IL MIO BLOG E' AD IMPATTO ZERO DI CO2

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martedì 28 febbraio 2017

IL PROF. FOLLIERO SU TONI NEGRI

http://umbvrei.blogspot.it/2017/02/toni-negri-tributario-del-globalismo.html

IL PROF. FOLLIERO SUL GOLPE

http://umbvrei.blogspot.it/2017/02/27-f-sacudon-caracazo-y-golpe-de-estado.html

IL PROF. FOLLIERO E L'ANOLOGIA TRA CILE E IL VENEZUELA

http://umbvrei.blogspot.it/2017/02/analogia-entre-el-chile-de-salvador.html

DANTE ERA CATARO

Amiche e amici carissimi, 

puntuale come un orologio svizzero, prima che finisca il mese... ecco il nuovo video. 
Inizia con questo la breve serie dei filmati dedicati all’aspetto più importante al fine di dimostrare che Dante era cataro: quello della dottrina. 
Il primo è dedicato, ovviamente, all’elemento da tutti considerato il più caratteristico della dottrina dei catari: il dualismo. Dualismo che è strettamente correlato alla loro idea di creazione.

L’origine di questi video è sempre – ma ogni tanto è doveroso ricordarlo – il mensile online “Nòvas d’Occitània” edito dalla Chambra d’Òc. Mia figlia poi li ripropone, insieme all’articolo introduttivo che scrivo per Nòvas, sulla pagina Facebook “I libri di Maria Soresina”. 

Poi ci sono i link:
Per l’edizione italiana:  https://youtu.be/lDGdpoV3Td8
Per l’edizione con sottotitoli in inglesehttps://youtu.be/PfV_c0bL2ZY

Vi auguro buona visione e vi saluto con il solito abbraccio collettivo, virtuale, ma affettuoso
Maria

FINALMENTE ARRIVA STARBUCKS

Starbucks in Italia, l’ad: «Non abbiamo nulla da insegnarvi sul caffé, ma vi sorprenderemo»

starbucks

Howard Schultz parla di assunzioni e di una bevanda tutta nuova. E delle polemiche degli ultimi giorni

«Non abbiamo nulla da insegnarvi sul caffè» in Italia, ma con una «diversa interpretazione della stessa bevanda» vi sorprenderemo. Parla così il numero uno di Starbucks, la catena americana che alla fine del 2018 aprirà la prima caffetteria nel nostro Paese, a Milano. L’amministratore delegato Howard Schultz, 63 anni, in un’intervista a Repubblica, spiega che si tratterà si una Roastery, una torrefazione dove verrà preparato «caffè speciale per un luogo unico». In programma ci sono decine di milioni di euro di investimenti e centinaia di assunzioni (con uno stipendio più alto della media del settore).

STARBUCKS IN ITALIA

Schultz racconta di aver avuto un’intuizione proprio in Italia, passeggiando per le strade di Verona e Milano, nel lontano 1983:
«Negli occhi di clienti e camerieri – ricorda – ho visto il futuro di Starbucks. Ho visto quello che avrei voluto fare: una catena di caffetteria dove poter passare il tempo a discutere, leggere o lavorare».


Un progetto al quale all’inizio nessuno aveva dato credito.

«Per avere successo bisogna credere ai propri sogni e non permettere a nessuno di distruggerli, solo così diventano realtà».

A patto, però, di avere le idee chiare sui propri progetti anche perché l’Italia non è un mercato come tutti gli altri.

«Non abbiamo nulla da insegnare agli italiani sul caffè, ma abbiamo l’ambizione di mostrarvi la nostra diversa interpretazione della stessa bevanda. La Roastery sarà un’esperienza unica, vogliamo sorprendervi. Ci presenteremo una miscela nuova, studiata per l’Italia. E se sarà un successo, come speriamo, arriveranno altre caffetterie. Ma ci concentriamo su un punto vendita alla volta».

La caffetteria di Milano sarà dunque solo la prima di una serie in Italia. L’ad di Starbucks ha commentato anche il difficile impatto con la città lombarda e le polemiche suscitate dal giardino esotico con palme e banani:

«Devo essere sincero, il dibattito sulle palme ci ha davvero stupito: quando entriamo in una città nuova, soprattutto in una interessante e dinamica come Milano, vogliamo dare subito qualcosa per farci benvolere. Per questo la reazione della cittadinanza ci ha colpito molto. Allo stesso modo, però, voglio essere molto chiaro: Starbucks non ha disegnato il giardino, noi siamo semplicemente gli sponsor dell’iniziativa e a maggior ragione è davvero strano trovarsi in questa situazione anche perché cerchiamo sempre di essere molto umili e rispettosi, mi auguro che la gente capisca che volevamo solo fare qualcosa di utile per la città».
(Foto da archivio Ansa)

DJI M200

DJI M200: il drone indistruttibile per i lavori pesanti. Foto

Il DJI M200 è un drone "rugged" resistente all’acqua e adatto nelle missioni di soccorso o per i lavori pericolosi. Il prezzo sarà superiore ai 3000 euro


