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mercoledì 31 maggio 2017

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IL CARCERE DEI BAMBINI SOLDATO DELL'ISIS

Dentro il carcere dei bambini soldato di Isis – Corriere.it


di Marta Serafini – fotografie di Eugenio Grosso
ERBIL (Kurdistan iracheno) – Ahmed, Mohamed e Youssef sono vestiti pesante, con le tute e le felpe, anche se fuori ci sono quasi 30 gradi. Per entrare nel centro di detenzione minorile di Erbil, capitale della Regione Autonoma del Kurdistan iracheno bisogna passare i controlli. Un metal detector e poi un altro. Una farfalla blu che vola sopra due mani chiuse dalle manette se ne sta lì dipinta sul muro del corridoio vicino alle celle.
Ahmed, Mohamed e Youssef – i nomi sono fantasia per proteggere la loro identità – erano dei minorenni iracheni che giocavano, andavano a scuola. I meno fortunati lavoravano. Dopo il 2014 Ahmed, Mohamed e Youssef sono diventati bambini soldato di Isis. Hanno sparato, hanno visto i compagni mandati al martirio. In alcuni casi hanno anche ucciso. E ora sono detenuti delle autorità curde. Sono oltre duecento i prigionieri minorenni sotto custodia del KRG a Erbil. Quindici sono stati giudicati colpevoli e gli altri 190 sono ancora sotto indagine. Tra loro c’è chi si è consegnato spontaneamente ai peshmerga, una parte invece è stata catturata in combattimento. Tutti, prima di arrivare nel centro di detenzione e andare a processo, sono stati interrogati dagli uomini di Asayish, i servizi segreti curdi.
A Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, in un centro di detenzione minorile aperto nel 1992, sono rinchiusi 205 minorenni accusati o sospettati di essere stati bambini soldato di Isis (Foto Eugenio Grosso) – guarda tutte le fotografie http://www.corriere.it/reportages/esteri/2017/isis-bambini-soldato/
Le giornate non passano mai per i detenuti del carcere minorile di Erbil. Strascicano i piedi tra la biblioteca e il campo da calcio, dove giocano quando non fa troppo caldo. Fanno lezione di inglese, ogni tanto vedono qualche film e parlano con lo psicologo. Se vogliono possono andare a scuola. «Quelli di Daesh (Isis, ndr) mi hanno detto “Fai il muezzin, sei affidabile”, così mi hanno messo in mano un kalashnikov e mi hanno ordinato di fare la guardia a un tribunale», racconta Ahmed, 16 anni. Ahmed viene da Hammam Al Alil, una cittadina vicina a Mosul dove di jihad si è sempre parlato, dall’occupazione statunitense in poi. Sembra più grande della sua età. Ha le mani forti, come quelle di un uomo. Ma quando parla, non guarda mai negli occhi. «Ogni sera mi toglievano l’arma. Mi sono consegnato nel mio giorno di riposo», spiega strizzando le palpebre.
Mohamed ha 14 anni. Ogni domenica e lunedì, per due ore, riceve le visite dei genitori che sono sfollati da Mosul a Erbil. La sera quando il guardiano grida di spegnere le luci, sente le serrature scattare e ripensa a quello che gli è successo. «Lavoravo in un campo di petrolio. Poi Isis mi ha addestrato per 38 giorni, all’uso del kalashnikov, dell’Rpg (il lanciarazzi) e del fucile da cecchino», racconta . Tra i suoi istruttori c’erano ceceni, russi, curdi e «forse un iraniano». Molti erano foreign fighters, francesi, inglesi, americani. «Ci obbligavano a leggere il Corano tutti i giorni, da un lato ci facevano sentire importanti, dall’altro ci trattavano come bestie, chi osava protestare veniva portato via».
A pranzo i ragazzi ricevono un piatto di riso e di pollo. Durante l’occupazione la prima cosa che gli uomini di Isis hanno fatto è stato prendere il controllo delle derrate alimentari e alcuni di loro sono malnutriti. Youssef, 17 anni, ha delle cicatrici sul braccio. Sembrano incise con il coltello. Sono recenti, il rosso della carne viva ancora risalta, vicino al gomito. Se le copre con la mano. «Non ho mai maneggiato un’arma. Siccome tutti i dottori erano scappati, mi hanno preso per fare il medico. Un uomo più grande, un curdo, mi ha fatto vedere come cucire le ferite», dice. Youssef non è l’unico che nega di aver combattuto. Ma poi cade in contraddizione. «Non sono cattivo. Ma mi hanno addestrato per otto mesi, mi hanno insegnato a sparare e a fare la lotta». Ogni venerdì Youssef vede un imam che cerca di spiegargli cosa significa essere un buon musulmano. «Estirpare certe idee non è possibile, si tratta piuttosto di modificarle», spiega il capo delle guardie.
Per ora questi tre ragazzi rimangono in cella. Dopo il processo verrà deciso quanto sarà lunga la loro riabilitazione. Potrà durare anche cinque anni. «Secondo il diritto internazionale sono stati vittime di un crimine di guerra: usare i minori in combattimento è vietato dallo Statuto della Corte penale internazionale», sottolinea John Horgan, docente della Georgia State University. Ma perché allora il carcere? «In guerra un 17enne viene considerato un soldato esattamente come un adulto, è un’aberrazione. Ma succede in Iraq, Siria, Afghanistan, Israele. A Guantánamo gli Stati Uniti hanno imprigionato almeno 15 ragazzi», recita un rapporto di Human Rights Watch. La motivazione dei governi è sempre la stessa: «Se sono un pericolo per la sicurezza, devono stare dietro le sbarre, anche se sono minorenni». Poi, quando le guerre finiscono, tutti si dimenticano di loro.
Ahmed, Mohamed e Youssef si stringono nelle loro felpe, il tempo per parlare è finito. Devono pulire i piatti del pranzo. Youssef prova a fare un sorriso. «Da grande voglio giocare a calcio come Messi, voglio uscire di qui, voglio diventare famoso», dice. Poi si gira e torna a strascicare i piedi e si incammina verso il corridoio dove c’è dipinta la farfalla blu.

