IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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lunedì 24 ottobre 2016

HCG CHIUDE PER DUE SETTIMANE CIRCA. CONTINUATE A CERCARVI I VOSTRI ARTICOLI.

Dobbiamo fare qualche modifica (non visiva ma tecnica) al blog e siamo a numero ristretto visto la malattia di molti ecc ecc.

Abbiamo deciso, quindi, di fermarci per poco più di due settimane. Ritorneremo agguerriti.

Cliccate comunque e ricercatevi i vostri articoli.

A presto

Cecilia - Redazione HCG

venerdì 21 ottobre 2016

LE VITTIME SAVONESI CHIEDONO AL PAPA UN INCONTRO

Giraudo BIS: le vittime savonesi chiedono un incontro al Papa. Anche il Vicario don Ferri mentì.

gero-marino-vescovo-2Saranno tempi difficili per il nuovo vescovo di Savona Calogero Marino costretto a risanare una diocesi sconquassata da anni di mala gestione e salita agli onori/orrori della cronaca sia per l’alta densità di preti pedofili (il 6% stando all’annuario ufficiale), sia per i modi in cui le varie vicende sono state gestite.
Una pesante eredità quella che monsignor Vittorio Lupi e i suoi predecessori lasciano al nuovo vescovo partendo dalla richiesta danni, 6 milioni di euro, che avanzeranno per il momento solo 5 delle vittime di don Giraudo, i guai derivanti dall’affaire delle colonie bergamasche e le varie speculazioni che vedono coinvolto l’Istituto per il Sostentamento del Clero e indagato per malversazione l’ex vescovo di Savona, il cardinale Domenico Calcagno.
Monsignor Calogero Marino dovrà probabilmente anche rivedere e risanare i vertici della curia e quei consiglieri che hanno portato il suo predecessore Lupi, ad un fallimento della gestione diocesana così clamoroso. Tra questi il vice del vescovo Lupi, monsignor Antonio Ferri (già vicario ai tempi di Lafranconi) che da quanto emerge dal carteggio dell’inchiesta BIS su don Giraudo, avrebbe spudoratamente mentito alla comunità cattolica savonese per anni.
antonio-ferri-vicario2Don Antonio Ferri infatti ha sempre dichiarato pubblicamente di non essere mai stato informato sulle tendenze pedofile di don Giraudo e di non aver mai avuto sentore di quanto il Giraudo facesse. Ma da quanto emerge dalla sua deposizione fatta alla Squadra Mobile il 21 gennaio del 2012 non è così. Don Ferri infatti era ben a conoscenza della pericolosa condizione del Giraudo sin dagli anni novanta quando ricevette le confidenze allarmate di una scout del Savona 7° la quale gli riferì alcuni episodi di esibizionismo denunciati già allora da alcuni ragazzi ospiti della colonia estiva Padre Cocchi di Garessio.
capo-scout1In quegli anni don Ferri sarebbe potuto intervenire denunciando, in quanto era Vicario Generale. Ma non lo fece mantenendo così un clima di poca trasparenza che ha portato alla rovina decine di vite umane. In quegli anni si contano più di 50 bambini savonesi che subirono le perversioni sessuali di quel prete.
Ma dal carteggio emerge anche quanto poco la diocesi savonese, in barba alle raccomandazioni di Papa Francesco, abbia collaborato in questi anni con l’autorità giudiziaria, così poco da costringerla, dopo la condanna del 2012, ad aprire un fascicolo BIS su don Giraudo. In quel fascicolo decine di nomi, tutti ragazzi ospiti della comunità di Orco Feglino gestita dal prete. Nomi che erano negli archivi ma non furono mai comunicati alla magistratura, almeno dalla diocesi di Savona, li comunicò la Rete L’ABUSO che dopo aver sentito le varie vittime, solo nel 2014 è riuscita a ricostruire faticosamente nome per nome, un quadro decisamente diverso da quello dichiarato dalla diocesi savonese.
Sulle vicende dei preti pedofili nella diocesi di Savona va ricordato che anche il vescovo Lupi ha sempre mentito facendo credere di non sapere nulla, quando invece, non solo possedeva in cassaforte l’intero carteggio sulle vicende, ma nel 2008 ne era stato informato da più fonti. Ha sempre sostenuto che l’unica vittima di don Giraudo fosse Francesco Zanardi, una bugia che crollò dopo la messa in onda dei 2 servizi delle Iene nei quali sfilarono ben più di una vittima. (Servizi; “Abusi coperti dalla chiesa” e “Abusi nascosti dalla chiesa”)
cattura9Anche le promesse fatte alla comunità cattolica non furono mai mantenute a partire dalla fantomatica commissione d’inchiesta che Lupi annunciò nel 2010, alle promesse di riduzione allo stato laicale dei sacerdoti responsabili degli abusi, ultimo di questi don Pietro Pinetto che anziché essere processato in sede canonica è stato trasferito in una parrocchia che raccoglie quasi 200 minori, quella di San Francesco da Paola.
L’unico sacerdote che monsignor Vittorio Lupi ridusse allo stato laicale in tempo record, fu don Carlo Rebagliati, reo di aver deposto davanti ai magistrati e di aver esternato la sua omosessualità, tra le altre cose mai accusato di pedofilia.
Nei giorni scorsi, un sostanzioso gruppo di vittime dei preti pedofili della diocesi di Savona – Noli hanno sottoscritto una lettera inviata a Papa Francesco nella quale chiedono un incontro nel quale si rendono disponibile da subito ad integrare il materiale già fatto pervenire lo scorso anno, tramite don Giovanni Lupino, al Visitatore Apostolico Mons. Alberto Tanasini.
Crediamo che l’operato del vescovo Lupi e quello di monsignor Ferri, come prevedono le nuove linee guida di Papa Francesco, debba essere valutato da un tribunale canonico. Questa richiesta è dovuta non solo al fatto che nella diocesi savonese, anche se per ora non sono arrivati agli onori della cronaca, vi sono ancora sacerdoti che per il momento ci limitiamo a definire “chiacchierati”, ma anche perché la salute e l’integrità morale dei vertici della curia è fondamentale perché le linee guida vaticane attualmente in vigore siano applicabili. Queste infatti prevedono che i sacerdoti segnalino ai propri superiori presunte o eventuali notizie di reato, sarà poi compito dei superiori intervenire ed eventualmente denunciare all’autorità civile.
Una condizione che dai dati di fatto sopra esposti non esiste in questa diocesi e che proprio per questa condizione rende poco sicura la presenza di bambini nelle parrocchie della diocesi.
Spiego meglio, le procedure attuali vietano ai sacerdoti la denuncia di questi crimini, pena la scomunica e questo ce lo ricorda bene il vescovo di Albenga, monsignor Guglielmo Borghetti che riguardo alla vicenda di pochi giorni fa che ha visto coinvolto l’ex vescovo di Albenga Mario Olivieri, ha rimproverato al sacerdote che ha deposto davanti all’autorità giudiziaria, il fatto di non aver informato prima i suoi superiori. Una mancanza che potrebbe costare a don Filippo Bardini non solo una querela penale, ma in sede canonica addirittura la scomunica. Questo proprio in base ad una modifica del codice canonico apportata nel 2013, dove sostanzialmente viene vietata ai membri del clero la facoltà di denunciare autonomamente alle autorità civili, pena la scomunica.
Capirete bene quindi che se i vertici della curia sono dediti all’omertà, le parrocchie, a prescindere dalla bontà e dall’onestà del parroco, diventano luoghi poco sicuri ed inadeguati per i bambini.
Ad accompagnare le richieste poste al Pontefice, anche una petizione che ad oggi ha raccolto più di 10.000 firme.
L’Ufficio di Presidenza