 1 di 10 
27 Febbraio 2017 - Il nuovo detto di DJI potrebbe essere: non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è funzionale. Sì perché l’azienda specializzata nella costruzione di droni ha presentato al Mobile World Congress 2017 un nuovo velivolo molto potente, con linee molto aggressive, ma che svolge al meglio il proprio lavoro.
droni stanno per diventare un vero e proprio business, legato soprattutto alle piccole e medie imprese. Le grandi aziende, le multinazionali del cinema e i professionisti della fotografia, infatti, hanno già iniziato da tempo ad utilizzare queste soluzioni ma ora i droni potrebbero conquistare anche le PMI. DJI, una delle aziende leader nel settore, non a caso ha realizzato dei dispositivi per tutti i bisogni e a Barcellona ha presentato la sua nuova creatura: M200. Si tratta di un drone visivamente potente pensato per svolgere dei lavori in quei luoghi o in quelle situazioni dove uomini o altre macchine non possono arrivare (guarda la fotogallery per scoprire come funziona).

Caratteristiche M200

M200 il drone indistruttibile. Come funziona
(Tratto da comunicato stampa)
Durante la presentazione al MWC 2017 DJI ha spiegato che M200 si ispira all’altro modello di casa, quell’Inspire 2 pensato per il mondo del cinema. Oltre alle fotocamere e alle termo-camere di qualità M200 si contraddistingue per la resistenza. Questo drone ha infatti un rating di impermeabilizzazione IP43. È pensato infatti per la sicurezza pubblica, il drone potrà essere lanciato in mezzo a incendi e situazioni simili per avvisare poi il personale a terra. Ma non solo. Potrà anche ispezionare da vicino oggetti come turbine eoliche e impianti di trivellazione per individuare i problemi infrastrutturali e di manutenzione. M200 infatti ha anche un completo sistema di fotocamere per la rilevazione di problemi e guasti e un treppiede per raggiungere parti di macchinari difficili da analizzare. Sarà il primo drone con una telecamera puntata in alto. Questo per analizzare la costruzione di ponti e lavori simili.
Premi sull'immagine per scoprire il drone che va a 200km/hFonte foto: Nimbus
Premi sull’immagine per scoprire il drone che va a 200km/h

Autonomia e prezzo

Il drone potrà volare con un’autonomia di circa 38 minuti. Sarà anche dotato di un sistema integrato per l’analisi dei dati in entrata. In una spedizione di salvataggio o in una ricerca in condizioni impervie si potrà già sapere dove il drone ha controllato e dove no. Per quanto riguarda la disponibilità e il prezzo DJI non ha ancora rilasciato nessuna informazione ufficiale. Anche se è quasi scontato che il prezzo supererà i 3000 euro.

Tutti i device presentati al Mobile World Congress 2017

Premi sull'immagine per scoprire tutti gli smartphone presentati al MWC 2017Fonte foto: Nokia
Premi sull’immagine per scoprire tutti gli smartphone presentati al MWC 2017
Ecco la lista con tutte le presentazioni e le novità lanciate fino ad adesso al Mobile World Congress 2017.

BATTISTINI SCEGLIE IL MISTO E MOLLA M5S

M5s, se ne va un consigliere regionale in Liguria: “Siamo diventati peggio dei partiti”. La Salvatore si arrabbia e piange

