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mercoledì 31 agosto 2016

L'ARTICOLO DI GOFFREDO PARISI DEL 1974: LEGGERE, PREGO

Il rimedio è la povertà

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di Goffredo Parise.
Goffredo Parise

Goffredo Parise

redazione28 agosto 2015 Troviamo utile pubblicare di tanto in tanto dei gioielli del pensiero. Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975. Si trova nell'antologia "Dobbiamo disobbedire", a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi. Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera. Rappresenta per noi oggi - media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente - uno schiaffo contro la nostra inerzia.






«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.



Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.



Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.



I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.



La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.



Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».




DAL PROF FOLLIERO A CARACAS: LA CHIAVE DI UN MASSACRO. DA NON PERDERE!

http://umbvrei.blogspot.it/2016/08/puente-llaguno-clave-de-una-masacre.html?spref=fb

LEGGETE QUESTO ARTICOLO DEL PROF. FOLLIERO SULLA CHIESA CATTOLICA ARGENTINA: FONDAMENTALE!

http://umbvrei.blogspot.it/2015/09/argentina-sentenza-storica-la-chiesa.html

LEGATI IN AEREO E SBATTUTI DENTRO: LA NOTTE DEI MIGRANTI

Migranti, “notte in cella e legati in aereo”. Parlano gli espulsi dall’Italia al Sudan. E il Viminale tace – Il Fatto Quotidiano

