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giovedì 27 luglio 2017

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TAGLIATESTE

Home / Attualità / Storia di un tagliatore di teste

Storia di un tagliatore di teste

Dalla Montedison a Uber. La storia della progressiva deindustrializzazione italiana raccontata da un protagonista. Dalle chiacchiere rivoluzionarie ai morti di cancro a Porto Marghera. Quindi i licenziamenti di massa nella Milano craxiana e berlusconiana. Infine tassista – filosofo. L’ultimo nemico? Il caporalato digitale
Faccio parte di quella generazione che faceva una sorta di viaggio iniziatico. Partivamo per l’India, sognando l’avventura e l’Oriente. Trovai entrambe, e anche milioni di amebe, in Afghanistan, poco prima dell’invasione sovietica e nel deserto di Pushkar fra ashram colmi di scimmie e santoni. Facevo anche parte della sinistra extraparlamentare degli anni ’70.
All’inizio degli anni ’80 mentre il riflusso ci sommergeva e ognuno andava per conto suo, mi sono laureato in Filosofia della politica, con una tesi su Hannah Arendt, allora pressoché sconosciuta in Italia. Mi aveva aperto un mondo, ci avevo lavorato con passione un paio d’anni e pensavo di restare nell’ambiente universitario.
Mentre aspettavo concorsi che non arrivavano mai facevo colloqui per non essere assunto, poi – avendo necessità di lavorare – per essere assunto. Sono finito alle direzione del personale in un’azienda del gruppo Montedison. Mi sono ritrovato dalle chiacchiere tra filosofi al petrolchimico di Porto Marghera. Il cancro era una presenza costante, come i fumi, le fiammate notturne delle ciminiere e l’inconfondibile puzzo che ti prende alla gola. Certo, qualche operaio moriva, lo sapevano soprattutto loro quanto fosse un ambiente malsano, ma dovevano pur campare.
Non avrei potuto avere un impatto più brusco con la realtà. Mi trovavano promettente e mi proposero di andare in uno stabilimento del Sud. Rifiutai ma anziché cacciarmi mi spostarono alla “selezione del personale”. Dopo tante ristrutturazioni e chiusure serviva di nuovo qualche ingegnere, qualche chimico. Somministravo test, assistevo a giochi di ruolo e stendevo profili psicologici e di adattabilità dopo colloqui individuali.

L’era socialista e berlusconiana

Poi sono finito in una grande un’azienda di telecomunicazioni delle Partecipazioni statali in quota socialista. Non ero uno di loro ma sono andato a fare il “selezionatore esperto”. L’amministratore delegato era una donna manager, una rarità per quei tempi, craxiana di ferro. Dopo la sue morte, forse per far dimenticare quella presenza ingombrante, il nuovo Ceo lanciò un piano di mille assunzioni. Un grosso impegno, colloqui da mattina alla sera, ma della fase positiva del recruiting, ricordo il progetto di assumere ingegneri irlandesi per lo stabilimento dell’Aquila. Me ne occupai anche io perché conoscevo bene l’inglese e mi divertiva l’idea di alloggiare qualche settimana nel migliore albergo di Dublino.
Mi hanno fatto poi capo del personale di una piccola società del gruppo. Una promozione, ma io volevo fare le relazioni industriali, le trattative con le organizzazioni sindacali esterne ed interne, i rapporti con i ministeri, con le istituzioni. Pensavo fosse giusto mediare, trovare soluzioni, negoziare tutto. E lì c’era la politica e l’azione.
Da funzionario delle relazioni industriali ho cominciato a seguire la progressiva deindustrializzazione di questo paese. Una parte degli esuberi di personale era determinata dalla tecnologia, certo, ma il grosso era il frutto della volontà di tagliare i costi fissi e aumentare i profitti.
Il gioco funzionava più o meno così: l’azienda presentava un piano industriale pluriennale, al cui termine inesorabilmente veniva dichiarata la necessità di ridurre gli organici e quantificato il numero di esuberi, il sindacato contestava, chiedeva contropartite, assunzioni, formazione, incentivi salariali, buonuscite, insomma faceva il suo mestiere.
Dopo un po’ la situazione precipitava, insomma si drammatizzava, veniva coinvolto il governo che in veste di mediatore concedeva ammortizzatori sociali in quantità specifiche e piovevano pre-pensionamenti, mobilità lunghe (sette anni al Sud, sei al Nord), casse integrazioni straordinarie di due, tre, cinque anni. E c’erano anche lavoratrici e lavoratori contenti di andare in pensione a 45 anni. Intanto le fabbriche si rimpicciolivano sempre più fino a che un bel giorno venivano chiuse. E allora tutti a casa.
A quel tempo i ricercatori, i produttori di software erano rimasti indenni. Erano considerati ancora core business come il service di alto livello. Il resto, pezzo dopo pezzo, inesorabilmente, andava in outsourcing. La parola ramo d’azienda era diventata una sorta di mantra. A volte era una forma di appalto del licenziamento posticipato, in genere di tre anni. Quasi sempre comunque le cessioni finivano male. C’erano poi i cosiddetti “esodi”, dimissioni incentivate e l’outplacement , gli specialisti della ricollocazione, che però era di fatto una chimera. Le percentuali di successo erano bassissime. Perché in questo paese una volta che sei fuori, sei fuori.
Alla fine degli anni ‘90 sono andato in una grande multinazionale tedesca, sempre operante nel settore telecomunicazioni, dove continuavano le chiusure di stabilimenti, fra cui quello dell’Aquila, dove di ingegneri irlandesi non c’era più neanche l’ombra. Io ero capo del personale di uno stabilimento dell’hinterland milanese, che di efficientamento in efficientamento aveva ridotto – anche grazie al mio contributo – di due terzi gli organici..
Anche quei pochi giovani che entravano grazie alle nuovi leggi sul lavoro, sempre più flessibili, sempre più leggere, erano in una situazione di perenne precarietà. Oggi c’erano, dopo sei mesi sparivano e ne entravano altri.