LA LEGGE SUL CYBERBULLISMO

Cyberbullismo: adesso la legge c’è – SettimanaNews

settimananews.it — Cyberbullismo: adesso la legge c’è – di: Andrea Lebra
Nella giornata di mercoledì 17 maggio, dopo un percorso legislativo durato più di tre anni che ha comportato diverse modifiche radicali,[1] la Camera – con 432 voti favorevoli, nessun contrario e un solo astenuto – ha approvato in via definitiva il disegno di legge recante Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo.
Il disegno di legge era stato presentato in Senato il 24 gennaio 2014. Prima firmataria la senatrice Elena Ferrara, già insegnante della giovane quattordicenne Carolina Picchio che, nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 2013, si è suicidata lasciandosi cadere dal terzo piano della sua casa a Novara, perché stanca di essere derisa dal gruppo di coetanei che qualche settimana prima aveva postato un filmato che la ritraeva ubriaca e in loro totale balìa.
La proposta di legge era stata approvata in prima lettura dal Senato il 20 maggio 2015, poi modificata dalla Camera il 20 settembre 2016 e, quindi, nuovamente approvata, con modificazioni, dal Senato il 31 gennaio 2017.
Il motivo del contrasto tra le aule di palazzo Madama e di Montecitorio ha riguardato sostanzialmente la scelta di limitare gli effetti del provvedimento ai minorenni (opzione del Senato) o di estenderlo ai maggiorenni (opzione della Camera).
La Camera, infine, ha convenuto sull’esigenza di non modificare ulteriormente l’impostazione adottata dal Senato, in considerazione dei tempi a disposizione e delle richieste provenienti dalle famiglie e dagli operatori del settore.
La legge, dedicata a tutte le vittime di bullismo on line, privilegia interventi normativi basati esclusivamente su strumenti preventivi di carattere educativo, senza affiancare misure di natura penale. Essa, inoltre, si riferisce alla prevenzione e al contrasto del solo cyberbullismo, avendo soppresso ogni riferimento al bullismo.
Finalità e definizione di “cyberbullismo”
La legge si compone di 7 articoli.
L’articolo 1 indica come finalità dell’intervento il contrasto del cyberbullismo in tutte le sue manifestazioni attraverso una strategia che comprende misure di carattere preventivo ed educativo nei confronti dei minori (vittime e autori del bullismo sul web) da attuare in ambito scolastico.
Viene, quindi, fornita una definizione dettagliata del cyberbullismo come «qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti on line aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo».
Lo stesso articolo definisce, inoltre, quale gestore del sito internet il prestatore di servizi della società d’informazione, diverso da quello degli articoli 14, 15 e 16 del Decreto legislativo 9 aprile 2003 n. 70, che sulla rete internet cura la gestione di un sito in cui possono manifestarsi fenomeni di cyberbullismo.
Sembrano, pertanto, esclusi dalla definizione di “gestore del sito internet”, e quindi dall’ambito di applicazione del provvedimento, gli access provider (cioè i provider che forniscono connessione a internet, come Vodafone o Telecom Italia), nonché i cache provider, cioè i provider che memorizzano temporaneamente siti web, e i motori di ricerca.
Rientrano invece nella definizione di “gestori del sito internet” tutti i prestatori di servizi che curano la gestione dei contenuti di un sito dove si riscontrano condotte di bullismo informatico
Tutela della dignità del minore
L’articolo 2 – rubricato “Tutela della dignità del minore” – prevede un doppio canale per la tutela dagli atti di cyberbullismo.
Anzitutto, il minorenne maggiore di 14 anni vittima di bullismo informatico (nonché ciascun genitore o chi esercita la responsabilità sul minore) può rivolgere istanza al gestore del sito internet o del social media o, comunque, al titolare del trattamento per ottenere provvedimenti inibitori e prescrittivi a sua tutela (oscuramento, rimozione, blocco di qualsiasi altro dato personale del minore diffuso su internet, con conservazione dei dati originali).