IL SUD AFRICA VUOLE LASCIARE LA CORTE DEL CRIMINE

South Africa formally applies to quit ICC: Media – News from Al Jazeera

South Africa has faced criticism for not arresting Sudan’s President Omar al-Bashir, who is accused of war crimes [Reuters]
aljazeera.com – South Africa formally applies to quit ICC: Media Request to withdraw from International Criminal Court comes amid growing concerns that it tries mostly African leaders.
South Africa has formally requested to withdraw from the International Criminal Court (ICC), according to a document seen by Reuters news agency on Thursday.
The move comes as several African countries have expressed concern that The Hague-based court has tried mostly African leaders.
Last year, South Africa said it planned to exit ICC after it faced criticism for not arresting Sudan’s President Omar al-Bashir, who is accused of genocides and war crimes, when he visited the country.
A UN spokesman declined to confirm receipt of the document, which is dated October 19 and signed by Maite Nkoana-Mashabane, South Africa’s minister of international relations and cooperation.
“The Republic of South Africa has found that its obligations with respect to the peaceful resolution of conflicts at times are incompatible with the interpretation given by the International Criminal Court,” according to the document.
The South African mission to the United Nations was not immediately available to comment on the document.
“The Republic of South Africa is committed to fight impunity and to bring those who commit atrocities and international crimes to justice and as a founding member of the African Union promotes international human rights and the peaceful resolution of conflicts on the African continent,” the South African document said.
“In complex and multi-faceted peace negotiations and sensitive post-conflict situations, peace and justice must be viewed as complementary and not mutually exclusive.”
The ICC, which opened in July 2002 and has 124 member states, is the first legal body with permanent international jurisdiction to prosecute genocide, crimes against humanity and war crimes.
Another African country, Burundi, appeared set to become the first county to withdraw from the Rome Statute, the 1998 treaty establishing the global court, after its parliament voted last week to leave.
Burundi’s President Pierre Nkurunziza signed a decree on Tuesday, but the United Nations has not yet been officially notified.
Other African countries have also threatened withdrawal, accusing the court of disproportionately bringing charges against suspected human rights abusers from the continent.
Source: Reuters