Rovina industriale

Alla fine hanno deciso di vendere tutte le attività relative alle telecomunicazioni, considerate ormai “mature”, ai concorrenti. Tremila persone. Quel che restava della produzione ai liquidatori americani. Ma adesso toccava anche a tutti gli altri, agli intoccabili. Anche quelli del software (i “ricercatori”), i tecnici specializzati, i commerciali, i finanziari, gli staff. Tutti prima o poi venivano messi in cassa integrazione o venivano licenziati. Io sono finito in una piccola società con il compito di gestirne la ristrutturazione. In un anno da 300 siamo rimasti in 70.
Ormai anche io non servivo più a niente. Ero un esubero. Dopo sei mesi di mobbing scientifico abbiamo trovato un’intesa economica e sono uscito dal mondo in cui avevo lavorato 25 anni. Avevo visto la cancellazione di più di 20mila posti di lavoro. Nell’ultimo stabilimento dove avevo lavorato, oggi volano indisturbati i corvi mentre l’erba invade pian piano parcheggi ed uffici. Un paesaggio di rovina industriale.
C’è chi sacrifica l’intera esistenza a un’identità lavorativa. Sei la tua professione. E basta. Quando quell’identità sparisce è un dramma. Ci sono stati suicidi, separazioni. Chissà che fine han fatto in tanti. Io ho sempre cercato di mantenere una specie di schizofrenia controllata rispetto alla mia vita nel suo complesso. Non ho mai smesso di scrivere e studiare, ad esempio. Intellettuale e quadro industriale. A prezzo di nevrosi, ma la libertà ha sempre un prezzo.
Ho aspettato proposte di lavoro sperando che non arrivassero troppo in fretta e anche che non arrivassero proprio. Ero tornato alla situazione post laurea. Mi son preso un sabbatico, un anno di studi, un viaggio in Europa, un piccolo saggio per una rivista filosofica. Ho tradotto alcuni discorsi dei Nobel dallo spagnolo e dall’inglese per un’antologia. Neruda, Solzenicyn. Una festa.
Avevo anche un “piano b”. Mi tornava in mente “Taxi driver”. Avevo letto Gazdanov. Mi piaceva la figura del tassista. Gente libera. Mi era sempre piaciuto chiacchierare con i tassisti. Ero interessato al loro lavoro, mi incuriosiva. Stare in auto avendo rapporti con ogni genere di persone, ma limitati nel tempo, mi sembrava infinitamente meglio che la prigionia dell’ufficio dove poteva accadere di dover sopportare tutti i giorni l’ultimo degli imbecilli.

Un mestiere inattuale

Vivevo in centro a Milano, una casa in affitto con gli affreschi. La segretaria. La macchina aziendale. Un piccolo borghese di successo.
Ma quando ti ritrovi disoccupato a 50 anni, in un paese strangolato dalla crisi economica, sull’orlo del fallimento e in piena deindustralizzazione, sei messo male. E nessuno più di me sapeva cosa era un esubero. Avevo bisogno di un mestiere inattuale.
L’attualità era fatta di rotelline espulse dall’ingranaggio: esodi, esuberi, licenziamenti. E un oceano di precarietà.
Ho investito la liquidazione nella licenza taxi. E così mi sono trovato immerso nel famoso proletariato, che fino ad allora non avevo conosciuto se non indirettamente. Io in ufficio, loro in fabbrica. Devo ringraziare i tassisti. Alcuni possono apparire rozzi, volgari, con una bassa scolarità, alcuni vivono nelle periferie, ma tutti fanno un lavoro duro, ripetitivo, pericoloso, usurante, mai banale.
Nell’immaginario il tassista è un ricettacolo di storie. O più semplicemente il vetturino, il postiglione, il fido autista che ti riporta a casa dopo una cena d’affari o un’avventura galante che non ti puoi permettere. Nella realtà, è lui che ti giudica al primo sguardo. Il primo giudizio è: “Questo è pericoloso o no?”. E subito dopo: “Sarà una corsa tranquilla o mi infastidirà tutto il tempo?”. E c’è un perché. Il tassista che non giudica correttamente rischia la vita. In macchina l’incolumità è sempre a rischio. Questo aspetto all’inizio mi ha sconvolto. Hanno anche tentato di rapinarmi. Poi ci fai l’abitudine e impari a giudicare.

Contro Monti e Uber

Ho odiato subito Monti. I benpensanti lo salutavano come un liberatore, un uomo di stile dopo le cene eleganti berlusconiane. Ma per me era l’espressione pura del neoliberismo. Un classico funzionario del capitale completamente indifferente ai destini delle persone. Non mi sbagliavo. Nel primo mese di governo mi ha ritardato la pensione di quattro anni. E Milano è fatta di pavé e ti spacca la schiena a forza di microtraumi.
Subito dopo voleva liberalizzare i taxi. Azzerare il valore della licenza e moltiplicare l’offerta senza alcun rapporto con la domanda. Voleva dare un segnale di equità, diceva, colpendo una categoria a suo dire simbolo della destra, dopo aver colpito i pensionati “ di sinistra”. Nel gennaio 2012, con cinque gradi sotto zero, ho scioperato dieci giorni di fila. La prima volta da quando ero studente. Ho imparato che fra i tassisti è dura per i crumiri.
Ho conosciuto un mondo fantastico in cui lo sciopero è o non è. Una categoria di individualisti può diventare una forza compatta. Avevo visto giusto: una consapevolezza di classe per una professione inattuale. C’è chi ha preso la broncopolmonite, con dieci giorni di blocco coi fuochi accesi in strada. C’era chi mostrava le foto dei figli, dicendo: “Questi sono quelli che Monti vuole uccidere”. I tassisti mi hanno insegnato cosa è il conflitto di classe nella realtà, non nei convegni. Anche se loro non lo chiamerebbero mai così.
Poi, nel 2013, è arrivata Uber. Sono stato tra i primi ad oppormi. Non è una compagnia di trasporti, e tantomeno una tecnologia: è una banca che raccoglie cash in tutto il mondo. Vuole sostituirsi al servizio pubblico, sfruttando gli operatori senza neppure assumerli, non ha costi, se non la lobby sui governi. Liberalizzare, privatizzare, la canzone è sempre quella. Tutti consumatori, nessuno cittadino.
Gli autisti costretti a comprare i mezzi e a incassare tariffe impossibili di cui la app trattiene un quarto vengono rapidamente ridotti in semi-schiavitù. È il caporalato digitale. Il dominio dell’intermediario. La svalutazione totale del lavoro.
E infatti rapidamente l’affaire è diventato un simbolo, l’uberizzazione del mondo la chiamano. Ma non c’è nulla di nuovo, è sfruttamento primordiale, cancellazione dei diritti, cultura dello scarto. È neoschiavismo.
E così mi ritrovo, di nuovo, a sessant’anni, esubero, ridondanza, scarto. Una nemesi, un destino. Ma non da solo questa volta, e, almeno, dalla parte giusta.

Fonte: www.terrelibere.org/
Link: http://www.terrelibere.org/storia-di-un-tagliatore-di-teste/
4.07.2017

I SUICIDI INFINITI DELLE ROCK STAR

Home / Attualità / Quando finiranno i suicidi delle rockstar?

Quando finiranno i suicidi delle rockstar?