La presentazione dell’istanza può avere luogo anche qualora le condotte di cyberbullismo – da identificare tramite il relativo URL (Uniform resource locator) – non integrino le fattispecie previste dall’articolo 167 del Codice della privacy (trattamento illecito dei dati) ovvero da altre “norme incriminatrici”.
Il titolare del trattamento o il gestore del sito internet o del social media deve comunicare, entro 24 ore dall’istanza, di avere assunto l’incarico e deve ottemperare alla richiesta nelle successive 48 ore.
In caso contrario (come pure nel caso in cui non sia possibile identificare il titolare del trattamento, il gestore del sito internet o del social media), l’interessato può rivolgere analoga richiesta, mediante segnalazione o reclamo, al Garante per la protezione dei dati personali che deve provvedere, in base alla normativa vigente, entro le successive 48 ore.
Piano di azione
L’articolo 3 – rubricato “Piano di azione integrato” – prevede la costituzione, entro trenta giorni dell’entrata in vigore della legge, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri di un tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo.
Oltre che predisporre un piano di azione integrato per il contrasto e la prevenzione dei fenomeni, il tavolo tecnico dovrà realizzare un sistema di raccolta di dati finalizzato al monitoraggio dell’evoluzione dei fenomeni.
Il piano dovrà essere integrato con il codice di coregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, a cui dovranno attenersi gli operatori che forniscono servizi di social networking e gli altri operatori della rete internet.
Il piano dovrà altresì stabilire, entro 60 giorni dalla sua costituzione, le iniziative di informazione e di prevenzione del fenomeno del cyberbullismo rivolte ai cittadini, coinvolgendo primariamente i servizi socio-educativi presenti sul territorio, in sinergia con le scuole e avvalendosi della collaborazione della Polizia postale.
Al piano prendono parte, a titolo gratuito, una rappresentanza sia delle associazioni studentesche e dei genitori, sia delle associazioni attive nel contrasto del bullismo e del cyberbullismo.
Compiti della scuola
L’articolo 4 riguarda specificamente l’adozione di misure in ambito scolastico.
Si prevede, in particolare, l’adozione, da parte del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo nelle scuole, anche avvalendosi della collaborazione della Polizia postale.
Il medesimo articolo determina gli obiettivi di tali linee di orientamento, che includono per il triennio 2017-2019: la formazione del personale scolastico, prevedendo la partecipazione di un proprio referente per ogni autonomia scolastica; la promozione di un ruolo attivo degli studenti, nonché di ex studenti che abbiano già operato all’interno dell’istituto scolastico in attività di pee education, nella prevenzione e nel contrasto del cyberbullismo nelle scuole; la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti.
La stessa disposizione demanda agli uffici scolastici regionali la promozione della pubblicazione di bandi per il finanziamento di progetti di particolare interesse elaborati da reti scolastiche per azioni integrate di contrasto al cyberbullismo e di educazione alla legalità.
Alle scuole di ogni ordine e grado è demandata la promozione dell’educazione all’uso consapevole delle rete internet e ai diritti e doveri derivanti dal suo utilizzo.
Progetti di sostegno dei minori vittime di atti di cyberbullismo nonché iniziative rieducative – anche attraverso attività riparatorie o di utilità sociale – dei minori autori degli atti, sono adottati dai servizi territoriali, non solo sociali.