FORTE TERREMOTO IN GIAPPONE

Japan earthquake: 6.6 magnitude quake hits Japan | The Independent

japan-earthquake2.jpgindependent.co.uk – Japan earthquake: 6.6 magnitude quake hits Japan. Officials say there is no tsunami warning – 1 hour  ago
A powerful earthquake with a suspected magnitude of 6.6 has shaken western Japan,
The Meteorological Agency said the earthquake occurred Friday at 2:10 p.m. (0510 GMT) in Japan’s western prefecture of Tottori, about 700 kilometers (430 miles) west of Tokyo, at a depth of 10 kilometers (6 miles) underground.
The agency said there was no danger of a tsunami from the inland temblor.
Local officials told public broadcaster NHK that they had received reports of a house collapsing in the town of Yurihama and that fires had broke out in another part of the prefecture.
The fire department in Kurayoshi City reported receiving seven emergency calls for injuries and NHK showed images of severe shaking in the region.
Suminori Sakinada, a local government official, told Agence France Presse: “We felt fairly strong jolts, which I think were the biggest in years, but we have not seen any damage or things falling”.
Bullet train services have been suspended in the area and nearly 40,000 homes are believed to be left without power as the quake knocked out power lines.
japan-earthquake.jpg
A handout showing where the earthquake struck in Misasa, Tottori Prefecture (EPA)
NHK said switched-off nuclear reactors in the region were not affected.
Japan sits on the edge of four tectonic plates so earthquakes and volcanic eruptions are fairly commonplace but strict building regulations mean strong tremors rarely do damage to modern buildings.
In pictures: Japan earthquakes: 20 show all
But the quake comes five and a half years since a 9.0 undersea earthquake cause a tsunami, a meltdown at the Fukashima power plant and resulted in the deaths of over 18,000 people.
The then-Prime Minister Naoto Kan called the crisis the country “most difficult in the 65 years since the end of the Second World War”.
Similarly a 1995 earthquake which struck Kobe in the south of the country killed over 6,000 people and made a further 200,000 homeless as many older buildings were destroyed and a freeway toppled over.

70 ANNI DALLE SENTENZE DI NORIMBERGA

70 anni fa le prime sentenze del processo di Norimberga  | Cultura |  avvenire.it

avvenire.it – Crimini nazisti70 anni fa le prime sentenze del processo di Norimberga  – Vincenzo Grienti  
Norimberga, 1945. Una città distrutta dalle bombe degli Alleati accoglie il processo ai gerarchi nazisti, responsabili dei campi di concentramento e dello sterminio degli ebrei.
A Norimberga resta in piedi il Palazzo di giustizia e le carceri. Da qui la scelta di tenere il procedimento giudiziario nel centro tedesco, simbolo del regime creato da Adolf Hitler.
Un anno dopo, nell’ottobre 1946, il Tribunale militare Internazionale per i crimini di guerra emette decine sentenze. Le prime condanne sono nei confronti di 22 alti gerarchi nazisti chiamati a rispondere delle atrocità commesse durante il secondo conflitto mondiale.
Quattro i principali capi d’accusa: la partecipazione a un piano contro la pace; crimini particolari contro la pace; crimini di guerracrimini contro l’umanità. Il processo attirò nella città tedesca centinaia di cronisti, intellettuali e scrittori che davanti alle deposizioni si chiesero con forza perché tutto questo male.
Tra questi anche Hanna Arendt, giornalista e autrice di libri come “La banalità del male” e “La menzogna in politica”.
Le sentenze condannarono all’impiccagione Hermann Goering, Joachim von Ribbentrop, Wilhem Keitel, Alfred Rosenberg, Hans Frank, Ernst Kaltenbrunner ed altri. Ergastolo invece per Rudolf Hess ed Erich Reader; 20 anni di reclusione per Baldur von Shirach e Albert Speer mentre 15 anni per Konstantin von Neurath; 10 anni per Karl Donitz. Assolti invece Hjalmar Schact, Franz von Papen, Hans Fritzsche.
Le pene capitali furono eseguite a metà ottobre. Goering però riesce a sfuggire alla pena capitale avvelenandosi con il cianuro. Furono solo i primi condannati di un lungo processo che proseguì fino alla fine degli anni Quaranta e che ebbe come imputati anche nazisti considerati minori nella scala gerarchica del potere costruito dal Fuhrer.