M5s, se ne va un consigliere regionale in Liguria: “Siamo diventati peggio dei partiti”. La Salvatore si arrabbia e piange
POLITICA
Battistini va nel Misto: nei giorni scorsi aveva denunciato la "deriva verticistica" dei Cinquestelle dopo aver difeso i grillini usciti dal gruppo al Comune di Genova. L'ex candidata alla presidenza: "Proprio oggi che dovevamo discutere del reddito di cittadinanza? Mancanza nei confronti dei cittadini"
“Siamo diventati peggio dei partiti che vogliamo combattere”. Francesco Battistini era uno dei tre consiglieri del Movimento Cinque Stelle in consiglio regionale in Liguria: oggi si è autosospeso dal M5s, usando quelle parole, pronunciate in apertura della seduta dell’assemblea. Il consiglio, peraltro, proprio oggi aveva in programma la discussione sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del Movimento. Ma Battistini non ha resistito oltre e ha annunciato il suo passaggio al gruppo misto: alcune settimane fa era stato deferito ai probiviri del Movimento perché aveva criticato la “deriva verticistica” dei Cinquestelle. Lo aveva fatto per difendere la scelta di 3 dei 5 consiglieri comunali di Genova (tra i quali il capogruppo Paolo Putti) che, per lo stesso motivo, avevano lasciato il gruppo fondando “Effetto Genova“. Il gruppo consiliare a Palazzo Tursi aveva poi perso anche un quarto consigliere. Anche in Comune alla Spezia nelle settimane scorse un consigliere grillino aveva lasciato il gruppo.
alice-salvatoreLa decisione di Battistini provoca tensione e rabbiatra i Cinquestelle, tanto che alla fine la consigliera M5s più votata in Liguria, l’ex candidata alla presidenza Alice Salvatore, smette di parlare con i cronisti e si asciuga le lacrime. “Adesso si parlerà soltanto di questo – dice – e non del reddito di cittadinanza, misura che serve ai cittadini. Non ci aspettavamo una cosa del genere specialmente non oggi visto che il primo punto dell’ordine del giorno era il reddito di cittadinanza. E’ una grandissima mancanza nei confronti dei cittadini. Questa scelta poteva essere comunicata in qualsiasi altro momento. Ma oggi era proprio il giorno cruciale per il Movimento e per i cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà in Liguria. C’era addirittura chi sperava in un’apertura della maggioranza sulla proposta di legge di M5s proprio per aver messo al primo punto dell’ordine del giorno il reddito di cittadinanza”. Il M5s della Liguria ha chiesto a Battistini di essere “coerente con le sue scelte”: “Si dimetta dal consiglio regionale, per rispetto delle migliaia di cittadini che hanno votato il M5s e credono nel programma”.
Il presidente della Regione Giovanni Toti commenta: “Qualcuno trova il coraggio di fuggire dalla bolla di ipocrisia e falso moralismo del blog. Caro Francesco, non la pensiamo spesso allo stesso modo, ma ti auguro in bocca al lupo per la tua nuova avventura politica”. “Ogni tanto qualcuno rompe l’incantesimo – ribadisce il braccio destro di Silvio Berlusconi – e riesce a uscire dalla bolla del blog, che è sempre meno democratica e collegata alla realtà e autoreferenziale e moralista”. Secondo la capogruppo del Pd Raffaella Paita “il M5s ligure è in pieno caos. La democrazia è stata azzerata. I Cinquestelle hanno dimostrato ancora una volta, dopo i disastri di Roma, di essere inadeguati a governare Genova e Spezia”.

PUTTRUMP

Trump, Russia: ‘Reagiremo se Stati Uniti aumenteranno i fondi per la Difesa. Rapporti, mai così male da Guerra fredda’

Trump, Russia: ‘Reagiremo se Stati Uniti aumenteranno i fondi per la Difesa. Rapporti, mai così male da Guerra fredda’
MONDO
E' il monito indirizzato a Washington da Leonid Slutsky, presidente della Commissione Esteri della Duma, se sarà confermato quanto contenuto nella proposta sulla previsione inviata dalla Casa Bianca alle agenzie federali con 54 miliardi di dollari in più per il Pentagono
La Russia reagirà se gli Stati Uniti metteranno in pratica la scelta di aumentare il bilancio per la Difesa. Ovvero se sarà confermato quanto contenuto nella proposta sulla previsione inviata dalla Casa Bianca alle agenzie federali con 54 miliardi di dollari in più per il Pentagono. “Per ora si tratta di retorica pura. Ma se il budget verrà aumentato allora reagiremo, il ministero degli Esteri, e noi alla Duma”, ha detto a Interfax Leonid Slutsky, capo commissione Esteri. Che già il 24 febbraio aveva avvertito la Casa Bianca: “Se Washington procederà nel suo obiettivo di supremazia nella sfera nucleare, il mondo tornerà alla guerra fredda, con il rischio di una catastrofe globale”.
I rapporti tra Washington e Mosca in tema di armamenti nucleari sono regolati dal trattato New Start siglato nel 2010, che prevede come entro il febbraio 2018 le due potenze debbano limitare del 30% i rispettivi arsenali nucleari. E non avere più di 800 missili balistici intercontinentali dispiegati o non dispiegati sul campo. La Russia crede che l’intesa sia “utile” e non ha nessuna intenzione di “cambiarla”, ha detto il vice ministro degli Esteri Serghei Ryabkov in occasione di una tavola rotonda sulle relazioni fra Stati Uniti e Russia organizzata alla Duma. Mentre il vice ministro della Difesa Alexander Fomin ha spiegato che il Cremlino è pronto a discutere una revisione dell’accordo nel senso di una ulteriore riduzione e limitazione delle armi strategiche offensive se riceverà tali proposte: “Il trattato è operativo e in vigore. Credo che sia necessario lavorare sul testo esistente, mentre tutte le altre cose sono insinuazioni e congetture: se una tale idea emerge con i nostri partner, ne discuteremo”.
Ryabkov ha fatto sapere anche che il governo russo seguirà con attenzione il discorso che questa sera il presidente Trump terrà di fronte al Congresso: “Per noi è importante valutare i messaggi che invierà per il suo primo intervento come capo di una super potenza”, ha affermato, denunciando che lo stato attuale delle relazioni bilaterali “lascia molto a desiderare, come tutti possiamo constatare, al livello più basso dalla fine della guerra fredda”. Ryabkov ha anche precisato che non c’è ancora un accordo sulla data di un incontro fra Trump e Putin, ma sono in corso i preparativi a tal fine, e che la Russia non sta discutendo criteri di alcun tipo per il sollevamento delle sanzioni nei suoi contatti con gli Stati Uniti.