L’articolo 5 prevede, in caso di episodi di cyberbullismo in ambito scolastico, l’obbligo del dirigente responsabile dell’istituto di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti e di attivare adeguate azioni educative. L’obbligo di informazione alle famiglie è circoscritto ai casi che non costituiscono reato.
Ammonimento da parte del questore
L’articolo 7 riguarda l’ammonimento del questore, la cui disciplina è mutuata da quella dello stalking (art. 612-bis c.p.)[2] e appare finalizzata sia ad evitare il ricorso alla sanzione penale che a rendere il minore consapevole del disvalore del proprio atto.
Viene previsto che, fino a quando non sia stata proposta querela o presentata denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi, mediante Internet, da minorenni ultraquattordicenni nei confronti di altro minorenne, il questore – assunte se necessario informazioni dagli organi investigativi e sentite le persone informate dei fatti – potrà convocare il minore responsabile (insieme ad almeno un genitore o ad altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente e invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge; dell’ammonimento è redatto processo verbale. Viene precisato che, al compimento dei 18 anni, cessano gli effetti dell’ammonimento.
Da ricordare che l’ingiuria (art. 594 c.p.)[3] costituisce un illecito depenalizzato dal Decreto legislativo 15 gennaio 2016 n. 7. L’ingiuria costituisce attualmente illecito civile che obbliga, oltre che al risarcimento del danno all’offeso disposto dal giudice, anche al pagamento di una sanzione pecuniaria civile (da 100 a 8.000 euro), da versare all’entrata del bilancio dello Stato.
Gravità del problema
Indubbiamente la legge è perfettibile. È importante, però, che il legislatore abbia scelto di non indugiare oltre ad affrontare di petto un fenomeno sempre più inquietante.
Se il bullismo fra adolescenti non è certo un fenomeno nuovo, la sua recente evoluzione in cyberbullismo appare oggi costantemente in crescita, favorita dalla massiccia diffusione, anche tra i giovanissimi, di dispositivi che consentono un facile accesso alla rete internet.
La rete – e in particolare i social network – consentono al bullo di spostare l’aggressione e le molestie nei confronti della sua vittima dalla dimensione delle relazioni reali a quella virtuale, causando danni ancora più gravi, profondo disagio e conseguenze talvolta tragiche, come dimostra il fatto che è all’origine della legge.
Che il fenomeno sia in ascesa lo confermano tutte le indagini più recenti. Telefono Azzurro ha registrato nell’ultimo anno un caso al giorno di molestie on line fra adolescenti.
Un’indagine condotta dal CENSIS con la Polizia postale ha rilevato casi di cyberbullismo nel 52% delle scuole italiane.
L’altro elemento che emerge da tutte le ricerche in materia è la scarsa attenzione delle famiglie, che tendono a sottovalutare questi episodi considerandoli spesso semplici ragazzate.
Siamo di fronte a un problema anzitutto culturale. Oggi gran parte degli adolescenti usa uno smartphone ed è iscritta a una o più piattaforme social. Sono sempre connessi e si muovono in rete con abilità, ma ne sottovalutano i rischi.
I nuovi media offrono grandi opportunità formative ma a condizione che ci sia un’educazione al loro corretto utilizzo che spesso la famiglia non è in grado di dare, a causa del deficit digitale che coinvolge gran parte della popolazione adulta.
Un efficace contrasto del cyberbullismo richiama l’esigenza di una strategia comune che coinvolga diversi attori: istituzioni, educatori, famiglie, operatori di mercato, con azioni integrate tese a monitorare, contrastare e sanzionare ma, soprattutto, a prevenire ed educare.
È quanto si propone la nuova legge, sulla quale, pertanto, non si può che esprimere un giudizio globalmente positivo.
[1] Cf. SettimanaNews.it 19/10/2016.
[2] Cf. SettimanaNews.it 3/12/2016.
[3] Articolo abrogato dall’ art. 1 del Decreto legislativo 15 gennaio 2016 n. 7.