DI HARUN YAHYA
ahtribune.com
Non molto tempo dopo lo scioccante suicidio di Chris Cornell, frontman di Audioslave e Soundgarden, il mondo musicale ha perso un altro talento il 21 luglio. Chester Bennington, 41 anni, frontman dei Linkin Park, si è tolto la vita dopo anni di dipendenza da droga e depressione. Ha lasciato la moglie e sei figli.
Queste morti non sono del tutto inaspettate, visti i frequenti casi di depressione e morti premature nel mondo della musica. Negli ultimi decenni, suicidi, omicidi e morti accidentali sono diventati cosa comune per i musicisti. Da Elvis a Kurt Cobain, da Jim Morrison ad Amy Winehouse, molti grandi artisti hanno perso la vita prematuramente a causa di stili di vita distruttivi. Uno studio condotto da Diana Kenny dell’Università di Sydney ha infatti mostrato che le rockstar tendono a vivere fino a 25 anni meno del resto della popolazione e che i loro tassi di suicidio, omicidio e mortalità accidentale sono molto più alti.
Ma perché? In realtà, parte della risposta è facile: la cosiddetta “fast life”, in cui questi giovani artisti si trovano catapultati, è estremamente tossica, nonostante il glamour con cui i media la ritraggono. L’arrivo improvviso della fama, assieme ad un’indulgenza eccessiva e ad alcool e droghe, troppo spesso si dimostra essere una formula fatale. Certo, non tutti i musicisti sono colpiti allo stesso modo, ma troppi sono caduti in questo circolo vizioso. Soprattutto quando questi eccessi incontrano la cultura dell’odio e del materialismo oggi dominante, emergono sentimenti distruttivi che iniziano a perseguitare molti artisti di talento.
Odio, ostilità e crudeltà sono pandemici su Internet. La gente si attacca senza sosta solo perché ha pensieri o look diversi. Per le celebrità, tuttavia, la storia è totalmente diversa. Sono costantemente perseguitati, insultati, minacciati e criticati sia dai media che dal pubblico. Non importa quanto successo abbiano, bisogna sempre fare di più. Sono giudicati per ogni piccola cosa che fanno. Dalle loro acconciature alla loro arte e ai loro sguardi ai figli, sono costantemente sottoposti ad impensabili quantità di scrutinio ed animosità; in aggiunta, non riescono quasi mai a trovare persone attorno a loro di cui possano davvero fidarsi. Questo persistente isolamento spesso apre profonde ferite che, nella negatività del mondo della musica, trovano terreno fertile. Di conseguenza, molti musicisti commettono l’errore di rivolgersi ad alcool e droghe, che non fanno altro che aggravare i problemi. Tutti questi fattori inevitabilmente si riflettono nella loro musica.
Innumerevoli giovani impressionabili in tutto il mondo li guardano in tutto ciò che fanno e di conseguenza anche loro sono travolti da angoscia e pessimismo. Questa negatività si impossessa facilmente delle loro vulnerabili menti ed anime.
Questa è una delle ragioni dietro l’aumento dei tassi di depressione, ansia, delinquenza, abuso di sostanze e suicidio tra gli adolescenti. Secondo uno studio, il tasso di suicidio tra gli adolescenti è aumentato del 200% tra il ’62 e l’82. L’OMS stima che ogni anno più di 800.000 persone muoiono per suicidio e che il gruppo di età 15-29 – i seguaci più attivi dell’industria musicale – ne sono i maggiormente colpiti. Certo, i fattori che contribuiscono a questa tendenza sono molti, ma non c’è dubbio che la cultura della depressione promossa da alcune rockstar svolga un ruolo importante. Molti studi dimostrano che ascoltare musica triste può essere molto pericoloso, soprattutto per persone già affette da ansia e depressione. In uno studio, i ricercatori hanno fatto ascoltare ai partecipanti musica felice, aggressiva e triste: hanno scoperto che chi aveva ascoltato musica triste presentava livelli più elevati di ansia. Milioni di giovani che già hanno problemi di angoscia e bassa autostima ignorano il fatto che ascoltare musica triste peggiori le cose. Non è difficile immaginare come questa tendenza possa influire sul futuro del nostro mondo.
Se l’industria musicale però capisse che i valori spirituali sono più importanti di quelli materiali, potrebbe favorire una diversa visione del mondo, che aiuti le persone a superare la propria tristezza e a diventare migliori.
Non c’è dubbio che la musica e l’arte possano essere modi estremamente efficaci per sollevare gli spiriti della gente ed aiutarli verso un percorso di costante automiglioramento. Infatti, in molti studi diversi, gli scienziati hanno scoperto che l’ascolto di una musica felice migliora la salute e le sensazioni complessive di soddisfazione. Una volta che i musicisti si saranno messi in testa di rendere il mondo un posto migliore, capiranno rapidamente che il loro contributo è estremamente importante. Questo è fondamentale, non solo per il bene dei talenti musicali, ma anche per i loro milioni di fan che formeranno il nostro mondo futuro.

Fonte: http://ahtribune.com
Link: http://ahtribune.com/culture-media/1807-rock-star.html
24.07.2017
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

LA GUERRA DEI 6 GIORNI

Home / Intervista / Guerra Dei Sei Giorni, Occupazione Di 50 Anni – Che cosa è veramente successo nel Giugno 1967? (Intervista a Norman Finkelstein)

Guerra Dei Sei Giorni, Occupazione Di 50 Anni – Che cosa è veramente successo nel Giugno 1967? (Intervista a Norman Finkelstein)