GLI ZAPATISTI E L'INDIGENA COME PRESIDENTE MESSICANO

Gli Zapatisti propongono una donna indigena per la presidenza messicana

Di Leonidas Oikonomakis
La mossa è stata inaspettata e, oltre che aver fatto scosso  la politica messicana, ha fatto vacillare proprio  la percezione che avevamo finora dello Zapatismo. Alla fine dell’incontro per il XX anniversario del Congresso Nazionale Indigeno (CNI), costituito dai rappresentanti dei gruppi etnici indigeni del Messico, L’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale(EZLN) e il CNI hanno annunciato che presenteranno una donna indigena per le elezioni presidenziali del 2018. La persona in questione deve essere ancora nominata, e la proposta dovrà essere discussa e dibattuta nelle assemblee dei vari gruppi etnici che costituiscono il CNI, ma la notizia è grandissima e molto inaspettata – tipicamente Zapatista, almeno a questo proposito.
L’annuncio fa luce sulle distruzioni che il regime capitalista ha provocato sull’ambiente in cui vivono la maggior parte delle comunità indigene: la privatizzazione delle risorse naturali comuni, l’imposizione di megaprogetti minerari, eco-turistici e idroelettrici, la costruzione di enormi autostrade ed aeroporti sulle terre comuni indigene, e generalmente il tema dell’esproprio che i gruppi indigeni stanno sperimentando in Messico.
Considerando tutto quanto detto sopra, ci dichiariamo in una condizione di assemblea permanente e ci consulteremo con ogni  nostra area geografica,  territorio e quartiere circa l’accordo di questo Quinto Congresso Nazionale Indigeno, per nominare una donna indigena, delegata dal CNI e dall’EZLN come candidata indipendente nel  processo elettorale dell’anno 2018 per la presidenza di questo paese.
Confermiamo che la nostra lotta non è per il potere; non lo cerchiamo, ma invece invitiamo i popoli nativi e la società civile a organizzarsi allo scopo di fermare questa distruzione, di rafforzarci nella nostra resistenza e ribellione, in difesa della vita di ogni persona, famiglia, collettivo, comunità, quartiere.
Elezioni?
L’annuncio ha scosso anche i sostenitori dello Zapatismo in tutto il mondo, e le reazioni sono state molto varie. Andrés Manuel López Obrador (AMLO), leader del partito di opposizione Morena ed ex leader del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD), ha scritto sul suo twitter:
Nel 2006, l’EZLN era “l’uovo di serpente.” (cioè una cosa pericolosa da schiacciare, prima che faccia danni, n.d.t).  Dopo questo, molto “radicalmente,” invitarono le persone a non votare e ora presentano una candidata indipendente.
AMLO, come il leader è conosciuto in Messico si riferisce alle elezioni in cui era candidato del PRD, e ha perduto di stretta misura. Ha accusato il governo di frode elettorale – il Subcomandante Marcos dell’EZLN è stato d’accordo che le elezioni non erano state corrette e che AMLO era il vero vincitore. Gli Zapatisti non hanno votato in questa elezione – tutt’altro: hanno criticato la candidatura di AMLO, presentandolo come parte dello stesso sistema politico corrotto.
Gli Zapatisti, invece, hanno iniziato l’Altra Campagna, cioè una campagna non-elettorale che mirava a radunare le organizzazioni anti-capitaliste di tutto il paese e di creare una rete di movimenti di resistenza al neoliberalismo che promuovano l’autonomia delle comunità locali come tema politico fondamentale. AMLO e le altre persone messicane di sinistra hanno, tuttavia, accusato gli Zapatisti di avere “facilitato” indirettamente la vittoria del Partito di Azione Nazionale  (PAN)  in quelle elezioni.
E’ lo stesso argomento su cui insiste ora AMLO contro la nuova proposta  Zapatista e del CNI: che serve al governo dato che dividerà l’opposizione (e naturalmente lo priverà anche dei voti).
Alti in Messico parlano di un’inversione che è incoerente rispetto a ciò che gli Zapatisti hanno continuato a sostenere nel decennio scorso: la sfiducia nella strada elettorale verso il cambiamento sociale e nel potere statale in generale. Anche molti sostenitori internazionali degli Zapatisti sono sorpresi – alcuni positivamente, altri negativamente – e stanno cercando di interpretare la mossa più recente dell’EZLN/CNI.
