei finanziamenti comunitari. Lo scorso anno 25 ong inglesi hanno ricevuto fondi per un valore pari all’11 per cento della spesa totale di Echo. Come riportato dal blog degli operatori della cooperazione internazionale info-cooperazione.it, a riceverne di più sono state International Rescue Committee (oltre 30 milioni di euro), International Medical Corps (24 milioni e mezzo), Oxfam (quasi 23 milioni), Save the Children (più di 16 milioni).
A rischio le piccole realtà - I finanziamenti più cospicui, dunque, sono andati ai rami britannici di organizzazioni internazionali che hanno sedi sparse in tutta Europa e, in alcuni casi, nel mondo. Ma se le charity internazionali verosimilmente riusciranno a sopravvivere anche senza i finanziamenti Echo (che rappresentano in media il 6% degli introiti totali delle 25 ong finanziate) o ricevendo i finanziamenti attraverso le entità collegate negli altri Paesi europei, in Gran Bretagna sono preoccupate soprattutto le realtà più piccole che perderanno diversi contratti nell’ambito di Echo e EuropeAid-Devco e faranno fatica a restare in piedi senza quelle risorse.
“In declino la fiducia del pubblico nelle ong” - Michael O’Donnell, responsabile del settore Efficacia e apprendimento di Bond, ha le idee chiare su quanto sta accadendo: “La fiducia del pubblico nelle ong è in declino, mentre è ormai pronta una maggiore regolamentazione della raccolta dei fondi”. In un libro il giornalista del Daily Mail David Craig ha raccolto alcuni dei principali scandali delle charity britanniche che, nel complesso, muovono più di 110 milioni euro all’anno.
Sterlina debole e tagli ai contributi inglesi a Ue - L’ultima scossa è stata la svalutazione della sterlina nel post Brexit. La fluttuazione dei tassi di cambio, infatti, potrebbe rendere ancora più instabile il panorama. E sul fronte finanziamenti arrivano segnali poco rassicuranti anche dal Dipartimento per lo sviluppo internazionale del Regno Unito. “Il Dfid ha sempre contribuito al budget annuale di Echo per una percentuale che varia dal 15 al 20%”, ha sottolineato di recente Toby Porter, amministratore delegato di HelpAge International (ong finanziata da Echo con 1,6 milioni di euro) ricordando il contributo del Regno Unito allo sviluppo dell’Unione europea e dei bilanci umanitari. Un ruolo, quello della Gran Bretagna, che potrebbe ora ridursi notevolmente.
Le ong: “I cittadini non si riconoscono nei valori della società civile” - Già all’indomani del referendum Elizabeth Chamberlain, del National Council of Voluntary Organisations, l’organizzazione che riunisce le principali ong britanniche, ha posto l’accento sul fatto che il dibattito pro Leave “ha confermato che gran parte dei cittadini non si riconoscono nei valori della società civile”. Dalla solidarietà al pluralismo, dalla giustizia alla non discriminazione, tutte alla base delle attività portate avanti dalle ong. Alla recente confederazione europea delle organizzazioni non governative britanniche (Concord), il consorzio Bond ha manifestato molte preoccupazioni sulla tenuta della capacità della società civile inglese di advocacy e lobbying. Non è solo dunque una questione puramente economica, quanto di efficacia di determinate battaglie condotte dalle organizzazioni non governative.
Gli ecologisti: “A rischio le norme anti-inquinamento” - E c’è un ulteriore aspetto: tra i primi a preoccuparsi all’indomani del referendum sono stati gli ambientalisti britannici. Perché se negli ultimi anni l’Unione europea ha comunque esercitato una certa pressione sul governo di Londra affinché approvasse norme ambientali più severe, ora il rischio è che si possano allentare i limiti anti-inquinamento dettati prima dall’Unione. Proprio quei paletti che hanno permesso alla ong di denunciare il governo di Londra per gli sforamenti in molte città. Cause legali avviate dall’Unione hanno costretto la Gran Bretagna a ripulire le sue spiagge inquinate dai liquami. Molte delle tutele per l’habitat e lafauna selvatica nel Paese nascono da norme Ue. Bruxelles ha spinto la Gran Bretagna anche verso il riciclo dei rifiuti. Un sondaggio della Iema, l’associazione mondiale dei professionisti dell’ambiente, condotto fra 4mila esperti britannici del settore, ha rivelato che l’82% di loro ritiene che “operare all’interno dell’Ue fornisce un panorama politico più stabile e quindi potenzialmente più efficace”.