LA RABBIA DEL RIF MAROCCO CONTRO LO STATO

MAROCCO. Il Rif di mare e di montagna si ribella allo Stato – nena-news.it

nena-news.it/ – Dallo scorso ottobre la regione settentrionale – impoverita e costretta a sopravvivere di pesca e hashish – è in piazza per chiedere giustizia sociale e lavoro. Negli ultimi giorni 70 arresti, tra loro il leader del movimento popolare. E il resto del paese segue a ruota – di Chiara Cruciati
La regione marocchina di Rif sta esplodendo: da metà maggio le proteste sociali sono tornate sulle pagine dei giornali arabi, ma è da ottobre che la popolazione scende in piazza. Dalla morte di un venditore di pesce, Mouhcine Fikri, 31 anni.
Chiedono lavoro e sviluppo economico, chiedono giustizia per Fikri. È intorno alla sua immagine che il movimento si è radicato e ampliato. Mouhcine restò ucciso mentre cercava di recuperare un pesce spada che la polizia aveva sequestrato e gettato in un camion della spazzatura.
Era entrato dentro il camion ed era rimasto schiacciato. Una morte terribile, il video fece il giro del paese accendendo la rabbia della popolazione marocchina per l’ingiustizia subita da chi cercava di guadagnarsi il pane.
A molti ricordò il 2011, le proteste di piazza contro re Mohammed VI e la richiesta – inevasa – di giustizia sociale.
Il governo tenta di correre ai ripari: la scorsa settimana il ministro dell’Interno Laftit è andato nella regione, a maggioranza berbera, per promettere sostegno all’economica locale, in particolare al settore della pesca.
Ma per ora la sola risposta è la violenza: quaranta persone sono state arrestate dalla polizia (70 in tutta la provincia secondo la Moroccan Association of Human Rights), che ha cercato di fermare le proteste usando la forza, pestaggi e gas ma le strade si sono riempite sempre di più.
Tra i detenuti c’è il leader di Al-Hirak al-Shaabi, “Movimento Popolare”, Nasser Zefzafi. È stato arrestato lunedì dopo tre giorni di fuga con l’accusa di aver interrotto la preghiera in una moschea lo scorso venerdì per chiamare i fedeli a scendere in piazza.
Per l’articolo 221 del codice penale, rischia dai sei mesi ai tre anni di carcere. Al momento si troverebbe in carcere a Casablanca.
Una delle proteste per la morte di Fikri a al-Hoceina (REUTERS/Stringer)
Una delle proteste per la morte di Fikri a al-Hoceina (REUTERS/Stringer)
Per tutti gli altri l’accusa, fa sapere il procuratore della città di al-Hoceima, è “minaccia alla sicurezza dello Stato”. Ma non solo: le autorità marocchine imputano ai manifestanti di aver ricevuto denaro dall’estero e di portare avanti “attività di propaganda”.
Venerdì sera erano 56mila a gridare “Siamo tutti Zefzafi” e “Basta militarizzazione”, e di nuovo migliaia nelle sere successive. E pian piano la protesta si allarga: da al-Hoceima a Nador e Tangeri fino a Casablanca, Marrakesh e la capitale Rabat.
Perché se Rif ha una lunga storia di tensioni con il governo centrale, lunga più di un secolo e segnata da lunghe sollevazioni e conseguenti brutali militarizzazioni, è tutto il Marocco ad essere investito da difficili condizioni di vita, da un’economia che arranca: il 25,5% dei giovani non hanno un impiego, di infrastrutture non ne sorgono se non a favore dei nuovi settori dell’elettronica e dell’aeronautica che arricchiscono le élite economiche.
Non a caso, anche allora, quando Fikri morì, le principali città marocchine riempirono le piazza contro l’abuso delle autorità e le umiliziani subite dai lavoratori.
Soprattutto in una regione costiera come Rif dove si vive di pesca, in assenza di altre opportunità lavorative, ma dove il grosso della produzione è mangiato dalle grandi compagnie europee che esportano il pesce marocchino ma allo stesso tempo producono così tanto da far impennare i prezzi locali.
A ciò si aggiungerebbe, dicono fonti locali, la minaccia delle autorità marocchine di distruggere migliaia di ettari di piantagioni di marijuana e di kif, ricavata dalla canapa. Le montagne del Rif, alte fino a duemila metri, sono tra le principali produttrici di hashish al mondo (il 40% della produzione mondiale, dicono le stime), un settore che dà lavoro a 800mila persone.
Ora Rabat prova a sdaricarlo: se la produzione è stata legale fino al 1974, un regio decreto l’ha poi bandita, aprendo a campagne di arresti, migliaia. Ma è una delle fonti di sussistenza della popolazione delle montagne, marginalizzata da sempre. Nena News
Chiara Cruciati è su Twitter: @ChiaraCruciati