Mossa tattica?
La verità è che nessuno di noi ha visto quanto stava per accadere. E non lo abbiamo visto per la semplice ragione che gli Zapatisti, fin dalla loro comparsa il 1° gennaio 1994, sono stati estremamente diffidenti riguardo alla politica elettorale. Questo è esattamente il motivo per cui hanno scelto di seguire la strada della Rivoluzione – con la R maiuscola – nel 1994, e in seguito lungo la strada  del potere non statale,  e dell’autonomia, astenendosi fin da allora da qualsiasi relazione con lo stato.
Tuttavia si dovrebbe osservare che non è la prima volta che l’EZLN appoggia un candidato nelle elezioni. E’ accaduto prima: nelle elezioni locali del 1994, quando appoggiarono la candidatura dell’avvocato e giornalista Amado Avendaño Figueroa per il governatorato del Chiapas, piuttosto ironicamente, sotto la bandiera del PRD
(Partito della Rivoluzione Democratica).
Pochi giorni prima delle elezioni ci fu un tentativo di assassinio contro Amado Avendaño che costò la vita a tre suoi sostenitori e alla fine perse le elezioni come conseguenza di ciò che lui e molti messicani considerarono fosse una frode elettorale. Per questo Amado fu dichiarato – e rimase noto – come “Governatore nella ribellione” dall’EZLN. Tuttavia, anche in quel precedente, l’obiettivo non era la conquista del potere regionale. Secondo un’intervista concessa da Avendaño in seguito:
[Gli Zapatisti non volevano che fossi] un governatore comune, ma piuttosto un governatore-di- transizione, soltanto fino a fare la transizione…. Questo significa: parteciperai alle elezioni, trionferai, richiederai un’assemblea costituente presenterai un progetto costituzionale che venga modificato, approvato, e quando questo terminerà, chiederai nuove elezioni. Passerai il testimone a vincitore e poi ti ritirerai a casa tua. Perfetto [ho detto]; in questo modo , sì, partecipo!
Questo era stato l’accordo che gli Zapatisti all’epoca avevano fatto con Amado Avendaño , secondo le sue stesse parole. Si potrebbe quindi sostenere che nel 1994 l’appoggio a un candidato nelle elezioni locali era semplicemente un mezzo per un fine diverso.
In base a questa passata esperienza, potremmo sospettare che la proposta partecipazione alle elezioni presidenziali del 2018 può di nuovo essere un mezzo per un fine. Resta da vedere se questo è il caso e di che tipo di fine stiamo parlando questa volta. Tuttavia, non stiamo certo parlando dell’impegno  zapatista nella politica elettorale come  l’abbiamo conosciuta finora.  Parliamo di qualcosa molto diverso.
E’ cominciato!
Ciò che è certo, tuttavia, è che siamo entrati in una nuova era per lo Zapatismo. Dopo l’introspezione seguita all’Alta Campagna, l’intensificazione del progetto zapatista di autonomia su cui il movimento ha lavorato negli scorsi 22 anni, e le sessioni di due escuelitas zapatiste che hanno avuto luogo di recente, ora il movimento sta di nuovo uscendo dal Chiapas, rivendicando il proprio posto nella prima linea della politica messicana, naturalmente insieme al CNI.
Ciò che ora resta da vedere è in che modo i vari gruppi indigeni riceveranno la proposta del CNI/EZLN, quale preciso candidato proporranno, e naturalmente il lungo processo amministrativo che sarà necessario abbia luogo affinché la candidatura venga annunciata formalmente.
Per prima cosa la proposta deve essere approvata dall’ l’% dei votanti registrati in Messico, e questo significa che il CNI e l’EZLN dovranno raccogliere, grosso modo, 820.000 firme in 17 stati federali prima di essere in grado di presentare una proposta per un candidato indipendente. Dopo questo, il CNI dovrebbe ottenere una forma legale riconosciuta dallo stato e dall’Istituto Elettorale Federale del Messico (IFE). Dopotutto, il gioco elettorale è un gioco che è necessario sia svolga con le regole che si è dato.
Il processo, tuttavia, è cominciato, e da parte nostra c’è soltanto una cosa da augurare agli Zapatitisi e al CNI:
Buona fortuna, compagni (in spagnolo nel testo: ¡ Suerte, compañeros!)