LA NUOVA SINDROME DI STOCCOLMA

Home / Attualità / Trump ha ragione: “Gli svedesi sono soppressi dal culto religioso del politicamente corretto”

Trump ha ragione: “Gli svedesi sono soppressi dal culto religioso del politicamente corretto”

DI NICK KAMRAN
La scorsa settimana (18/2/17), il presidente Trump ha fatto il seguente commento:
“Guardate cosa sta succedendo”, ha detto ai suoi sostenitori. “Abbiamo mantenuto il nostro paese sicuro. Guardate a quel che sta succedendo in Germania; guardate quel che è successo la notte scorsa in Svezia. In Svezia, chi l’avrebbe mai creduto?”.
Subito dopo, è stato preso in giro da Carl Bildt, l’ex primo ministro svedese:

Altri hanno risposto in modo ignorante, dimostrando una specie di sindrome di Stoccolma, cercando palesemente di coprire gli argomenti sottostanti, nati quasi 20 anni fa.
Tuttavia, il presidente Trump ha avuto, ancora una volta, ragione. Ha solo sbagliato il momento, non i fatti di fondo.  Giorni dopo sono scoppiati dei disordini a Rinkebyy, uno dei sobborghi a nord-ovest di Stoccolma. Anche un giornalista di sinistra di uno dei quotidiani svedesi più importanti è stato attaccato.
In modo ignorante, Robert Reich, ex Segretario del Lavoro sotto Bill Clinton, ha collegato questi attacchi alla dichiarazione di Trump. Fa finta di non sapere che le no-go zoneesistevano molto prima della presidenza di Trump.
Il Presidente Trump in realtà ha fatto qualcosa di buono, parlando a nome degli svedesi, non in grado di farlo per sé stessi, soppressi dalla religione del politicamente corretto, impressa da un establishment segreto.