100 AZIENDE CHE DISTRUGGONO IL 25% DEL CLIMA

Clima, 100 aziende responsabili del 25% delle emissioni di CO2 – Greenreport

greenreport.it – Clima, 100 aziende responsabili del 25% delle emissioni di CO2. Anche l’italiana Eni SpA nella lista, al quattordicesimo posto e con emissioni in aumento rispetto al 2014
Secondo il rapporto Global 100 greenhouse gas performance: new pathways for growth and leadership, appena pubblicato dalla Thomson Reuters, da sole le 100 aziende con i più ampi impatti climalteranti a livello mondiale hanno generato 28,4 miliardi di tonnellate di CO2eq nel 2015, rappresentando il 25% dei gas serra emessi dai 7 miliardi di esseri umani che oggi popolano il pianeta.
Al primo posto per emissioni spicca «Coal India, società indiana per l’estrazione del carbone, con oltre 2 miliardi di tonnellate di CO2  emesse nel 2015.
Segue Pjsc Gazprom, società russa per l’estrazione, la produzione, il trasporto e la vendita di gas, con emissioni superiori agli 1,2 miliardi di tonnellate.
La multinazionale americana per il petrolio e il gas, ExxonMobil Corporation, è invece la terza più inquinante con emissioni poco al di sopra del miliardo di tonnellate.
Tra i soggetti europei – osservano dall’ASviS,  l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile che ha analizzato il rapporto – la Royal Dutch Shell Plc, multinazionale anglo-olandese del petrolio e del gas, che occupa il nono posto della classifica, la francese Total S.A., undicesima, Eni SpA, al quattordicesimo posto con emissioni in aumento rispetto al 2014, e la British Petroleum Plc, dodicesima.
Nella maggior parte dei casi, le emissioni sono rimaste pressoché invariate tra il 2014 e il 2015, mentre avrebbero dovuto diminuire. Quelle di alcuni soggetti sono addirittura aumentate».
Eppure, molte di queste multinazionali risultano oggi più consapevoli che in passato del loro impatto sul clima, e rientrano ormai tra qui soggetti che chiedono alla politica internazionale di attivarsi per combattere il cambiamento climatico.
Come mai? «Un’analisi della correlazione tra gli introiti delle grandi aziende inquinanti e le loro emissioni – dichiarano dall’ASviS – rivela che mentre i ricavi, cioè il fatturato, sono proporzionali alle emissioni, l’utile netto (dal quale dipende il valore per gli azionisti) non lo è.
Questo indica che il decoupling (letteralmente “disaccoppiamento”) funziona e che per gli azionisti il valore non è colpito negativamente dalla decarbonizzazione». Anche le multinazionali fossili hanno capito che il vento è cambiato.

REFLEX O MIRRORLESS?

Che differenza c'è tra una fotocamera reflex e una mirrorless?

Mirrorless o reflex? Ecco una guida che vi permetterà di scegliere quale è la fotocamera migliore per muovere i primi passi nel mondo della fotografia

E così avete deciso di assecondare la vostra passione per la fotografiacomprandovi una fotocamera. La domanda che vi blocca però è: devo acquistare una reflex o una mirrorles? Per rispondere a ogni dubbio cerchiamo di fare una lista delle principali differenze tra questi due diversi tipi di fotocamera.
Partiamo da un primo punto fondamentale ma esemplificativo. Le mirrorless, così come le reflex, permettono di cambiare le lenti, ma come si può intuire dal nome delle prime, le mirrorless non hanno il sistema di lenti complesso e di qualità che possiedono invece le fotocamere reflex. Questo aspetto, però, permette alle mirrorless di essere generalmente più piccole, più leggere e, in parte, più semplici da usare. Spesso hanno ricevuto delle critiche per la qualità delle immagini scattate, ma le fotocamere mirrorless di ultima generazione scattano ottime foto. Ecco una guida che vi spiega le differenze tra fotocamera mirrorless e una reflex.