IL GRAN LAVORO DI TSIPRAS NEGLI OSPEDALI GRECI

Tsipras: 4000 negli ospedali con i soldi dei baroni delle TV! – Di Argiris Panagopoulos

Tsipras: 4000 negli ospedali con i soldi dei baroni delle TV!
Di Argiris Panagopoulos
20desk-grecia-comizio-chiusura-elezioni-syriza-tsipras-reuters-gggQuattromila infermieri e personale sanitario si prepara di assumere il Ministero della Sanità e ha trovato i soldi niente meno dai baroni delle TV che hanno già cominciato di pagare per le frequenze televisive a livello nazionale. Intanto le finanze dello stato greco migliorano meglio del previsto e il FMI è più ottimista per il recupero dell’economia del paese perfino dal governo di Tsipras!
“I soldi della prima tranche per le frequenze televisive sono stati incassati e sono incanalati in modo tale per guarire le grandi ferite che sono aperte nel corpo della società greca dalle politiche imposte gli anni scorsi… per coprire rapidamente 4.000 posti di lavoro negli ospedali, nel Sistema Sanitario con l’obbiettivo di concludere tutto fino ai principi di Gennaio ”, sottolinea nel suo comunicato la presidenza del governo di Tsipras.
Il primo ministro greco ha detto che priorità per il suo governo è il rapido miglioramento del sistema sanitario per avere dentro il 2017 una veramente nuova immagine della Sanità Pubblica.
Il Ministro Pappas ha detto che già è iniziata la creazione di più di 15.000 nuovi posti agli asili nido, mentre fino all’inizio dell’anno saranno assunte 4.000 persone per farrorzare il sistema sanitario.
Ma dove ha trovato i soldi il governo di Tsipras?
“Con i 48 milioni della prima tranche per le frequenze televisive dopo 27 anni e che molti non credevano che si poteva succedere questa cosa abbiamo fatto il bando in collaborazione con il Ministero del Lavoro”, ha detto il viceministro della Sanità Polakis, sottolineando che saranno assunti 3.000 infermieri, 700 persone per gli ospedali e 300 persone per gli organismi del ministero che offrono servizi di prima necessità ai cittadini.
Intanto il Ministero della Sanità si prepara di assumere 760 nuovi medici e prepara un bando per l’assunzione di altri 2.000 nuovi medici e 100 conduttori di ambulanze dopo che negli ultimi 7anni il sistema sanitario greco non ha assunto nemmeno un medico!
Dal gennaio del 2015 il governo di Tsipras ha aperto le porte del sistema sanitario a più di 2,4 milioni di persone che Samaras e Venizelos avevano lasciate senza medici e medicine e ai immigrati e i profughi, per i quali le leggi della Nuova Democrazia e di Pasok prevedevano che dovevano pagare il doppio dei greci per essere assistiti dagli ospedali e le strutture pubbliche di sanità!
Il Ministero delle Finanze ha annunciato che le entrate nette hanno superato qualsiasi obbiettivo negli primi nove mesi dell’anno. “Le entrane nette per il periodo tra Gennaio e Settembre del 2016 sono state 1,062 miliardi sopra l’obbiettivo fissato che pone la finanziaria per questo mese”, sottolinea il comunicato del Ministero della Finanze greco lasciando a bocca amara la Nuova Democrazia, il Pasok e le sinistre settarie che puntano sulla rovina delle finanze dello stato per far partire dai creditori nuove pressioni contro il governo di Tsipras.
Inoltre l’ottimismo del Fondo Monetario Internazionale ha superato quello del governo greco, visto che l’organismo diretto da Lagardere prevede che l’economia greca tornerà con indici positivi già il 2016, con crescita 0,1% contro le previsioni del governo greco per recessione 0,3%, e che l’anno prossimo avrà una crescita del 2,7%, rispetto alle previsioni del governo di Tsipras che nella sua finanziaria prevede crescita 2,6%.
Infine il Ministro dell’Agricoltura Apostolou ha detto che fino ad oggi lo stato ha pagato 2,1 miliardi in aiuti agli agricoltori e che fino alla fine dell’anno avranno superato i 4 miliardi, rappresentando un record storico per il settore agricolo.