 Il video che Trump ha guardato la notte prima 
Quando ho vissuto a Stoccolma nel 1999-2000, il quartiere di Rinkeby aveva già una reputazione di luogo pericoloso, specialmente di notte per le giovani ragazze. Ho lavorato per la Ericsson e risiedevo a Huseby (ormai una “no-go zone”), vicino ad Akalla e Rinkeby. La mia etnia indiana mi ha fornito una capacità camaleontica, che aiuta a nascondere il fatto di essere americano. Il mio aspetto, a seconda del taglio di capelli e dell’esposizione al sole, mi aiuta a mimetizzarmi tra latinos, arabi, persiani ed anche africani, se mi rado la testa e trascorro un po’ di tempo al sole. (Dovreste vedermi con la barba! Posso praticamente camminare inosservato in Afghanistan, Iran e Siria).
Quando sono arrivato in Svezia, con una posizione da ingegnere di software, ero così contento di quel che vedevo: una società efficiente ed equilibrata, con un alto valore per salute e benessere. Così tanto che ho cucito una bandiera svedese sul mio zaino, mostrando con orgoglio la mia nuova “nazionalità”. Ho subito scoperto che orgoglio e senso di appartenenza per i nuovi arrivati, tipicamente americani, non si traducono in altre società.
— Uno svedese di origine turca mi ha detto che non sarei mai stato svedese. Ha aggiunto che era nato in Svezia, stato nell’esercito, con un passaporto svedese, lavorato come autista della metropolitana, pagato le tasse negli ultimi 20 anni, e ancora non era svedese.
— Un tipo con un aspetto più tipicamente svedese, seduto accanto a me in metropolitana, mi ha detto che non avrebbe mai potuto mettere una bandiera svedese sul suo zaino.
—  Sarebbe considerata una cosa razzista. Mi ha detto che una persona di pelle marrone che brandisse una bandiera svedese sarebbe considerato matto, con bisogno di un medico, e non un patriota.
Quasi tutti quelli che incontravo alle feste, dopo abbondanti bevute ed inibizioni rimosse, mi dicevano che non ero veramente americano, anche se sono nato lì.
Un’altra cosa ironica a cui ho assistito a Huseby, un sobborgo in gran parte abitato da iraniani, era che i giovani, nati in Svezia, non sapevano parlare bene né il farsi né lo svedese. Parlavano invece una lingua ibrida, compresa solo nella periferia di Stoccolma. Molti di quelli con cui ho fatto amicizia mi hanno detto che non si sentivano né iraniani né svedesi.
Sono arrrivato alla conclusione che gli svedesi sono felici di accogliere la gente, offrirgli un luogo per vivere e una borsa di studio. Tuttavia, questo è quanto, falliscono nell’integrazione. La cosa può anche spiegare il perché si vedono così molti medici e scienziati di altre etnie guidare i taxi. Sembrava quasi come se  gli stranieri che non riuscivano ad arrivare puntuali e che, inoltre, non lo volevano, fossero più accettati di immigrati qualificati di pelle scura con un forte senso etico del lavoro, energia e determinazione. I primi, abbiamo concluso parlando tra amici, non erano una minaccia per l’establishment mentre noi avremmo potuto essere percepiti come tale per la posizione di qualcuno. Questa è forse la differenza principale tra i valori americani ed europei. Noi abbiamo sempre creduto nell’abbondanza: abbondanza per tutti e frontiere aperte. In Europa, le risorse e le frontiere sono esaurite, facendo pensare alla gente che, affinché uno vinca, un altro deve perdere.
Pertanto, la società nordica, per funzionare correttamente, richiede che la “gerarchia dei bisogni di Maslow” venga ignorata. Questo è l’unico modo “per tenere tutti a posto”, mantenendo status quo ed equilibrio.
In Svezia, il razzismo funziona così: gli immigrati dovrebbero solo essere felici. Ma non tutti possono essere soddisfatti con il “lagom” (svedese per “quel tanto che basta”). È socialmente guardato dall’alto in basso (ma non vietato) aspirare a migliorarsi: ottenere una formazione, trovare un lavoro stabile e salire la scala aziendale. In breve, il Jantelagen (la base filosofica della socialdemocrazia) impone praticamente l’opposto del sogno americano: taci e accontentati!
Tuttavia, quando le persone ragionevolmente intelligenti ma prive di lavoro ed istruzione formale cominciano a muoversi per 12+ ore di veglia al giorno, di solito niente di buono accade. Quelli tra quattrocento che hanno il QI di un medico, ingegnere, capo militare o banchiere d’investimento, ma sono privi di istruzione formale ed esperienza del mondo, iniziano a progettare vie alternative. Più spesso, sfruttare la loro gente.
Quindi, il governo e il disgusto di sé (imposto dai media sulla popolazione nativa), con il senso di colpa bianco come premessa, in combinazione con la mancanza di identità degli immigrati, spinge la società svedese alla rovina, non Donald Trump.
Soppressione svedese della libertà di parola. Quando l’agente di polizia Peter Springare ha esposto in un post su Facebook i dati sulla criminalità citando che erano per lo più commessi da immigrati, i media governativi e tradizionali lo hanno immediatamente bollato come razzista. Senza nemmeno considerare che tali dati che ha portato l’ agente che ha servito 47 anni in polizia, avrebbero potuto essere un grido di aiuto, il governo svedese al conrario ha nominato un procuratore speciale.
Mentre ero a Huseby, ho assistito a una buona dose di violenza domestica e di risse da bar tra gli stranieri. Mettere il politicamente corretto sopra la giustizia sta avendo gravi conseguenze. Il governo svedese liberale, in sostanza, sta ignorando le persone che sta cercando di proteggere.
Springare riassume questo pensiero: “Se non si può discutere il problema della criminalità tra gli immigrati senza che qualcuno lo attribuisca alla propaganda razzista, siamo nei guai”, “Il problema è che nessuno ne vuole parlare”.
Conclusioni: l’incredibile ricchezza di una volta della Svezia veniva dal fatto che erano passati indenni durante la Seconda Guerra Mondiale. Avendo tutta la loro industria intatta, sono stati i vincitori nella ricostruzione dell’Europa. SAAB, SKF, ABB, Volvo, Skanska e molte altre aziende erano o nate o cresciute notevolmente durante la ricostruzione. In seguito queste aziende si sono evolute in formidabili attori globali. Con la nuova ricchezza, hanno costruito uno stato di assistenza sociale per prendersi cura del proprio popolo, così come di stranieri in fuga da guerre e oppressione. Una cultura sconcertante si è però evoluta da qualche parte lungo il percorso.
La vita qui è controintuitiva. I paesi nordici, considerati i più democratici, fanno pensare che siano pronti ad ascoltare tutti i punti di vista. Non è così. La gente è facilmente a disagio e tesa quando si parla, soprattutto in maniera diretta, di argomenti difficili.
Quando si vive e lavora in Svezia, vi è una tensione evidente e non detta sotto la superficie gentile. L’etichetta sociale prevalente non permette di parlare di problemi evidenti. Un’amica, che è anche un’agente di polizia di sesso femminile, una volta mi ha detto che l’identità nazionale svedese si basa su ingenuità e distacco.
Le economie sono un’estensione dell’energia, ambizione, anima e spirito del singolo popolo. Fino a quando si continuerà a mettere la testa sotto la sabbia, le cose non miglioreranno. Speriamo che il presidente Trump richiami maggiore attenzione su questi “elefanti in un salotto”.