Dimensioni e peso

Quando parliamo di fotocamere le dimensioni contano. Le reflex, definite anche DSLR, sono macchinari spesso grandi e abbastanza pesanti. È il peso da pagare per grandi lenti di qualità assoluta. Al contrario le mirrorless, o CSC, sono macchine piccole e leggere. Se è la portabilità quello che stiamo cercando è preferibile acquistare le seconde. Il problema con le mirrorless però arriva con gli obiettivi: sono quasi sempre grandi e ingombranti e scomodi da trasportare. Anche se alcune mirrorless sono dotate di lenti retrattili. Anche se in questo caso si paga in termini di qualità dello scatto.

Lenti

Gli obiettivi sono il vero punto di forza delle reflex. Anche le mirrorless si difendono con ottimi obiettivi. Nell’acquisto degli obiettivi per mirrorless non basta guardare il prezzo per capire qual è il prodotto migliore. Bisognerà farsi consigliare da un esperto di fotografia dopo aver espresso chiaramente le nostre esigenze. Se gli obiettivi sono il nostro principale punto d’interesse una reflex Canon o Nikon è la scelta consigliata.

Mirino ottico

Preferiamo una visione ottica prima dello scatto perché siamo sei puristi della fotografia oppure per noi è meglio un mirino digitale per capire già prima dello scatto quale sarà la resa finale? Questo quesito farà la differenza nell’acquisto. Nel caso ci trovassimo nella prima opzione dobbiamo puntare su una reflex altrimenti meglio una CSC. Attenzione però, scattare senza mirino con una mirrorless in piena luce può alterare la nostra concezione dello scatto e perciò deludere le nostre aspettative. Per porre rimedio a questo problema, ultimamente i mirini elettronici stanno facendo dei passi da gigante. Anche se ancora possono presentarsi del lag.

Autofocus

Anche questo è un aspetto fondamentale. Nella maggior parte delle reflex l’uso dell’autofocus è debole in modalità Live View, cioè quella funzione che permette di poter vedere nello schermo LCD quello che si sta inquadrando, invece di utilizzare il mirino ottico. Che è del resto quello che fanno tutte le compatte digitali, o mirrorless. Alcune reflex per colmare il divario in questo senso con le compatte usano degli autofocus ibridi, come accade su alcuni modelli Canon, ma è un’eccezione invece che la regola. Questo è forse l’unico campo dove le CSC hanno un serio vantaggio sulle reflex.

Scatto continuo

Anche con le riprese ad alta velocità e nello scatto continuo ad avere la meglio sono le compatte digitali rispetto alle reflex. Questa funzione è particolarmente utile per catturare scene d’azione o sportive senza perdere in qualità. Per fare un esempio la Canon EOS-1D X Mk II raggiunge i 14 fotogrammi al secondo, ma una mirroless come Olympus OM-D E-M1 Mark II può raggiungere i 60fps.

Video

Le macchinette reflex sono molto utilizzate per la realizzazione dei video, anche perché hanno una lunga storia alle spalle. Le mirrorless sono utilizzate meno ma permettono quasi sempre di registrare video in 4K e sono considerati da molti il futuro nel settore. Le reflex da tempo supportano l’HD e il Full HD e possiedono tutta una serie di accessori molto utili per le riprese. Però il 4K è una tecnologia più comune sulle mirrorless. Panasonic si è ritagliato una nicchia in questo settore e anche per le mirrorless attualmente esistono diversi accessori da utilizzare per migliorare la qualità e la semplicità durante le riprese video.

Entry-level

Se siamo alla ricerca di un adispositivo entry level perché non abbiamo grande conoscenza della fotografia e delle sue tecniche non c’è problema. Entrambe, sia le DSLR che le compatte, sono facili da usare. Entrambe hanno l’esposizione e la messa a fuoco automatica. In entrambe le macchine i comandi manuali possono essere disattivati per scattare lasciando scegliere alla fotocamera i vari settaggi. Attenzione però ai mirini, non tutte le CSC più economiche li hanno.

Qualità d’immagine

In questo campo la spunta la reflex ma molto dipende dalle nostre esigenze. Se cerchiamo una fotocamera per iniziare a coltivare la nostra passione probabilmente non andremo a spendere molto ma cercheremo di limitare il costo iniziale. Per questo anche le compatte digitali offrono buone soluzioniper quanto riguarda la qualità d’immagine. Questo sarà un aspetto magari da tenere in considerazione dopo aver fatto pratica per passare al livello successivo e per scattare foto sempre più belle.