FONTE: THEREALNEWS-COM
Nella prima sezione di una lunga intervista in tre parti  fatta in occasione del cinquantesimo anniversario della guerra arabo-israeliana del giugno 1967, l’autore universitario Norman Finkelstein demolisce le interpretazioni mitologiche che circondano questo conflitto storico, – miti che hanno sostenuto l’occupazione israeliana dei territori palestinesi che ne è risultata.
Il video dell’intervista a Norman Finkelstein fatta da Aaron Mate  e pubblicata su The Real News Network è tradotto e sottotitolato da Sayed.
Trascrizione
Aaron Mate: Questa è la emittente The Real News, io sono Aaron Mate. Il 5 giugno ricorre il cinquantesimo anniversario della guerra del 1967 tra Israele e gli stati arabi vicini. In 6 giorni di conflitto, Israele ha catturato il Sinai egiziano, le alture del Golan siriano, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Con l’eccezione del Sinai, Israele controlla ancora tutti questi territori. Di fatto l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gaza è la più lunga dei tempi moderni. In questa prima parte di intervista studiamo ciò che è successo nel 1967. Ma non è soltanto una lezione di storia. La versione dominante dal 1967 è che Israele ha fronteggiato una minaccia alla sua esistenza, ha condotto una guerra difensiva, e non voleva occupare le terre arabe. Questa versione è stata utilizzata in più occasioni per giustificare la violenza e la repressione di Israele nei territori occupati, dunque è importante che comprendiamo bene la storia vera e correggiamo coloro che la deformano. Il mio ospite è uno che ha compiuto questo sforzo per decenni. Norman Finkelstein è universitario, autore di numerose opere sul conflitto israelo-palestinese e sono molto felice che sia qui con noi. Benvenuto, Norman .
Norman Finkelstein: Grazie dell’accoglienza Aaron.
Aaron Mate: Grazie di essere qui. Sentiremo molte commemorazioni della guerra del 1967, e l’interpretazione che ci proporranno sembra molto simile a questa, che è estratta dal New York Times. Il New York Times scrive: “Quest’anno segna mezzo secolo dalla guerra arabo-israeliana del 1967, nella quale Israele ha resistito vittoriosamente a una minaccia di annientamento da parte dei suoi vicini arabi ed è riuscita a dettare la sua legge agli arabi palestinesi nelle zone occupate, anche nella vecchia città di Gerusalemme. “ Norman,  il New York Times che dice che Israele ha resistito vittoriosamente nel 1967. Che c’è da dire su questo aspetto come ci viene presentato?
Norman Finkelstein: Ebbene, quello che non va è che questo non è mai avvenuto e in generale è un grosso problema, è ciò che noi chiamiamo “falsificare la storia”. I fatti del 1967 sono molto chiari almeno per l’argomento che noi stiamo per affrontare. Gli Stati Uniti avevano numerose agenzie di spionaggio che sorvegliavano la situazione tra Israele i suoi vicini arabi, probabilmente una mezza dozzina di agenzie, e l’amministrazione americana di Lyndon Johnson era tenuta al corrente rigorosamente di tutto quello che capitava laggiù. Il più grosso problema  per Israele nel 1967 non era sapere se avrebbero avuto la meglio sugli arabi. Sapevano che questo era sicuro perché avevano già l’esperienza degli avvenimenti del 1956, quando conquistarono tutto il Sinai più o meno in 100 ore;  non siamo che un decennio più tardi ed essi sanno che vinceranno facilmente. La loro principale preoccupazione era: come reagiranno gli Stati Uniti? Nel 1957, dieci anni prima, gli Stati Uniti avevano agito con molta severità. Dwight D. Eisenhower aveva dato a Israele un ultimatum : uscite oppure… In altri termini, uscite dal Sinai o dovrete affrontare una forte reazione del governo degli Stati Uniti. Nel 1967 gli israeliani avevano paura che si ripetesse la situazione del 1957.
Dunque gli israeliani mandarono molte persone a tastare il polso all’amministrazione americana, ponendo delle domande a personaggi che avevano dei contatti e che erano legate a Johnson. Tra le persone mandate c’era il generale di divisione Meir Amit, che era il capo del Mossad israeliano, l’agenzia di spionaggio. In questo frangente gli Stati Uniti erano arrivati a due conclusioni sicure a proposito del 1967. Prima conclusione, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser non avrebbe attaccato. Non c’era nessun elemento di prova che indicasse che avrebbe attaccato. Conclusione numero 2, se contro tutte le evenienze avesse attaccato, come diceva Johnson all’epoca : “Se attacca gli darete una batosta. È quello che dicono tutte le nostre agenzie di spionaggio.”
Adesso potreste domandare, beh è quello che dicevano le agenzie di spionaggio americane, ma che cosa diceva lo spionaggio israeliano ? Ebbene, lo sappiamo perché il primo giugno il Generale aiutante capo di stato maggiore Meir Amit è venuto a Washington e ha parlato con degli alti funzionari americani. Ha detto e adesso io lo cito che non c’era “nessuna differenza tra la valutazione della situazione in Medio Oriente fatta dai nostri rispettivi servizi di spionaggio. Nessuna differenza”. Questo significa che gli israeliani sapevano anche loro che Nasser non avrebbe attaccato e sapevano anche che se avesse attaccato, come ha dichiarato Johnson, allora “Avrebbe preso una bella batosta”. Di fatto è quello che è successo…
Il Segretario della Difesa all’epoca era Robert McNamara e nelle discussioni interne prediceva che la guerra sarebbe durata da 7 a 10 giorni. Più tardi si sarebbe vantato della precisione della sua stima. In effetti la guerra era terminata non solo in 6 giorni, ma era terminata, veramente e letteralmente,  in 6 minuti circa. Nel momento in cui Israele ha lanciato il suo attacco lampo e distrutto la flotta aerea egiziana, che era ancora al suolo, ha tolto tutti gli appoggi aerei alle truppe al suolo. Era finito. L’unica ragione per la quale questa guerra è durata sei giorni, è perché volevano impadronirsi dei territori. Era un’occupazione violenta delle terre.
Aaron Mate: D’accordo,  ma la versione che sentiamo da 50 anni, come l’ho sentita alla scuola ebraica, alla scuola della domenica, e nel mio campo estivo ebreo, è che Israele fronteggiava una minaccia esistenziale e che ha condotto una guerra di difesa. Esaminiamo dunque alcuni punti chiave utilizzati per sostenere questo argomento. Dato che avete menzionato Nasser, cominciamo da lui. È lui che ha ordinato il ritiro delle truppe dell’ONU che stazionavano sulla frontiera tra Israele ed Egitto, dal lato Egiziano. Questa viene citata spesso come una prova che si preparava ad attaccare Israele.
Norman Finkelstein:  Giusto. Ebbene, quello che è successo è che nel aprile 1967 c’è stato un combattimento aereo tra l’aeronautica siriana e l’aeronautica israeliana. Nel corso di questo combattimento, Israele ha abbattuto sei aerei siriani dei quali uno sopra Damasco. Vi potreste chiedere perché è successo? Le prove di ciò che è accaduto sono perfettamente chiare e noi le abbiamo da un testimone non contestabile cioè Moshe Dayan…
Aaron Mate: Che era un generale israeliano.
Norman Finkelstein: Era il personaggio principale nel 1967, poi è diventato ministro degli Esteri nel governo Begin, quando Begin è arrivato al potere nel 1977. Ma nel 1976, Moshe Dayan, ha dato un’intervista in cui diceva : “Vi dirò perché noi avevamo tutti questi conflitti con la Siria. C’era una zona smilitarizzata tracciata dopo la guerra del 1948 tra la Siria e Israele. Allora che cosa capitava in questa zona smilitarizzata? ” Dayan ha dichiarato “Almeno l’ottanta percento del tempo, e probabilmente di più, ma limitiamoci al 80%, noi mandavamo dei bulldozer in questa zona smilitarizzata perché Israele era impegnata a occupare territori con la forza”. Israele cercava di impadronirsi di terre nella zona smilitarizzata. Mandava dei bulldozer, i siriani reagivano, e questo aumentava la tensione. Nel aprile 1967 questo è sfociato in un combattimento aereo tra siriani e israeliani. Dopodiché Israele ha cominciato a minacciare, verbalmente, di lanciare un attacco contro la Siria. Molti responsabili israeliani… La dichiarazione più celebre in quel momento la fece Yitzhak Rabin ma numerosi responsabili israeliani minacciavano la Siria. È capitato che l’Unione Sovietica sentisse un’ eco delle riunioni del governo israeliano. A metà di maggio il governo prese una decisione : attacchiamo la Siria. L’Unione Sovietica ha comunicato questa informativa agli Stati arabi vicini. Nella storia ufficiale si dice che era un falso allarme, come dire che l’Unione Sovietica avrebbe inventato l’imminenza di questo attacco israeliano.