Fonte: www.zerohedge.com
Link: http://www.zerohedge.com/news/2017-02-26/trump-right-swedes-are-suppressed-religious-cult-political-correctness
26.02.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

RENZI E IL LAVORO DI CITTADINANZA

Home / Attualità / Perché Renzi odia il reddito di cittadinanza e propone il lavoro di cittadinanza

Perché Renzi odia il reddito di cittadinanza e propone il lavoro di cittadinanza

DI ROBERTO CICCARELLI
Quinto Stato
Straordinario Renzi: di ritorno dalla California, dove si sperimenta il reddito di cittadinanza, annuncia in Italia una tesi opposta: il lavoro di cittadinanza. Dopo la batosta del 4 dicembre deve recuperare il voto di giovani e poveri. Come? Mettendoli a lavorare (su cosa?) in cambio di una “cittadinanza”: qualche spicciolo o bonus. Il lavoro di cittadinanza è una delle tesi della sinistra lavorista. Ad essa va contrapposto il reddito di base come diritto universale di esistenza e sviluppo dell’autonomia della persona. Questo diritto oggi può strutturare una proposta radicale e alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista e dalle accuse infondate storicamente dei lavoristi di sinistra per i quali il reddito di base è una proposta “neoliberista”
***
Ma Renzi è davvero stato in California? Oppure ha dato un indirizzo sbagliato ai giornalisti ed è rimasto a casetta? La sua gita nella Silicon Valley è stata inutile: dallo stato dove si discute, e si sta sperimentando un reddito di cittadinanza a Oakland, Renzi ha importato il concetto opposto: il lavoro di cittadinanza. Ovvero: obbligo di lavoro per tutti i precari e disoccupati, gestito dallo Stato garante in ultima istanza del «lavoro pubblico garantito».
Ripresentarsi con la proposta di lavoro cittadinanza senza citare il reddito di cittadinanza sostenuto, non senza problematicità, dai principali esponenti e teorici della Silicon Valley che parlano di robot e automazione la dice lunga sul livello di arretratezza e subordinazione culturale in cui vive la stampa e buona parte della “sinistra” italiana. Parlare di “lavoro di cittadinanza” è surreale all’indomani della bocciatura delle destre neoliberiste all’europarlamento di una tassa sull’automazione e dei robot per finanziare un reddito di base. Benoit Hamon, candidato dei socialisti francesi alle presidenziali (il partito alla cui sedicente “famiglia” politica dovrebbe appartenere il Pd-partito di Renzi), ha sbaragliato la destra social-liberista di Manuel Valls alle primarie con questa proposta che è più avanzata rispetto alle posizioni neoliberiste espresse da Emmanuel Macron, favorito nella corsa all’Eliseo. In base ai primi risultati della sperimentazione di Oakland condotta su mille persone sembra che il reddito dimostri le posizioni di chi da tempo lo sostiene: l’aumento delle tutele contro la precarietà e la disoccupazione non diminuisce la capacità di lavoro, ma rafforza l’autonomia del titolare di un diritto al reddito di base.
Il personaggio-Renzi è dotato di un’enorme capacità di mistificare tutto e il suo contrario e i media ne sono affascinati in un gioco di auto-distruzione che si autoalimenta. Risultato ineguagliato, per il momento, resta il catastrofico (per lui, non per il paese) referendum del 4 dicembre. Ora, il mistificatore ha bisogno di recuperare voti sul “sociale”, i “giovani”, i “poveri”. La proposta sul “lavoro di cittadinanza” mette benzina sul fuoco.
“Fermare il progresso e la tecnologia o pensare di rallentare è assurdo”, ha detto l’ex premier ed ex segretario del Pd: “Le invenzioni, dalla stampa all’automobile, hanno avuto sempre ricadute sociali. Compito della politica è ora affrontare i problemi che derivano dalla rivoluzione digitale e i costi in termini di perdita di posti di lavoro”. Ma, aggiunge, “contesto la risposta grillina al problema. Garantire uno stipendio a tutti non risponde all’articolo 1 della nostra Costituzione che parla di lavoro non di stipendio. Il lavoro non è solo stipendio, ma anche dignità. Il reddito di cittadinanza nega il primo articolo della nostra Costituzione”, invece “serve un lavoro di cittadinanza”.
Luigi Di Maio, candidato a Palazzo Chigi contro Renzi per i Cinque Stelle, si è chiesto cosa significhi “lavoro di cittadinanza”. Qualcuno ha provato a dare una risposta: sarebbe addirittura una proposta di Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, e  di Berlusconi che di recente si è scoperto sostenitore del “reddito di cittadinanza”.