ilfattoquotidiano.it – Migranti, “notte in cella e legati in aereo”. Parlano gli espulsi dall’Italia al Sudan. E il Viminale tace.
In esclusiva il racconto dal vivo dell’operazione scattata la settimana scorsa a Ventimiglia dopo la firma di un memorandum con il governo di Khartum.
Il ministero dell’Interno al momento tace di fronte alle richieste di chiarimento provenienti anche dalla maggioranza, a partire dal Pd Manconi.
Noury (Amnesty): “Il Paese africano non rispetta i diritti umani, l’Italia viola diritto internazionale”. Il console Algadir: “I rimpatriati sono liberi di andare dove vogliono”   –  di 
Il Ministero dell’Interno continua a non rispondere a quanti, non solo attivisti e associazioni umanitarie, ma anche giornalisti, giuristi e parlamentari della stessa maggioranza, chiedono conto dell’espulsione diretta di mercoledì scorso, quando quaranta persone sono state rimpatriate dal confine di Ventimiglia a Khartum (Sudan)
L’unica fonte ufficiale disposta a confermare l’operazione è la Questura di Imperia, attraverso il suo portavoce Raimondo Martorano: “Il servizio è stato disposto dal Ministero dell’Interno, alla presenza di funzionari del consolato del Sudan.
Gli espulsi non avevano titolo per soggiornare in Italia e non hanno formalizzato alcuna istanza di protezione, quindi, in base all’accordo bilaterale, gli è stata notificata l’espulsione esecutiva”.
L’accordo cui si riferisce è il “Memorandum of Understanding” (memorandum d’intesa, ndr) tra Italia e Sudan firmato il 3 agosto dal capo della polizia italiana, Franco Gabrielli, senza ratifica del Parlamento e attualmente irreperibile sul sito del Ministero.
Per avere delucidazioni sul merito dell’accordo, che legittimerebbe il rimpatrio collettivo in Sudan, bisognerà attendere che il Ministro dell’Interno Angelino Alfano risponda all’interrogazione parlamentare annunciata dal senatore Luigi Manconi (Pd).
Fino a quel momento, riportiamo le dichiarazioni rilasciate dal governo sudanese guidato dalla dittatura militare del presidente Omar al-Bashir, ricercato dal 2008 dalla Corte penale internazionale per genocidio e crimini di guerra: “Le autorità italiane ci hanno contattato per aiutarli a identificare i nostri connazionali intrappolati al confine franco-italiano. Li abbiamo trovati in pessime condizioni e li abbiamo riportati in Sudan”.
Questura d’Imperia: “Non avevano chiesto protezione”. Governo sudanese: “Erano in pessime condizioni”
Per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia e blogger di ilfattoquotidiano.it, non solo il nostro Governo avrebbe violato “l’obbligo di non-refoulement, previsto dal diritto internazionale, che vieta di trasferire persone verso Paesi dove rischiano gravi violazioni dei loro diritti umani fondamentali” ma lo avrebbe fatto “in aperta violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, che vieta rimpatri collettivi, e la convenzione di Ginevra, che vieta la collaborazione con funzionari del paese di provenienza”.
Aggiunge un elemento l’onlus Italians for Darfur: “Sappiamo che in quel volo c’erano almeno tre persone provenienti dalla zona del Sudan dove in questi anni la guerra ha provocato oltre 300mila morti.
” A informare l’associazione è stato un uomo che si sarebbe trovato con loro al momento del fermo: “Siamo in contatto con lui perché ci ha aiutato a salvare Meriam Ibrahim, cristiana ortodossa condannata all’impiccagione nel 2014.
In seguito è dovuto scappare perché lo volevano morto. Non poteva chiedere il visto e come tutti ha dovuto affidarsi ai trafficanti. Martedì scorso ci ha contattato da Ventimiglia, ci ha riferito dei rimpatri e dato i nominativi di tre giovani del Darfur che erano con lui e sono stati espulsi”.
“Almeno tre di loro provenivano dal Darfur, dove la guerra ha provocato 300mila morti”
Alcuni ragazzi del Gambia ancora presenti a Ventimiglia sono riusciti a metterci in contatto telefonicamente con uno dei ragazzi rimpatriati, che racconta: “Mi trovavo vicino alla chiesa dove sono accolte alcune famiglie, avevo con me il badge del campo della Croce Rossa. Mi ha avvicinato la polizia dicendomi che mi avrebbero portato in Commissariato per una foto e poi rilasciato, gli ho creduto.
Mi sono ritrovato con una quarantina di connazionali, ci hanno sequestrato i telefoni e le borse e ci hanno obbligato a dare le impronte per l’ennesima volta, percuotendo e spogliando chi si opponeva.
In seguito ci hanno portato alla Questura di Imperia, dove tre funzionari sudanesi ci hanno spiegato che ci avrebbero riportato a Khartoum il giorno dopo.
In serata la polizia ci ha diviso in tre gruppi, ho dormito in cella e alle 5 del mattino ci hanno portato all’aeroporto di Torino, ognuno scortato da due agenti. Durante il volo ci hanno tenuto legati”. L’uso delle fascette ai polsi è una prassi di sicurezza in operazioni di questo tipo.
Rispondendo a ilfattoquotidiano.it, Eltayeb Algadir, console del Sudan in Italia, aggiunge che è “la prima volta che siamo coinvolti in un rimpatrio collettivo. Siamo andati in tre a Ventimiglia per identificare i nostri connazionali”.
Chi ha pagato il volo? “Non so se l’Italia o l’Europa, certamente non il Sudan.” Le persone rimpatriate dovranno ritornare nelle zone in conflitto da dove provengono? “A Khartoum sono stati rilasciati in libertà, potranno andare dove vogliono.
” Oltre alla guerra in Darfur, in Sudan ci sono conflitti locali, persecuzioni politiche, etniche e religiose, come si può garantire la loro sicurezza? “Da fuori ci si può fare idee sbagliate, ma il Sudan è un paese libero, spero abbiate modo di visitarlo, così potreste vederlo coi vostri occhi”.
Il racconto: “Mi ha avvicinato la polizia dicendomi che mi avrebbero portato in Commissariato per una foto e poi rilasciato, gli ho creduto
Secondo quanto riportato sul blog Diritti e Frontiere da Fulvio Vassallo Paleologo, avvocato esperto di diritto di asilo e docente presso l’Università di Palermo, questa operazione non sarebbe la prima, come ribadisce a ilfattoquotidiano.it: “Respingimenti coatti e collettivi sono già avvenuti verso la Nigeria, l’Egitto e la Tunisia. Rispetto al Sudan, ho potuto vedere diversi decreti di espulsione convalidati dal giudice di pace di Taranto nella giornata del 22 agosto.
Siamo sicuri sia solo uno l’aereo partito per il Sudan la scorsa settimana? Il Ministero dell’Interno – prosegue l’avvocato dell’Associazione Studi Giuridici per l’Immigrazione – sa di non avere le carte in regola e gioca sul tempo.
Si tratta di un ritorno alle peggiori prassi espulsive sperimentate dal ministro Maroni nel 2008, per le quali l’Italia venne condannata dalla Corte Europea dei diritti umani a Strasburgo per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione sui diritti umani”.
Come riporta Nigrizia, nel 2015 sono giunti in Italia quasi 9mila sudanesi, mentre al 21 agosto di quest’anno sono oltre il 7% dei 103mila sbarcati nel 2016 sulle coste italiane: “Non arriverebbero così numerosi se non ci fosse un’emergenza umanitaria”.
Eppure, se per anni il Sudan è stato isolato e condannato dalla comunità internazionale per le continue violazioni dei diritti di cui si rendeva protagonista, dal 2015 si registra uno spostamento della politica dell’Unione europea nei confronti del Paese di Omar al-Bashir, che si rivela un partner strategico e affidabile con cui prendere accordi per “risolvere alla radice il problema delle migrazioni”, ora che Frontex non può più contare sulle prigioni libiche di Mu’amar Gheddafi.