Aaron Mate: Quando lei dice “la storia ufficiale”, intende la storia che ci hanno insegnato e come viene riportata spesso dai media.
Norman Finkelstein: E’ una storia che, letteralmente, nessuno conosce tranne un ristretto numero di eruditi, tra i quali anche alcuni professori universitari israeliani.
Aaron Mate: Permettetemi di citarne uno. Lo storico israeliano Ami Gluska, nel suo libro “L’esercito israeliano e le origini della guerra del 1967”, scrive: “La valutazione Sovietica della metà di maggio 1967, che Israele stava per colpire la Siria, era giusta e ben fondata.”
Norman Finkelstein: Come sapete io utilizzo spesso questa citazione perché era la prima volta che la vedevo scritta. C’erano voci secondo le quali Israele avrebbe attaccato, e vi erano vari indizi occasionali riguardanti  la riunione del Consiglio dei Ministri nel quale avevano preso questa decisione, ma questo non è mai stato pubblicato fino a che non l’ho letto nel libro di Gluska.
Egli conferma che gli israeliani avevano preso la decisione di attaccare. L’Egitto aveva un patto di difesa con la Siria. Sapendo che era imminente un attacco israeliano aveva l’obbligo di andare in aiuto della Siria. Dunque ha schierato delle truppe egiziane nel Sinai. E c’era una forza di pace che divideva l’Egitto da Israele chiamata United National Emergency Force, UNEF. Nasser ha chiesto a U Thant di ritirarla…
Aaron Mate:  Il segretario generale dell’Onu.
Norman Finkelstein: Ah sì è vero, scusate, era segretario generale dell’Onu. Nasser ha chiesto a U Thant di ritirare l’UNEF la forza di intervento rapido delle Nazioni Unite. In forza della legge, U Thant era obbligato a ritirare queste truppe. Adesso U Thant è stato attaccato fraudolentemente per questa decisione. In effetti questa ha distrutto il suo mandato alle Nazioni Unite, perché tutti lo hanno biasimato per la guerra del 1967. Adesso tutto questo è stato dimenticato ma è quello che è successo. Ma c’era una risposta molto semplice una reazione semplice alla richiesta di Nasser.
Aaron Mate: Spostate le truppe dell’ONU sul versante israeliano.
Norman Finkelstein: Sì perché nel 1957, quando era stata schierata l’UNEF, si erano accordati per disporla sia sul lato egiziano della frontiera sia sul lato israeliano. Così nel 1967 quando Nasser ha detto: “Ritirate l’UNEF dalla nostra parte, tutto quello che Israele doveva dire è “Bene, noi la riposizioniamo dalla nostra parte della frontiera”, ovvero sul versante israeliano. Ma non lo hanno fatto. Se l’UNEF avrebbe veramente potuto evitare un attacco egiziano, come suggerisce Israele quando dice che U Thant ha commesso un errore monumentale ritirando la forza dell’Onu, perché gli israeliani non l’hanno semplicemente schierata dall’altra parte della frontiera ?
Aaron Mate: Permettetemi di continuare con gli altri ragionamenti invocati a difesa di Israele per giustificare il suo attacco. C’erano degli attacchi di guerriglia contro la frontiera israeliana lanciati dalla Giordania e dalla Siria
Norman Finkelstein: (È vero)
Aaron Mate:  E queste vengono descritte nella storia ufficiale come una grande minaccia per la sicurezza di Israele.
Norman Finkelstein: Intanto dobbiamo capire che cosa c’era dietro questi attacchi. Si trattava di incursioni  di commandos palestinesi, sostenuti principalmente dal regime siriano. Ma come hanno riconosciuto anche gli ufficiali superiori israeliani, la ragione per la quale la Siria incoraggiava questi raids di commandos era l’ occupazione delle terre nelle zone smilitarizzate da parte di Israele. Secondariamente pur con tutto il rispetto dovuto, non voglio ridicolizzare i palestinesi o l’ OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), riconosco che si trattava di azioni coraggiose compiute da persone che sono state private della loro patria…
Aaron Mate:  Nel 1948
Norman Finkelstein:  Nel 1948. Erano dei rifugiati. Ricordatevi è passato poco tempo tra il 1948 e il 1967, meno di una generazione. Ma la realtà storica mostra che questi raids di commandos erano estremamente inefficaci. Uno dei capi dello spionaggio israeliano, Yehosafat Harkabi, li ha descritti dopo il 1967 come “ben poco significativi secondo tutti i  metri di giudizio.”
Aaron Mate:  Va bene. L’altro incidente storico importante che viene citato è la chiusura dello stretto di Tiran da parte di Nasser.
Norman Finkelstein:  Sì, circa la metà di maggio, penso che fosse il 17 o il 18 maggio, Nasser ha chiuso. C’erano anche delle forze dell’Unione schierate nello stretto di Tiran, che sono state ritirate quando Nasser ha chiesto a U Thant di ritirare l’UNEF. U Thant ancora una volta è stato pesantemente criticato su questo.  Si sostiene che avrebbe potuto ritirare l’UNEF solo dalla frontiera Egitto-israeliana e non dallo stretto di Tiran, ma invece  ha ritirate tutte le forze. Io ho letto la sua difesa. L’ho trovata molto credibile. Era un uomo estremamente rispettabile, U Thant. E probabilmente il più rispettabile segretario generale dell’Onu di tutta la sua storia. Comunque, l’UNEF è stata ritirata dallo stretto di Tiran e Nasser ha dichiarato chiuso lo stretto. Beh, ora lo stretto di Tiran…
Aaron Mate:  Dunque l’UNEF è stata ritirata da Sharm el Sheik.
Norman Finkelstein: Si . Sostanzialmente è la stessa zona. Era la via navigabile verso Eilat. La città portuale israeliana di Eilat. Ebbene, che dire di questa decisione ? Prima di tutto Abba Eban che sempre stato incline a drammatizzare…
Aaron Mate:  Un celebre diplomatico israeliano
Norman Finkelstein: Allora era rappresentante israeliano all’ONU. Più tardi, è diventato ministro degli esteri. E ha detto molto drammaticamente “Israele adesso respira con un solo polmone”. Era  la sua frase celebre. Comunque Eilat era appena utilizzato. L’unica merce importante che arrivava via Eilat era il petrolio, ma Israele aveva diversi mesi di riserve di petrolio accumulate, e quindi l’approvvigionamento in petrolio non era minacciato almeno per parecchi mesi. Ma la cosa più importante è che non c’è stato un blocco. Si nota che Nasser era un fanfarone : ha annunciato il blocco, lo ha  applicato per ciò che si stima abitualmente essere due o tre giorni, poi ha cominciato a lasciar passare tranquillamente le navi israeliane. Non c’era blocco, il problema non era un blocco fisico effettivo, il problema era  politico. E cioè che Nasser aveva sfidato pubblicamente Israele. Aveva sigillato, come ha dichiarato Israele, una via navigabile internazionale. Se si trattasse di una via navigabile internazionale o se appartenesse all’Egitto, è una questione giuridica complessa. Nasser ha  dichiarato, verso la fine del mese di maggio, in più occasioni : “Israele pretende di avere il diritto di passaggio nello stretto di Tiran. Noi diciamo che non ce l’ha. Andiamo in giudizio presso il Tribunale  Internazionale di Giustizia.”
Aaron Mate:  Qualche giorno prima dello scoppio della guerra.
Norman Finkelstein: Si. Pochi giorni prima, circa una settimana prima. Israele dice “Noi non vogliamo andare alla Corte internazionale”, perché Israele vuole avere il diritto di fare quello che vuole quando vuole. Non vuole andare su un piano di uguaglianza con un arabo davanti al Tribunale Internazionale di Giustizia. “Non è il modo in cui le cose funzionano qui. Noi qui siamo i padroni”. Insomma non era una via navigabile importante. Il solo prodotto importante che passava era il petrolio. Avevano delle grandi riserve di petrolio. Il canale navigabile non è stato chiuso. Nasser ho proposto di porre la questione al Tribunale Internazionale di Giustizia per una sentenza. Non è  un “casus belli”, per utilizzare il linguaggio tecnico, una giustificazione per la guerra.
E poi ci sono delle questioni giuridiche diverse perché in virtù dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite voi siete autorizzati a lanciare un attacco preventivo soltanto in caso di attacco armato contro di voi. La chiusura di un canale navigabile non è un attacco armato. Questo avrebbe dovuto essere sottoposto al Consiglio di sicurezza. E allora ci sono mille ragionamenti, sapete, è una cosa che ha differenti livelli e aspetti, ma, in tutti i capi d’accusa, Israele non aveva nessuna giustificazione. Comunque la si guardi, Israele non aveva alcuna valida ragione.