A OTELLA PROFAZIO IL TENCO ALLA CARRIERA: ERA ORA!

A Otello Profazio, instancabile e indomabile cantore del Sud, il Premio Tenco alla carriera

A raccontare chi è Profazio ci pensa Giancarlo Governi, che con l'artista ha collaborato alla costruzione negli anni Settanta di una importante collana di dischi.
Otello Profazio

Otello Profazio

Giancarlo Governi21 ottobre 2016
di Giancarlo Governi

Tanti anni fa conobbi Otello Profazio e fu uno degli incontri più importanti della mia vita. Istintivamente io ero legato a quel mondo popolare e contadino che il miracolo economico e l’industrializzazione si stavano portando via. Eravamo negli anni in cui Pier Paolo Pasolini poeticamente lamentava, nei suoi straordinari scritti “corsari”, la scomparsa delle lucciole.

Io, anche per le mie origini famigliari, sentivo vivo e forte il legame di sangue con la terra e con quel mondo popolare che andava scomparendo. Fu proprio Otello Profazio a ridare un senso culturale a queste mie sensazioni. Con lui scoprii i canti di lavoro, i canti d’amore, i canti di festa, i canti di protesta di quelle che noi di cultura marxista chiamavamo le classi subalterne. Ma Otello fu tra i primi in Italia a parlare di storia patria vista dal Sud, una storia spesso dolorosa che abbiamo sempre cercato di rimuovere. Per noi i briganti erano briganti e basta asserviti ai Borboni e quindi nemici dell’Italia unita uscita dal Risorgimento e soprattutto della straordinaria impresa di Giuseppe Garibaldi. Fu Profazio a farmi sentire questi canti che sono vera espressione del sentimento popolare che passavano dagli entusiasmi per Garibaldi, per il re Vittorio Emanuele, canti che irridono al re Borbone e poi i canti della delusione, della rabbia per le promesse non mantenute e per gli ideali traditi. Fino alla esaltazione di briganti come Carmine Crocco che passano in poco tempo da grassatori sanguinari a combattenti a fianco di Garibaldi (è accertata la sua presenza nella battaglia del Volturno), a eroi della rivolta contro lo stato unitario.



Volemo a Caribardi però senza la leva

E si iddu fa la leva cambiamo la bandera…”

E’ forse il canto che più degli altri sta a connotare proprio questa delusione del popolo meridionale, che si è entusiasmato e che ha anche combattuto per Garibaldi e per la causa italiana e si ritrova sulla testa una leva di sette anni e nessuna promessa di riscatto sociale mantenuta. La delusione è più grande per il popolo siciliano che è stato al fianco di Garibaldi, che ha mandato i suoi figli migliori a Palermo, a Milazzo a Messina ed anche sul Volturno a dare rinforzo all’esiguo popolo garibaldino (i mitici Mille) che già miracolosamente era riuscito a fronteggiare e a sconfiggere l’esercito borbonico a Calatafimi dove i Mille si erano scontrati con le forze borboniche soverchianti. Erano ragazzi di venti anni come lo era Goffredo Mameli, autore di quello che diventerà l’Inno d’Italia, che lasciò la sua vita sulle barricate in difesa della Repubblica Romana con l’Italia nel cuore e nella mente. O uno dei 19 del liceo di Bergamo che lasciarono la scuola un mese prima degli esami, o come quello che scrisse ai suoi genitori “Cari Genitori, domani ci sarà la battaglia. Se me la scampo andrò a visitare le rovine di Segesta”. O uno di quei ragazzi di 12 anni prima, che tennero in scacco il più grande esercito del mondo per cinque giorni a Milano. Uno di quei “quattro gatti sfaccendati”, come li ha definito quell’ “onorevole” (in certi casi una parola suona come insulto alla parola stessa) leghista che va in giro con le sue cazzate a sputtanare proprio il pensiero federalista di Cattaneo che è stato ed è una cosa seria e al quale dovrebbero ispirarsi.

Dopo la battaglia di Calatafimi i Mille che erano sbarcati a Marsala erano diventati 700, gli altri o rimasti sul campo o feriti gravemente. Garibaldi si rivolse a uno dei suoi più fedeli aiutanti, il palermitano Giuseppe La Masa, per chiedergli di reclutare rinforzi. La Masa ritornò dopo tre giorni con tremila “picciotti” armati in maniera approssimativa (qualcuno addirittura soltanto con “armi bianche”, come forconi e “cuteddi”). Sono siciliani prevalentemente quei trentamila che arrivano a Napoli con il Generale e sono prevalentemente siciliani quelli che affrontano e sconfiggono il riorganizzato esercito borbonico nella battaglia decisiva sulle rive del Volturno per l’unità d’Italia. Questa volta armati e equipaggiati in maniera corretta.