AUMENTO TERRORISTI IN USA E EUROPA SECONDO L'FBI

Isis, Fbi: “Una diaspora di terroristi di ritorno verso Europa e America. Sarà come non l’abbiamo mai vista”

Isis, Fbi: “Una diaspora di terroristi di ritorno verso Europa e America. Sarà come non l’abbiamo mai vista”
Mondo

Sono i cosiddetti "returnees", le persone partite verso Iraq e Siria da oltre centro nazioni per arruolarsi nelle truppe nere di al Baghdadi. 5mila provengono dall'Unione Europea. 110 gli "italiani". Un rischio ancora più imprevedibile dei lupi solitari
Una diaspora di terroristi dell’Isis verso l’Europa e l’America è attesa nel prossimo futuro e sarà “come non l’abbiamo mai vista”. Parole di James Comey, capo dell’Fbi, a proposito dei “returnees”, le persone partite verso la Siria e l’Iraq da oltre centro altre nazioni. Un esercito di ritorno, dovuto ai continui successi contro le truppe del sedicente Califfo al Baghdadi, stimato tra le 18mila e le 22 mila unità. Tra questi, secondo i dati dell’intelligence, 110 combattenti sono legati in qualche modo all’Italia, e sono pronti a tornare.
Ha spiegato Comey che questi soggetti faranno “aumentare sempre di più” la possibilità di attacchi come quelli di Parigi o Bruxelles. Le forze di polizia statunitensi – ricorda – hanno arrestato dai primi del 2014 circa 100 americani sospettati di sostenere l’Isis. Una diaspora di terroristi c’è già stata, ha proseguito il direttore dell’Fbi, a cavallo degli anni ’80-’90, in coincidenza con le guerre che hanno coinvolto l’Afghanistan. “Ma stavolta – ha ammonito – il fenomeno sarà dieci volte più grande e fermarli è persino più difficile di trovare un ago nel pagliaio”.Secondo diverse stime, tra cui quelle fornite a giugno dal capo della Cia, John Brennan, sarebbero circa 30mila le persone partite alla volta dei territori occupati dal gruppo Stato islamico dall’inizio del conflitto. Il 60% proviene dal Medio Oriente (con Arabia Saudita e Giordania in testa) e dal Nord Africa (principalmente da Tunisia e Marocco), mentre circa 5mila sarebbero quelli partiti dall’Europa. Alcuni sono morti in battaglia ma molti altri sono già tornati nei propri paesi d’origine o, man mano che l’Isis arretra, tenteranno di farlo a breve.
Solo due giorni fa l’Europol ha informato che dei cinquemila partiti dall’Unione Europea, tra i 1.500 e i 1.800 sarebbero già rientrati. “Molti di loro non hanno voglia né capacità di compiere attentati – dicono i funzionari europei – ma restano centinaia di potenziali terroristi che costituiscono un pericolo per la sicurezza dell’Europa”. E quindi per l’Italia. Secondo le ultime informazioni raccolte dei servizi segreti, sono circa 110 gli arruolati dall’Isis che hanno avuto a che fare in qualche modo con la Penisola e, di questi, meno di 20 sono cittadini italiani. Nessuno di loro tuttavia sarebbe già rientrato.
E’ ovviamente altissima l’allerta per intelligence e antiterrorismo che effettuano un monitoraggio costante sui soggetti radicalizzati partiti per i fronti di guerra e sui loro contatti rimasti in Italia. Un’emergenza che si unisce al rischio dei “lupi solitari” ma ancora più imprevedibile. L’Aisi – ha spiegato venerdì 29 al Copasir il direttore Mario Parente – ha “ritarato” il suo dispositivo informativo, potenziando in maniera capillare la rete di “sensori humint”, cioè di informatori sul terreno. Il presidente del Copasir Giacomo Stucchi ha spiegato che gli “internal fighters”potrebbero non solo generare episodi di emulazione, ma far partire una vera e propria competizione tra chi realizza l’attentato con più vittime.