VIOLENZA ARMATA A CHICAGO IN ESTATE

US: Gun violence in Chicago peaks in summer months – News from Al Jazeera

aljazeera.com – US: Gun violence in Chicago peaks in summer monthsShootings in US city have peaked in August, with gunshot victims flooding hospital wards each weekend.John Hendren
Chicago, United States – It was a typical August, summer weekend in Chicago: dozens of people were shot, several were killed.
But outside of the city’s ultra-violent South and West Sides, almost no one noticed.
On the west side, five men shot dead a 38-year-old man parking his car, leaving a puddle of blood behind. A few blocks away, more crime tape signalled another murder – a familiar scene to locals here.
Aisha Jones, who lives in the area, told Al Jazeera that the city’s violence is so rampant that her daughter and two sons are scared to leave the house.
“There was a shooting. We were standing on my friend’s porch about two weeks ago, and a guy came up just started shooting …  all the kids just scattered.”
In a recent episode, shortly after midnight on Friday, police received reports of shots being fired on Monroe Street, on Chicago’s West Side.
They arrived to find a 30-year-old man with a bullet wound to the head and pronounced him dead. An 18-year-old woman was also shot in the leg. A 25-year-old man later arrived at the hospital with wounds he said were from the same incident.
‘Institutionalised racism’
In many aspects, Chicago’s story is a tale of two cities.
“It is the most segregated city, black-white, in the United States. People with middle-class values and wherewithal have moved out, so what you have left are the poorest of the poor, the most hopeless of the hopeless, the most destitute of the destitute,” Arthur Lurigio, professor of criminal justice and psychology at Loyola University, told Al Jazeera.
Lurigio said that violence in Chicago is much worse than in other cities “because of institutionalised racism … African Americans have been walled off from the rest of Chicago for 50 or more years”.
Although only one in three Chicago residents is black, the black community accounts for three out of four shooting victims.
Violence peaked in the 1990s as gangs fought over turf to sell crack cocaine, then a new drug, leading police to arrest gang leaders en masse.
Derek Brown, an ex-gang member turned youth boxing trainer, said: “The discipline code of the streets has left … when there are no leader, there is no structure. So now crime is coming from children. You have 16-year-old children who are killers now.”
Chicago has received renewed attention after the cousin of a famous sportsman was killed. On Friday, Nykea Aldridge, the cousin of Chicago Bulls basketball star Dwyane Wade, was killed while pushing a pram, police said.
Two brothers out of jail on parole, apparently aiming for the man walking next to her, were responsible, police said.
Though the details of that killing were discovered, nine out of 10 shootings are never solved.
“This tragedy isn’t just noteworthy because Ms Aldridge has a famous family member,” said Eddie Johnson, Chicago police superintendent.
“It’s noteworthy because these two offenders are the prime example of the challenge we face here in Chicago, repeat gun offenders that don’t care who they shoot, don’t care whose life they take and clearly don’t fear the consequences of their action.”
Chicago has recovered an illegal handgun for every hour of the year of 2016, he added.
The Stroger-Cook County hospital treats an average of 20 victims of such violence each weekday, around 40 on each day of the weekend, with the toll rising during summer and warm months.
This year has witnessed a spike of around 40 percent.
During the July 4 weekend, more than 60 people were killed in the city.
“In the midst of this greatness, of all this grandeur, you have ‘Chiraq’ – part Chicago, part Iraq, in the sense of the number of killings that go on every year,” said John Fountain, a Chicago-based columnist and professor.
Chicago’s increased woes come as the US deals with increasing police brutality, with black Americans often suffering at the hands of officer-led violence.
“The truth is in the streets of Chicago and the streets of America, it doesn’t matter if I have never been to jail, if I am a professor or a journalist, when I am stopped by a cop in the street, I have fear coursing through my veins and my one goal is to survive the encounter,” added Fountain, who is black.
Tio Hardiman, head of CeaseFire Violence Interrupters – an organisation that intervenes in gang violence – said: “You have to watch yourself every minute of the day, and that’s what is sad. You have got to watch the police, you have got to watch the brothers in the community … Being black could cost you your life.”
Follow John Hendren on Twitter: @johnhendren
Source: Al Jazeera News