Qui, sul Volturno, finisce la più grande avventura garibaldina che aveva infiammato i giovani d’Italia, assetati di libertà ma anche di giustizia sociale. Istruzione per tutti e terra a chi la lavora erano i punti fondamentali del programma sociale di Garibaldi, un programma socialista a cui aveva irriso lo stesso Carlo Marx che le rivoluzioni le ispirò ma non le fece mai. Finisce con il mesto incontro di Teano con Vittorio Emanuele nel quale Garibaldi in cambio di un regno riceve soltanto una stretta di mano. Quando il re con il suo seguito si allontanò, Garibaldi si mise seduto sul ciclo della strada, aprì il suo fagottello e si misi a mangiare pane e formaggio. “Nemmeno a pranzo vi hanno invitato?” gli chiese uno dei suoi uomini. Nemmeno a pranzo lo avevano invitato. Il Generale che aveva infiammato i giovani italiani, li aveva condotti alla vittoria, sbaragliando un esercito regolare forte e bene organizzato, aveva fatto l’unità d’Italia, se ne ripartì per la sua Caprera con un sacco di sementi e una cassa di baccalà. Rimanendo però per sempre nell’immaginario popolare.



“Caribardi supr ‘o ponti

Chi vindiva pumadoru

‘A bilanza non ci iva

Caribardi s’offendiva”

Questa strofetta immagina quello che probabilmente successe veramente: il Generale, divenuto agricoltore, che vende i prodotti della terra sul ponte che unisce Caprera a La Maddalena.

Quando poi Otello ebbe l’idea di raccogliere questi canti in un disco e mi propose di curarlo, per me fu una grande occasione anche per mettere a confronto le mie idee sulla storia e sul Risorgimento con l’importante materiale raccolto da Otello sul campo, direttamente da coloro che lo avevano ricevuto per tradizione orale per poi sistemarlo, renderlo di nuovo “leggibile” perché è questo il ruolo e il merito di Profazio che lo distingue dagli altri artisti del folk revival. Un ruolo che lo ha giustamente premiato tanto è vero che oggi, a distanza di 50 anni, Otello è l’unico rimasto sulla breccia.

Consigliai Otello nella selezione delle canzoni e nella costruzione di una scaletta che ripercorresse l’itinerario storico dall’entusiasmo per Garibaldi e per l’Italia, alla delusione per il Risorgimento tradito; alla giustizia promessa e mai realizzata; alla libertà assaporata e poi negata; al Sud liberato mai integrato nel corpo nazionale ma considerato colonia da sfruttare e da reprimere; ai briganti che tornano ad essere eroi. All’Eroe ritornato a fare l’agricoltore a Caprera mentre della “sua” Italia si fa scempio, soffocata come sempre dall’ignoranza, dalla miseria e dal sopruso.

E fu una sorpresa anche per me scoprire questa contro-storia d’Italia vista dal basso, dalla parte del popolo. Conoscevo la “questione meridionale” che avevo studiato sui testi di Salvemini, di Giustino Fortunato e soprattutto di Antonio Gramsci. Ne conoscevo l’aspetto poetico raccontato mirabilmente da Carlo Levi nel suo romanzo-saggio Cristo si è fermato a Eboli, ma non conoscevo questo aspetto “poetico” che Otello aveva raccolto proprio dalla tradizione popolare (nel senso di qualcosa che viene tramandata di generazione in generazione).

Fui sorpreso dalla prefazione che proprio Carlo Levi scrisse su richiesta di Otello, dove lo spirito popolare è rappresentato dalla “palumbeddha janca”  che “soffrìu, soffrìu, soffrìu/ sa nênti cunchiudìu/ cu lu carogna re.” E aggiunge Carlo Levi che da allora niente è cambiato, per la “palumbeddha janca”  che si è liberata de “lu carogna re”, perché ora soffre "cu' 'nfami e carognuni" della "bella Sicilia" di oggi. Ed ecco giustificato lo stupore del popolano: “Sciuri di granu/sciuri di granu/dicìtimi è o non è ‘nu fattu stranu?/Nascìa  in Sicilia e sugnu italianu”.