LA RINASCITA DEGLI ULIVI IN PUGLIA

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/07/30/xylella-le-buone-pratiche-agricole-contro-le-ruspe-delleuropa-cosi-in-salento-rinascono-gli-ulivi-colpiti-dal-batterio/548369/

GULEN ACCUSATO DI AVER FATTO IL GOLPE

Gulen, accusato di golpe: «Erdogan e il suo partito affetti dal veleno del potere»

fethullah gulen

Il 75enne predicatore islamico al Corriere della Sera: «Ho più volte criticato il golpe e rifiuto con forza ogni accusa di mio coinvolgimento»

Nel 2002 il partito di Recep Tayyip Erdogan promise di portare avanti il tentativo di ingresso della Turchia in Ue, di difendere i diritti umani e le libertà, ma oggi il presidente sembra affetto dal «veleno del potere». Parla così in un’intervista esclusiva rilasciata a Viviana Mazza per Il Corriere della Sera il predicatore islamico Fethullah Gulen, accusato del tentato golpe del 15 luglio, che dal 1999 vive in esilio auto-imposto negli Stati Uniti d’America.

FETHULLAH GULEN NEGA IL COINVOLGIMENTO NEL FALLITO COLPO DI STATO

Il 75enne ex imam e leader del movimento Hizmet si dice sicuro che gli Usa lo difenderanno dalle richieste di estradizione di Ankara e nega ogni responsabilità nel fallito colpo di Stato di due settimane fa: «Rifiuto con forza ogni accusa di un mio coinvolgimento». Afferma, poi, di aver dato ad Erdogan «troppa fiducia»:
Lei e Erdogan eravate alleati una volta. Che cosa l’ha portata a fidarsi di lui? Se ne è pentito?

«Durante la campagna elettorale del 2002, il partito di Erdogan promise di portare avanti il tentativo di ingresso della Turchia nell’Unione Europea, di difendere i diritti umani e le libertà e di porre fine alla discriminazione dei cittadini sulla base della loro visione del mondo e appartenenza a gruppi sgraditi. Nessun altro partito portava avanti riforme democratiche e per l’ingresso nell’Ue quanto il partito di Erdogan. Durante il suo primo mandato, Erdogan applicò davvero alcune riforme democratiche e fu elogiato per questo dai leader europei. Ma sembra che, dopo essere rimasto al potere troppo a lungo, il presidente Erdogan e il suo partito siano stati affetti dal veleno del potere. Non mi pento di aver appoggiato le riforme democratiche. Se fosse stato un partito diverso a promuoverle, lo avrei sostenuto ugualmente. Adesso, col senno di poi, mi rendo conto di avergli dato troppa fiducia. Mi pento di aver creduto che fossero sinceri sulle cose che promettevano di portare a termine».

Lei ha milioni di seguaci. Non è possibile che alcuni di loro, anche senza la sua approvazione o a sua insaputa, abbiano orchestrato il colpo di Stato in Turchia?

«La mia posizione, i miei scritti, i miei discorsi, le mie idee, sono pubblici e chiari. In tutta la mia vita, sono stato vittima di colpi di Stato, ho sofferto durante i regimi militari, e ho criticato l’intervento dell’esercito nella politica locale. Se degli individui che leggono le mie opere o che ascoltano i miei discorsi o simpatizzano con le mie idee sono stati coinvolti nel colpo di Stato, allora quello che hanno fatto è un tradimento dei miei valori di base».
(Foto da archivio Ansa. Credit: EPA / SELAHATTIN SEVI / ZAMAN DAILY NEWSPAPER)