Brunetta starebbe pensando a un lavoro di cittadinanza che impone, per legge, un’occupazione di 3 mesi a chi ne farà domanda. I tre mesi di lavoro daranno diritto a trascorrerne altrettanti con l’indennità di disoccupazione, e così via. Si desume che l’obbligo al lavoro, magari attraverso i vecchi lavori socialmente utili o con i più “moderni” voucher. In questo caso, tutti i cittadini in disagio lavorativo saranno costretti a svolgere nuove corvée o lavori servili di ogni tipo per avere in cambio un sussidio di povertà di ultima istanza (chiamato da Berlusconi, senza vergogna, “reddito di cittadinanza”) in una turnazione trimestrale. L’agenzia nazionale delle politiche attive (Anpal) creata dal Jobs Act di Renzi e i centri per l’impiego, enti che hanno una buona parte dei dipendenti precari o in scadenza a marzo, dovrebbero gestire il nuovo lavoro servile, chiamato “lavoro di cittadinanza”. Resta da capire cosa faranno i richiedenti asilo che, a causa delle disfunzioni strutturali del sistema di asilo e del razzismo dilagante, saranno messi al lavoro (gratuito) per ottenere quello che sarebbe un loro diritto. Il piano Minniti-Morcone rientra, e in che modo, nel lavoro di cittadinanza?
Per chi ha una pur minima conoscenza dello stato delle politiche del lavoro, e dei risultati reali (non quelli renziani) del Jobs Act, sa che queste proposte di contrasto alla disoccupazione, tra l’altro in una crisi economica come la nostra, sono fuffa. Vale tuttavia la pena di analizzarle perché da oggi a febbraio 2018 – quando presumibilmente si voterà in Italia, salvo rovesci – questa sarà materia di propaganda. Potrebbe essere un punto dell’agenda del governo Pd-partito di Renzi-Forza Italia-Ncd e vari satelliti.
Renzi è spregiudicato. Quando parla di “lavoro di cittadinanza” allude a una tesi della sinistra lavorista. E’ stata avanzata da Laura Pennacchi (nel 2013; o nel 2017). Questa proposta è contro un reddito di base, soprattutto se incondizionato, accusato di favorire “la scissione del nesso costituzionale tra lavoro e dignità, il quale considera il lavoro non solo come attività ma come processo antropologicamente strutturante l’identità umana”. Prima che se ne appropriasse Renzi, la proposta era stata avanzata in politica da Stefano Fassina (Sinistra Italiana, già viceministro dell’Economia nel governo Letta quando militava nel Pd): “il lavoro di cittadinanza, non reddito di cittadinanza – ha sostenuto Fassina – Che deve servire all’inserimento lavorativo, quindi deve essere condizionato ad attività formative e all’accettazione di offerte dignitose di lavoro. Lo vedo come un veicolo per condurre o ricondurre le persone al lavoro”.
Questa sinistra sostiene il ritorno dello Stato a cui affidare il ruolo di “creatore di ultima istanza” di lavoro. Impresa ambiziosa che si ritrova nel piano sul lavoro presentato dalla Cgil e viene tramandato dal tempo in cui alcuni economisti progressisti consigliavano di impiegare persone facendogli scavare le buche. Più di recente se ne è parlato per creare occupazione statale nella manutenzione dei disastrati territori italiani. A Renzi, invece, non interessa un simile ruolo dello Stato, se non limitato all’erogazione degli incentivi alle imprese: 18 miliardi per il Jobs Act. Si appropria del lavorismo e, con la sua personale interpretazione del populismo, lo mescola con l’assistenzialismo statale agli imprenditori in chiave di capitalismo compassionevole. Un patchwork conservatore e liberista, di destra e di sinistra, in chiave anti-Movimento Cinque Stelle.
Renzi è impegnato in una battaglia ideologica lavorista contro la proposta workferista del Movimento Cinque Stelle su un presunto (e infondato) reddito di cittadinanza (si tratta di un reddito minimo, come si dimostra qui qui). Ha trovato nel sintagma “lavoro di cittadinanza” la parola ideale per confondere ancora di più le acque della propaganda da una parte e dall’altra. La mossa è studiata: visto che la micro-scissione dal Pd (e da Sinistra Italiana) della “ditta” Bersani-D’Alema (e Speranza, Scotto, Smeriglio ecc) si chiamerà “Articolo 1 – Movimento dei democratici e dei progressisti), Renzi ha pensato di impadronirsi dell’ingombrante portato giuridico dell’articolo della Costituzione per rubare la scena ai suoi attuali avversari “di sinistra” e scaricarlo contro i Cinque Stelle accusati, a torto, di essere meno lavoristi del Pd.
Renzi sostiene queste posizioni da almeno quattro anni. Impadronendosi oggi della parola d’ordine  del “lavoro di cittadinanza”, l’ex premier otterrà l’effetto di neutralizzare la principale – e modesta – proposta di “sinistra” per affrontare, si fa per dire, il problema epocale della precarietà, del lavoro povero, della totale mancanza di tutele universalistiche per la persona e infine dell’automazione che-distrugge-i-posti-di-lavoro. La sinistra non lavorista rischia di restare, come sempre, senza voce. A meno che non rilanci – contro la proposta dei Cinque Stelle e contro il lavorismo di Renzi e della sua “sinistra” – la prospettiva del reddito di base universale. Destinato anche ai residenti stranieri, non solo ai “cittadini”.