Aaron Mate:  Lei ha reso in esame un po’ questo argomento, ma forse dovrebbe entrare nei dettagli : perché Israele ha preso delle misure così straordinarie per iniziare questa guerra e impadronirsi di così tanti territori? Quali erano le sue  motivazioni ?
Norman Finkelstein:  Ebbene ci sono diverse motivazioni convergenti. Nell’insieme si può dire che Israele fin dalla sua fondazione nel 1948 e con il suo primo ministro e con la sua figura dominante David Ben Gurion, si è sempre preoccupato che potesse arrivare al potere nel mondo arabo quello che lui chiamava un Ataturk arabo. Cioè qualcuno come il personaggio turco Kemal Ataturk, che ha modernizzato la Turchia, ha introdotto la Turchia nel mondo moderno; Ben Gurion ha sempre avuto paura che una figura come Ataturk potesse emergere nel mondo arabo, e quindi il mondo arabo si sottraesse allo Stato di arretratezza e di dipendenza a fronte dell’Occidente e potesse diventare una potenza con la quale bisognava fare i conti nel mondo e nella regione. Nel 1952, quando ci fu la rivoluzione egiziana, e finalmente Nasser emerse come la figura dominante, Nasser era una specie di figura emblematica di quest’epoca. Tutti se ne sono completamente dimenticati salvo gli storici evidentemente, ma era un’epoca molto inebriante, era l’epoca del dopoguerra, dei non allineati, del terzomondismo.
Aaron Mate:  La solidarietà dentro il terzo Mondo, insomma.
Norman Finkelstein:..L’anti-imperialismo, la decolonizzazione e i personaggi emblematici erano Nehru  in India, Tito in Jugoslavia, e Nasser. Non erano ufficialmente compresi nel blocco sovietico. Erano una terza forza.
Aaron Mate:  Non allineata.
Norman Finkelstein: Esattamente, non allineata. I non allineati tendono a rivolgersi al blocco sovietico perché il blocco sovietico ufficialmente è antimperialista, ma non sono allineati. Nasser era uno dei personaggi dominanti di quel periodo dunque era antimperialista, un modernizzatore. Israele era considerato non senza ragione, come una postazione occidentale nel mondo arabo, e veniva ugualmente interpretato come il tentativo di mantenere nell’arretratezza il mondo arabo. C’era dunque una sorta di conflitto e di contrapposizione tra Nasser e Israele. E questo ha dato il via, come viene documentato anche stavolta assai scrupolosamente non da Finkelstein ma da uno storico importante molto considerato, cioè Benny Morris. Se leggete il suo libro, “Le guerre di frontiera di Israele”, che parla del periodo tra il 1949 ed il 1956, dimostra che intorno al 1952-53 Ben Gurion e Moshe Dayan erano veramente determinati a provocare Nasser, lo cito letteralmente. A continuare a stuzzicarlo e stuzzicarlo fino a che avessero un pretesto per distruggerlo. Volevano sbarazzarsi di lui e continuare a provocarlo, in modo che  a un certo punto Nasser non potesse fare a meno di rispondere; sostanzialmente Nasser è stato preso in trappola. Questo non ha funzionato proprio come speravano gli israeliani e dunque nel 1956 hanno ordito un complotto per rovesciarlo con il concorso degli inglesi e dei francesi. Fino a un certo punto questo ha funzionato. Hanno invaso il Sinai,  gli inglesi e i francesi hanno fatto la loro parte in questo complotto…
Aaron Mate:  Ma gli americani hanno detto loro di fermarsi.
Norman Finkelstein: Per diverse ragioni che non è il caso di richiamare adesso gli americani hanno detto a Israele di ritirarsi.
Aaron Mate: Sostanzialmente volevano rimandare tutto questo.
Norman Finkelstein:  Si.  Dwight Eisenhower pensava che non fosse ancora il momento adatto. Ma anche gli americani sicuramente volevano sbarazzarsi di Nasser. Lo vedevano tutti come una spina nel fianco. Dunque nel 1967 non c’è fondamentalmente altro che una ripetizione del 1956 con una differenza fondamentale.
Aaron Mate:  Il sostegno americano.
Norman Finkelstein: Gli Stati Uniti non si sono opposti. Sono stati molto prudenti e cauti nelle loro  dichiarazioni. Qualcuno dice che era un semaforo giallo, altri dicono che era un semaforo verde ma comunque non lo hanno sostenuto apertamente, perché era illegale. Sapete quel che ha fatto Israele. In quel momento gli Stati Uniti conducevano la guerra in Vietnam che era molto impopolare, e non volevano impegnarsi anche nel sostegno a Israele,  che sarebbe stato visto allo stesso modo come il colonialismo occidentale che tenta di prevalere sul Terzo Mondo, sul mondo non allineato, qualunque nome gli si dia.
Il primo obiettivo era eliminare Nasser. Era un obiettivo a lungo termine, mantenere il mondo arabo nell’arretratezza. Mantenerlo in uno stato subordinato, primitivo. Secondariamente, è quello che è capitato con la chiusura dello stretto di Tiran. Cioè Nasser agiva in modo molto arrogante. Sfidava gli israeliani. In un certo senso li punzecchiava, penso che sia vero. Era soltanto aria e gli israeliani sapevano che era solo aria ma pensavano… Una frase molto rivelatrice è stata pronunciata in una riunione del Ministero da qualcuno che in quel momento era comandante dell’esercito, Ariel Sharon. C’erano alcuni membri del Consiglio dei Ministri israeliano che avevano ancora delle remore a lanciare un attacco. Sharon ha dichiarato: “Dobbiamo attaccare adesso perché altrimenti perdiamo la nostra capacità di dissuasione”. È una delle frasi favorite dei militari israeliani.
Aaron Mate:   E continuano anche oggi con Gaza.
Norman Finkelstein:  Si
Aaron Mate:   E il Libano
Norman Finkelstein:  La “capacità di dissuasione” significa la paura che di noi ha il mondo arabo, che Nasser risollevava il morale degli arabi,  i quali non avevano più paura. Per gli israeliani, la paura, la capacità di diffusione, è una carta molto forte da parte loro per tenere gli arabi al loro posto. Dunque la seconda ragione era che dovevano ripristinare, secondo quel che dicevano loro, la loro capacità di dissuasione.
La terza ragione che io non indicherei come la principale, non direi che era la ragione effettiva, era che tutti i generali avevano ciascuno la propria volontà di recuperare dei territori. Tutto il mondo ha accettato che volevano riprendere Gerusalemme, di cui avevano perso una parte del 1948. Una gran parte di loro voleva la Cisgiordania, altri volevano le alture del Golan, altri volevano il Sinai, e dunque nella guerra c’era una componente di occupazione di territori.
Aaron Mate:   Va bene su questo punto siamo d’accordo e allora una domanda veloce mentre arriviamo alla fine della prima parte di questa intervista. Per quanto concerne l’occupazione di terra in Cisgiordania vi è la presenza in Cisgiordania di centinaia di migliaia di coloni ebrei oggigiorno, molti dei quali sono fanatici religiosi che credono di essere là perché Dio ha promesso loro quella terra; è forse questo tipo di fanatismo religioso che era una componente forte del pensiero israeliano in quel momento ? come il fatto di volere …
Norman Finkelstein: Non era una questione religiosa…Bisogna ricordare che il movimento sionista era per la maggior parte secolare, per la grandissima parte ateo.
In effetti, tra di loro, una larga parte si considerava socialista e comunista e non aveva nessun aggancio con la religione. Ma consideravano lo stesso di avere un titolo legale di proprietà sulla terra perché nel loro pensiero la Bibbia non era solo un documento religioso, era un documento storico e storicamente, gli ebrei sono stati in Palestina, che apparteneva a loro. C’era la stessa mentalità nel 1967. Era secolare ma era anche profondamente radicata e fanatica. Il fatto che avessero una rivendicazione sul territorio non era necessariamente nel loro animo una rivendicazione religiosa. Era una rivendicazione secolare, ma comunque una rivendicazione fanatica, che è la  loro terra perché è quello che è scritto nella Bibbia e la Bibbia è un documento storico, sapete, per loro la Bibbia è un atto di proprietà storico.
Aaron Mate:  E qui si conclude questa parte di intervista. Nella prossima puntata vedremo che cosa sia cambiato per  Israele dopo il 1967 in termini di sostegno dagli ebrei-americani e anche di sostegno del governo americano e come questi due elementi sono correlati. Il mio invitato è Norman Finkelstein. A risentirci alla prossima puntata..