Durata della batteria

Una reflex medio gamma effettua dai 600 agli 800 scatti con una ricarica, anche se alcuni modelli di fascia alta arrivano anche a 1000 scatti. Le mirrorless, invece, raggiungono mediamente 300-400 scatti prima di scaricarsi. E per questo le batterie di riserva in questo caso sono sempre consigliate.

Prezzo

A differenza di quanto si possa credere le CSC non sono più economiche delle reflex. Il divario tra le due categorie si sta restringendo, ma le mirrorless più economiche ancora mancano di tutta una serie di caratteristiche (mirino su tutte) che spingono a preferire le reflex. Esistono molte reflex economiche che vanno benissimo per chi si sta muovendo i primi passi nel mondo della fotografia.

CHI E' ESENTE DAL CANONE RAI?

Canone Rai: possibilità di esenzione a giugno. Ecco come

Canone RAI in bolletta: esenzione semestrale dall'abbonamento 2017 con domanda entro fine giugno

La scadenza per l’esenzione annuale era il 31 gennaio – si legge su pmi.it -: chi è arrivato tardi si è visto addebitare sulla bolletta elettrica le prime rate da 9 euro (se la bolletta è bimestrale da febbraio, addebiti da 18 euro di canone TV e via dicendo).
ESENZIONE – I contribuenti che non hanno un televisore hanno diritto all’esenzione ma devono comunicarlo ogni anno alla RAI, entro il 31 gennaio. L’adempimento va quindi effettuato anche da parte di coloro che hanno già chiesto l’esenzione per non possesso dell’apparecchio televisivo nell’anno precedente: la richiesta va rinnovata tutti gli anni, altrimenti pur non avendo l’apparecchio televisivo bisogna pagare il canone. Chi invia la domanda di esenzione entro il 30 giugno, avrà diritto all’esenzione solo per il secondo semestre.
Attenzione: l’obbligo di presentare la dichiarazione di esenzione tutti gli anni riguarda solo il caso di chi non possiede il televisore. Se invece l’esenzione è determinata dal fatto che il canone RAI viene già pagato su un’altra utenza, coloro che hanno già presentato il modulo lo scorso anno non devono ripresentarlo.
I moduli da utilizzare sono quelli pubblicati sul sito dell’Agenzia delle Entrate e che l’invio non richiede alcuna spesa. Resta possibile l’invio cartaceo, in plico raccomandato senza busta al seguente indirizzo: Agenzia delle entrate, Ufficio Torino 1, Sportello abbonamenti TV, Casella postale 22, 10121 – Torino.

PYONGYANG AUMENTA LA POTENZA DELLE ARMI

Pyongyang conferma il test: e ora armi più potenti

La Corea del Nord rivendica il lancio del missile a corto raggio: gli Usa e i fantocci del Sud si preoccupino
Kim Jong-un
globalist30 maggio 2017
Kim Jong-unIeri Pyogyang ha lanciato un missile a corto raggio nel mar del Giappone nel suo nono test dell'anno. "Il missile balistico è volato verso est e ha colpito con successo l'obiettivo pianificato con una deviazione di sette metri", si legge nella nota pubblicata da Kcna in cui si assicura che il test è servito per "verificare la stabilità in volo". La Corea del Nord oggi ha confermato il lancio ribadendo che si è trattato di un test "per un nuovo sistema di ultra precisione". Lo rende noto l'agenzia statale Kcna spiegando che il leader nordcoreano Kim Jong-un ha assistito ancora.
Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha disposto lo sviluppo di più potenti armi grazie "ai risultati raggiunti", rinnovando l'obiettivo della preparazione massima per far fronte al nemico in ogni momento e contesto. Lo riporta l'agenzia ufficiale Kcna, in merito al lancio del missile a corto raggio di ieri mattina, nell'ambito del ciclo di operazioni guidate dal leader esprimendo "piena soddisfazione". Il test, il nono del genere da inizio 2017, e' la prova di come gli Usa "dovrebbero essere molto preoccupati" e "i fantocci del Sud dovrebbero sentirsi sempre piu' abbattuti". "Kim ha espresso la convinzione che il test dovrebbe dare una grossa spinta in avanti in questo spirito per mandare un piu' grande 'pacco regalo' agli Yankees", ha riferito ancora la Kcna. Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei Lavoratori, ha pubblicato oggi alcune foto del missile lanciato che secondo i militari di Seul dovrebbe trattarsi di uno Scud (o la versione maggiorata Scud-ER), mostrato nella parata militare del 15 aprile.