Impresa difficile perché il lavorismo ha una presa ideologica anche nei quadri dirigenti sindacali, Cgil compresa. Qualche cambiamento c’è stato negli ultimi sei o sette anni nella Fiom e nella Flc, ma il reddito non è mai diventato un argomento di discussione dirimente nel sindacato, a cominciare dalla “Carta dei diritti del lavoro” che la Cgil sostiene con i referendum contro i voucher e sugli appalti. Senza contare che la confederazione sindacale sostiene una proposta di “reddito di inclusione sociale” (Reis), una misura parziale e non universalistica contro la povertà, e non un reddito di base a sostegno della persona vulnerabile nel mercato del lavoro nella società finalizzata al libero e autonomo sviluppo della sua dignità sociale, umana e professionale.
In questa confusione politica e ideologica la battaglia è feroce. A sinistra, tra i Cinque stelle e Renzi non si faranno prigionieri. Chi sta perdendo sono milioni di persone la cui vita migliorerebbe con una riforma universalistica del Welfare familistico, lavorista, burocratico e anacronistico come quello italiano. Gli unici, ad oggi, che sostengono una prospettiva di “reddito minimo garantito” sono in parte in Sinistra Italiana, Possibile di Civati o parte di Rifondazione Comunista, le reti dei movimenti e dei centri sociali, la rete dei Numeri Pari (composta da Libera, Cnca, Rete della Conoscenza, Roma Social Pride), il Basic Income Network-Italia. Molto interesse desta la proposta di “reddito di autodeterminazione” avanzata dal movimento Non una di meno. La novità più interessante nella politica degli ultimi tempi porterò questa rivendicazione in piazza nello sciopero delle donne del prossimo 8 marzo. Queste posizioni che potrebbero evolvere verso un vero reddito di base universale. Una parte ancora poco visibile politicamente, a cui bisognerebbe chiedere più coraggio e azione politica per sfuggire alla tenaglia ideologica del pauperismo, del miserabilismo e di un’equivoca, nostalgica e acritica idea “socialdemocratica” dello stato che oggi unisce lavoristi di destra e di sinistra.
Una precedente campagna sul reddito di dignità, sostenuta da Libera e da centinaia di associazioni e movimenti, è stata cannibalizzata dagli opportunismi dei lavoristi. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha stravolto quella proposta spuria (una forma di reddito minimo garantito) in un sussidio di ultima istanza per i poverissimi con famiglie numerose, sottoponendoli alle condizioni di un workfare ispettivo che prevede penalizzazioni per chi non accetta una manciata di euro in cambio di lavori socialmente utili. Emiliano ha chiamato questa proposta “reddito di dignità”. Uno scippo che ha mostrato la debolezza politica delle istanze che chiedono in Italia una forma di dignità e giustizia sociale. Il consenso per una misura come il reddito resta tuttavia, potenzialmente, molto ampio nel paese. Per questo non dovrebbe restare confinato nei limiti di uno spazio politico ultra-identitario e altrettanto incerto, e infinitamente condizionabile da una duplice dialettica: quella distruttiva pd-centrica oppure quella neutralizzante dei Cinque Stelle.
In questa prospettiva bisogna liberare il campo da un equivoco. Il discorso sul reddito di base non è una prerogativa della Silicon Valley, né tanto meno dei liberisti alla Milton Friedman. Di sganciamento del reddito dal lavoro, e di riforma del Welfare, si parla perlomeno dagli anni Settanta in Italia, in Germania e nella sinistra europea più avanzata. Senza contare che un reddito di base non esclude il lavoro, ma libera il soggetto dal suo ricatto, per un libero sviluppo della sua personalità. Un’antica aspirazione del Marx teorico della “forza lavoro” e non del “lavoro”, come ritengono i lavoristi che hanno del marxismo un’immagine umanistica, smithian-ricardiana e certamente non comunista. Da un altro punto di vista, altrettanto radicale, di recente Stefano Rodotà ha proposto la formulazione di un diritto fondamentale al reddito che ha chiamato diritto universale di esistenza. Un diritto che oggi può strutturare ogni proposta alternativa di tipo politico, economico, sociale ed esistenziale al di là della fascinazione acritica per gli automatismi della Silicon Valley in cui è caduta la sinistra non lavorista.
Sostenere che il reddito di base è una proposta neoliberista è dunque un falso storico usato dai lavoristi che parlano di “piena occupazione”. Dire che Milton Friedman propone forme di distribuzione estranee al rapporto di lavoro, è altrettanto insignificante quanto sottolineare l’affezione dei fascismi per la piena occupazione. Quella dei neoliberisti è solo una delle possibili varianti del reddito di base. Non certo l’unica.
Una volta messo in ordine il quadro teorico e storico, è giunto il momento di un’iniziativa politica autonoma sul reddito. Non è mai troppo tardi.
***qui e qui le differenze tra reddito minimo garantito, reddito di inclusione sociale, reddito di povertà e reddito di base universale

Roberto Ciccarelli
Fonte: https://ilmanifesto.it
Link. https://ilmanifesto.it/storia/perche-renzi-odia-il-reddito-di-cittadinanza-e-propone-il-lavoro-di-cittadinanza/
27.02.2017