Norman  Finkelstein ha ottenuto il dottorato nel 1988 presso il Dipartimento di politica dell’Università di Princeton. Attualmente insegna in Turchia, al centro dell’Università di Sakarya per gli studi sul Medio Oriente. Finkelstein è autore di 10 libri, i quali sono stati tradotti in 50 edizioni straniere.
Fonte: http://therealnews.com
Link: http://therealnews.com/t2/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=19230
4.06.2017
Traduzione dal francese per www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49

ORLANDO-MINNITI CONTRO I TRANSGENDER

Con i decreti Orlando – Minniti è illegale essere transgender 

L’ideologia del decoro come ritorno al medioevo: un breve commento al vergognoso episodio accaduto a Napoli
Ogni giorno che passa ci rendiamo sempre più conto di quanto repressive e fasciste siano le disposizioni contenute nei Decreti Orlando-Minniti: dopo l’episodio di Gianluca Dicandia, denunciato per aver criticato il Governo (http://www.retedellaconoscenza.it/blog/2017/07/13/se-criticare-il-governo-diventa-reato-siamo-tutt-criminali/), è il caso di Roberta e la sua amica, due giovani transessuali di Napoli che, mentre chiacchieravano nei pressi della stazione, sono state portate in Questura con l’accusa di adescamento, multate, denunciate e colpite da daspo urbano, venendo cacciate dal quartiere in cui vivono per 48 ore. L’unica loro “colpa” sarebbe quella di essere transessuali e quindi, secondo la violentissima equazione etero-patriarcale “transessuale=prostituta”, “indecorose”, minando la pubblica decenza .
Con i nuovi decreti targati Partito Democratico siamo tornati indietro ai tempi del Fascismo, dove veniva punita la libertà di dissenso e di manifestazione, dove essere gay, lesbiche, transgender o transessuali era un reato contro la pubblica decenza e dove i migranti, i richiedenti asilo e in generale gli stranieri venivano arrestati e rinchiusi come avviene oggi nei CPR – i nuovi Centri di Identificazione ed Espulsione – veri e propri lager per chi ha l’unica “colpa” di scappare da guerra e devastazione.
E’ necessario oggi più che mai creare un fronte ampio e inclusivo contro questi decreti e contro le politiche razziste e omotransfobiche del Partito Democratico, oramai indistinguibile da quelle della Lega Nord e del Movimento 5 Stelle, che rappresentano ad oggi un insulto alla decenza e civiltà umana.
Se esprimere la propria opinione, scappare in cerca di un futuro migliore ed essere liberi di esprimere se stess* sono diventati reati, allora siamo tutt* criminali! Risponderemo a questo clima di repressione con ancor più socialità, aggregazione e condivisione, rianimando le strade e includendo sempre di più in ottica di comunità ragazze come Roberta e la sua amica, affinché ciascun* di noi sia libero di vivere la propria quotidianità senza rendere conto a nessuno.

NINIVE

Ninive, la via senza uscita 

Forse nessuno sarà mai capace di raccontare veramente quel che è accaduto in questi mesi a Mosul e nella Piana di Ninive, la città che è alle origini della vicenda biblica di Giona, l’antica capitale assira del regno di Assurbanipal. Quel che sappiamo, malgrado l’esultanza dei presidenti e dei generali che hanno lanciato una vera competizione per poter gridare per primi e brindare a Mosul “libera” dopo un assedio più lungo di quello di Stalingrado, è che non ci sono vincitori né vinti. Non ci saranno mai più, sulle sponde del fiume Tigri, né vincitori né vinti
Articolo di Mimmo Cortese
Ninive è la città che sta alle origini della vicenda biblica di Giona, del suo dissidio, della sua incomprensione con Dio.
Ninive, Mosul. Nelle parole (1) di Laura Silvia Battaglia è racchiuso, con una chiarezza dolente ma lucida come uno specchio, ciò che è accaduto in questi mesi a Mosul. Morte distruzione di ogni presenza umana. Paura e dolore, come una voragine cupa e illimitata che risucchia tutto l’ossigeno necessario a vivere, a respirareTerrore umiliazione, nel sospetto su tutti e per tutti, uomini, donne, vecchi, adolescenti.
Degradazione vergogna, come quell’urina che intride i poveri stracci, che chiamiamo vestiti, di un ragazzo la cui sorte è quasi certamente segnata. In un altro servizio dalla città irachena, un militare affermava: “Per essere davvero sicuri dovremo lasciare vivi solo gli infanti“. Erode al contrario. In un’illusione dall’ingenuità quasi sconfinata, vicinissima alla pura irrazionalità. Nemmeno l’ira del dio più furente avrebbe mai potuto immaginare quello che sta succedendo da mesi. Giona non avrebbe tentato di fuggire a Tarsis e la città larga tre giornate di cammino, del “Palazzo senza eguali”, avrebbe compreso tutto al suo solo apparire.
Ogni volta – e sono decenni – che si ripresentano queste situazioni mi domando come sia possibile che delle persone, anche solo di minima ragionevolezza e buon senso, possano pensare che questa sia la strada con la quale verranno sconfitti Daesh, integralismi, fanatismi e terrorismi. Ogni intervento armato, ogni guerra, è un gradino nella discesa in un abisso senza fondo e senza ritorno. Tutta la storia dei conflitti militari, dalla seconda guerra mondiale ad oggi, lo dimostra inequivocabilmente.
Non ci sono i vincitori. Non ci sono più i vincitori. Non ci saranno mai più i vincitori. Vinti. Solo vinti e macerie.
Eppure resto sempre stupito di quante – tante! – brave persone lascino passare, non agiscano, non si oppongano.
Case distrutte, case bombardate, case diroccate nella città dei meravigliosi giardini pensili e della finissima mussola, da cui deriva il suo nome.
Luoghi di culto e di incontro bruciati, bombardati, rasi al suolo, nella città nella quale, fino a pochi decenni fa vivevano insieme arabi, curdi, turchi, ebrei, yazidi e cattolici, protestanti, caldei, armeni, ortodossi. Chiudere gli occhi ancora una volta, non alzare la voce, pensare a quanto accade come a fatti distanti, di cui – se proprio dovremo farlo – occuparsi più avanti, o in qualche ritaglio di tempo avanzato dai nostri più importanti affari quotidiani, non aiuterà nessuno di noi. Quell’ombra polverosa, d’uno scarlatto putrido e marcescente non si fermerà.
Non se noi non lo vorremo.
Una mappa delle civiltà assira
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Nota su un bellissimo reportage
Le splendide foto di Laurence Geai, pubblicate su Paris Match e da lei concesse per la pubblicazione su Comune-info, sono state scattate appena dopo la presa di Mosul ma non raccontano cos’è oggi una guerra. Ci gettano in faccia, più semplicemente, l’orrore, come una gigantesca valanga nella quale si conglomerano tutte le disumanità pensabili e possibili. Una valanga di cui siamo responsabili, come chiunque altro abbia scelto la strada della sopraffazione del nemico. Non importa quale esso sia. Ecco come si presenta oggi una città “liberata” – non importa da chi – con la forza della violenza e della devastazione, della brutalità digrignante e schiumosa che come una linfa rancida irrora ormai irrevocabilmente ogni scelta armata, ogni scelta di guerra.
Il terrore ributta in gola l’insostenibile groppo di dolore, ma quel grumo nero rispunta negli occhi stralunati, atterriti, vitrei. Sotto quale detrito troveremo qualcosa di umano? Non c’è nient’altro da aggiungere che le parole di Samuel Beckett, in chiusura di “Come è”: (…) che io solo sì con la mia voce sì il mio mormorio sì quando smette di ansimare sì tutto questo regge sì ansimante sì sempre più forte nessuna risposta SEMPRE PIÙ FORTE sì schiacciato sul ventre sì nel fango sì nel buio sì lì niente da correggere no le braccia in croce nessuna risposta LE BRACCIA IN CROCE nessuna risposta SÍ O NO sì mai strisciato d’ambio no gamba dest braccio dest spingi tira dieci metri quindici metri no mai mosso no mai fatto soffrire no mai sofferto nessuna risposta MAI SOFFERTO no mai abbandonato no mai stato abbandonato no allora è questa la vita qui nessuna risposta È QUESTA LA MIA VITA QUI urla be’ solo nel fango sì nel buio sì sicuro sì ansimante sì qualcuno mi sente no nessuno mi sente no a volte che mormoro sì quando smette di ansimare sì non in altri momenti no nel fango sì al fango sì io sì la mia voce la mia sì non di un altro no di me solo sì sicuro sì quando smette di ansimare sì di tanto in tanto qualche parola sì qualche frammento sì che nessuno mi sente sì ma sempre di meno nessuna risposta SEMPRE DI MENO sì allora può cambiare nessuna riposta finire nessuna riposta potrei soffocare nessuna risposta inabissarmi nessuna risposta non insozzare più il fango nessuna risposta il buio nessuna risposta non turbare più il silenzio nessuna risposta crepare nessuna risposta CREPARE urla IO POTREI CREPARE urla IO CREPERÒ urla be’